La Storia di Alien 13. Reazioni


13.
Reazioni

Il film Alien viene distribuito nelle sale americane dal 25 maggio 1979 al 30 gennaio 1981, stando al sito Box Office Mojo, che ci fornisce anche altri dati: nel primo fine settimana di programmazione incassa 3 milioni e mezzo circa mentre alla fine dell’anno e mezzo di proiezioni in patria ha totalizzato quasi 79 milioni. Visto che il budget totale della pellicola era di circa 11 milioni, si può parlare di un risultato più che ottimo, considerando poi che ulteriori ritorni in sala e distribuzione internazionale porteranno ad un incasso totale di circa 100 milioni.

La stampa ha seguito con attenzione il film con largo anticipo. Per esempio la rivista specialistica “Cinefantastique” già nel luglio 1978 annuncia l’imminente inizio delle riprese: «Sebbene Alien sia stato preso in considerazione negli ultimi due anni, la sua recente produzione è un altro esempio dell’intenzione della major di puntare su prodotti fantascientifici di qualità». E nell’inverno 1978 – prima ancora della prima proiezione per i prodotti su licenza – anticipa il film e il giornalista Dave Schow afferma che Veronica Cartwright interpreta Ripley!

Nel marzo 1979 la neonata rivista “Starlog” continua a fare come le colleghe: dà voce a Dan O’Bannon, il quale ne approfitta per prendersi la paternità di tutto, mantenendo però un tono amabile nel riferire degli altri suoi “collaboratori”, segno che gli avvocati e i sindacati non sono ancora entrati in ballo. Ad aprile “Starburst” denuncia un calo di qualità nella proposta fantascientifica contemporanea, che – secondo il giornalista Phil Edwards – perde ogni confronto con il film di George Lucas. «Alien, un film scioccante ambientato a bordo di un’astronave nello spazio profondo. La Fox spera ottimisticamente di ripetere il successo di Guerre Stellari facendolo uscire in America ad esattamente due anni di distanza da quel titolo di successo».

Nel maggio 1979 dell’uscita in sala “Starlog” presenta un’intervista a Veronica Cartwright: «Gli effetti speciali sono la cosa più sorprendente che abbia mai visto. Hanno i tizi di Guerre Stellari che ci lavorano. Il mostro respira e muove le braccia e la testa. È la cosa più orrenda che abbia mai visto. È grottesco». Dopo l’uscita del film, tutte le riviste di settore fanno a gara a mostrarne ogni più piccolo retroscena, ad intervistare tutti i tecnici – come abbiamo visto, gli attori saranno sempre particolarmente silenziosi sull’argomento – a mostrare le foto più belle, i bozzetti, i dipinti e quant’altro. Siamo però lontani dal mondo delle riviste di cinema che si comportano da semplici appendici delle case produttrici: giornalisti ed editori sono sì fan del genere, ma sono principalmente giornalisti ed editori, e non ci stanno a fare i finti tonti.

Sul numero di “Cinefantastique” dell’estate 1979 il giornalista-editore Jeffrey Frentzen esce con un pezzo dal titolo più che esplicativo: It! The Terror from Beyond the Planet of the Vampires. Un minestrone di titoli di vecchi film di fantascienza: il giornalista ha capito bene le tante scopiazzature della sceneggiatura e lo racconta con dovizia di particolari e di foto, concentrandosi in particolare su Il mostro dell’astronave (It! The Terror from Beyond Space, 1958) di Edward L. Cahn e Terrore nello spazio (1965) del nostro Mario Bava, noto negli USA come Planet of the Vampires. L’operazione è ripetuta quasi in contemporanea da “Famous Monsters of Filmland” del mitico Forrest J. Ackerman (probabilmente il più grande fan e collezionista del cinema horror mai vissuto) che nell’agosto 1979 pubblica un pezzo pieno di foto che indicano i chiari “antenati” del film: dubito fortemente che in decenni a noi più vicini una rivista si permetterebbe tanto.

Con l’autunno arrivano i brividi a freddare il caldo entusiasmo. In un lungo articolo su “Fantastic Films” un amareggiato Dan O’Bannon racconta il suo personale incubo alla corte della Fox, mentre ad ottobre John Brosnan su “Starburst” stronca il film: «La differenza principale fra Il mostro dell’astronave ed Alien è sostanziosa: almeno dieci milioni di dollari». Rimane però un caso isolato, perché le riviste specialistiche di solito evitano di dare giudizi, limitandosi a dar voce ai protagonisti e a studiare i film, più che commentarli.

Siamo agli albori del cosiddetto cinema di “fantascienza moderna”, lontano dagli schemi di serie B (o peggio) che hanno invaso gli schermi dal secondo dopo guerra e dato una pessima nomea al genere, relegandolo a “materia per appassionati”: un modo gentile per dire “stupidaggine, ma c’è a chi piace”. Come abbiamo visto, il pubblico che si interessava di cinema e leggeva le riviste specialistiche era perfettamente informato sin dall’inizio dei titoli che Alien palesemente stava scopiazzando, ma la reazione sembra essere stata la stessa del pubblico generalista: lo spettacolo era così nuovo, innovativo, potente e raccapricciante che i problemi di sceneggiatura sono passati tutti in secondo piano, dove rimangono tutt’oggi. La novità del film non sta certo nella storia, bensì nel rendere in modo diverso – e innovativo – qualcosa di già ampiamente conosciuto.


Le reazioni italiane

Il 5 agosto 1979 si instaura in Italia il primo Governo Cossiga, e un paio di mesi dopo – il 21 settembre – sul tavolo del comitato di censura presieduto dal nuovo Ministro del Turismo e dello Spettacolo, il democristiano Bernardo D’Arezzo, finisce Alien per essere visionato: con gran velocità già il 4 ottobre viene emesso il visto censura «per la proiezione in pubblico senza limiti di età». Davvero strano, per un film che tutti indicheranno come incredibilmente spaventoso. A dicembre lo stesso D’Arezzo imporrà il divieto ai minori di 14 anni ad Apocalypse Now (1979) e nel successivo gennaio addirittura Mad Max (1979) si vedrà imporre un divieto ai minori di 18 anni, lo stesso divieto che Vito Rosa, ministro del precedente Governo, nel giugno 1979 aveva imposto a I guerrieri della notte (1979) di Walter Hill.

Questa particolarità anticipa il fenomeno successivo, come vedremo. Il primo fanta-horror moderno viene visto dal pubblico come horror ma dalla censura come fantascienza. Infatti Capitan Rogers nel 25° secolo (1979), Star Trek. Il film (1979). The Black Hole. Il buco nero (1979) e L’uomo venuto dall’impossibile (1979) non subiscono alcun divieto, mentre Amityville Horror (1979) e Nosferatu. Il principe della notte (1979) sono vietati ai minori di 14 anni. Possibile che Alien, che così tanta paura pare aver generato in tutti i testimoni dell’epoca, sia considerato alla stessa stregua del buco nero disneyano?

Sicuramente le riviste specialistiche e le pubblicazioni per appassionati avranno dato agli italiani la notizia dell’uscita americana di Alien con largo anticipo, ma è difficile recuperare quelle fonti per sincerarsene. Mi piace pensare che il primo ad annunciare il film in Italia sia stato Danilo Arona, grande firma dell’horror italiano di sottile inquietudine, quando nel marzo del 1979 parla del film («che presenterà un mostruoso alieno intergalattico, un “carnivoro” alto più di due metri che terrorizza l’equipaggio di una gigantesca astronave») nello speciale “Fantacinema 1979” del numero 36 della storica rivista “ROBOT”.

L’annuncio successivo che ho trovato risale a lunedì 9 luglio 1979 su “Stampa Sera”:

«Los Angeles – Da due settimane 136 sale cinematografiche americane proiettano il nuovo grande kolossal hollywoodiano, che la Twentieth Century Fox ha realizzato riproponendosi di battere, sotto tutti i punti di vista, i vari Lo squalo, Guerre stellari, Incontri ravvicinati del terzo tipo. […] La ricetta di Alien consiste nel mescolare fantascienza e terrore allo stato puro. Pare che ci sia riuscito. Dai cinema dove lo proiettano giungono notizie di spettatori svenuti, scappati urlando, rifugiati nelle toilettes. Tutto questo non danneggia gli incassi, anzi sembra che il fascino del terrore induca ancor più gente ad andare a vedere il film.»

La panzana della gente che si sente male in sala è un trucchetto che funziona sempre, sin dagli anni Trenta del Novecento in cui già lo usava la Universal per sponsorizzare Frankenstein: malgrado Matinee (1993) di Joe Dante abbia spiegato tutto sull’argomento, ancora oggi ogni maledetto film horror viene accompagnato da leggende di spettatori colti da malore, con i giornalisti che fanno a botte per ripeterle identiche, per un pubblico che sembra cascarci ogni volta. Oltre a parlare di «quasi dieci miliardi» di incasso (all’incirca 50 milioni di dollari dell’epoca, che potrebbe anche starci), non fornisce molte altre notizie.

da “Stampa Sera”, 9 luglio 1979

A recensire Alien per il quotidiano torinese è Riccardo Valla, nome illustre della fantascienza in Italia, che anticipa un’amarezza che avrà modo in seguito di spiegare meglio.

«Basta con i cavalieri Jedi, e basta anche con gli illuminati extraterrestri di Spielberg, ritrosi come fanciulle e infinitamente saggi. Quest’anno lo spazio è all’insegna dell’orrore, e i viaggiatori interstellari stiano in guardia: mai voltare le spalle a una porta, mai staccarsi da una parete. Il nostro extraterrestre è in agguato: forse già cammina accanto a voi.»

Giocando con gli stilemi del genere horror Valla sta piazzando frecciate chiare: la fantascienza “pura” ha lasciato spazio a trovate alla Hitchcock e alla Dario Argento (nomi citati da lui) «e assicura traumi a ripetizione, deliqui e svenimenti». Già c’è un solo film di fantascienza all’anno, si lamenta il recensore, se poi lo contaminate con l’horror che fine fa questo glorioso genere?

da “La Stampa”, 14 luglio 1979

Difficile trovare una qualifica letteraria che stoni addosso a Masolino d’Amico: traduttore, critico, scrittore, saggista, curatore, recensore, professore: aggiungete quello che volete, sicuramente lo è o lo è stato. La sua guida illuminata al mondo di Oscar Wilde mi è molto cara, e tutto questo fa sembrare ancora più incredibile… che sia stato persino fra i primi italiani a recensire Alien!

Estratto da “La Stampa” del 24 agosto 1979 (pagina 3)

«Domanda per i sociologi: perché gli spettacoli che al momento mettono d’accordo pubblico e critica di New York appartengono tutti al genere gruesome, ossia torvo, sanguinoso, sinistro?» Con questa domanda Masolino d’Amico inizia il suo pezzo per il quotidiano “La Stampa” di venerdì 24 agosto 1979 in cui dà notizia di due spettacoli horror che infiammano la Grande Mela: il secondo, a sorpresa, è il musical Evita! A noi però interessa il primo, di quei due spettacoli gruesome raccontati.

«Dieci settimane di code davanti ai cinema confermano la lungimiranza della Twentieth Century Fox, che ha affidato nove milioni di dollari a un quasi esordiente, Ridley Scott, per il terrificante horror movie spaziale Alien, film in cui il talento di regista, interpreti e curatori degli effetti speciali (inglesi, con la ormai fatidica eccezione del nostro Carlo Rambaldi) è messo al servizio di una storia che ha il solo, dichiarato obiettivo di suscitare ribrezzo e paura.»

La trama non convince molto il nostro inviato, che la paragona ad una semplice rivisitazione moderna di Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, ma lodi sperticate vanno a Ridley Scott: «Nelle sue mani l’incubo acquista una inquietante plausibilità, e il risultato va classificato senz’altro fra i film più angosciosi e terribili che si ricordino».

da “La Stampa” (27 ottobre 1979)

Ritorna poi sull’argomento Riccardo Valla, a cui lo stesso quotidiano il 27 ottobre 1979 affida un’intera pagina per spiegare il film agli spettatori italiani. «Un film che porta sullo schermo panoramico i vecchi timori degli anni Cinquanta». Con una semplice frase Valla fa velatamente sapere ai lettori che dalla trama non c’è da aspettarsi nulla di nuovo, e se questi non hanno capito allora, nello stesso paragrafo, va giù duro: «Alien è la riesumazione della vecchia pellicola La “cosa” da un altro mondo che ancora circola nelle TV private». Ma questo, sia chiaro, non è il peggiore dei difetti del film: il problema principale con il primo fanta-horror moderno al cinema, infatti… è l’horror.

«Niente di strano che già in partenza il film Alien puntasse ad essere un film raccapricciante, e non un semplice film di fantascienza. La science-fiction lasciamola al prossimo film degli studi Walt Disney, Il buco nero, e alle sue astronavi ben lucidate: per fare breccia nel cuore e nel libretto d’assegni dei produttori, lo sceneggiatore di Alien, Dan O’Bannon, ha dovuto promettere scene di sangue e di macelleria, come in Zombie o nei film di Dario Argento.»

Oggi queste critiche potrebbero addirittura essere viste come lodi, data la stima che godono le opere con i morti viventi e l’horror in generale: per Valle, in quel 1979, è chiaro che qualsiasi spazio dato all’elemento orrorifico è rubato alla fantascienza, genere che dagli anni Sessanta in Italia aveva faticato enormemente per uscire dal ghetto intellettuale del “genere”, e ora rischiava di essere di nuovo rinchiuso in gabbie schematiche.

da “l’Unità”, 27 ottobre 1979

«Alien è il film che consolida ulteriormente l’immortale passione di Hollywood per i prodotti sintetici. Ieri la cartapesta, oggi la plastica». Com’è facile capire dall’incipit della recensione del quotidiano “l’Unità” del 27 ottobre 1979, la reazione del quotidiano romano non è stata per nulla affascinata.

La scarna simbologia del film è assai facile da individuare, nelle sue forme evidenti di xenofobia avveniristica. Non c’è dunque bisogno di sprecare molte ciance sulla “diversità” dell’Alieno come hanno fatto i sociologi in Francia. Del resto, il kolossal di Ridley Scott è anch’esso un alieno rispetto al cinema, ancor più di quel flipper di massa che era Guerre stellari

Dunque in Francia ci sono stati dei sociologi che si sono occupati della creatura del film e della sua simbologia? Più interessante che una critica aspra addirittura anticipi la radice “xeno-” che entrerà anni dopo nell’universo del film. La recensione continua parlando di «cinema horror fracassone» ed anticipando uno dei temi che farà tanto dispiacere a Sigourney Weaver: «Una donna intrepida, virile e diffidente come le migliori massaie americane», davvero una definizione spinosa per Ripley.

da “La Stampa”, 30 ottobre 1979

Tre giorni dopo Stefano Reggiani su “La Stampa”, addirittura in prima pagina, dà per scontato che l’enorme successo riscosso in patria dal film sarà replicato anche in Italia:

«Alien si ripromette di ottenere altrettanto successo, suscitando uguale paura in Italia. Non sarà un’impresa difficile perché il film raccoglie gli archetipi, le immagini originarie, dei nostri spaventi e le distende con semplicità geniale. Non c’è nessuna tortuosità nel racconto.»

È una lode o una velata critica? Pare che sia il primo caso, per cui una linearità del racconto fa da contrappeso al tema dell’altro ben trattato nella vicenda.

Difficile ricostruire il panorama delle riviste del 1979 per scoprire quali si siano occupate dell’uscita del film: l’unica che ho trovato è “Boy“, settimanale del quotidiano “Corriere della Sera” dedicato allo spettacolo e, in generale, alle mode e tendenze giovanili, con anche dei fumetti brevi ed autoconclusivi all’interno. Un breve articolo dedicato al film, firmato Giovanna Grassi, è a metà fra critica e complimento.

«Per alcuni aspetti Alien non è un grande film perché non ha una armonia di regia e una compattezza di stile e di scrittura da vero autore. Ma Alien coglie tutti i bersagli che si era prefisso: spaventa, incuriosisce, affascina, ci fa interrogare sul futuro e sul presente. Strutturalmente, perciò, la pellicola può essere criticata, ma nel complesso convince e, nella memoria, cresce giorno dopo giorno.»

Nel 1984 il Dizionario universale del cinema di Fernaldo Di Giammatteo non lascia spazio all’ottimismo.

«Si tratta di un plot in cui l’apologo psicoanalitico, disseminato in molti particolari secondari, è confuso con elementi dell’horror movie, della più tradizionale science fiction – la lotta contro l’alieno – e del thrilling. In realtà attori e regista sembrano al servizio di una macchina spettacolare che si esalta negli effetti speciali e in occasione dell’apparizione del solito mostro partorito dalla fantasia dell’italiano Carlo Rambaldi, inventore di King Kong

Quelle dei recensori italiani non sembrano reazioni positive. Chi ama la fantascienza incolpa il film di essere troppo horror, in un periodo in cui questo è ancora un difetto, così come le infinite analisi psicoanalitiche che seguiranno sembrano in questi primi momenti viste di malocchio. Forse è anche da questo che si misura un film innovativo: quando spiazza tutti i commentatori.

Mi piace chiudere la rassegna delle reazioni italiane con il settimanale “Topolino”, che nel 1980 (purtroppo non ho dati più precisi: ho solo dei cartacei senza data!) presenta uno speciale sul cinema degli effetti speciali: in tempi di buonismo finto e ossessivo, stupisce scoprire Alien su “Topolino”…

(Continua)


L.

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2 pensieri su “La Storia di Alien 13. Reazioni

  1. A casa ho una copia di Topolino del 1986-87 con la pubblicità di Aliens, o addirittura un articolo sul film; non ricordo.
    Erano altri tempi, dove i bambini potevano leggere di Aliens ma non sapevano come vederlo. Oggi i bambini non possono leggere di Aliens, ma saprebbero dove vederlo.

    Piace a 1 persona

    • Ahahha vero! ^_^
      Se quella di Aliens è una pubblicità a doppia pagina, ce l’ho anch’io. Non ricordo se sono riuscito a risalire al numero – sono stato un pessimo archivista a conservare solo il ritaglio cartaceo senza annotare il numero da cui deriva! – nel caso saresti in grado di aiutarmi? Quando ti capita 😉

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