La Storia di Alien 9. Il cast (1)


9.
Il cast (1)
Sigourney Weaver

«Non volevamo scegliere una classica star», racconta il produttore Gordon Carroll nel documentario The Beast Within (2003), poi interviene Ridley Scott: «Quando incontri attori su attori e fai provini su provini, c’è sempre qualcuno che all’improvviso è perfetto: è lui. [Bang! That’s the one!]». Quel “lui”, quel the one, si chiama Sigourney Weaver.

I magnifici sette nello spazio (cit.)


Da zero a Ripley

«Hanno fatto il provino a un sacco di persone, ma lei era dinamite»
Ronald Shusett (2003)

«Ho fatto un ottimo film l’inverno scorso, intitolato La mappa del mondo, che sta per essere presentato al Toronto Film Festival: lo considero il mio lavoro migliore ad oggi». Questa affermazione rilasciata al giornalista Mitch Persons di “Femme Fatales” (gennaio 2000) fa capire quanto Sigourney Weaver consideri ben poco il corpus di opere che le ha dato fama imperitura. Citare quel piccolo film di Scott Elliott rende chiaro che l’attrice preferisce un cinema più ricercato, meno modaiolo e commerciale, e sicuramente come professionista preferisce ruoli che le permettano una prova attoriale più impegnativa. Da qui però a disprezzare i ruoli che le hanno donato notorietà e le hanno consentito la stabilità necessaria per focalizzarsi su piccoli film mi sembra esagerato, sebbene non sia certo raro.

Nella citata intervista – condotta in occasione del suo delizioso ruolo di Gwen DeMarco nel capolavoro sottovalutato Galaxy Quest (1999) – la Weaver ne approfitta per ricordare l’inizio della sua carriera, su cui è sempre stata straordinariamente silenziosa. Non lo fa “direttamente”, non è lì a condividere ricordi: visto che nel film di Dean Parisot ha interpretato un’attrice “incastrata” suo malgrado nel genere fantascientifico, si diverte a trovare analogie con la propria carriera.

«Volevo sviluppare questa donna al meglio perché ero molto intrigata da lei, così ciò che ho fatto è stato darle la mia stessa esperienza passata. Mi è stata offerta una grande parte in Io e Annie [1977], che ho rifiutato perché ero impegnata in una soap opera

Il ruolo che avrebbe dovuto essere di Sigourney Weaver

Scopriamo così che quello che da sempre era stato considerato un semplice cameo era invece nato come ruolo più corposo, a cui l’attrice ha rinunciato: probabilmente la soap a cui fa riferimento è “Somerset”, in cui la Weaver appare nel 1976. Sono informazioni vaghe, apparse su IMDb solo in tempi recenti e difficili da confermare, visto poi il decennale silenzio della Weaver su quel suo inizio di carriera. Di sicuro Woody Allen ha girato il suo film nel 1976: solo l’8 febbraio 1977 “Daily Variety” rivela il titolo definitivo di quello che era noto solo come “The Woody Allen Film”.

«La parte [in Io e Annie] era quella della ragazza della spiaggia che non aveva senso dell’umorismo: sai, la tipa delle aragoste. Visto che non potevo partecipare, Woody Allen mi offrì la particina di una delle persone alla festa. La mia battuta era quella famosa dal dipinto di Roy Lichtenstein, “Preferirei morire che chiedere aiuto a Brad”. Il mio agente era furioso, mi disse: “Sarai tagliata fuori da quel film!” Be’, non lo sono stata e le cose sono andate bene per me. Se a Gwen fosse stato offerto lo stesso ruolo credo che probabilmente in seguito ci avrebbe ripensato chiedendosi: “Che sarebbe successo se avessi accettato il ruolo più grande e se fossi diventata qualcuno come attrice, invece che come oggetto sessuale?”.»

Forse l’attrice si sta riferendo a qualche scena tagliata, perché la AFI (American Film Institute) nell’agosto 2009 ha postato sul suo canale YouTube un video in cui la Weaver aggiusta il tiro rispetto alle precedenti dichiarazioni:

«Il mio primo lavoro su schermo fu… Ero l’appuntamento di Alvy [il protagonista] alla fine del film: Diane Keaton era con Walter Bernstein ed io ero con Woody Allen. Sono ancora orgogliosa di quel ruolo, perché penso che Io e Annie sia un film così moderno.»

“Alvy’s Date Outside Theatre” è la definizione del suo ruolo nei titoli di coda del film, l’unico riconoscibile.

L’unica apparizione sicura di Sigourney Weaver in Io e Annie (1977)

Torniamo alla citata intervista di “Femme Fatales” in merito al film Galaxy Quest.

«Io ho avuto Alien e Gwen ha avuto la serie TV “Galaxy Quest”. Mi immagino il manager di Gwen che le dice: “Guarda, questa è una serie, metterà il tuo nome sulle mappe: ti renderà una star”. Quello è stato il suo bivio. Ha accettato la serie ed è stato il successo sperato, ma lei fa solo l’oggetto sessuale, un’immagine che non vuole.»

In mancanza di altre dichiarazioni, dobbiamo giocare a fare gli psicoanalisti della domenica: il pensiero che la Weaver affibbia al suo personaggio Gwen è una proiezione di ciò che prova lei? È contenta del successo della serie Alien, che l’ha resa una star, ma pensa che Ripley dia un’immagine di lei che non vuole? Purtroppo possiamo giudicare solo dai dati che abbiamo, e la risposta sembra essere “sì”.

da The Beast Within (2003), raccolto nel cofanetto DVD “Alien Quadrilogy”

«Recentemente ho partecipato ad una maratona dei film di Alien, e per tutto il tempo in cui sono stata lì seduta a guardarmi sul grande schermo – qualcosa che non facevo sin dalla prima uscita in sala dei vari titoli – mi sono ricordata di come mi sentissi a girare il primo film. Ricordo che ero meravigliata dalla mia buona sorte. Stavo lavorando con Ridley Scott, un regista che avevo ammirato. Veniva dal film in costume I duellanti. Giravo per i magnifici set di Alien pensando: “È fichissimo [This is so cool]: hanno costruito tutto per noi, non dobbiamo fingere niente…” Neanche per un secondo avevo pensato che era tutto per il film, non ero ancora entrata nell’ordine di idee.»

Quindi l’attrice nell’estate 1978 già “ammirava” un regista che nessuno conosceva prima del maggio 1977, e amava un film che nessun americano aveva potuto vedere prima del dicembre 1977 in sole sette copie per l’intero Paese? Mi permetto di dubitare di quest’affermazione, semplicemente la Weaver ha imparato ad apprezzare Scott dopo averci lavorato insieme e poi ha fuso tutto. Continuano le sue dichiarazioni a “Femme Fatales”:

«Essendo passati così tanti anni da quando avevo visto Alien – forse cinque, sette o dieci – ero in grado di guardarlo obiettivamente, semplicemente per la sua bellezza: è un film magnificamente girato. E tutti gli attori, e il resto… è grandioso. È davvero un pezzo di bravura attoriale. Sono successe tante cose nei successivi vent’anni, tanto che ne sembrano passati cinquanta dall’uscita di quel film: sembra così lontano.»

Raccontandosi a Susan Strong per il saggio The Greatness of Girls (2001) la Weaver indica nella sua professoressa di inglese Florence Hunt la persona che più l’ha influenzata ed ispirata, passando con lei molti sabato pomeriggio al cinema e accettando la sua spinta a sfruttare le sue potenzialità. Finita la Yale Drama School, Sigourney torna alla scuola media per ringraziare la Hunt ma è troppo tardi per trovarla ancora in vita: rimpiangerà per sempre di non averla potuta ringraziare.

Non è facile essere figlia di genitori famosi nel mondo dello spettacolo. Il padre, Sylvester L. Weaver jr., è stato un pioniere di quei late show che ancora oggi sono la colonna portante della TV americana: nel 1952 ha creato il “Today Show” che va in onda ancora oggi, e l’anno successivo il “Tonight Show” molto meno fortunato, ma antenato dei molti “figli” attuali. La madre, Elizabeth Inglis, è un’attrice della Royal Academy di Londra con anche esperienze nel cinema. Di nuovo, non è facile portare il cognome Weaver.

Elizabeth Inglis (mamma Weaver) nel ruolo di Amanda Ripley in Aliens: Special Edition (1999)

Durante la sua vita scolastica Sigourney ottiene molti ruoli recitativi in rappresentazioni scolastiche, ma data la sua altezza sono spesso ruoli maschili: proprio quello che agli occhi della ragazza sembra un difetto, sarà un elemento vincente per la sua carriera. «Portavo degli stivali con il tacco alto, sarò sembrata alta due metri», racconterà l’attrice, ricordando il suo provino. Questa come tutte le dichiarazioni e racconti che seguono, dove non indicato diversamente, sono tratte dal documentario The Beast Within (2003), unica fonte nota sull’argomento.

Siggy nel provino per Ripley, dal cofanetto Blu-ray “Alien Anthology (Limited Edition)” del 2010

Siamo all’incirca nel giugno 1978 e Ridley Scott ingaggia Mary Selway, direttrice del casting anche del suo I duellanti, ed inizia una serie di infiniti provini tra New York e Los Angeles in cui vengono ascoltati attori a valanga. La Selway sottolinea come non ci fossero indicazioni di scena e addirittura non era ancora chiaro quale personaggio sarebbe stato un uomo e quale una donna: insomma, si andava a braccio. Sigourney ottiene il provino e riceve il copione, ma non conoscendo i disegni di Rambaldi (sembra incredibile, ma cita proprio Rambaldi nel documentario del 2003, non Giger!) si immagina un alieno “vecchia maniera”: «una massa gelatinosa gialla che dava la caccia ai protagonisti, nulla di elegante». Si presenta all’albergo dove sono in corso i provini… sbagliando indirizzo. È venerdì pomeriggio, è tardi, perché non mandare tutto all’aria? Al telefono la sua agente insiste e l’attrice accetta di andare al provino, cambiando per sempre la sua vita.

Siggy nel provino per Ripley, dal cofanetto Blu-ray “Alien Anthology (Limited Edition)” del 2010

Ridly Scott ricorda che: «Incontrai Sigourney durante l’ultima serie di provini a New York. Mi avevano fatto il suo nome per un testo teatrale che aveva interpretato a Broadway. Era un vero astro nascente a Broadway. Non ho visto la rappresentazione ma la incontrai». A causa dei non eccellenti rapporti che dopo il film intercorrono fra i vari autori, è difficile capire chi precisamente ci fosse a quei provini: quando parla Scott, c’era solo lui e al massimo Alan Ladd della Fox; quando parla Carroll, c’erano lui e David Giler. Nei rarissimi casi in cui parla Walter Hill, c’era lui e forse Giler e Ladd. Nessuno di loro cita mai tutti gli altri, sempre solo un nome come compagno. Magari i provini sono stati più d’uno e non c’erano sempre le stesse persone, ma diciamo che i tre produttori, il regista e il dirigente Fox hanno avuto modo di vedere la sconosciuta Sigourney Weaver per la prima volta nei panni di Ripley. E tutti concordano di aver pensato immediatamente che il ruolo fosse perfetto per lei. «Mary [Selway] apre la porta, ed ecco Ripley. Una donna dall’aspetto eccezionale, alta, statuaria», è il ricordo di Gordon Carroll.

Provino per la scena di Dallas imbozzolato, cara a Scott ma poi tagliata

La Weaver è nervosa per il provino perché dovrà immaginare tutta l’ambientazione, invece essere così vicini all’inizio delle riprese (tre settimane) le regala un svolta inaspettata: «Facemmo dei provini sul set vero e proprio. Temevo che mi sarei ritrovata a fronteggiare una palma in un vaso, e a fare… [mima dei gesti di spavento] Lui invece [Scott] mi fece fare una vera prova, e gliene fui molto grata.» Ritrovarsi davvero fra le claustrofobiche pareti della Nostromo è un grande aiuto per l’attrice. Ricorda Scott: «Sigourney fu l’ultima ad essere scelta. I set in cui girai i provini erano quelli che stavamo costruendo: era la Nostromo. Non fu una cosa raffazzonata, erano quelli veri: erano favolosi.»

Tom Shone nel suo Blockbuster (2004) racconta che Scott, Giler e Hill sono rimasti colpiti dal provino dell’attrice: alla domanda «Che ne pensi?» [So waddaya think?] di Scott, il direttore della Fox Alan Ladd avrebbe risposto «Credo che assomigli a Jane Fonda»: pare non fosse un complimento. Ladd non è del tutto convinto ma mancando solo tre settimane all’inizio delle riprese ed avendo tutti i set pronti, la Weaver gira ulteriori provini direttamente immersa nelle creazioni di Giger, e visto che non vuole apparire “Jackie Onassis nello spazio”, mette insieme dei vestiti per assomigliare di più ad una piratessa. Consultatosi con le donne degli uffici della Fox, che apprezzano i provini, Ladd chiama la Weaver a New York dove la ingaggia per il ruolo: il compenso è di 33 mila dollari.

Tutte queste informazioni Shone afferma di averle ricavate da varie riviste dell’epoca – le stesse che sto usando io per questo speciale e che non riportano nulla del genere – ma soprattutto da una sua intervista all’attrice risalente al 1991, di cui purtroppo non dà alcuna coordinata. Tutto dunque rimane nel campo del plausibile, sia perché in The Beast Within (2003) Scott racconta in pratica la stessa cosa, sia perché nel cofanetto Blu-ray “Alien Anthology (Limited Edition)” del 2010 (grazie a Jacopo di Alien Universe Italia per la dritta) sono disponibili in forma estesa (erano già accennati in “Alien Quadrilogy”) i provini dell’attrice, compatibili con il racconto di Shone.

Siggy nel provino per Ripley, dal cofanetto Blu-ray “Alien Anthology (Limited Edition)” del 2010

È lecito pensare che questi provini rappresentino scene chiave che consentano al regista e ai produttori di capire se l’attrice sia valida, capace cioè di gestire momenti topici della storia. Quindi siamo autorizzati a pensare che Scott puntasse molto su scene poi in realtà tagliate: i provini della Weaver infatti riguardano la “scena d’amore” con Dallas (in realtà semplice confidenza tra due ipotetici amanti) e quella del ritrovamento di Dallas e Brett imbozzolati, entrambe scene “riapparse” solo nel DVD del 1999 come contenuto speciale. Questo inoltre ci fa riflettere su come il personaggio di Ripley del primo film sia stato drammaticamente ridotto rispetto a come era stato pensato, visto che in realtà ha pochissimo spazio e un numero limitato di interazioni con gli altri personaggi.

Provino per la “scena d’amore” con Dallas, cara a Scott ma poi tagliata

Cos’ha provato la Weaver durante la lavorazione? Dobbiamo aspettare il 2014 del corposo volumone Alien: The Archive per scoprirlo, visto che presenta una conversazione con l’attrice senza alcuna coordinata: siamo autorizzati a pensare si sia svolta nello stesso anno del libro.

«Ridley Scott è stato molto paziente con me. Ricordo che la prima settimana di riprese mi disse: “Sai, Sigourney, è meglio se non guardi in camera”. Avevo così tanto da imparare. Ma il bello di Ridley, di cui avevo completa fiducia, era che aveva un occhio speciale per il realismo. Sapeva cosa voleva e non mollava finché non riusciva ad ottenerlo, e questo suo pregio era perfetto per il film. Nessuno di noi attori sapeva cosa sarebbe successo, furono riprese molto difficili: credo che l’oscurità del materiale abbia influenzato sia gli attori che i tecnici, sebbene fossimo tutti emozionati per ciò che stavamo facendo.»

A parte qualche sprazzo come questo, nei precedenti decenni l’attrice non ha rilasciato alcun tipo di dichiarazione su Alien, i suoi seguiti e il suo personaggio, un “silenzio stampa” che solo in tempi più recenti si è iniziato lentamente a sciogliere. Le riviste di cinema di fantascienza del 1979 sono impazzite per Alien, con approfondimenti che a volte riempivano l’intero numero della pubblicazione: della Weaver non una sola parola, se non la menzione del suo nome. È naturale, era una emerita sconosciuta, al contrario del resto del cast con dei volti noti. Il problema è che solamente nel 1986, con l’uscita di Aliens, le riviste iniziano seriamente ad interessarsi della Weaver… e lei non ci sta. Quando quell’anno viene intervistata da “Playboy” – una rivista che ha ospitato un numero impressionante di grandi nomi dello spettacolo e della cultura in lingua inglese – tutto ciò che l’attrice sa dire di Aliens è che si è divertita a stare tanto tempo con la giovane Carrie Henn. Fine.

Il muro di silenzio con cui l’attrice si è tenuta lontana da Ripley si è iniziato a sgretolare solamente con l’uscita di Alien 3 (1992): ora la Weaver è co-produttrice della pellicola, ora guarda caso esce fuori una sua opinione su Ripley e ora guarda caso concede l’utilizzo della sua immagine. La mia ipotesi è che già all’epoca avesse capito che la saga aliena sarebbe stata l’unica sua fonte di guadagno sicura, in una carriera di ottimi film ma di ruoli non “monetizzabili”, ma è solo una mia opinione.

Perché aspettare il 2000 dell’uscita di Galaxy Quest per parlare degli inizi della sua carriera? Perché aspettare il 2003 di The Beast Within per fornire qualche vaga briciola dell’esperienza in Alien? O’Bannon e Shusett sono in tutti i documentari possibili e immaginabili e in tutte le riviste esistenti, da quarant’anni raccontano la stessa identica storia fino ad impararla a memoria, e sono solo autori del soggetto: perché Ripley, l’anima della saga aliena filmica, non è mai coinvolta? Solamente per il terzo e quarto film abbiamo dichiarazioni e storie dal set dell’attrice, in quanto co-produttrice e quindi molto interessata a raccontarsi ai fan.

I motivi “veri” di questo silenzio pluridecennale non possiamo saperli, ma dalle dichiarazioni di altri lungo tutta la saga un’idea possiamo farcela, sebbene solo dal secondo film in poi. Il film cioè in cui Ripley spara come fosse Rambo ma è interpretata da Sigourney Weaver, iscritta al movimento di limitazione delle armi. Inoltre l’attrice puntava molto sul “film di madri”, ma il montaggio cinematografico ha spezzato la storia: prima del 1999 nessuno saprà di sua figlia Amanda – a parte i fan che leggono fumetti e libri e i pochi fortunati possessori del Laserdisc del 1991 – e il gioco delle madri (una umana e una aliena) che combattono per i propri figli perderà forza, agli occhi della donna. Rimarrà solo uno dei più grandi film di fantascienza militare della storia, che scriverà i dettami del genere e che non invecchierà mai, visto che Cameron stesso l’ha ricopiato identico per Avatar (2009), semplicemente con più soldi. Tutto questo non piace alla Weaver: è l’unica ragione che so darmi che giustifichi un silenzio quarantennale sull’unico personaggio che le sopravvivrà. La Ripley del primo film però è molto diversa, molto meno “rambesca”: perché mai non parlarne? Spero che un giorno riusciremo a scoprirlo.

Nel 1987 Sigourney Weaver firmerà un contratto con la Fox per altri due film alieni, ma metterà bene in chiaro le cose: nel terzo non apparirà e nel quarto Ripley morirà. Le cose non andranno così. Nel film metanarrativo Hollywood brucia (1997) il personaggio di Jackie Chan dice: «Io non muoio. E se muoio, risorgo». La Weaver l’ha anticipato di alcuni anni… ma questa è un’altra storia.

(Continua)


Fonti:


L.

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