[2004-08] AVP su “Fangoria” 235

Traduco questo servizio apparso sulla rivista specialistica “Fangoria” n. 235 (agosto 2004).


The AVP Referee

di Mark Salisbury

da “Fangoria”
n. 235 (agosto 2004)

Paul W.S. Anderson ha un lavoro che è il sogno di ogni fan:
sguinzagliare gli alieni contro i Predator
e filmare lo spettacolare risultato

Paul W.S. Anderson è un fan di tutto ciò che sia legato ai film di Alien. «Ricordo quando è uscito il primo film e la gente ne parlava quando ancora nessuno l’aveva visto. “È nel gatto”, perché Ridley aveva detto qualcosa di simile», ricorda Anderson. «Così fin dall’inizio, anche quando guardavi Aliens, pensavi che l’alieno sarebbe sbucato fuori a provocare il caos e a dirigersi sulla Terra. Ma non l’hanno fatto: hanno fatto un fantastico film senza arrivare sulla Terra. Poi uscì l’anticipazione di Alien 3 con l’uovo che sovrastava la Terra, e con la frase di lancio “Tutti sulla Terra potranno sentirti urlare”. Ricordo di essermi molto fomentato, con i miei amici: stavolta c’eravamo, l’alieno sarebbe arrivato sul nostro pianeta. Ma non l’hanno fatto. Era un grande trailer ma non era il film.»

È il turno di Anderson, ora, e Alien vs Predator (in uscita il 13 agosto per la Fox) finalmente porterà gli xenomorfi su questo pianeta. Più precisamente in Antarctica, dove viene scoperta una gigantesca piramide che da secoli fa da campo di gioco fra le due creature: una battaglia che una spedizione scientifica capeggiata dal miliardario Charles Bishop Weyland (Lance Henriksen) e l’esploratrice Alexa di Sanaa Lathan dovranno gestire. Dirigere un film di Alien è qualcosa di cui Anderson sogna da anni. Quando “Fangoria” parlò con lo sceneggiatore e regista britannico, questi stava completando Resident Evil (2002) e aveva un’idea per un suo seguito, che avrebbe diretto sebbene fosse più desideroso di fare la sua a lungo desiderata produzione di Death Race 3000 con Tom Cruise. Come mai allora è finito qui a Praga a girare AVP basato su un copione che ha scritto insieme a Shane Salerno?

«Ho fatto un incontro con i miei agenti proprio prima dell’uscita di Resident Evil e loro hanno detto: “Cosa vuoi fare dopo?”», ricorda Anderson, prendendosi una pausa sedendo su un sarcofago, in una delle stanze della piramide dove si svolge AVP. «Al che io ho detto: “Non voglio fare un film davvero violento, sento di averne già fatti tanti e non ne voglio altri, a meno che ovviamente non si tratti di Alien vs Predator“. L’ho buttata là citando il film che meno di tutti c’era la possibilità di fare, perché alla Fox il progetto non stava andando da nessuna parte. Mi richiamarono qualche settimana dopo e dissero. “Dovresti incontrare John Davis [produttore di AVP]”. Lo incontrai e buttai lì l’idea che avevo elaborato nella mia mente negli ultimi dieci anni. Lui disse: “Ho sentito 150, 200, 250 idee su AVP e sono stati scritti una dozzina di copioni: questa è la migliore idea che ho mai sentito”.»

«Due o tre giorni dopo siamo andati alla Fox», continua Anderson. «Ripresentai l’idea, loro impazzirono e un mese dopo già stavo scrivendo la sceneggiatura. Dopo la prima stesura dissero: “Richiederà del lavoro, ma facciamo questo film”. Si mossero molto in fretta, il che era davvero emozionante, perché dopo che hai passato un decennio a sviluppare un film non ti butti nella produzione a meno di non essere convinto che sia un buon progetto. Dopo che ci hai investito dieci anni, puoi anche prendertene altri cinque, ma loro erano davvero entusiasti dell’idea.»

[È necessario specificare che non esiste alcuna idea: Anderson si limita a prendere los punto dello storico fumetto del 1990 limitandosi a peggiorarlo in ogni modo possibile, con aggiunte pessime e discutibili. Perché si ostinasse a dire che era una sua idea rimane misterioso. Nota etrusca.]

Alla fine Resident Evil: Apocalypse (2004) ha finito per dirigerlo Alexander Witt, Death Race 3000 è stato messo in pausa e ad Anderson è stato dato meno di un anno per presentare AVP al cinema. «Gli studios fanno così», dice. «Una volta che si appassionano a qualcosa lo vogliono per ieri. È lo stesso con ogni film che ho fatto: nessuno vuole fare il tuo film finché non vogliono fare il tuo film, e da quel momento lo vogliono immediatamente.»

Alien vs Predator calza a pennello su Anderson. Contando che Ridley Scott e Alien sono fra le sue influenze artistiche, Anderson è sempre stato il regista britannico più commerciale della sua generazione, e mentre i suoi film – Shopping, Mortal Kombat, Punto di non ritorno, Soldier e Resident Evil – possono non essere sempre piaciuti ai critici, hanno contribuito a creare il suo stile unico. Quindi questo è davvero un sogno che si realizza?

«Dipende da che momento della giornata o da che ora sia, ma di sicuro è un fottuto sogno che si realizza», replica. «Basta girare e guardare le facce della troupe che fissano Tom Woodruff nel costume alieno: “Sto facendo un film di Alien“, dicono. Oppure stanno lì a fissare il Predator con occhi sgranati. Ricordo la prima volta alla ADI, quando abbiamo fatto dei test utilizzando una vecchia tuta aliena rimasto da un film di Alien e una sorta di costume di Predator raffazzonato, con io che giravo un video: avere l’alieno e il predatore nella stessa inquadratura era meraviglioso, letteralmente i peli mi si drizzavano sul collo. Era elettrizzante per la maggior parte del tempo: non importava quanto eri stanco e quante giornate intere di lavoro avevi sulle spalle, sedevi con le creature e dicevi “Cazzo, è emozionante”.»

[Anderson evidentemente era fra i pochi a non aver visto Batman: Dead End (2003), che regalò a noi fan l’emozione di avere le due creature insieme in video. Nota etrusca.]

«D’altro canto eri anche intimidito», continua. «Ho passato parecchie notti insonni a pensare: “Stai attento a cosa desideri”. Ridley Scott e James Cameron sono due dei migliori registi ancora oggi, e David Fincher Jean-Pierre Jeunet non sono certo gli ultimi arrivati. John McTiernan, quando ha fatto Predator (1987), era tipo uno dei migliori registi d’azione al mondo. È davvero spaventoso doversi mettere a confronto.»

Malgrado Anderson tiene fuori dalla lista Stephen Hopkins, regista dell’ingiustamente vituperato Predator 2 (1990), lo stesso dice: «Mi sono divertito a guardarlo. Per me, l’errore che hanno commesso è stato di avere un solo Predator. I franchise fanno davvero successo quando alzano il tiro: vuoi la stessa cosa per il 60% e qualcosa di nuovo per il 40%. È questo ciò che ha fatto Cameron, nel suo modo geniale, con Aliens (1986): ha dato a tutti la roba nuova. È come se avesse detto: “Ok, avete avuto un alieno, non posso rifarlo uguale come l’ha fatto Ridley, così vi darò un sacco di alieni e anche la Regina Aliena». Quello era l’approccio giusto. Con Predator 2 avevo già visto un mostro cacciare qualcuno ben più tosto di Danny Glover.»

Anderson non vuole fregare nessuno sulla conta dei mostri in AVP, ma certo vi farà aspettare un po’ prima di vederli. «La cosa interessante della struttura di Alien, Aliens e Predator, che sanno sfruttare bene mentre gli altri film della saga lo fanno un po’ meno, è che ritarda l’arrivo della creatura il più a lungo possibile», spiega il regista. «In Alien non vedi il facehugger prima di 45 minuti dall’inizio. In Aliens sei un’ora e 10 minuti addentro alle vicende prima di vedere lo scontro armato con i mostri. Con Predator sono 55 i minuti che passano prima di vedere il cacciatore invisibile. Quei film ti tengono sull’orlo della poltrona perché sono pieni di tensione ma anche di buone storie, e solo allora svelano le creature. Ha funzionato meno con Alien 3 ed Alien Resurrection, perché nel primo caso praticamente vedi la creatura nei titoli di testa, e nel secondo vedi la Regina già dopo dieci minuti. E una volta che sei lì, una volta che hai visto la creatura, non puoi andare più da nessun’altra parte.»

«Devi essere onesto», continua. «La frase di lancio di Aliens era “Questa volta è guerra” e sono andato a vederlo volendo la guerra, e sai cosa? Ho avuto la guera ed è stato grandioso, ma ho dovuto aspettare almeno un’ora. Ciò che ho avuto è stato principalmente una buona narrazione e buoni personaggi, così ho apprezzato la guera quando è arrivata. Se ci vai sparato, magari nei primi cinque minuti, poi ci devi tornare e tornare per tutto il resto del film e non sempre puoi. È meglio creare prima un po’ di tensione, che poi potrà sfogare. Ciò che funziona così bene in Alien ed Aliens è che hai tempo per conoscere tutti quei personaggi, così quando iniziano a morire almeno sai chi sono e ti dispiace per loro.»

Anderson dice che strutturalmente il suo film è molto simile ad Aliens, «nel senso che una volta iniziata l’azione non si ferma più», spiega. «Sì, vi faremo aspettare 45 minuti ma quando si partirà poi fino alla fine sarà implacabile, a si spera che una volta lasciato il cinema farete il giro e tornerete a vedere di nuovo il film. Quando le due creature saranno faccia a faccai sarà grandioso. È un film incredibilmente frenetico e gli alieni non sono mai stati così al massimo: è stato chiesto loro di fare cose in questo film che non hanno mai fatto prima. La prima scena che vede lo scontro fra le due creature ci abbiamo messo un mese a girarla, malgrado sia appena una pagina di copione. Dovevamo renderla straordinaria.»

Il regista è sempre attento al senso dello straordinario nei suoi film. Dal punto di vista degli effetti speciali Anderson ha voluto fortemente che Woodruff ed Alec Gillis della ADI – quelli che hanno lavorato ad Alien 3 ed Alien Resurrection – gestissero le creature sempre con grande enfasi. C’è chi dice che questo sia il risultato della delusione di Anderson per il mostro computerizzato di Resident Evil.

«Il problema che abbiamo avuto è che abbiamo inserito il Licker troppo tardi», ammette. «Ciò che avremmo dovuto fare, e che abbiamo poi fatto per il seguito, è costruire un animatrone e fare poi aggiustamenti al computer. Nel primo film è stato durante l’inizio delle riprese che ho deciso di aggiungere il mostro, ma allora era troppo tardi per costruirne uno vero così abbiamo dovuto ricorrere alla CGI. C’erano sequenze che andavano bene ed altre che non avevano bisogno di interventi grafici, ma abbiamo dovuto farli perché non avevamo tempo di attuare altre soluzioni.»

«In questo film invece la situazione è diversa, perché ho lavorato alla pre-produzione per almeno un anno prima delle riprese, così tutto è stato meticolosamente pianificato. Ci sono scene che stiamo girando oggi il cui storyboard l’ho disegnato un anno fa, pianificando la loro ripresa. Così nei punti in cui è previsto un animatrone come la Regina, ci sarà, così come dov’è previsto ci sia un tizio in costume o qualcosa da sistemare in CGI sarà tutto pronto. Ma il tutto è stato un processo davvero lungo e laborioso, miglore di qualsiasi altro film a cui abbia lavorato.»

In più, una priorità di Anderson è stata una scelta rigorosa degli attori. «La prima volta che ho parlato con lo studio sono stato molto chiaro, e ho detto: “Voglio il genere di attori visto in Alien, bravi in ognuno dei loro ruoli. Non voglio caratteristi stupidi o attori deboli ma che magari sono famosi all’estero. Voglio lo stesso tipo di cast che ha avuto Ridley Scott”. Non c’è un solo attore debole, così come anche in Aliens: una squadra fantastica. Volevo quel tipo di gruppo, non necessariamente composto da nomi famosi, e lo studio è stato subito d’accordo.»

Sono arrivati nomi anche più forti di Henriksen, il cui personaggio è il modo con cui Anderson si ricollega alla Alien mythology che tanto ama, e accanto alla protagonista Lathan c’è un cast eclettico, compreso l’italiano Raoul Bova, visto ultimamente in Sotto il sole della Toscana con Diane Lane, poi gli scozzesi Ewan (Trainspotting) Bremner e Tommy Flanagan, così come l’amico di Anderson Colin (Resident Evil) Salmon nel ruolo di Max Stafford, il capo della sicurezza e braccio destro di Weyland.

«Paul ha scritto la parte per me, il che è stato davvero gentile: mi aveva ucciso troppo presto in Resident Evil», dice Salmon. «Ha deciso di tornare ad utilizzarmi e così ha creato il personaggio di English. Max è il charge d’affaire del signor Weyland, è un cacciatore di teste ma anche un ex militare, quindi ha capacità in più campi.»

Mentre Henriksen ha portato con sé l’esperienza di aver lavorato ad Aliens ed Alien 3, Lathan, che ha lavorato con Denzel Washington in Out of Time (2003), non è solo un’esoridente in questi franchise ma anche nel genere horror, a parte un piccolo ruolo in Blade (1998) come madre di Wesley Snipes. In più si ritrova a coprire un ruolo “alla Sigourney Weaver”. Mentre Anderson capisce che sarà inevitabile il confronto, afferma che l’attrice ha portato molto al progetto, non solo le sue grandi capacità.

«La cosa che mi ha davvero attratto di lei è che è una bravissima attrice», dice. «E mettere una brava attrice al centro di questo film è ciò che ero convinto dovessimo fare. Perché la realtà è che si tratta di un film “uomo-in-costume contro uomo-in-costume”, e l’unica cosa che rende i due credibili è vedere la reazione sui volti degli esseri umani. Ecco perché Alien funziona, perché sono grandi attori e Ridley punta molto sui volti delle persone che fissano la creatura: aveva attori capaci di affrontare quella prova.»

«Il suo entusiasmo è contagioso», dice Lathan di Anderson. «Non ho mai lavorato con un regista che sia così appassionato di un progetto. Ogni giorno è come se camminasse sospeso dal suolo, dalla contentezza, visto che è un progetto che sognava da tempo. La gioia del regista ha effetto su tutto il set e si gira molto meglio. Anche quando la scena è più impegnativa, comunque è divertente. Non mi sono mai fatta così tanti amici come durante questo film.»

«Ho lavorato con molte persone che hanno fatto film d’azione, e loro arrivano e sanno subito come stare davanti allo schermo verde», dice Anderson. «Per Sanaa invece è la primissima volta, eppure ha saputo subito gestire la situazione in modo perfetto: quando la vedi penzolare da un picco, sei dannatamente convinto che sia reale. E alla fine non importa quanto siano buoni gli effetti speciali: se gli occhi dell’attore non funzionano, la scena non funziona. A guardarla penzolare da uno schermo verde, a tipo due metri d’altezza, hai paura per lei perché nei suoi occhi leggi la paura, ed è fantastica.»

Il contratto di Lathan prevede il suo ritorno se AVP sarà un successo. Alla domanda se considera questo film come l’inizio di un nuovo franchise, Anderson esclama: «Assolutamente sì. Non è Alien 5 ed è pensato espressamente per non interferire con Alien 5 o Predator 3, se mai li gireranno. Pensare di fare un film alieno che non sia nel futuro e non abbia Sigourney Weaver è un’assurdità.»

«È una delle ragioni per cui ho insistito con la Fox: “Voglio fare questo film per voi, ma voglio chiamarlo AVP“. E sono stati d’accordo, infatti la sigla è sulle locandine e nel trailer. Per me quelle tre lettere sono importanti perché delineano l’identità del film, che considero di un franchise separato. È un film a sé stante [stand-alone movie]. Non devi per forza aver visto un film di Predator o di Alien, anche se nel caso ci sono un sacco di citazioni e strizzate d’occhio ai franchise, ma lascia libera la Fox di fare Alien 5 e Predator 3 semmai vorranno.»


L.

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Un pensiero su “[2004-08] AVP su “Fangoria” 235

  1. Magari oggi esistesse ancora nei confronti di entrambi i franchise anche solo un decimo dell’entusiasmo (assieme all’intenzione di non interferire con quanto già realizzato) dimostrato da Anderson in questo servizio… 😦

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