[1996-06] Steve Perry su “Starlog” 227

Traduco questa intervista apparsa sulla rivista specialistica “Starlog” n. 227 (giugno 1996).


Dark Destinies

di John Vester

da “Starlog”
n. 227 (giugno 1996)

Con il suo “L’Ombra dell’Impero”,
il romanziere Steve Perry rende più suro l’universo di Star Wars

«Qual è il tuo piano?» viene chiesto ad Indiana Jones ne I predatori dell’arca perduta (1981). «Non lo so», è la sua risposta: «in qualche modo mi arrangerò [I’m making this up as I go]». Da quel momento e fino alla fine del film il pubblico è convinto che lui davvero non abbia alcun piano. Gli spettatori sospendono volutamente la loro incredulità malgrado dietro quel prodotto ci sia un esercito di professionisti che seguono piani dettagliati.

La Lucasfilm conta sullo stesso effetto per il suo nuovo universo multimediale di Star Wars: mentre sembra una semplice coincidenza di libro, fumetto e gioco, si tratta dello schieramento di un gruppo di persone talentuose.

Pochi sono meglio informati di Steve Perry, autore del romanzo Star Wars: Shadows of the Empire. «La Lucasfilm ha avuto l’idea per un posto, per un cattivo e per quello che ad Hollywood chiamano springboard: un’idea sulla direzione narrativa da prendere», spiega Perry. In tutte le sue incarnazioni, Shadows riempie l’intervallo fra i film L’Impero colpisce ancora e Il ritorno dello Jedi, un luogo dove nessun libro autorizzato si è mai avventurato. «La Lucasfilm voleva chiudere la serie con un po’ di fuochi d’artificio così da generare interesse per la successiva generazione di film. Credo che qualcuno si sia reso conto che fra quei due film c’era un intervallo di tempo abbastanza lungo e molte domande senza risposta.»

Perry ha avuto l’opportunità di fare questo libro grazie al suo lavoro in un altro universo. Tom Dupree, editor alla Bantam tanto per i progetti di Star Wars quanto per le novelization dei fumetti Dark Horse di Aliens, ha contattato Perry per scrivere una versione romanzata del film The Mask (1994). «Mi ha chiamato, un giorno», ricorda Perry, «e ha detto: “Non ho soldi da spenderci, non prenderai royalties e mi serve in fretta”. Be’, come avrei potuto rifiutare?»

The Mask permise a Dupree di offrire a Perry Shadows of the Empire. «A quel punto la Lucasfilm aveva il progetto», continua l’autore, «e stavano cercando lo scrittore. Ho mandato qualche mio lavoro e un paio di romanzi di Aliens a Tom, che li rigirò alla Lucasfilm e parlò in mio favore. Non so i criteri che usano di solito per scegliere gli scrittori, a parte che siano in grado di produrre del materiale pulito e in tempo con le scadenze. Il tempo è sempre essenziale in progetti come questo.»


Star Time

Gestire il tempo è decisamente uno dei punti forti di Perry. Con 33 libri pubblicati, trenta copioni televisivi prodotti, qualche dozzina racconti, molti saggi, recensioni e articoli tecnici, la produzione a scadenza è una sua forza. «Il segreto è presto detto», confessa l’autore: «scrivo veloce. Cinque giorni a settimana alla tastiera, come un vero lavoro, e cerco di completare dieci pagine al giorno, in prima bozza. Finora non ho mai subìto alcun blocco dello scrittore, e questo aiuta. Non mi pesa molto il mio lavoro: se non ti diverti non ne vale la pena. Se fossi sempre impaurito, dovessi tirar fuori ogni parola a fatica e cavarle con il sangue, farei qualcos’altro nella vita. Non avrebbe senso fare lo scrittore.»

Il primo passo nel creare l’evento multimediale Shadows of the Empire era organizzare un incontro allo Skywalker Ranch. «Era l’inizio di novembre del 1994. Ci sedemmo attorno ad un tavolo insieme ad un sacco di gente – Howard Roffman, Lucy Wilson, Sue Rostoni, Allan Kausch della Lucasfilm, John Knoles, Steve Dauterman e Larry Holland della LucasArts, la gente che si occupa dei giochi. La Dark Horse era presente mediante telefono e fax. È stato un gran bell’incontro, un insieme di persone in gamba con un sacco di buone idee. Non c’era un solo “incravattato” fra noi.»

L’incontro serviva ad espandere il brogliaccio iniziale. Perry presentò una lista di personaggi e vari gruppi studiarono quali avrebbero funzionato meglio nei vari altri progetti. Per esempio gli addetti ai videogiochi menzionarono cose che nel loro campo avrebbero fatto una buona riuscita, e chiesero se avrebbero funzionato in un libro. Già in quella fase preliminare era chiaro quanto Shadows of the Empire fosse un grande progetto.

Uscirà un fumetto in sei numeri per la Dark Horse, sempre con il titolo Shadows of the Empire. «Ma», specifica Perry, «non è la stessa cosa. Il soggetto principale è quello, ma sarà raccontato attraverso gli occhi di altri personaggi. Ci sono un paio di punti in cui romanzo e fumetto si incontrano, ma per il resto vanno ognuno per conto suo: non è la stessa esperienza e coinvolge personaggi diversi. Alcuni funzionano meglio nel fumetto che nel romanzo.»

Il passo successivo è stato abbozzare una trama, alla quale Perry ha iniziato a lavorare già durante il viaggio di ritorno a casa. Dopo qualche spunto ricevuto da Dupree e dalla Lucasfilm, la trama definitiva è diventata la base per il libro. «Quando scrivi la trama per un tuo libro puoi andare dove vuoi, ma in questo caso altre persone dovevano basarsi sulla stessa trama per le loro opere, quindi mi ci sono attenuto strettamente.»

Sebbene Perry si occupi solo del romanzo, è la chiave di volta degli altri autori, principalmente perché è stato il primo a completare il suo compito. «Ho finito con il romanzo prima che fosse completata la struttura del fumetto e che fosse pronto il gioco, così la Lucasfilm ha deciso che – visto che il libro sarebbe stato il primo ad essere pubblicato – sarebbe stata la base per tutti gli altri.»

Non era strano per Perry ricevere telefonate dalla Dark Horse riguardo ai fumetti, o dagli sviluppatori di giochi per discutere su come dovessero apparire le astronavi, i colori e i nomi. «È stata un’aventura cooperativa sin dall’inizio. In effetti alcuni degli altri scrittori di Star Wars mi hanno chiamato e mi hanno detto di avere un personaggio di un loro libro in uscita e mi hanno chiesto se c’era spazio per fargli fare una comparsata nel mio libro.»


War Secrets

In cosa risiede l’entusiasmo per questo Shadows of the Empire? A parte il fatto che sarà un fumetto, un gioco, un audiolibro e il soggetto di un volume della Del Rey dal titolo Making of Shadows of the Empire e che è ambientato fra il secondo ed il terzo film, cos’altro sappiamo? Purtroppo è tutto top secret, almeno finché il romanzo non verrà pubblicato. «Tutto ciò che posso dire», ammette lo scrittore, «è che ritroverete molti dei vostri personaggi preferiti, più un paio di nuovi arrivati. Parla del lato oscuro dell’Impero… dei bassifondi dell’Impero.»

Lo scrittore dice di aver adorato scrivere le scene dal punto di vista di Darth Vader. «Ho amato scrivere di lui. Non potevo scrivere una sola sua parola di dialogo senza sentire nelle orecchie la voce di James Earl Jones. Potrebbero esserci un paio di sorprese su ciò che pensa Vader in solitudine.»

Perry non lascia trapelare alcun segreto della Lucasfilm. «Sono molto protettivi con la trama, e non dirò nulla. Inoltre non voglio che siano delusi da me: se pensano che io sia in grado di tenere la bocca chiusa, magari lavoreranno ancora con me. Adorerei che George Lucas mi chiedesse di scrivere uno dei suoi nuovi film, e lo farei di sicuro. Ma la fila degli autori disponibili potrebbe ricoprire la circonferenza terrestre.»

Lo stesso Perry è rimasto impressionato di quanto sia vasto l’universo di Star Wars. «Ero allibito. Ho chiesto ad Allan Kausch se avessimo una mappa della galassia di Star Wars che mostrasse i luoghi delle varie avventure. È scoppiato a ridere e ha detto: “Stai scherzando? Ci sono centinaia e centinaia di pianeti: nessuno ha fatto una mappa perché sarebbe troppo grande”.»

Grandi dimensioni significa grandi problemi di continuità. «Secondo me una delle principali ragioni dei problemi di continuità è che quando la Lucasfilm ha iniziato questo progetto nessuno si era reso conto di quanto sarebbe diventato grande: si è allargato in ogni direzione. Ora che hanno messo insieme una squadra, tutto era già andato troppo in là. Ogni volta che inizi una grande serie di storie, ci vuole poco perché la cosa sfugga di mano. Così hanno dovuto passare un sacco di tempo a smussare i problemi di continuità.»

Naturalmente tutti sanno che l’ultima parola per quel che riguarda l’universo di Star Wars spetta a George Lucas. «Non so dire quanto lui sia coinvolto nello sviluppo dei romanzi, ma mi sono reso conto che presta attenzione a ciò che accade dietro le sue spalle. Non posso immaginarmi che sia arrivato dov’è semplicemente standosene svaccato con i piedi sul tavolo. Dopo tutto, è il suo universo.»

Perry ha già dovuto affrontare la continuità in occasioni precedenti, avendo scritto quattro libri di Conan. «Mi è stato chiesto di scrivere il mio primo romanzo di Conan da L. Sprague de Camp, che gestisce la proprietà del personaggio. Non avendo mai scritto di sword and sorcery volevo provarci e mi sono divertito, visto che Conan non è un personaggio complesso, i libri erano divertenti e la paga buona. Non ho tentato di ricopiare lo stile oscuro di Robert E. Howard, ma ho fatto di tutto per rendere vivi i romanzi, luminosi. Li ho ambientati nella giovinezza di Conan, quando aveva fra i 16 e i 17 anni: in quel modo non era necessario che sapessi cosa avesse fatto all’età di 25 o 35 anni.»

Anche nel suo universo narrativo, la serie dei romanzi dei Matador, Perry deve gestire la continuità. «L’universo dei Matador è una space opera che riguarda la formazione di un gruppo scelto di guardie del corpo che a volte lavorano per una confederazione galattica repressiva. Ciò che ho fatto è stato stilare una sorta di “Bibbia”, in cui c’è un’idea generale di cosa succeda e di chi siano i protagonisti, poi mi limito ad aggiungere tutto ciò che succede. Così se hai bisogno di sapere di quale colore abbia i capelli un certo personaggio, basta sfogliare fino al punto giusto e scoprirlo.»


Past Shadows

Perry ha praticato le arti marziali per circa trent’anni ed ha usato la sua conoscenza in questa pratica e filosofia in molti dei suoi lavori. «Fino al quarto anno di scuola superiore ero uno scricciolo», ricorda lo scrittore alto un metro e 85 per 90 chili. «Ero secco, portavo gli occhiali e leggevo fantascienza: tutto questo in Louisiana ti marchiava come disadattato [geek]. Così mi sono dato da fare e qualcuno mi ha portato ad una lezione di karate, in una palestra locale.»

Questo, unito al fatto che ha messo su peso ed è cresciuto in altezza nell’età dello sviluppo, ha fatto sì che oggi nessuno gli dia fastidio. Velocemente ha abbandonato gli aspetti da auto-difesa delle arti marziali ed è rimasto conquistato dalla loro filosofia, con i vari codici basati sull’onore e sul ragionamento. «Ancora oggi mi affascinano: mi piace avere il controllo di me stesso, fisicamente, e mi piace la disciplina che prevede un allenamento. Devi riuscirci da solo, nessuno può farlo per te.»

È tutta un’ottima base per scrivere poi di Jedi o di “97th Step” [nome di un’arte marziale inventata dall’autore] dei suoi libri sui Matador. Un’altra cosa che Perry trasferisce nei suoi romanzi è la conoscenza delle pistole. «La verità è che davvero non puoi definirti un artista marziale, qualunque sia lo stile, se non sai come usare una pistola, perché è questa l’arma del nostro tempo. So sparare e lo apprezzo come sport di precisione. Per lo più utilizzo pistole di piccolo calibro, sparando a piccoli bersagli a grande distanza. Odio quando leggo un buon libro giallo di fantascienza in cui lo scrittore gestisce male l’uso di una pistola. Cerco sempre di farlo al meglio ed uso spesso armi nei miei testi.»

Ha anche inventato nuove armi, come lo spetsdöd nei suoi romanzi dei Matador [rimossa dalla traduzione italiana. Nota etrusca.], una pistola che spara dardi che non uccidono ma neutralizzano la vittima per sei mesi. «È un’arma usata dalle guardie del corpo. Sia per motivi morali, visto che loro non uccidono, sia perché il nemico deve mantenere le vittime in ospedale per sei mesi, il che è molto dispendioso: è l’arma perfetta per la guerriglia.»

La carriera di Perry dimostra l’antico adagio per cui la fortuna arride a chi ha la mente pronta, e quella fortuna ha la forma di lavoro duro. Un altro segreto che vuole condividere è di non prendersi troppo sul serio. «Sono semplicemente un narratore [storyteller]. Credo che i miei argomenti principali, semmai ne abbia, ruotino intorno all’amore e alla scoperta di sé stessi e del proprio posto nel grande schema delle cose. Non scrivo per i posteri, scrivo per il tizio che va al supermercato con soldi sufficienti per un pacco di sei birre o per un mio libro. Se compra il mio tascabile invece della birra, voglio che alla fine della lettura sia contento di aver fatto quella scelta.»

«Scrivere per me è un lavoro a tempo pieno, il migliore di quelli che ho fatto. A volte è difficile da credere di essere pagati per scrivere storie», si stupisce Perry. «Molti scrittori ed attori che conosco provano questa sensazione. Se sei un carpentiere, ha un edificio da dover tirare su: tutto ciò che abbiamo noi è un mucchio di fogli. Hai questa paura che un giorno qualcuno bussi alla tua porta e dica: “Ok, amico, sappiamo che hai preso in giro la gente fino a questo momento: devi ridare indietro tutti i soldi, ora, e trovati un vero lavoro!”»


Aliens, Predators & Perrys

A Steve Perry piace lavorare con gli universi condivisi, perché gli dà la possibilità di gestire alcni dei più grandi personaggi del genere. «Ho avuto l’onore di ricevere l’invito ad aiutare Conan a sfoderare la sua spada, a stare vicino a Ripley nel combattere gli alieni e a far pronunciare mie parole a Darth Vader», dice lo scrittore.

La partecipazione di Perry all’universo di Aliens è stata il risultato della passione del figlio nei fumetti. «Io e Mike Richardson, presidente della Dark Horse Comics, ci conosciamo da prima della nascita della casa. Vivo a circa 40 chilometri da Milwaukie, Oregon, dov’è la Dark Horse.» Perry copriva quella distanza per accompagnare il figlio a comprare fumetti nei negozi Dark Horse, e Richardson era l’uomo alla cassa. «È stato 16 anni fa, e quando Richardson è entrato nel business del fumetto ed ha iniziato ad avere successo, mi ha chiamato un giorno e mi ha chiesto se scrivessi ancora. Aveva letto qualcosa di mio e voleva sapere se io fossi interessato a fare dei libri di Aliens

Mentre Alan Dean Foster ha scritto le novelization dei film per la Warner Books, la Dark Horse aveva bisogno di qualcuno per creare la novelization dei loro fumetti, ambientati nello stesso universo. Il primo libro, Aliens: Earth Hive, è uscito nel 1992, Aliens: Nightmare Asylum nella primavera del 1993 e il terzo, Aliens: The Female War, scritto con sua figlia Stephani Perry, nell’agosto successivo.

«I miei libri non sono basati sui film, sebbene il primo fosse basato su un copione per Alien 3 [Ma quando? Ma dove? Ma che dice? Nota etrusca]. Il film era cambiato così tante volte che ormai non ci ho trovato alcun collegamento. Peccato. Mi è piaciuto molto più il fumetto che il film.»

Naturalmente il suo lavoro si è basato anche sul mostro di H.R. Giger, che – dice – è una grande ispirazione per chiunque. «Gli alieni non sono molto realistici nella loro forma, ma ragazzi: mettono davvero paura.»

La Dark Horse possiede i diritti dei romanzi basati sull’universo alieno. La compagnia originariamente ha considerato di crearli da sé, ma poi ha preferito affidarsi alla Bantam. Sono poi arrivati i romanzi di Aliens vs Predator. «AVP, come noi lo chiamiamo, è stata un’idea brillante», racconta Perry. È stata un’idea che è arrivata dalla Dark Horse, con cui Perry si complimenta per la scelta di un’acquisizione così ispirata. «È un’idea di Chris Wagner. Lui e Mark Richardson e Randy Stradley hanno poi messo giù il concetto originale per i fumetti.»

Tutti questi libri, compresi quelli scritti da David Bischoff, Robert Sheckley, Sandy Scofield e Nathan Archer, sono andati bene, sia qui che oltre oceano, e qualcuno è stato un bestseller. Ciò che ha fatto decollare tutto è stata la notizia di un nuovo film di Alien. «Sigourney Weaver ci sarà», dice entusiasta perry, «anche se l’hanno uccisa in Alien 3, che non è il mio favorito dei tre. Ma, ehi, è fantascienza. Hanno riportato in vita Spock, possono farlo con Ripley. In effetti, io l’ho riportata in vita in uno dei miei libri, solo per vendetta contro quelli che l’hanno fatta morire in Alien 3. L’ho riportata indietro come ginoide [android], il che è stato particolarmente interessante perché a lei non piacciono gli androidi, e non sapeva di esserlo.»

Una delle cose migliori uscita da questo crudele universo è stata la collaborazione di Perry con sua figlia Stephani. «È stato grandioso lavorare con lei. Primo perché è una scrittrice naturale, e le riesce veloce e bene, secondo perché fa la maggior parte del lavoro. In seguito è andata in solitaria, scrivendo Aliens: Labyrinth e la novelization del film TimeCop. La ragazza è un’eccellente scrittrice», aggiunge suo padre.

Steve Perry ha una grande esperienza di novelization e tie-in, e la sua formula per il successo è chiara. «Ogni volta che gestisco un lavoro che ha alle spalle un film, cerco di ricreare quel tipo di emozione nel libro. Guardo i rispettivi film, studio lo stile, il ritmo, il linguaggio e via dicendo, e poi tento di reinserire tutto nel mio adattamento. Credo di aver gestito bene la cosa nei miei libri di Aliens


L.

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3 pensieri su “[1996-06] Steve Perry su “Starlog” 227

  1. Bell’intervista, a testimonianza dell’entusiasmo profuso nei progetti per tutti quegli universi fantastici (SW, Aliens, AVP) che, all’epoca, potevano ancora permettersi di promettere grandi cose…
    P.S. Che Steve parlasse così bene di sua figlia Stephani era piuttosto prevedibile 😉

    Piace a 1 persona

    • Che meraviglia dev’essere stata quella riunione alla Lucasfilm: una stanza piena di appassionati a inventar trame, personaggi, situazioni e incatenare tutto attraverso libri, fumetti, videogiochi… E fuori i fan talebani con il Canone in mano a controllare 😀
      P.S.
      Non mi sarei mai aspettato che un padre criticasse la scrittura della figlia pubblicamente, ma spero che non sia stato davvero così confuso dall’amore paterno nel giudicare il lavoro di Stephani.

      "Mi piace"

  2. Pingback: [2008-02] Predator: Turnabout | 30 anni di ALIENS

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