La Storia di Alien 14. Conclusione


14.
Conclusioni

Come può aver riscosso immediato successo un film che, come abbiamo visto, è solamente un amalgama di elementi già ampiamente noti nel cinema di genere? Come può un film di serie A essere una semplice scopiazzata di noti film di serie B – tutti ricordati dalle riviste di settore, alla sua uscita in sala – eppure funzionare? Il segreto probabilmente è proprio in questa unione di “vecchio e nuovo”: Alien non è un film innovativo che rischia di non essere capito, visto che fa della linearità estrema il suo stile; la sua sceneggiatura sa scatenare negli spettatori un senso di déjà vu che funziona sempre al cinema, perché tranquillizza e non genera la temuta paura del “nuovo”; e a tutto questo si aggiunge un’ambiziosa visione cinematografica di grande effetto e scene che ricordano l’horror senza mai però davvero diventarlo, grazie ai consistenti tagli in sala di montaggio.

L’intuizione avuta da Walter Hill nel 1976, che cioè la scena di un mostro che fuoriesce dal petto di un personaggio era l’unica novità della storia – che poi novità non era! – e che da sola avrebbe giustificato il film si è rivelata giusta: la scena del chestburster è l’unica sempre citata nei successivi quarant’anni, tanto da far sospettare che molti ricordino solo quella, dell’intero film. Ma Alien è di più: è il film scopiazzone e derivativo che è stato fatto visivamente così bene da diventare canone. Il suo minestrone di idee rubate qua e là viene trasformato in stile narrativo: quasi subito le scopiazzature vengono dimenticate e Alien da scolaro che copia i compiti diventa maestro.


A scuola dall’alieno

Qualche anno prima di diventare romanziere di fantascienza, John Brosnan ha scritto una recensione di Alien per la rivista britannica “Starburst” (n. 14, ottobre 1979): «è un film molto seccante, perché da un lato è un capolavoro e da un altro lato è un lavoro mal riuscito». Brosnan, come i critici italiani coevi, è “schierato” per la fantascienza e quello è l’aspetto trattato decisamente peggio da una storia che assomiglia più all’horror che al fanta-horror. Ciò che però qui conta  è come Brosnan abbia chiuso la sua recensione del film:

«L’unica cosa che mi spiace di Alien è che temo porterà ad una serie di imitazioni qualitativamente inferiori, così come Guerre Stellari ha portato a Battlestar Galactica, Humanoid, Buck Rogers e Il pianeta ribelle. Questo vorrebbe dire che il cinema di fantascienza starebbe andando nella stessa direzione in cui è già andato negli anni Cinquanta, quando il genere fu quasi ucciso dall’orda di film coi mostri di qualità infima. Ho il terribile sospetto che gente come Roger Corman, Herman Cohen e Bert I. Gordon, per non menzionare Irwin Allen, stiano già lavorando alle loro versioni di Alien proprio in questo momento.»

Brosnan ha ragione da vendere, e infatti accade esattamente quanto da lui temuto, anche se in proporzioni minuscole.

I primi ad arrivare sono gli italiani con Alien 2. Sulla Terra (aprile 1980), che replicano poi con la co-produzione italo-tedesca Contamination. Alien arriva sulla Terra (agosto 1980). Mentre il britannico Norman J. Warren riprende molti temi alieni per Inseminoid. Un tempo nel futuro (marzo 1981), la New World Pictures di Roger Corman lavora a Il pianeta del terrore (Galaxy of Terror, ottobre 1981), con nel cast tecnico un giovane James Cameron, ed è difficile non vedere un facehugger nel mostro del successivo film Forbidden World (maggio 1982), dove per Corman lavora un giovane sceneggiatore di nome Jim Wynorski, futuro re supremo della serie Z. Con la società TWE (Trans World Entertainment) i “figli di Corman” sfornano Creature. Il mistero della prima luna (1985), autentica fotocopia del film di Scott in chiave Z, e questi sono solo i più famosi “allievi” di Alien: chissà quante pellicole fanta-horror dei primi anni Ottanta si sono rifatte più o meno palesemente al film.

Un facehugger scala le celebri Vasquez Rocks, in Forbidden World (1982)

A questo punto però nasce una domanda: perché all’uscita di minuscoli filmacci scopiazzoni la Fox non risponde con un seguito ufficiale di Alien?


Alien 2

«Non sorprende che esistano piani per un seguito di Alien, uno dei film di fantascienza che ha incassato di più nella storia del cinema.» Forse l’Alien Magazine (dicembre 1979) della Warren Publishing è un po’ troppo entusiasta nel giudicare il successo del film, soprattutto a così pochi mesi dalla sua uscita in sala, ma è chiaro il ragionamento: se il successo di fantascienza Star Wars (1977) ha portato all’imminente seguito, L’Impero colpisce ancora (maggio 1980), e se il successo horror Il presagio (1976) ha portato al seguito La maledizione di Damien (1978), un fanta-horror non può che prevedere in automatico un suo seguito.

«Il regista Ridley Scott è passato ad altri progetti», ci continua ad informare la rivista, mentre «gli autori stanno sviluppando romanzi e sceneggiature che permettano loro di mostrare i propri talenti in altre direzioni creative», è la contorta frase che denuncia un fenomeno comune a tutte le riviste che in quel 1979 intervistavano Dan O’Bannon: a tutte lui rispondeva che stava scrivendo il romanzo horror They Bite, che però non vedrà mai la luce. «I creativi legati al film credono che la 20th Century Fox farà uscire un seguito», ed ecco gli scenari che esistono in quel momento:

  1. L’alieno, stordito, sopravvive attaccato alla navicella e segue Ripley fino alla Terra, o comunque al pianeta dove sbarca la donna.
  2. Una seconda missione giunge sul planetoide, c’è una tempesta e si ripara nel Relitto, dove dovrà affrontare gli alieni: ci sarà una comparsata della razza del Pilota.
  3. Un prequel ci racconta la storia del Pilota e finisce dove inizia Alien, con l’arrivo della Nostromo.
  4. Il planetoide esplode, lanciando nello spazio uova aliene, che raggiungono la Terra e vi cadono tipo L’invasione degli ultracorpi.

A parte l’ultimo punto (davvero geniale!), le varie ipotesi – che stando alla rivista sono suggerite da fonti vicino alla Fox, o comunque così viene lasciato credere – hanno elementi poi davvero presi in considerazione da varie opere nell’universo narrativo espanso. La saga a fumetti Aliens: Book I (1988) ha elementi di entrambi i primi due punti, mentre il terzo punto è in pratica lo spunto del film Prometheus (2012) di Ridley Scott.

Come mai con ben quattro filoni narrativi ben delineati già nel dicembre 1979, passano gli anni e di un seguito non si vede neanche l’ombra? Nel giugno 1984 il giornalista Lee Goldberg si chiede, dalle pagine del numero 71 della rivista “Starlog“:

«Straordinario è anche, in questo periodo di sequel-mania, l’impossibilità di un Alien 2, Return of Alien o Revenge of the Alien o qualsiasi altro ritorno in scena per la creatura mangia-astronauti.»

Risponde l’intervistato: il solito Dan O’Bannon.

«I diritti sono stati interamente divisi fra persone che non possono andare d’accordo. Che io ne sappia, non c’è mai stata alcuna intenzione di fare un seguito.»

Come abbiamo visto, i rapporti fra i detentori dei diritti – cioè la Brandywine di Walter Hill, David Giler e Gordon Carroll da una parte e la 20th Century Fox di Alan Ladd jr. dall’altra – non sono dei migliori, grazie anche ai litigi dovuti ai crediti negati, all’intervento della WGA invocato da O’Bannon, con aggiunta di Giger che fa causa alla major perché non sta venendo pagato e di A.E. Van Vogt che fa causa per plagio al film: e questi sono solo i problemi noti, figuriamoci il marasma dietro le quinte. Non stupisce che il progetto di un nuovo Alien rimanga per anni imbozzolato in un uovo, in attesa che qualcuno vi avvicini il volto.

Mi piace chiudere con il pronostico del nostro O’Bannon: secondo la sua affermazione del 1983 non solo non si sta cercando di fare un seguito di Alien ma addirittura non ce n’è mai stata l’intenzione. Mentre dice questo, altrove sta nascendo il film che sarà per sempre citato come eccezione alla regola “Il secondo film è sempre peggio del primo”.


Nella fine, un nuovo inizio

Fine 1983, tutto è pronto, il regista e sceneggiatore James Cameron e la sua grintosa collega produttrice Gale Anne Hurd – nati entrambi in casa Corman e da poco separati dal loro maestro – finalmente possono partire con le riprese del film Terminator… ma alla fine l’ennesimo problema blocca tutto di nuovo: l’attore principale, Arnold Schwarzenegger, deve andare a girare Conan il distruttore, che uscirà nel 1984. Tocca aspettare che finisca il lavoro per Dino De Laurentiis.

Cameron si ritrova quindi senza lavoro e comincia a cercare qualcosa da fare, nell’attesa. Mentre continua a limare la sceneggiatura di Terminator accetta anche di buttare giù un copione per un seguito, una roba dal titolo Rambo. First Blood Part II. (Il destino di questa sceneggiatura lo racconto nella mia ricostruzione La storia di Rambo.) Intanto una riunione con i produttori Walter Hill e David Giler va malino, le idee buone non escono e quelle pessime abbondano: quando gli propongono una storia del tipo “Spartacus nello spazio”, Jim si alza, ringrazia e fa per andarsene. David Giler lo ferma sulla porta: ci sarebbe quel copione che nessuno vuole fare, che sta lì a prendere polvere da anni. Ci sarebbe Alien II

Da anni il progetto è carta morta sulle scrivanie della Fox, e l’idea di affrontare una sfida così enorme infiamma Jim. In quella fine 1983 si chiude nel suo appartamento di Tarzana (quartiere di Los Angeles fondato da Edgar Rice Burroughs, nume tutelare di tutti i narratori) e comincia a gestire tre sceneggiature diverse. Aggiusta il suo Terminator, scrive Rambo 2 con lo stereo che manda La cavalcata delle Valkirie di Wagner, e poi mette su Mars, Bringer of War, primo movimento della suite per orchestra I Pianeti (1916) di Gustav Holst: musica perfetta per scrivere la bozza di ALIEN$. Con due linee sul segno del dollaro.

Ci vorranno anni perché l’atteso seguito di Alien veda la luce, ma quel 1983 vengono gettati tutti i semi di quello che ancora oggi viene chiamato “universo alieno”. Nasce Amanda Ripley, il cui nome attraversa decenni di opere nell’universo espanso finché nel 2014 prende vita grazie al videogioco Alien: Isolation, per poi sbarcare in fumetti e romanzi. I Colonial Marines, la Regina Aliena, il powerloader, la guerra al femminile, il pulse rifle… tutti i grandi temi dell’universo alieno nasceranno per mano di un canadese ancora sconosciuto al grande pubblico. Ma questa… è un’altra storia.

FINE

James Cameron (1986) da BFI

L.

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3 pensieri su “La Storia di Alien 14. Conclusione

  1. Premesso che ho letto soltanto questo articolo, ma mi riprometto di leggere questa “bibbia” su Alien (e non solo), Brosnan ha ragione da vendere in merito all’invasione dei cloni di Alien e Guerre Stellari, ma è anche alquanto scontata. Se un prodotto ha una carica innovativa (e Alien ce l’ha forte) e viene percepita dai consumatori (leggi: ha successo), è del tutto normale che molte altre aziende tentino di assicurarsi una quota di quel mercato.

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    • Era un momento molto delicato, in cui i fan della fantascienza avevano sudato e sofferto per far uscire la narrativa fuori dai ghetti, e questa rinascita al cinema era vista come delicatissima: sarebbe bastato un attimo perché dopo decenni in serie B-Z, a far ridere le coppiette nei drive-in, la fantascienza risplendesse un attimo e poi crollasse di nuovo. La parte horror di “Alien”, come raccontato, è stata fortemente mal vista: erano solo due anni che la fantascienza era tornata in serie A e già cadeva sotto i colpi di altri generi. Se poi fossero arrivati i soliti filmacci ad intorbidire le acque c’era il fortissimo rischio che si tornasse tutti nel ghetto.
      Per fortuna le nuove leve del cinema anni Settanta stavano inventando qualcosa che avrebbe conquistato anche gli Ottanta e quindi gli infimi filmetti pseudo-Alien non hanno dato fastidio, anche perché sono stati pochissimi e distribuiti malissimo.
      Il rischio però c’era ed era altissimo. Finché escono due o tre film simili al successo del momento non è un problema, quando però – come purtroppo è capitato per il genere marziale – hai due o tre film di successo che non vengono mai replicati perché costano, e hai due o trecento filmacci orripilanti che replichi ogni giorno per dieci anni, perché non costano niente, allora il genere si auto-distrugge. Portandosi via la Z ma anche la A.
      “Alien” è costosissimo e se fossero usciti dieci o venti cloni, trasmessi a martello battente dalle TV, non sarebbe sopravvissuto agli anni Ottanta. Invece i due o tre cloni cialtroni sono stati ignorati, distribuiti malissimo, quindi il pericolo è stato evitato.

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