La Storia di Alien 4. La prima sceneggiatura


4.
La prima sceneggiatura

Stando a quanto afferma Ron Shusett nel documentario The Beast Within (2003), quello con l’amico Dan O’Bannon è stato un patto di “mutuo soccorso”: entrambi avevano nel cassetto un abbozzo di sceneggiatura in cui erano bloccati, e quindi hanno deciso di aiutarsi a vicenda. Dan aveva la storia che poi sarebbe diventata Alien, e Ron lo aiutò perché (almeno all’inizio) era un soggetto per un film a basso costo, quindi più facilmente vendibile nell’immediato, e Dan in compenso avrebbe aiutato l’amico con la sua storia, più ambiziosa. Shusett aveva infatti acquistato i diritti del racconto Chi se lo ricorda (I Can Remember It For You Wholesale, 1966) del celebre romanziere Philip K. Dick – lo racconta lui stesso alla rivista “Cinefantastique” nell’estate del 1978, quindi è plausibile li avesse già nel 1976, quando si svolge questa storia – per un film che solo dopo infinite tribolazioni, guai, drammi e massacri vari diventerà, più di vent’anni dopo, Atto di forza (Total Recall, 1990) con Arnold Schwarzenegger. Ma questa è un’altra storia.

Stabilito dunque il piano di lavoro – prima Alien poi Total Recall: mica male, eh? – piazzata la sua macchina da scrivere nel soggiorno di Shusett, O’Bannon passa i successivi tre mesi a scrivere, giorno e notte («Ho scritto Alien in qualcosa come tre mesi, il che è molto veloce per me. Ron Shusett mi ha aiutato», dichiara Dan a “Cinefantastique” nell’inverno del 1978), mentre l’amico lo tiene in vita… «a forza di hot dog»: sicuramente è una battuta, quella che O’Bannon fa nel citato documentario del 2003 in cui racconta questa storia, ma visti i gravi problemi intestinali di cui soffrirà per tutta la vita, c’è da augurarsi abbia mangiato anche qualcosa di più “leggero”. Raccontando la stessa storia in occasione del saggio La storia di Alien (1979), O’Bannon specifica invece di aver passato una settimana a sistemare le proprie carte sparse, in cerca di idee.

«Da quel mucchio di scartoffie ricuperammo una vecchia sceneggiatura finita a metà, il cui titolo era Memory e che è essenzialmente la prima parte di Alien. Dissi a Ron che non ero mai riuscito a trovare un buon finale, per quella storia, e allora lui la lesse e disse: “Una volta mi hai parlato di un’altra idea, quella dei sabotatori che s’introducono in un bombardiere B-17 durante la Seconda guerra mondiale e fanno passare momenti spaventosi al pilota. Usala come seconda parte della sceneggiatura, e ambientala su un’astronave. Che te ne pare?”. Era un’idea geniale.»
(Traduzione di Giuseppe Lippi)

Star Beast è il titolo provvisorio del copione che i due iniziano a scrivere, e Dan racconterà nel 2003 che proprio non gli piaceva. «Poi un giorno, alle tre del mattino, mentre ero da Ronny che scrivevo a macchina e i personaggi dicevano “l’alieno qui, l’alieno lì”, ad un tratto la parola “alien” catturò la mia attenzione. Mi dissi. “Alien”. È un nome e un aggettivo. Sì, eccolo: ho trovato il titolo!» Impossibile non notare come Dan ripeta fedelmente, parola per parola, quanto già aveva dichiarato nel 1979 a La storia di Alien, il libro-backstage ufficiale del film: ormai era il racconto “fisso” delle origini del titolo del film.

Dipinto di Ron Cobb per l’interno della piramide, da La storia di Alien (1979)

La storia racconta di sei astronauti e un gatto – più la voce del computer di bordo – che si svegliano dall’ipersonno a bordo dell’astronave Snark convinti di essere tornati a casa, già pregustando come spendere i soldi che guadagneranno dal carico che portano, quando invece scoprono di essere lontanissimi dalla Terra. (Che però O’Bannon chiama “Irth”, dopo però aver specificato che la nave sta tornando sulla Terra, Earth: forse intende che i protagonisti stanno tornando ad una delle colonie terrestri, ma certo l’assonanza fra Earth ed Irth fa pensare più ad un errore di battitura che ad un toponimo planetario.) Mentre dormivano il computer della nave ha ricevuto un segnale di soccorso di natura sconosciuta e ha risvegliato l’equipaggio, che ora è moralmente tenuto a rispondere alla richiesta.

Atterrati sul planetoide da cui arriva il messaggio, mentre i tecnici riparano qualche guasto della nave tre membri vanno in esplorazione. Trovano il relitto di un’astronave di provenienza ignota, con al suo interno un cadavere fossilizzato con un buco sul petto: è da lì che parte la richiesta di soccorso. Approfittando del diradarsi della nebbia, i tre proseguono verso una costruzione che d’un tratto vedono in lontananza: una piramide. Roby scende dall’alto e, sempre assicurato ad una corda, esplora l’interno della piramide, in cui una enorme stanza con affreschi alle pareti sembra contenere strane urne. Avvicinandosi ad una di queste… d’un tratto un essere a forma di ragno lo aggredisce, avvinghiandosi al volto dell’uomo.

Disegno di Ron Cobb per il facehugger descritto da O’Bannon, da La storia di Alien (1979)

Tornati sulla propria nave e violata ogni norma sulla quarantena, si cerca di curare il ferito ma l’essere attaccato al volto è impossibile da neutralizzare, avendo acido al posto del sangue. D’un tratto cade da solo e l’uomo sembra tornare in salute, ma durante il pasto crolla… e un esserino gli esplode fuori dal petto.

Passato il terrore, gli altri membri dell’equipaggio organizzano una caccia per trovare l’alieno, mentre intanto sono riparati i guasti alla nave e si parte verso lo spazio. Si organizzano con bastoni elettrificati ma alla terribile scoperta che l’alieno nel frattempo è cresciuto – grazie anche alle provviste della nave di cui fa scempio – provano con il gas: non solo è inutile, ma così facendo distruggono quel poco di provviste rimaste intatte dall’attacco della creatura.

Mentre la disperazione si fa pressante, essendo rimasti senza cibo e crescendo il numero dei morti, rimane un piano disperato: usare un membro dell’equipaggio come esca per attirare l’alieno nella scialuppa di salvataggio, chiuderlo dentro e mandarlo ad esplodere nello spazio con l’esplosivo caricato a bordo. Il piano non funziona e l’ultimo sopravvissuto, Roby, deve cambiare strategia: ora è lui che deve entrare nella scialuppa e far saltare la nave con l’alieno a bordo. Corre ad azionare l’autodistruzione ma poi gli capita di passare nella stiva e scoprire il “nido” che l’alieno ha costruito: i suoi amici sono lì, imbozzolati, in fase di trasformazione. Diventeranno nuove uova, nuove urne in attesa di futuri “curiosi” da infettare. Il capitano, o quel poco che ne resta, chiede a Roby di ucciderlo: con il lanciafiamme, l’uomo distrugge tutto.

Corre alla scialuppa solo per scoprire che l’alieno è proprio lì, quindi il piano cambia di nuovo. Scoperto che il conto alla rovescia per l’autodistruzione non si può fermare, e notato che l’alieno sembra essersene andato, Roby entra nella scialuppa e abbandona la nave al suo destino esplosivo.

Disegno di Ron Cobb per l’alieno descritto da O’Bannon, da La storia di Alien (1979)

Solo una volta in viaggio, con il gatto, scopre che l’alieno si è annidato nella scialuppa. Mentre la creatura è distratta dal gatto, Roby indossa la tuta ed apre il portello, gettando nello spazio il mostro con un rampino. Chiudendosi, il portello trancia uno dei tentacoli dell’alieno: una prova da portare sulla Terra a testimonianza dell’esperienza vissuta, insieme al teschio del pilota fossilizzato portato via dal pianeta.

La penultima scena vede il sopravvissuto dettare al computer:

«Così sembra che tornerò alle Colonie come previsto, dopotutto. Dovrei essere a destinazione nel giro di 250 anni circa, ed allora, con un po’ di fortuna, la rete di controllo mi verrà a prendere. Non sono più così ricco come lo ero giorni fa, ma almeno sono vivo. Accidentalmente sono riuscito a salvare un piccolo souvenir di tutta questa faccenda. Qui parla Martin Roby, ufficiale esecutivo, unico sopravvissuto del vascello mercantile Snark. Passo e chiudo. Andiamo, gatto, è ora di dormire.»

L’ultima scena vede la scialuppa di salvataggio… con sotto attaccate delle urne di spore aliene.


Dan chiama Ron

Mentre ancora sta scrivendo la sceneggiatura (a detta degli autori de La storia di Alien), Dan riallaccia i contatti con Ron Cobb, il disegnatore che conosce sin dal 1969 e con il quale ha lavorato così bene per Dark Star. Intervistato da Ed Sunden II per “Fantastic Films” (settembre 1979), O’Bannon dichiara di aver ingaggiato Cobb solo dopo l’inizio della produzione del film, ma da altre dichiarazioni sembra chiaro che il coinvolgimento dell’artista amico è avvenuto già nelle prime fasi del progetto. «Buttai giù qualche dipinto sul genere “Figlio di Dark Star”», racconta Cobb alla rivista “Future Life” (luglio 1979). «A quell’epoca il film era previsto fosse modesto, a bassissimo budget. Una piccola nave, un piccolo tempio, un piccolo pianeta: questi dipinti accompagnavano il copione. Una volta venduto, io venni trascinato con lui.»

Cobb nel 1972 ha vissuto una crisi simile a quella che sta vivendo Dan in questo 1976, e cercando di capire cosa fare e sentendosi impazzire negli Stati Uniti è volato fino in Australia, accettando una proposta di lavoro lì. Dopo due anni è tornato in patria ancora “sfasato”, giusto in tempo per lavorare con Carpenter e O’Bannon. «Dark Star è stata una delle poche cose divertenti che feci durante il mio periodo di crisi», racconterà a Phil Edwards di “Starburst” (dicembre 1979). Stesso discorso per Star Wars, a cui anche Cobb lavora grazie proprio alla raccomandazione di Dan. Per finire, i due sono stati entrambi “guerrieri spirituali” di Jodorowsky per Dune: insomma, due fratelli d’arte.

Ron Cobb dunque prende matita e pennelli e si mette all’opera.

«Mi sedetti e cominciai a abbozzare l’astronave, che è quello che mi piace di più. Okay, la sceneggiatura di Dan richiedeva una nave piccola, addirittura modesta, con un piccolo equipaggio. Dovevano atterrare su un piccolo pianeta, scoprire una piccola piramide e imbattersi in una creatura mostruosa, ma di taglia normale. Ecco tutto: lui pensava a un film a piccolo budget, come Dark Star, e a me l’idea piaceva. Ho disegnato un po’ di marchingegni e poi Dan si è chiuso dentro coi miei schizzi e la sceneggiatura».
(Traduzione di Giuseppe Lippi)

Purtroppo il saggio La storia di Alien non cita le fonti da cui trae queste dichiarazioni, però ci regala bozzetti e dipinti creati da Cobb in questa fase creativa: idee poi scartate ma che fanno capire lo spirito con cui sta nascendo il film.


Ispirazioni e rimandi

Impossibile contare tutte le idee che O’Bannon e Shusett hanno preso da opere precedenti, tanto che definirei questa prima sceneggiatura un “minestrone”: non sembri una critica, visto che il risultato funziona ed ha una “vita propria”. Però è innegabile che sia molto arduo trovare anche un solo elemento originale in questa storia… No, sono ingiusto, uno c’è (malgrado non ci sia più): la piramide.

Bozzetto di Chris Foss, da La storia di Alien (1979)

«Dan all’epoca era molto immerso nella “piramidologia”», ci rivela una delle rarissime dichiarazioni di Walter Hill riguardo il film Alien, la quale ci mostra un O’Bannon molto appassionato di tematiche paranormali in voga all’epoca. Poco prima di mettersi seduto a scrivere il copione di Alien erano usciti saggi come Pyramid Power: The Millennium Science (1973) di Patrick Flanagan, L’energia della piramide (1974; in Italia dal 1977) di Max Toth e Greg Nielsen e Secret Forces of the Pyramids (1975) di Warren Smith, tutte opere a quanto pare di una certa risonanza fra gli appassionati. «Guardando al 1973, la pubblicazione di quel libro [di Flangan] fu per molti uno degli eventi più significativi che portò alla loro esplorazione di nuove idee, riguardo ad altri tipi di energie»: così Nick Begich nel suo Towards a New Alchemy (1996) parla dell’uscita di Pyramid Power. Dan ha letto opere similari? Non possiamo saperlo, ovviamente, ma l’idea di una forma piramidale che conservi – ed anzi veicoli – forme di vita aliene che utilizzino energie alternative non è certo un’idea impossibile da far risalire alla piramidologia degli anni Settanta.

Entrata della piramide, da La storia di Alien (1979)

La piramide e tutta la parte di storia ad essa legata non verrà mai girata, per via dei costi – ma per fortuna ci sono rimasti splendidi bozzetti – quindi c’è da chiedersi che faccia avrà fatto O’Bannon quando nel 2004 al cinema si sono visti degli embrioni alieni custoditi in una antica piramide, nel film Alien vs Predator di Paul W.S. Anderson. Ecco come Dan parla nel 2005 a “Fangoria”:

«Hanno preso tutto ciò che hanno potuto trovare di non utilizzato per il primo Alien. Hanno trovato un particolare elemento della mia sceneggiatura, cioè la grande piramide. Hanno inoltre utilizzato la leggendaria scena dell’imbozzo-lamento, che era stata girata ma mai utilizzata all’epoca. Hanno preso idee da quel primo copione per mettere insieme un soggetto, ed è stato su quella base che abbiamo ricevuto il credito.»

O’Bannon e Shusett infatti non hanno partecipato in alcun modo al film ma sono citati nei titoli di testa, come autori del personaggio dell’alieno, così come Jim e John Thomas per quello del Predator. Dan non è mai stato interessato all’universo espanso alieno, quindi probabilmente non ha mai saputo che il tema della piramide torna più volte nei fumetti alieni.

Anche i Predator vogliono entrare nella piramide di O’Bannon!

Nel 1990 c’è una piramide-tomba nella doppia storia Arrivo / Capolinea (raccolta in Italia nel mensile saldaPress “Aliens” n. 20), le tematiche presentate nel film del 2004 sono ampiamente anticipate da Predator: Xenogenesis (1999) e dopo il film di Anderson si è cercato di continuare il discorso con Alien vs Predator: The Thrill of the Hunt (2004), senza alcun successo. Chissà cos’avrebbe pensato il rancoroso sceneggiatore di questi omaggi (più o meno coscienti) alla sua piramide.

Una piramide “aliena” cinque anni prima di Anderson

Lo storyboard del film – presentato per intero come contenuto speciale del DVD del 1999 – dimostra come Ridley Scott avesse accettato l’idea della piramide e l’aveva immaginata seguendo un’illustrazione di H.R. Giger.

Illustrazione di H.R. Giger e storyboard di Ridley Scott, per una scena mai girata per motivi di costi

Non solo, Scott cerca anche palesemente di riciclare idee gigeriane per Dune: se l’abbia fatto coscientemente o lo credesse materiale originale non sono riuscito a stabilirlo con certezza.

Scalinata della piramide, in cui Scott recupera il materiale di Giger per Dune

Apice della piramide, in cui Scott recupera il materiale di Giger per Dune

Scott amava così tanto questi bozzetti di Giger… che se ne ricorderà molto bene più di trent’anni dopo.

Il castello degli Harkonnen di Giger per Dune recuperato da Scott per Prometheus (2012)

Sebbene l’alieno sia descritto come munito di tentacoli, ed insieme ad altri piccoli rimandi è un chiaro caso di ispirazione dall’immaginario di H.P. Lovecraft, il facehugger sembra ricordare più il “cervello con le zampe” del film Fiend Without a Face, anche per il suo comportamento: sempre pronto cioè a saltare al volto delle vittime.

«Con una violenza inimmaginabile una piccola cosa con otto zampe, simile ad un polipo, con un balzo gli si attacca alla faccia, stringendogli le sue zampe attorno alla testa. Con un grido soffocato si lancia all’indietro, cercando di togliersi la cosa da dosso con le mani.»
(dalla prima sceneggiatura)

Nel documentario del 2003 Shusett racconta che durante la fase di scrittura, mentre cercavano un modo per rendere l’alieno più spaventoso possibile, si è svegliato in piena notte ed è corso dall’amico dicendo: «Dan, ho un’idea: il mostro si scopa uno del gruppo! Gli salta sulla faccia, gli infila un tubo nel corpo, introduce il suo seme e poi gli esce dallo stomaco.» Mentre Dan esulta per l’idea «più sensazionale che abbia mai sentito», io mi permetto di dubitare di questa ricostruzione dei fatti: vorrei ricordare come proprio in quel 1976 la Manor Books abbia ristampato Crociera nell’infinito di Van Vogt, classico sicuramente ben noto agli amanti della fantascienza quali erano Dan e Ron, e dove si può leggere:

«[L’alieno Ixtl] pose accanto al corpo di Von Grossen la sua nuova vittima. Poi, con infinita precauzione, si tuffò una mano nel petto, ne trasse un uovo che depositò nello stomaco dell’uomo. […] Fra qualche ora, le uova si sarebbero schiuse nello stomaco dei due uomini e minuscole reliquie di Ixtl si sarebbero risvegliate, sarebbero nate, poi si sarebbero sviluppate, nutrendosi dell’organismo in cui erano state poste.»
(Traduzione di Sergio Sue)

Chissà, magari Shusett è andato a dormire leggendo questo romanzo… e si è svegliato con l’idea principale della creatura di Alien! Ovviamente è solo una supposizione, ma data l’estrema somiglianza dei soggetti non è campata in aria. E non è solo il comportamento della creatura e delle sue uova a provenire da quel romanzo.

Nel romanzo di Van Vogt, come si è visto, gli umani fanno partire il conto alla rovescia per l’autodistruzione della nave così da far scappare via l’alieno, tornando poi all’interno e fermando la procedura. O’Bannon sembra citare questo evento per poi stravolgerlo, impedendo l’annullamento dell’esplosione come invece avviene nel romanzo. Se però in quest’ultimo ci si limita solo al fuoco, la tripletta “fuoco, gas, esplosivo” deriva direttamente da Il mostro dell’astronave, verso cui la sceneggiatura di Alien ha davvero un numero consistenze di debiti: da tutte le scene ambientate nel condotto d’areazione fino al finale, con le tute indossate per aprire il portello – come in fondo accade anche nel romanzo di Van Vogt.

«Melkonis aziona un comando, ed il grosso portello si apre. Un mostro di quasi due metri è davanti al portello. Squamoso, coperto di tentacoli, salta giù come un grosso uccello ed afferra Melkonis con un tentacolo. Melkonis lancia un grido spaventoso, poi il mostro gli afferra la testa con la coda e la tira via come ad un pollo. Stringendo il cadavere di Melkonis a sé, la cosa si gira e si infila in un altro condotto d’areazione.»
(dalla prima sceneggiatura)

Quello che più traspare dalla prima sceneggiatura è ciò che O’Bannon non nasconderà mai: la sua passione per il cinema anni Cinquanta, e per la narrativa horror anni Quaranta. Il problema è che voleva diventare un cineasta negli anni Settanta…

«Ho conosciuto per la prima volta gli scritti di Lovecraft quando avevo 11 anni. Ho letto un racconto intitolato Il colore dallo spazio ed è stato illuminante. Ho cercato altre storie ma erano difficili da trovare, negli anni Sessanta: non erano ampiamente pubblicate come lo sono oggi. Ero affascinato dal suo profondo senso immaginifico. […] Sono stato sempre un grande ammiratore del suo lavoro, ed Alien era fortemente ispirato da Lovecraft, ad eccezione del fatto che lui ha ambientato tutte le sue storie qui sulla Terra. I Grandi Antichi vengono da noi: in Alien, siamo noi ad andare da loro. Si potrebbe dire che l’alieno sia una versione più piccola degli Antichi.»

Ciò che lo sceneggiatore racconta a “Fangoria” nel 2005 è la visione di un artista fortemente legato al passato, sia come tematiche che come visioni, e dagli anni Novanta in poi andrebbe anche bene: il problema è che nella seconda metà degli anni Settanta il cinema stava schizzando in avanti, c’erano interi nuovi universi da conquistare, sia dal punto di vista tecnico degli effetti speciali che da quello artistico, e O’Bannon non se ne è mai accorto. O meglio, l’ha capito all’ultimo secondo e si è sempre opposto strenuamente al “nuovo” in favore del “classico”, cioè dei film e dei libri che amava da ragazzo.

Finché Dan e Ron sono intenzionati a scrivere un filmetto fanta-horror da vendere a Roger Corman, per farne una minuscola produzione con O’Bannon alla regia, tutto va per il meglio. Il problema è che la situazione esplode quando succede l’impensabile, e il carattere e la visione di Dan dovranno scontrarsi… con una Collina insormontabile…

(Continua)


Fonti:

  • The Beast Within: The Making of “Alien” (2003), videodocumentario scritto e diretto da Charles de Lauzirika per la 20th Century Fox Home Entertainment e distribuito all’interno del cofanetto DVD “Alien Quadrilogy”
  • Nick Begich, Towards a New Alchemy: The Millenium Science, Earthpulse Press, 1996
  • Phil Edwards, Ron Cobb on Alien, da “Starburst” n. 16 (dicembre 1979)
  • Jeffrey Frentzen e Tim Wohlgemuth, Alien, da “Cinefantastique” volume 7 numero 2 (estate 1978)
  • Nicanor Loreti, The Resurrection of Dan O’Bannon, da “Fangoria” n. 239 (gennaio 2005)
  • Bob Martin, Walter Hill: co-producer of Alien, da “Starlog” n. 24 (luglio 1979)
  • Ed Naha, Alien Arrives, da “Future Life” n. 11 (luglio 1979)
  • Paul Scanlon e Michael Gross, La storia di Alien (The Book of Alien), traduzione di Giuseppe Lippi, Mursia, Milano 1979
  • Dave Schow, Dan O’Bannon, da “Cinefantastique” Vol. 8 n. 1 (inverno 1978)
  • Ed Sunden II, Dan O’Bannon su Alien, da “Fantastic Films” n. 10 (settembre 1979)
  • A.E. Van Vogt, Crociera nell’infinito (The Voyage of the Space Beagle, 1950), traduzione di Sergio Sue, “Urania” n. 27, Mondadori, Milano, 10 novembre 1953

L.

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