La Storia di Alien 11. Mostri in azione (2)


11.
Mostri in azione

(parte seconda)

L’agente Peter Archer entra in un pub del West End di Londra per farsi un goccetto: dà un’occhiata in giro e strabuzza gli occhi. Quanto è alto quel tizio laggiù? Un momento, c’è una produzione cinematografica che ha indetto un casting per chiunque sia straordinariamente alto. Archer si avvicina al giovane di colore e gli chiede se è interessato a fare un provino. Il 26enne nigeriano si ritrova in una stanza davanti a Ridley Scott, che lo guarda ammirato: ha appena trovato l’alieno.

Dal documentario The Alien Legacy (1999)


L’alieno nigeriano

Bolaji Badejo è originario del Lagos (Nigeria) e studia arte fra Etiopia, Londra e gli Stati Uniti, viaggiando con i genitori: quel che conta è che è alto 2,08 metri. Scott sta cercando ragazzi così alti fra i giocatori di basket ed ha fatto il provino ai 2,18 metri di Peter Mayhew, attore che l’anno prima ha indossato il celebre costume di Chewbacca in Star Wars e che è scomparso proprio in questo 2019. Badejo è più basso di dieci centimetri ma ha una figura così longilinea che risulta decisamente più adatto ad indossare un costume senza sembrare… troppo umano.

«Appena entrai nella stanza, Ridley Scott capì di aver trovato la persona giusta», racconta il giovane a Frederick Clarke ed Alan Jones che lo intervistano per “Cinefantastique” (autunno 1979). Nel maggio del 1978 Badejo firma con la produzione e può iniziare la creazione del suo costume alieno in vista delle riprese estive. Nelle intenzioni di Scott il costume dovrebbe essere condiviso fra tre persone – Badejo, un mimo e un esperto di karate – ma trovare altri con lo stesso rapporto di altezza e magrezza risulta impossibile. O comunque troppo lungo per una produzione dai tempi così ristretti.

Malgrado l’enorme impegno di Badejo, solo una minima quantità delle scene da lui interpretate come alieno sono finite nel montaggio finale del film, mentre fra quelle presenti nei vari “dietro le quinte” la più famosa è sicuramente la scena in cui si muove sinuosamente verso Veronica Cartwright.

«L’idea era che la creatura dovesse essere tanto aggraziata quanto letale, perciò erano necessari movimenti lenti e studiati. Invece in altri momenti erano necessari movimenti d’azione molto rapida. Ricordo che dovevo scalciare Yaphet Kotto e mandarlo contro una parete. Veronica era letteralmente pietrificata. Io mi agitavo con del sangue nella bocca ed era incredibile: lei non stava recitando, era davvero terrorizzata.»

La faccia dell’attrice conferma che Badejo sta facendo un ottimo lavoro

L’attrice conferma, a The Beast Within (2003):

«Era incredibile, le mani gli arrivavano sotto le ginocchia quando stava dritto. Gli misero dei guanti con delle mani allungate e gli fecero indossare la testa, lo mandarono a lezioni di tai chi e di mimo perché imparasse a rallentare i movimenti, a maneggiare le cose e a raggomitolarsi. La prima volta che mi cattura è rannicchiato in questa posizione, poi si alza e si distende… Da brivido!»

Una delle celebri scene tagliate del film: immagine presa da The Beast Within (2003)

Ridley Scott, come vedremo, preme molto perché l’alieno stia “raggomitolato” quando non agisce, e celebri foto di scena mostrano Badejo accucciato: è più che evidente che non potrà mai raggomitolarsi come vuole Scott…

Badejo è troppo umano per raggomitolarsi come vuole Scot…

Abbiamo forse una testimonianza dell’idea originale del regista, che poi sul set si è scontrata con la realtà dei fatti – cioè che un attore umano in un costume non può raggomitolarsi più di tanto – e arriva dalla versione a fumetti del film, come fa notare questo post del 2014 del blog alieno “Strange Shapes”. In questo si riporta che il disegnatore Walter Simonson affermerebbe di aver visto nel dicembre 1978 una proiezione di prova del film dalla durata di due ore e mezza. Durante questa lunga visione di un film non ancora completo, che in seguito sarebbe stato pesantemente tagliato e rimontato, Simonson giura d’aver visto la scena nota come ”Alien in a box”, trovandola stupenda. Quando si ritrova a disegnare il fumetto Alien: The Illustrated Story, con testi di Archie Goodwin, non ha avuto dubbi nel ritrarre la trasformazione dell’alieno da “scatola” a xenomorfo.

La resa a fumetti della “scena fantasma”, assente nel film
(dalla versione italiana di Alien: The Illustrated Story, Diábolo Edizioni, novembre 2013)

Malgrado non esistano prove documentali, non è da escludere che Scott abbia fatto di tutto per avere un “Alien Transformer”, così da dare l’idea di una creatura che può essere dappertutto nell’ambiente circostante – come infatti sarà per il finale del film – alla fine ammettendo la sconfitta e cancellando dal montaggio finale ogni accenno alla questione. Personalmente trovo l’idea trattata decisamente meglio da James Cameron nel 1986, con i suoi alieni che sono raggomitolati in modo perfetto finché… non escono fuori «dalle fottute pareti».

C’è un giovane nigeriano che si aggira per la Nostromo

Per quattro mesi, da agosto a novembre 1978, Badejo è a disposizione della produzione: per tre-quattro giorni alla settimana o nei weekend può ricevere una telefonata che lo invita agli Shepperton Studios per girare. «Mi dicevano: “Torna che dobbiamo rigirare una scena”, ma poi quando ero lì volevano fare qualcos’altro. C’erano sempre nuove idee da provare». Il tutto avviene esclusivamente con H.R. Giger e Ridley Scott: nessun altro può studiare le scene che coinvolgono la creatura, per migliorare o cambiare il modo in cui si muove e in cui appare su schermo. Come detto, la maggior parte del girato di quei quattro mesi di lavoro non è mai arrivato neanche alla sala di montaggio.

«Ridley aveva molte più idee di ciò che si vede oggi nel film, ma alcune cose erano impossibili da eseguire. C’era una scena in cui penzolavo appeso al soffitto, sospeso a tre o quattro metri da terra, raggomitolato: ero come imbozzolato, e mentre scendevo lentamente distendevo gli arti. Solo che… non riuscivo a farlo. Avevo un’imbracatura che mi sosteneva all’altezza dello stomaco, e ad eseguire quei movimenti finivo soffocato.»

Foto di scena durante gli infiniti tentativi di una scena impossibile da realizzare

La scena è quella del primo attacco del mostro, contro Brett, e Scott prova ad usare controfigure più atletiche ma senza successo. In uno dei vari tentativi di creare una sequenza che lo soddisfi, Scott prende il povero Badejo e lo lega ad una sorta di enorme yo-yo che, da un’altezza di cinque metri, “srotola” l’attore in costume fino a farlo piombare sulla vittima: alla fine della corsa, Badejo si ritrova a testa in giù, con il sangue alla testa e in stato confusionario. Dopo innumerevoli tentativi, tutti falliti, il regista si arrende: primi piani confusi e un montaggio velocissimo chiuderanno in modo sbrigativo una scena fallita.

Un’immagine dell’alieno “appeso” reinserita nell’edizione “Director’s Cut” del film

Il costume indossato da Badejo e la sua controfigura è una creazione in lattice che Giger ha creato con un costo di 250 mila dollari, ed è formato da una quindicina di pezzi componibili su una base aderente di colore nero. Con tutto l’armamentario indosso e la testa ferma per non far ondeggiare troppo la testa aliena allungata, Badejo non è certo a proprio agio sul set: con il costume indosso è alto 2 metri e 10 mentre i soffitti della Nostromo sono al massimo di due metri.

«Dovevo stare molto attento a qualsiasi movimento. Faceva un caldo terribile, soprattutto in testa: potevo tenere quel costume solo per quindici o venti minuti per volta. Quando me lo toglievo, la mia testa era zuppa.»

Quante volte hanno sparato al povero Badejo?

I problemi maggiori avuti con il costume sono nella scena finale, quando l’alieno è espulso dalla Narcissus e, dopo aver penzolato nel vuoto spaziale, risale attraverso i motori.

«Devo aver strappato il costume due o tre volte, e ogni volta che scendevo la coda di staccava. Non era però un problema per loro, avevano più costumi. Ricordo di aver ripetuto quella scena per almeno quindici riprese. Alla fine ho detto “Basta!” C’era un sacco di fumo, era difficile respirare e faceva un caldo infernale.»

Sembra facile, stare appesi nel vuoto…

Va di nuovo ricordato che la maggior parte degli sforzi del giovane attore sono stati vani, e che le scene in cui indossa il costume alieno solo in minima parte sono finite nel montaggio definitivo del film: in proporzione è più visibile la testa meccanica dell’alieno: quella con l’iconica lingua allungabile. Una lingua che parla italiano.

Una lingua… che parla italiano

Il produttore associato Ivor Powell, amico stretto di Scott e suo consigliere personale, racconta al documentario The Beast Within (2003) che sin da subito la trasformazione dei disegni di Giger in un mostro “concreto” ha dato problemi.

«La realizzazione del mostro ci preoccupava molto. Cercare la persona adatta divenne uno dei miei compiti principali e trovai Roger Dicken. […] Gli sarebbe piaciuto molto realizzare l’alieno adulto e in effetti facemmo diversi tentativi, finché Gordon Carroll, uno dei tre produttori del film, il più importante, chiamò Carlo Rambaldi. Si rivolsero a lui per mettere in pratica i progetti di Giger. Facemmo un paio di tentativi sulla coda d la testa con la troupe di Shepperton, realizzammo un’elaborata coda meccanica che però non funzionò mai bene. Per cui facemmo diversi tentativi prima di rivolgerci a Rambaldi, superando di gran lunga il budget, purtroppo. Ma da quel momento in poi, funzionò.»

Il “tocco italiano” in Alien. (Foto presa da “Alien Legacy”, 1999)

Proveniente dal grande mondo del peplum di CineCittà, il ferrarese Carlo Rambaldi viene portato al successo da Dino De Laurentiis: il suo lavoro per King Kong (1976) gli fa ricevere un Premio Oscar nel 1977. D’un tratto dai film di seconda, terza o quarta categoria in Europa Rambaldi si ritrova in America a giocare in serie A: appena finito di creare l’extraterrestre per Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) – e Steven Spielberg si ricorderà di lui quando nel 1982 dovrà gestire un altro ExtraTerrestre, per il quale vincerà il terzo Oscar – il tecnico italiano si ritrova a lavorare agli effetti speciali del film Alien, per il quale riceverà il suo secondo Oscar l’anno successivo, insieme a tutta la squadra dei tecnici.

Carlo Rambaldi che prova il meccanismo della testa aliena

Al giornalista Glenn Lovell di “Cinefantastique” (autunno 1979), Rambaldi racconta di aver ricevuto una telefonata dall’ufficio londinese della produzione di Alien: «Chiedevano il mio aiuto perché era impossibile per loro ottenere ciò che volevano». Ricevuti tutti i disegni di Giger della testa aliena, Rambaldi accetta l’incarico: in quattro settimane troverà il modo di creare una lingua allungabile.

Il tecnico nostrano inizia a lavorare nella sua compagnia hollywoodiana, «con ben poca collaborazione dalla produzione inglese», specifica il giornalista Lovell. Butta giù schemi della testa aliena e delle parti meccaniche necessarie, ideando i movimenti facciali caratteristici della creatura e facendo delle modifiche al disegno originale di Giger per venire incontro ai requisiti meccanici necessari: in The Beast Within (2003) dirà invece che non ha modificato in alcun modo i disegni di Giger. Scolpita una versione finale della testa aliena, manda tutti i disegni e un video del modello finito alla produzione per l’approvazione finale. Ricevuto il via libera, procede alla creazione dello stampo della propria scultura, infilando la testa in una speciale mistura di poliuretano di propria creazione per dare flessibilità alle parti mobili.

Geni all’opera: sullo sfondo, Giger e Carlo Rambaldi

La testa in poliuretano contiene al suo interno una solida struttura scheletrica in fibra di vetro modellata. Le parti mobili sono legate alla testa da punti di giunzione. La faccia da teschio dell’alieno è attaccata alla testa mediante un perno che permette movimenti controllati sia in orizzontale che in verticale. Questo fa sì che la faccia aliena guardi da una parte all’altra senza che questo corrisponda al movimento dell’intera testa. File di denti metallici sono attaccati alle mascelle: Rambaldi sceglie di utilizzare l’acciaio per i denti così da fornir loro un forte riflesso, aggiungendo il giusto tocco inquietante alla creatura.

Un italiano a bordo della Nostromo

Completato il lavoro, Rambaldi parte per l’Inghilterra e si presenta a Ridley Scott con sotto braccio due delle tre teste costruite (due meccaniche da usare per i primi piani ed una leggera, non meccanica, per i piani lunghi). Spiegato ai tecnici del posto come funzionano le teste, il nostro tecnico deve andarsene perché impegnato in impegni presi precedentemente. Cosa deve fare, visto che il film successivo in cui troviamo la sua firma è il mio amato La mano (1981) di Oliver Stone? Le scene in cui si vede la mano tronca muoversi sono talmente poche che forse Rambaldi poteva passare anche qualche giorno in più sul set di Alien, in quell’estate del 1978. Comunque lascia il suo collaboratore romano Carlo DeMarchis ad occuparsi delle teste aliene.

«Quando mostro questa testa agli amici, rimangono sorpresi. “Questo è l’alieno?”, esclamano. Non lo riconoscono perché nel film non hai mai un’inquadratura chiara. Hanno usato tutti i movimenti, ma le inquadrature della testa sono così veloci e l’azione così frastagliata che è difficile riuscire a capire cosa si stia guardando. Se avessi collaborato con il regista, il che mi è stato impossibile, avrei preferito maggior presenza in video della creatura, così da permettere al pubblico di notare i particolari. Secondo me, ho dato al regista 100 possibilità e lui ne ha usate 20. Forse aveva una ragione per farlo, magari sentiva che era preferibile lasciare l’alieno all’immaginazione.»

Da questa dichiarazione è chiaro che Rambaldi è proiettato verso tutt’altro tipo di cinema fantastico, quello che avrà molto successo negli anni Ottanta e baserà la sua fama sul mostrare creature fantastiche create da grandi artigiani. Scott sta facendo un film totalmente diverso, che crea la paura nello spettatore proprio mediante la negazione di quel conforto che arriva “razionalizzando” il mostro, cioè potendolo vedere nella sua interezza.

Rambaldi mostra lo schema della lingua aliena a The Beast Within (2003)

Quando però nel 2003 sarà intervistato per The Beast Within, il nostro Carlo forse avrà cambiato idea o decenni di dichiarazioni si sono stratificati a creare un’altra versione della storia. Al documentario infatti racconta che ha condiviso con Scott i suoi dubbi e il regista gli ha subito spiegato che avrebbe mostrato il meno possibile il mostro per fare più paura, convincendolo. Eppure mentre all’obiettivo mostra i disegni della lingua aliena si vede sulle sue gambe un numero della rivista “Cinefantastique” dove ha dichiarato l’esatto contrario…

La paura in Alien nasce dalle storie che cambiano negli anni…

Sommando le dichiarazioni di Dicken, sulla confusione totale dei produttori che non sapevano cosa stavano cercando; la richiesta d’aiuto a Rambaldi perché la resa in pratica dei disegni di Giger non stava avendo i risultati sperati; il racconto di Badejo per cui quattro duri mesi di riprese sono stati fondamentalmente inutili, visto che solo pochi secondi della sua creatura sono poi finiti nel film montato; le difficoltà con la scena della morte di Brett che hanno portato a tagli selvaggi dell’intera sequenza; le stesse difficoltà con la scena di Lambert, anche lì quasi interamente tagliata via e addirittura la donna non muore, visto che viene mostrato il corpo di Brett al suo posto (come abbiamo visto); visti i problemi con la scena finale dell’alieno nello spazio, girata in più modi nel tentativo di rendere al meglio una sequenza che non sembrava venire come preventivato; visto tutto questo c’è da ipotizzare che tutto il discorso sul “visto e non visto”, su “Lo Squalo nello spazio” e la filosofia del non far vedere il mostro… forse è fare buon viso a cattivo gioco.

L’alieno cade dall’alto su Brett…

… lo afferra…

… e lo trascina in alto reggendolo con la coda.

Ripresa poi tagliata, mostrata nel documentario The Alien Legacy (1999)

La sensazione è che Scott avesse a disposizione una creatura stupenda ma che il risultato poi girato non fosse all’altezza delle aspettative, visto che la maggior parte delle scene con l’alieno sono state girate con grande fatica ma poi quasi tutte scartate: se l’idea era non mostrarlo, perché perdere mesi a riprenderlo in scene poi quasi tutte eliminate? Di sicuro Scott ha fatto la scelta giusta e non mostrare l’alieno è stata l’idea vincente, ma forse… non è stata una scelta, bensì una necessità dovuta a problemi di produzione.

Chissà com’era quell’Alien di due ore e mezzo visto dal disegnatore Simonson nel dicembre 1978…

(Continua)


Fonti:

  • The Alien Lecacy (1999), videodocumentario diretto da Michael Matessino per la 20th Century Fox Home Entertainment e distribuito all’interno del cofanetto DVD “Alien Legacy”.
  • The Beast Within: The Making of “Alien” (2003), videodocumentario scritto e diretto da Charles de Lauzirika per la 20th Century Fox Home Entertainment e distribuito all’interno del cofanetto DVD “Alien Quadrilogy”.
  • Frederick S. Clarke e Alan Jones, Bolaji Badejo: “The Alien”, da “Cinefantastique” volume 9 numero 1 (autunno 1979)
  • Glenn Lovell, Carlo Rambaldi, Creator of Alien Head Effects, da “Cinefantastique” volume 9 numero 1 (autunno 1979)

L.

– Ultimi post simili:

3 pensieri su “La Storia di Alien 11. Mostri in azione (2)

  1. Mi permetto di segnalarti una piccola cosa: nella scena dell’espulsione dalla navetta dell’alieno in realtà non è Badejo che viene sparato e che cade ma lo stuntman Powell. Badejo sulla Narcissus recita solamente nella scena in cui è “nascosto” nei compartimenti della navetta. Infatti, la sua citazione su “quanto facesse caldo” e che ruppe il costume più volte di riferisce a quella ripresa 🙂

    Piace a 1 persona

    • Il povero Badejo è stato impegnato in molte più scene di quelle poi effettivamente usate, anzi semmai lo si “vede” ben poco su schermo, visto che gran parte di ciò che ha vissuto è stato cancellato. (Chissà, magari per il 50° anniversario raccoglieranno le pellicole rimaste in sala montaggio per metterle come “contenuti speciali” di qualche edizione.)
      Il giovane non aveva idea di cosa poi sarebbe stato utilizzato e come, il suo racconto si riferisce ad una scena appeso alla Narcissus: probabilmente fa parte di quelle decine di minuti tagliati via nel montaggio finale.

      "Mi piace"

      • Sull’articolo di Cinefantastique la cosa non è molto chiara. L’articolista si riferisce alla scena con l’alieno che fa su e giù all’esterno dalla navetta, ma nella citazione Badejo parla di “fumo” e “caldo”. Non si è mai visto fumo e calore in quella ripresa e nel set, al massimo acqua ad alta pressione e retroilluminazione per i propulsori. Invece, c’è molto fumo e calore proprio nella scena in cui lui esce dai “tubi e cavi” della Narcissus.

        "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.