[1983-06] Dan O’Bannon sul “Starlog” 71

Traduco questa intervista a Dan O’Bannon apparsa sulla rivista specialistica “Starlog” n. 71 (giugno 1983).

Fa sempre piacere trovare le dichiarazioni astiose e rancorose di Dan, con i suoi giudizi sferzanti e l’abitudine – mai persa – di denigrare chiunque l’abbia circondato.

Scopriamo altri progetti naufragati in cui il nostro era coinvolto, che vanno a sommarsi al numero già alto dei film che non ha mai fatto: malgrado l’universo non fosse abbastanza grande per l’ego di Dan, la sua carriera è stata straordinariamente minuscola, rispetto ai progetti in cui è stato coinvolto.


Dan O’Bannon
Mio figlio, l’assassino

di Lee Goldberg

da “Starlog Magazine”
numero 71 (giugno 1983)

Ha firmato i copioni di due grandi successi, “Alien” e “Blue Thunder”.
Ma non è molto felice: ecco perché

Se lo sceneggiatore Dan O’Bannon potesse mettere le mani sull’elicottero che ha creato per Blue Thunder allora probabilmente userebbe la sua artiglieria per radere al suolo ogni studio cinematografico della California del sud.

E poi passerebbe a dare la caccia al regista di Blue Thunder John Badham e agli scrittori di Alien Walter Hill e David Giler per un’altra sventagliata di artiglieria.

O’Bannon, senza mezzi termini, è infuriato.

«Hollywood è un pessimo affare. Sono stufo», dice. «Se non ottengo presto qualcosa da dirigere, me ne vado da questo mondo e divento un romanziere, o qualcos’altro.»

Ciò che O’Bannon vuole è il controllo, il potere di assicurarsi che ciò che scrive è ciò che alla fine apparirà su schermo. I suoi copioni per Alien (con Ronald Shusett) e Blue Thunder (con Don Jakoby) sono stati in qualche modo riscritti, in modo che a lui non è piaciuto.

E nel caso di Blue Thunder, in uscita il prossimo 13 maggio, non è stato proprio intrigato dalla regia.

Dan O’Bannon fra gli unici due film scritti all’epoca

Secondo O’Bannon, «John Badham ha una visione cinematografica davvero ristretta: ha diretto una pellicola da venti milioni di dollari come se fosse un episodio televisivo. Quando lo vedi sul set, ti rendi conto di quanto sia fuori posto.»

O’Bannon dice che era a portata di mano quel giorno delle riprese in cui Roy Scheider – che interpreta l’eroico Murphy, pilota della polizia che guida un nuovo elicottero sviluppato dal Governo federale – dimenticò una delle sue battute.

«Badham disse: “Non importa, è solo dialogo: di’ qualcosa e mettici la parola merda“», ricorda O’Bannon. «Badham segue la teoria per cui il pubblico non capisce i dialoghi.»

D’altronde neanche il regista è affezionato ad O’Bannon, secondo quanto ha raccontato a “Starlog” (n. 70). «Non credo che Badham creda a ciò che ha detto a “Starlog”», risponde lo sceneggiatore.

Badham ha spiegato a “Starlog” che Dean Reisner [sceneggiatore di Cielo di piombo, ispettore Callaghan (1976)] è stato chiamato ad arricchire i personaggi della sceneggiatura di O’Bannon-Jakoby.

«Dopo che noi abbiamo supinamente e obbedientemente attuato tutte le modifiche richieste per il copione, d’un tratto ha chiamato Reisner, che è arrivato e ha giocato con la punteggiatura», accusa O’Bannon.

Ma O’Bannon si aspettava che il suo copione venisse riscritto: è parte integrante del modo di fare cinema.

«Hollywood è una macchina e si basa su processi. C’è questa convinzione fra i produttori e gli studio per cui nessun copione è buono, ognuno di quelli che comprano o che hanno fatto scrivere va riscritto da altri autori prima che si inizino le riprese», dice O’Bannon. «Il problema è che molti produttori non sanno giudicare, perciò se una revisione del copione è eccellente e si può girare, non sanno capirlo né stabilirlo: lo fanno riscrivere, in automatico. Visto che molti copioni di Hollywood sono davvero pessimi, questo processo ha un effetto omologante che li migliora, ma se il testo è davvero buono, allora il processo ne abbassa la qualità.»

Indovinate cosa fa questo processo al copione di Blue Thunder, secondo O’Bannon.

«L’impatto politico – e ce n’era davvero poco – è stato ammorbidito. Nel copione originale, tutti gli atti criminosi erano compiuti dalla polizia, dal distretto di Los Angeles: al momento di iniziare la produzione, quelle persone coraggiose [Badham e la Columbia Pictures] hanno trasformato i poliziotti in eroi e i crimini commessi sono tutti colpa del Governo federale», afferma O’Bannon, ovviamente seccato. «L’idea di ritrarre i poliziotti di Los Angeles come campioni delle libertà contro il Governo federale è davvero strana.»

C’erano anche altre discrepanze su come dovesse apparire il Blue Thunder. «Loro lo vedevano come un coso enorme con roba a penzoloni, mentre per noi era una vespa nera, veloce e letale.»

Blue Thunder è un figlio della rabbia di O’Bannon. Viveva ad Hollywood, nel 1979, e non poteva dormire di notte perché gli elicotteri della polizia passavano costantemente e illuminavano casa sua con i fari.

«Mi stavano facendo impazzire. Una notte ero con Don Jakoby a casa mia e passò uno di quegli elicotteri. Mi seccai sul serio e disse che avremmo dovuto farci un film, su questa cosa», ricorda lo scrittore. «Don fu d’accordo e anche emozionato all’idea: è così che tutto è iniziato.»

Cosa si può dire sugli elicotteri della polizia? Se decidi di usare quell’agile macchina per simboleggiare le intrusioni governative nella vita privata, allora c’è parecchio da dire.

«Mi piacciono gli elicotteri, di per sé. Non mi piace che vadano in giro a guardare tutto ciò che facciamo. La polizia dice che lo fa per prevenire il crimine. Sono apparecchi molto maneggevoli», dice O’Bannon. «Il problema è che la polizia non si cura particolarmente se questi fanno uscire di testa la popolazione o violano i diritti di tutti per dare la caccia ad un criminale. Non si preoccupano di prevenire il crimine, ma solo di acchiappare i criminali. E per questo farebbero di tutto ai cittadini, fregandosene. È di questo che doveva parlare il film.»

Il Blue Thunder è completamente computerizzato, corazzato ed equipaggiato di ogni sorta di arma. «Non c’è niente di fantasioso in quell’elicottero: può sembrarlo se non avete dimestichezza con l’argomento. Non c’è niente di particolarmente innovativo nel film, non quando ci sono satelliti che possono fotografarti il buco della cintura.»

Sebbene non ci sia nulla di inusuale nel super elicottero, alcuni sviluppi di sceneggiatura ed un rutilante inseguimento d’auto sono pronti a sconvolgere il pubblico.

Dozzine di auto della polizia inseguono Candy Clark, la ragazza di Scheider nel film, mentre lei le guida in una corsa attraverso i bassifondi di Los Angeles. Badham alla fine ha molto accorciato la scena, perché ad una proiezione di prova a Seattle il pubblico l’aveva trovata particolarmente poco credibile.

«L’idea di avere un inseguimento d’auto ha un suo perché ma come diavolo è possibile che la stupida ragazza di Murphy abbia così eccelse doti di guida spericolata?», si chiede O’Bannon. «Badham ha inteso il film come un cartone animato, e quello che cercava con Candy Clark era di rifare qualcosa alla Hazzard

Problemi con “Alien”

John Badham sembra comunque un angelo in confronto al ritratto che O’Bannon fa degli sceneggiatori di Alien Walter Hill e David Giler.

«Quando hanno comprato il copione e me l’hanno portato via per farlo loro [took it away from me to make it themselves] hanno cercato di gonfiarlo ben oltre ciò che era», dice O’Bannon. «Hill e Giler hanno fatto nove riscritture, ognuna peggiore della precedente. Dicono che se hai un’astronave allora dev’essere la più grande astronave dell’universo: così hanno cambiato quell’aspetto, volevano una flotta di astronavi. «Io ho detto “solo un mostro”? E loro dicono “Non solo un mostro, ne avremo 50!”. Alla fine si è arrivati al punto che Alien era messo così male che non si poteva portare su schermo.»

O’Bannon dice che allora Giler ha lasciato il progetto. «Ridley Scott, che è stato ingaggiato all’ultimo momento, mi ha chiesto di venire e cercare di riportare il progetto sui binari. Ho fatto alcuni cambiamenti per farlo tornare simile all’originale.»

Ciò che distingue Alien dagli altri film “mostro-a-bordo” è l’inquietante creatività artistica di H.R. Giger: è stato il suo lavoro ad ispirare O’Bannon, per ciò è particolarmente seccato che la 20th Century Fox abbia chiamato altri a gestire la creatura e i set.

«Ho lottato per un anno con la Fox per ingaggiare Giger. Ho scritto il copione così che Giger potesse disegnare quelle cose. E quando hanno preso il copione hanno detto: “Naaah, non vogliamo quel tizio: non ha mai lavorato nel cinema”. Volevano qualcun altro che fosse un professionista già affermato», racconta O’Bannon. «Hanno assunto così Carlo Rambaldi per disegnare il tutto. Se ne uscì con qualcosa che sembrava un marshmallow squagliato con una serie di occhi blu. Per un anno continuai a piazzare davanti ai loro occhi il lavoro di Giger, e loro continuavano a dire: “Questo tizio vive in Europa: a quale film ha mai lavorato?” Alla fine Giger fu ingaggiato solo perché fu ingaggiato Ridley, che ha dato un’occhiata al lavoro dello svizzero. Senza Giger non credo che avremmo un gran che di film.»

O un film realistico.

«Quei set di Alien sembrano così reali: non come se avessero cercato di fare qualcosa di bello, ma qualcosa che potesse essere sopravvissuto alle piramidi e volare nello spazio. Era straordinario.»

Straordinario è anche, in questo periodo di sequel-mania, l’impossibilità di un Alien 2, Return of Alien o Revenge of the Alien o qualsiasi altro ritorno in scena per la creatura mangia-astronauti. «I diritti sono stati interamente divisi fra persone che non possono andare d’accordo. Che io ne sappia, non c’è mai stata alcuna intenzione di fare un seguito», spiega lo scrittore. [In realtà in questo 1983 James Cameron, su spinta di Walter Hill, ha già scritto la prima bozza del seguito! Nota etrusca.]

A sorpresa, O’Bannon non ama particolarmente la scrittura: la trova un’attività troppo “solitaria” e sente che si corre il pericolo di «diventare nevrotici e fumare troppo». Ciò a cui sta lavorando è raggiungere la sedia del regista, come il suo amico e collaboratore di Dark Star John Carpenter: «l’unica alternativa a quell’obiettivo è diventare scrittore. Dopo aver lavorato a questi due grandi film», dice, «mi è assolutamente chiaro che il controllo del regista sul copione è immenso.»

Progetti futuri e passati

Sebbene di solito prima scrive un copione e poi cerca di venderlo, O’Bannon ha sviluppato un progetto per la MGM intitolato The Sorcerer’s Apprentice, scritto espressamente con in testa la sedia del regista.

Il progetto è naufragato.

«Ho ancora buone speranze, ma è con quel progetto che ho scoperto l’orrore dello scrivere a progetto, il che significa che ti ingaggiano. Ti presenti e loro ti dicono: “Ecco tot soldi, scrivi un copione”. In questo caso si trattava di un accordo in cui dovevo scrivere e anche dirigere il film. Appena siglato il contratto la MGM, il leone che ruggisce, ha iniziato a piagnucolare per poi semplicemente cancellare il progetto, senza ragione apparente», racconta. «Magari può non essere piaciuto il copione che ho scritto, ma la loro decisione potrebbe essere stata influenzata dalla loro pessima gestione.»

Ora The Sorcerer’s Apprentice giace in una qualche cantina della MGM, dove sarà dura per O’Bannon recuperarlo.

«È questo che mi rende infelice del progetto», dice. «Ora è legato alla MGM: non è che posso andare in giro a proporlo, dicendo “Ehi, ragazzi, volete fare questo film?” È proprietà della MGM. Ora dobbiamo trovare un modo per riaverlo o per farlo in altri modo.»

E lui vuole farlo, questo film. Gli piace la storia e lo considera uno dei suoi lavori migliori. «The Sorcerer’s Apprentice era qualcosa che volevo davvero fare. È una storia fantastica su un giovane che vuole diventare un mago», fa notare.

Più di qualsiasi altro mago, il protagonista vuole diventare un illusionista alla Houdini. Quando è avvicinato da un vecchio mago che gli chiede se voglia imparare la magia, il ragazzo accetta subito. Ma la magia che il vecchio ha in mente non consiste in trucchi di carte e conigli fatti sparire. È vera magia. [L’unico film noto con quel titolo è la produzione omonima della Walt Disney del 2010, da cui è assente ogni riferimento a O’Bannon. Nota etrusca.]

Un altro progetto che O’Bannon vedeva come possibile debutto registico è Bloody Noses, scritto da Bob Greenfield e basato sulla vera storia dell’assassino seriale Ed Gein, i cui crimini hanno ispirato già storie di finzione come Psycho e Non aprite quella porta.

«Semplicemente non è successo. Continuavo a proporre il progetto con me come regista ma non è successo», racconta. «Poi, all’improvviso, c’è stata l’esplosione dei film sugli assassini psicopatici, e io ho detto: “No, è troppo tardi, ora”. Era una straordinaria storia di un assassino seriale ma funzionava solo in assenza di tutti questi film simili. Ora abbiamo Venerdì 13, parte 300 e I Eat Your Eyeball: sono disgustato da questi film. Finché non scompariranno e tutti li avranno dimenticati, non posso toccare Bloody Noses. Credo che ormai sia un progetto morto.» [Non esistono film con quel titolo. Nota etrusca.]

Più “vivi” sembrano due adattamenti da racconti dell’ultimo Philip K. Dick (il cui romanzo Ma gli androidi sognano pecore elettriche? è diventato Blade Runner). La versione di O’Bannon di Chi se lo ricorda sta per essere prodotta da Ronald Shusett – suo collaboratore in Alien e Sepolti vivi – per Dino De Laurentiis [dieci anni dopo diventerà Atto di forza. Nota etrusca.], mentre il racconto Modello due è stato opzionato dal curatore degli effetti speciali di Atmosfera Zero Tom Naud per un film che potrebbe intitolarsi Screamers [Che vedrà la luce più di quindici anni dopo. Nota etrusca].

«Ho appena stretto un accordo per scrivere un film indipendente per Tobe Hooper», annuncia O’Bannon, «un seguito de La notte dei morti viventi. Vedete, Zombi non era legalmente un seguito del primo film, ma tutti l’hanno pensato. Dopo la pellicola del 1969 George Romero ha avuto un dissidio con i suoi soci così ha lasciato loro i diritti del nome “Living Dead” e ha detto. “Continuerò a fare film senza di voi”. Alla fine un finanziatore di nome Tom Fox ha comprato i diritti dagli ex soci di Romero, poi è andato da Tobe e Tobe è venuto da me.»

I due cineasti si erano già incontrati in passato alla MGM, mentre lavoravano a progetti in seguito naufragati. Inoltre condividono lo stesso avvocato. «Quindi mi è stato affidato il difficile compito di fare un seguito di un film che ne ha già uno.»

E perché Dan O’Bannon lo sta scrivendo?

«Perché sono al verde e loro offrono bei soldi: scriverò il film e poi tornerò ai miei affari. Avrà un approccio New Wave, useremo musica New Wave e un cast di punk: e sarà una storia molto lontana dall’originale.»

In più il seguito – intitolato Return of the Living Dead – sarà girato in 3-D. «Ma non del tipo “vi tiro roba in faccia”», specifica O’Bannon. «Sarà un film di exploitation molto visiva, ma tutti sembrano d’accordo di non fare primi piani delle ferite. Ci saranno cadaveri strani e truculenti.»

«Credo che stiano nuotando controcorrente verso il botteghino, affrontando questo tema, ma che posso farci? Sto facendo del mio meglio per tirare fuori una buona storia.»

Return non sarà un seguito né della Notte né di Zombi né, se per questo, de Il giorno degli zombi, che George Romero scriverà e dirigerà prima del 1985, completando la trilogia. O’Bannon dice che il progetto di Hooper non ignora gli altri film, ma condividerà solo una parte degli elementi con loro.

«Servirà una spremuta di meningi [brain twist] perché gli spettatori di entrambi i film possano seguire il nuovo e apprezzarlo come pure i nuovi spettatori.»

Nuove decisioni

Questo è anche un anno di grandi decisioni per O’Bannon. «Sapete, ho 36 anni, comincio a farmi vecchio, non sono più un ragazzo: corpo e mente sono ormai diverse. Si suppone che la mezza età sia sui 50 anni, ma quant’è lunga la vita? Se fosse 70 anni, allora 36 è la mezza età. E la mia mente si sente più vecchia del mio corpo», dice. «Jack Sowards, che ha scritto Star Trek II, un bel ragazzo, ha dichiarato su “Starlog” che si sente un diciannovenne: be’, magari lui sì, ma io mi sento un settantenne.»

O’Bannon è già stato attivo nella fantascienza ed è orgoglioso di mostrare la sua biblioteca nella casa di Santa Monica. «Guarda, qui c’è Nell’inferno di neve [Snow Fury, 1955; “Urania” n. 117, 1956], il primo libro di fantascienza che ho comprato, ce l’ho ancora. Parla di neve che diventa vita e mangia la gente. Scritto nel 1956, quando avevo dieci anni e passai dai fumetti ai romanzi tascabili. Non è un romanzo famoso.»

Mette poi subito in chiaro che non è più un appassionato di fantascienza.

«Lo sono stato, ma ora sono un cineasta di fantascienza. Credo ci sia una differenza», spiega. «Ha a che vedere con il lavoro in gruppo e la socialità. Sin da quando sono entrato nel cinema ho dovuto avere uno sguardo freddo sul materiale. Credo sia un vero rischio amare i soggetti che stai gestendo: è pericoloso.»

Il passaggio da appassionato a professionista non è stato facile.

«Ho frequentato quattro college, cambiando continuamente materie senza sapere cosa volevo fare. Quando avevo 21 anni ho scoperto di stare per laurearmi in psicologia… e non volevo essere uno psicologo. Così dopo un’analisi interiore mi sono detto: voglio fare film.»

«Signor O’Bannon, da quanto si sente alienato

«Ero spaventato perché sapevo che era impossibile. Ma sapevo anche che era l’unica cosa che volevo fare per vivere. Sedevo in un dormitorio, nel 1968, e stanco delle foto di “Playboy” iniziai a leggerne i testi. Qualcuno aveva scritto una lettera chiedendo quale fosse la migliore scuola di cinema: lessi il consiglio della rivista e lo seguii.»

Finì alla University of Southern California e cominciò la sua educazione cinematografica guardando Quarto potere e Dottor Strangelove.

«L’esperienza che ho avuto all’epoca è stata trascurabile, non ho avuto alcun incoraggiamento dalla facoltà, gli studenti erano tutti strani, tutti individualisti estremamente competitivi. Nessuno voleva lavorare con gli altri», racconta. «C’è un detto ad Hollywood: “non basta aver successo, il tuo miglior amico deve fallire”. Questa attitudine inizia proprio alla scuola di cinema.»

Come hanno reagito i genitori alla sua scelta di carriera? Dopotutto, il cineasta è l’ultimo dei mestieri che una coppia della bassa borghesia americana consiglierebbe al figlio.

«Mio padre non è un uomo che parli molto: è geniale e divertente, ma in pratica muto. Gliene ho parlato e si è limitato a grattarsi la testa. Va a vedere tutti i miei film speranzoso e raccoglie memorabilia, così sono abbastanza sicuro che sia fiero di quel che faccio e gli piacciano i miei film, ma non sa come esprimerlo», spiega O’Bannon. «Mia madre ha sempre pensato, sin da quando avevo otto anni, che io fossi un criminale. Ha sempre pensato che la fantascienza non fosse una forma d’arte o letteraria. Se a scuola prendevo un libro di fantascienza, me lo portava via dicendomi: “Non portare la fantascienza con te!” Come se fosse una sorta di colla.»

«Quando avevo 20 o 21 anni mi ha fatto mettere in prigione per aver fumato erba e ha cercato di impedirmi di andare al college. Per i primi due anni ha cercato di farmi diventare ingegnere civile. Aveva un unico criterio per stabilire il successo: fare soldi. Così quando ha visto Alien distribuito in tutti gli Stati Uniti, è rimasta interdetta: non sapeva come valutare la cosa.»

Dan O’Bannon si prende una pausa poi sorride.

«Le sembrava una perversione che qualcuno facesse dei soldi con la fantascienza e i film. Credo che mi vedesse come un assassino di successo.»

Ci sono alcuni cineasti che possono vederla in modo simile a Dan O’Bannon.


L.

– Ultimi post simili:

15 pensieri su “[1983-06] Dan O’Bannon sul “Starlog” 71

  1. Sempre interessante leggere le dichiarazioni di O’Bannon, si legge tra le righe che era “leggermente” megalomane… Ma ciò che dice sui copioni rimaneggiati cinquemila volte da gente che magari nemmeno ne capisce qualcosa è tremendamente vero!

    Comunque poverino, alla fine ha vissuto 63 anni quindi a 36 anni era ben oltre metà della sua vita.

    Piace a 1 persona

      • Si, è evidente che scendendo a compromessi avrebbe lavorato di più, o comunque il suo lavoro avrebbe visto di più la luce. Ma è un po’ quello che è successo ai vari Gilliam, Romero, Carpenter… chi ha una visione “forte” del suo lavoro, chi vuole dire qualcosa (che in realtà non mi sembra il caso di O’Bannon, non lo vedo così politico), di solito non fa una bella vita a Hollywood.

        Piace a 1 persona

      • Ed è comunque un peccato che non sia successo alla fine perché, al di là della sua unica regia nota ai più (Return of the Living Dead, ovviamente) anche l’altra, e cioè il lovecraftiano The Resurrected del 1991, non era male. E non nego nemmeno che mi avrebbe incuriosito parecchio vedere la sua versione originale di Tuono Blu: poteva davvero essere il film figlio della sua rabbia, intesa qui in senso creativo e non altro…

        Piace a 1 persona

  2. Pingback: La Storia di Alien 14. Conclusione | Il Zinefilo

  3. Pingback: La Storia di Alien 14. Conclusione | 30 anni di ALIENS

  4. Pingback: Total Recall 0. Introduzione | Il Zinefilo

  5. Pingback: Total Recall 3. La versione di Dan | Il Zinefilo

  6. Pingback: Morti viventi 2. Tutti voi zombie | Il Zinefilo

  7. Pingback: Morti viventi 3. Zombie alternativi | Il Zinefilo

  8. Pingback: [Telemeno] 1985 – Hunter + Spenser | Il Zinefilo

  9. Pingback: [Videogiochi] Vai avanti tu… (1982) guest post | Il Zinefilo

  10. Pingback: [Death Wish] Dominator: Exterminator 2 (1984) | Il Zinefilo

  11. Pingback: [Death Wish] Il giustiziere della notte 3 (1985) | Il Zinefilo

  12. Pingback: Screamers 3. La versione di O’Bannon | Il Zinefilo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.