Intervista a Dan O’Bannon (Den of Geek 2007)

Traduco l’intervista di Martin Anderson a Dan O’Bannon apparsa il 19 dicembre 2007 sul sito The Den of Geek. Quasi esattamente due anni dopo, il 17 dicembre 2009, lo scrittore muore per complicazioni del morbo di Crohn.
Ecco il testo originale, ma prima due parole di introduzione.

Quello che segue è un testo acre, O’Bannon si lancia in considerazione aspre ed amareggiate nei confronti di tutti i colleghi incontrati in carriera, comportandosi (e sentendosi) come un grande cineasta che nessuno capisce, come uno scrittore d’esperienza malgrado la maggior parte di tutti i suoi progetti sia rimasta lettera morta, come un grande innovatore quando lui stesso dimostra in ogni occasione di avere una visione cinematografica ancorata a doppio filo agli anni Cinquanta.
Insomma, da questa lunga, incredibile, assurda, folle, sorprendente intervista esce fuori un uomo pieno di contraddizioni, di amarezza (se non di astio) e che quindi – con le dovute proporzioni – sentiamo più vicino a noi.

Qui Dan O’Bannon non sta parlando come uno sceneggiatore dovrebbe parlare, stimando ed ammirando tutti: parla come un folle che odia tutti perché non capiscono la sua follia. E questa profonda umanità, piena di difetti, ce lo rende in un certo qual modo più simpatico.


Intervista a Dan O’Bannon

di Martin Anderson

The Den of Geek,
19 dicembre 2007

I progetti di Dan O’Bannon si dice abbiano fatto guadagnare più di un bilione di dollari ad Hollywood. Ha creato e scritto l’Alien originale insieme a Ronald Shusett e la loro collaborazione in seguito ha generato il progetto del Total Recall (1990) di Paul Verhoeven.

Ha scritto il “fanta-vampiresco” Space Vampires nel 1985 e in seguito ha adattato di nuovo Philip K. Dick per il film di culto Screamers (1995).

Zombie che corrono? Che vi piacciano o meno, Dan li ha inventati nel suo debutto registico del 1986 Il ritorno dei morti viventi, un successo che ha generato quattro seguiti. Inoltre ha curato tutti gli effetti speciali di Dark Star, qualcuno di Star Wars ed ha recitato con Albert Finney.

Con la tua esperienza negli effetti speciali per “Dark Star” e “Dune” di Jodorowsky, così come il tuo contributo al primo “Star Wars”, c’è stato un tempo in cui hai pensato di avere una carriera di successo negli effetti visivi?

Be’, quasi. Ho supervisionato tutti gli affetti di Dark Star ed eseguito molti di loro: questo mi ha insegnato molto sulla tecnologia. Poi c’è stato l’aborto di Dune, che doveva essere diretto da Alejandro Jodorowsky: lui stesso mi aveva ingaggiato per supervisionare gli effetti speciali. Andai a Parigi e ci rimasi per sei mesi. Jodorowsky ha fondato una compagnia che ha curato un sacco di effetti speciali per spot pubblicitari francesi, e mi ha detto che ne sarei stato il capo. Così lavorai con loro.

Dissi a Jodorowsky che per fare quegli effetti dovevamo avere uno storyboard. Non era abituato a farne, così gli spiegai la cosa e ne rimase così affascinato da costruire l’intero film mediante storyboard: ogni singolo fotogramma. Era più di quanto mi servisse, ma che diamine. Ero lì con un tizio di nome Guy Delacluse e lui aveva una compagnia: era molto simpatico e abbiamo lavorato insieme pianificando come fare tutti quegli effetti speciali.

Così l’intero film fu disegnato, e Jodorowsky trovò molto buono che artisti di fantascienza disegnassero set, costumi, astronavi e tutto il resto. Fu un lavoro incredibile, la stanza dove lavoravamo, con tutti quei disegni e dipinti appesi alle pareti, sembrava un museo dell’arte.

Poi, quando eravamo pronti per girare, i produttori francesi si fecero indietro. Non saprei dire dove sarebbe ora la mia carriera se avessero continuato ed avessimo fatto quel film, sicuramente sarebbe stata molto differente: invece mi ritrovai a tornare a Los Angeles senza un soldo. Vendetti la mia auto. Non avevo un posto dove stare, con tutta la mia roba in un deposito, e finii sul divano di Ronnie Shusett: fu lì che scrissi Alien. Volevo che alcuni degli artisti che avevo incontrato in occasione di Dune lavorassero in Alien, in particolare H.R. Giger per disegnare l’intero film.

Così parte della mia esperienza con Dune finì in Alien. Ma la ragione principale per cui scrissi Alien all’epoca era che avevo bisogno di soldi, e l’unico modo che potessi concepire di farne ed andarmene dal divano di Ronnie era scrivere una sceneggiatura di genere che le case produttrici avrebbero voluto comprare. E grazie ad un po’ di fortuna, è quello che è successo.

In realtà dal divano di Ronnie Shusett me ne sono andato anche prima. George Lucas mi contattò perché era nelle fasi finali della post-produzione e degli effetti speciali di Star Wars. Aveva bisogno che gli facessi questi piccoli schermi di puntamento [targeting screens], roba militare perché all’epoca non c’erano display di computer già pronti, così bisognava costruirli. Da Dark Star sapeva che io ne avevo creati utilizzando l’animazione convenzionale: non mi pagò molto, ma abbastanza per lasciare il divano di Ronnie e prendere un piccolo appartamento.

Il tempo di finire quel lavoro per Star Wars, e la Fox diede la luce verde per Alien.

Ti rende nervoso vedere “Alien”, essenzialmente una tua creatura, evolvere in storie che volta dopo volta si allontanano dall’universo originale che hai creato?

Be’, da tempo questa cosa non mi rende più nervoso. Sono passato attraverso il fastidio di tutti quegli stupidi seguiti, così ora non me ne importa più nulla.

Sei stato coinvolto in qualche modo in “Aliens vs Predator 2: Requiem”, rispetto ad apparire semplicemente come creatore del personaggio?

No, no. Devi capire che Walter Hill e David Giler, coinvolti sin dall’inizio nel processo, mi odiano [they hate my guts]. Perché sono canaglie [Because they’re scoundrels]. Hanno pensato che visto che hanno azzeccato un paio di titoli allora potevano rubare il mio credito alla sceneggiatura del primo Alien.

Ti riferisci a quando hanno riscritto i nomi dei personaggi della tua sceneggiatura iniziale?

Già. Avevano sufficiente esperienza per sapere che quella cosa non avrebbe funzionato. Avevano un paio di film nel loro curriculum ed erano entrambi membri della Writer’s Guild of America, così come era già passati attraverso gli arbitrati. Le regole dell’arbitrato sono ben chiare, avrebbero dovuto capire che nessuna modifica minore che avessero fatto sarebbe valsa loro addirittura il solo credito della sceneggiatura, come si aspettavano: sono finiti per non aver alcun credito, nella sceneggiatura. Non so… i cattivi pensano come i cattivi pensano. Sai… sono stupidi. Quando hanno fallito in quell’operazione sono impazziti entrambi.

Entrambi mi hanno preso di mira, perché non ero un “amico”. E quando chi è preso di mira non finisce male, loro diventano furiosi. Walter Hill ha passato anni a raccontare a chiunque lo ascoltasse e a qualsiasi giornalista che è stato lui a scrivere Alien e che io gli ho rubato i crediti, finché mi sono stufato e ho incaricato il mio avvocato di fargli chiudere il becco.

Quindi no, non sono stato coinvolto per alcuno dei successivi seguiti. Sono solo interessati ai soldi, comunque: quei tizi non pensano all’arte.

Hai mai visto il film “Alien vs Predator”?

Sì, certo, l’ho visto.

Cosa ne pensi?

Un videogioco. Avevo un’idea che non hanno usato, ed era che l’alieno in una sua fase successiva diventasse un Predator. Ma non erano interessati ad ascoltarmi, perché almeno così ci sarebbe stata una certa continuità fra le due idee.

Dove ti piacerebbe vedere la prossima testa di alieno? Magari indietro ai tempi dei film ad alto budget che tu…

Mi piacerebbe che finisse. Un film horror è una cosa fragile, e una volta superato l’originale ormai non mette più paura. Così fai una serie di film horror che non fanno altro che far perdere forza all’originale. Per esempio tutti i seguiti de L’invasione degli ultracorpi [1956] fanno la stessa cosa: mandano in sovraesposizione le idee e quando guardi l’originale non è più efficace come sarebbe se l’avessero lasciato in pace.

Ma i soldi fanno girare il mondo e Hill e Giler hanno trovato il modo di fare soldi senza dover lavorare. Quindi come produttori con un rapporto speciale con la Fox semplicemente continuano a portare avanti queste cose.

Secondo te dunque il franchise di Alien è un po’ troppo sfruttato?

Si è iniziato a sfruttarlo già subito dopo il film primo, per quel che mi riguarda. Ha iniziato James Cameron che ha fatto l’unica cosa che si poteva fare, cioè cambiare completamente genere: da un film horror ad un film d’azione. Una volta fatto questo, non c’era davvero altro da fare. Così hanno iniziato a spremere il tutto fino a trasformarlo in una busta vuota, e finché farà guadagnare loro dei soldi continueranno a farlo.

Gordon Carroll era l’unico decente fra i produttori. Si è scontrato con loro su Alien e d’un tratto non l’hanno trovato più simpatico. È venuto a mancare un paio d’anni fa. [20 settembre 2005, di polmonite all’età di 77 anni. Nota etrusca.]

Passanto ai nuovi progetti, “They Bite” è per caso un ritorno al tema vampirico di “Space Vampires”?

No, semmai è più vicino ad Alien. Qualche anno fa ho cambiato il titolo perché They Bite assomigliava a They Live [1988] e faceva pensare ai vampiri, come tu mi dimostri. Così ho cambiato il titolo in Omnivore, ma non ha molta importanza: non parla di vampiri. Con They Bite in pratica mi sono auto-plagiato: vedi, They Bite non è molto lontano da Alien, se non che è ambientato sulla Terra, ai giorni nostri, in uno scavo archeologico. E invece di un mostro ci sono dozzine di cose che corrono in giro, come scarafaggi.

L’ho scritto nel 1975, l’anno prima di scrivere Alien, e l’ho fatto girare per gli studios ricevendo buone critiche, ma era un periodo pre-Star Wars e le case non pensavano che film con effetti speciali potessero funzionare: ricordo che mi è stato detto che gli effetti speciali erano ormai un’arte perduta. Be’, non ci ho creduto, perché sapevo che l’animazione in stop-motion avrebbe reso alla perfezione gli scarafaggi. La storia piaceva agli studios ma la rifiutarono per via degli effetti.

Quando mi ritrovai in ristrettezze finanziare, mi sono detto: be’, è piaciuto They Bite ma credono sia troppo costoso e non sanno come fare gli effetti speciali… se potessi scrivere qualcosa sulla stessa linea ma con effetti più semplici, magari la compreranno. Così pensai di ambientare tutto a bordo di un’astronave, in modo che l’unica cosa da costruire fosse gli interni della nave. Qual era poi il modo più semplice di creare un mostro? Un tizio in costume di comma, no? Okay, mi dissi, avremo un mostro umanoide. Naturalmente passerà per un paio di fasi precedenti, ma saranno piccole e non si muoveranno molto. Così lo scrissi e sì, ha un tono molto simile, anche se non è proprio lo stesso.

[O’Bannon è in pieno delirio: crede di aver creato lui i concetti principali del film Alien, quando in realtà la sua concezione iniziale era totalmente diversa! Nota etrusca.]

In un certo modo quindi è una specie di precursore di “Alien”?

Sì, possiamo dire così. Sono le mie due sceneggiature horror principali. Negli anni successivi sono stato ingaggiato per scrivere un paio di copioni ma non ho mai fatto tentativi per renderli concreti come Alien, perché francamente quando scrivo un copione lo vivo a livello emotivo. Ero stufo di quel tipo di orrore e di stranezze, e non mi andava di tornare ancora in quel territorio. Così quando ho fatto Il ritorno dei morti viventi [1985] l’ho reso più una commedia che un film horror: non ho mai provato a rendere pauroso quel film.

Puoi parlarci di “Silvaticus 3015”?

Non molto, perché ancora non è un’idea sviluppata. Vogliono sapere se posso scriverlo, ho dato un’occhiata al soggetto che hanno ed è perfettamente ovvio ai miei occhi che posso servirgli questa storia alla perfezione, anche perché in questa fase dello sviluppo è ancora grezza. Hanno un paio di idee principali e in pratica posso portarle ovunque io voglia. Per via della mia esperienza nella fantascienza ho un vasto archivio di materiale a cui posso attingere. Si tratta di un film molto ambizioso: la Terra è stata distrutta da esperimenti scientifici scriteriati, ed ora gli eroi si stanno aprendo la strada nell’universo.

Se mi chiedi perché il copione non sia ancora sviluppato, il motivo è che ancora non mi hanno pagato: quando riceverà un assegno, inizierò a lavorare. Ci sono già passato, a scrivere prima di essere pagato, e già conosco il risultato: non essere pagato. Se scriverò prima sarà qualcosa di speciale per me, non lavoro più gratis per le idee di qualcun altro.

[Malgrado l’altissima opinione di sé, O’Bannon ha lavorato pochissimo e del fantomatico Silvaticus 3015 non esistono tracce. Nota etrusca.]

C’è un grande dibattito sugli zombie, se debbano correre od ondeggiare, e in fondo nasce tutto da te…

Sì.

È stata un’idea volutamente comica quella di farli muovere velocemente?

No, in pratica stavo cercando di allontanarmi da George Romero ed evitare i cliché. I produttori esecutivi, John Daley e i suoi soci, vennero ai giornalieri e quando videro la prima scena con gli zombie che correvano saltarono sulla sedia, iniziando ad urlare. Dissero che non sapevo cosa stessi facendo: possibile ignorassi che gli zombie si muovono ondeggiando? Solo quando videro il film montato che capirono il punto e cosa io stessi facendo.

Ho notato in TV un giovane regista che ha fatto un film zombie, recentemente…

Zack Snyder?

Non so, ma so che si congratulava con se stesso per l’idea di zombie che corrono. E ho pensato, mmmm, mi sa che non ha mai visto Il ritorno dei morti viventi. Apparentemente quegli zombie li abbiamo inventati entrambi.

[In realtà è più facile si riferisse a 28 giorni dopo (2002) di Danny Boyle che a L’alba dei morti viventi (2004) di Snyder. Nota etrusca.]

Dato il suo intenso coinvolgimento nella creazione di “Alien”, come raccontato nel documentario di “Alien Qudrilogy”, mi chiedo se in quanto regista trovi difficile delegare.

L’ho fatto per Il ritorno dei morti viventi. Vengo dalla USC e quando studiavo lì andava per la maggiore la “teoria dell’autore”: il regista doveva fare tutto. Io ci ho creduto e in effetti ho imparato a svolgere ogni lavoro in un film. Così quando  venne il mio turno con Il ritorno gestii tutte le mansioni, con il risultato di farmi odiare da tutti: fu un’esperienza davvero spiacevole.

Quando mi ritrovai di nuovo a fare il regista, cinque anni dopo in Canada… Sfortunatamente il film è stato distrutto. Ho dovuto disconoscerlo perché i produttori tramite un rimontaggio hanno tirato fuori un altro film, e non erano buoni montatori. Il mio film è perduto.

[Si riferisce per forza di cose a The Resurrected (1991), l’unico altro suo film da regista. Nota etrusca.]

Comunque l’ho affrontato da una prospettiva del tutto diversa: ho delegato tutto e mi sono limitato a starmene seduto e a fare una specie di controllo di qualità. Ho semplicemente guardato gli altri fare cose che sembravano giuste, senza interferire. Giusto ogni tanto sono intervenuto, quando stavano facendo qualcosa di palesemente sbagliato, e ho detto “facciamolo in modo diverso”, poi sono tornato a sedermi.

Se hai una buona troupe è stancante dire a tutti loro cosa devono fare, così ho preferito l’approccio alla Hitchcock, dove te ne vai a dormire nella roulotte mentre girano. Rod Taylor una volta ha raccontato che voleva così tanto lavorare con Hitchcock che rimase stupito quando iniziarono le riprese… e lui non c’era. Quando alla fine chiese “Dov’è Hitchcock?”, gli risposero: “Be’, sta dormendo nella sua roulotte”. Ho pensato che se andava bene per Hitchcock, va bene anche per me.

Quindi hai cercato un compromesso fra l’autorialità e il delegare?

Non lo vedo come un compromesso, perché ho dovuto cercare un modo per raggiungere comunque il risultato che volevo, e ho trovato un sistema per farlo: non è un compromesso. Lo sarebbe se la qualità del film ne risentisse, ma posso assicurare che così non è. Quindi è semplicemente un modo diverso di lavorare che rende tutti più felici. Se hai una troupe di incapaci sei fregato e devi intervenire sempre, ma se hai una troupe in gamba…

Con l’uso sperimentale di robot in Iraq, è il momento giusto per “Screamers 2”?

Be’, quella è una storia di Philip K. Dick e all’epoca in cui adattai We Can Remember It for You Wholesale [1966; in Italia Chi se lo ricorda, “Urania” n. 490, 1968], da cui il film Atto di forza [1990], e Second Variety [1953; in Italia, Modello due, “Urania” n. 359, 1964], da cui è tratto il film Screamers [1995], i diritti cinematografici dei racconti di Dick erano spaventosamente economici: credo che Ronnie Shusett abbia acquistato Wholesale per un paio di migliaia di dollari. Però dopo Blade Runner [1982] tutto d’un tratto il valore delle opere di Dick è schizzato al cielo, tanto che proprio non so come faccia uno oggi a potersi permettere i diritti di una storia di Dick.

In più, non mi piace particolarmente fare sequel, specialmente se tratti dal mio materiale. Se un film è ben fatto, è ben fatto. Non ero così entusiasta di fare Il ritorno dei morti viventi perché in un certo senso era un sequel… be’, legalmente era un seguito di George Romero. Aveva una storia legale molto complessa e quando ho chiesto di subentrare come regista mi hanno detto che avrei dovuto farlo il più possibile in modo differente da Romero.

Credo che i primi due o tre film di James Bond fossero buoni, per essere dei sequel, ma ben presto hanno cominciato a presentare schemi ripetitivi. Mi annoia fare quanto è già stato fatto.

Dev’essere seccante per te girare un sequel visto che non ti piace.

La cosa più grande che mi sia successa è che sono stato incanalato nella fantascienza e nell’horror. I miei interessi in realtà sono molto più vasti, e ho scritto parecchi copioni che non sono stati mai fatti…

Stavo per chiederti infatti se avevi progetti in corso al di fuori dei tuoi soliti generi.

Be’, voglio scoprire se è davvero così difficile scrivere lo studio di un personaggio, come tutti sembrano pensare. Ai tempi, critici come Siskel ed Ebert non volevano sentir parlare d’altro se non di un serio, realistico studio del personaggio: se non c’era, allora il film era una merda. Ed io mi sono irritato più volte perché secondo me… naturalmente ci sono grandi studi di un personaggio, come Morte di un commesso viaggiatore, ma in generale gli studi di un personaggio… Non riesco a capire cosa ci sia difficile. Tutto ciò che devi fare è descrivere la vita quotidiana di gente ordinaria… triste, noiosa… e sei già sulla strada giusta per una struttura da tre atti.

Così alla fine mi sono stufato e ho detto a Don Giaco che avremmo dovuto scrivere lo studio di un personaggio, così, tanto per farlo. E l’abbiamo fatto. Si chiama Tulp, dal nome del protagonista. Tratta della crisi di mezza età di un uomo che possiede il più grande autosalone della sua cittadina. Così l’abbiamo scritto e c’è stato dell’interesse, fino quasi a realizzarne qualcosa: sono ancora dell’opinione che sia molto più difficile scrivere di fantascienza, perché devi avere inventiva, devi pensare a cose innovative ed inusuali, a cui la gente non ha mai pensato. Così invece non devi fare altro che descrivere la vita normale. Il che è… è così difficile? Ma probabilmente mi sfugge qualcosa.

Quali sono stati i problemi che tu e Ronald Shusett avete affrontato nel gestire Philip K. Dick ed ampliando il racconto originale in “Atto di forza”?

Ronnie davvero non sapeva cosa farci, ma non gli andava l’idea di lasciarmi da solo a scrivere l’intera cosa, perché… be’, chiamalo e chiediglielo. Ti dirà qual’era la questione: l’unica cosa importante per lui è il suo nome sul titolo. Mi ha portato il progetto e ha detto “Pensi che possa uscirne una sceneggiatura corposa?”. Conoscevo bene quel racconto e risposi che sì, ne ero sicuro. Mi sedetti ed immediatamente buttai giù le prime trenta pagine, passandogliele.

Lui mi disse di scrivere ancora e lo feci. Dissi che era un testo buono per un solo atto, ma se l’obiettivo era un film servivano altri due atti. Mi sembrava ovvio che il protagonista dovesse andare su Marte, perché tutto verteva sulla sua ossessione di essere una specie di James Bond marziano.  Dissi che secondo me il resto del film dovesse essere una via di mezzo tra Casablanca e un film di James Bond. Mi rispose: “Non sono per niente d’accordo, penso invece dovrebbe essere un western su Marte”. Hai presente? Pancho Villa su Marte. Gli dissi che era un’idea terribile e che non l’avrei scritta.

Così Ronnie se ne andò a cercare qualche beota che gli scrivesse un western marziano. Dopo alcuni mesi tornò indietro dicendomi che l’aveva scritto lui ma che non piaceva a nessuno, così voleva provare la mia idea. Scrissi un altro atto e portai il protagonista su Marte, continuando con lo stile di… immagina il migliore dei film di Bond, tipo Goldfinger [1964], ecco: continuai con quel tono.

Mi immaginai come dovesse essere il terzo atto e a quel punto Ronnie me lo strappò di mano, di nuovo, e corse via a cercare qualcuno che gli scrivesse il terzo atto, e di nuovo non trovò nessuno. Quindi tornò di nuovo da me, io mi sedetti e scrissi il terzo atto come richiesto. Ronnie si prese il copione e passò anni a girare la città in cerca di un contratto. Finalmente riuscì a trovare i finanziamenti per il film, ma quelli ora coinvolti nel progetto riscrissero il terzo atto, in modo incoerente secondo me. Così i primi due atti sono più o meno opera mia e di Dick, il terzo è di Ronnie Shusett.

Quando guardo il film, tutto ciò che viene costruito nella parte iniziale si trasforma in caos, negli ultimi venti minuti.

Perché pensi che il lavoro di Dick sia entrato in serie A mentre così tanti altri autori di fantascienza hanno fallito?

Oh, non so quanti abbiano fallito, la fantascienza di solito è una rarità. C’erano solo pochi film di fantascienza e pochi di horror, la serie A erano i western, i polizieschi, roba del genere. Poi è uscito Guerre stellari ed è nata una nuova generazione di cineasti. Non potevano più vendere western, nessuno li voleva più. Non ricordi come tutto fosse un western?

Certo.

E semplicemente ad un certo punto tutto è finito, all’incirca intorno al 1970. D’un tratto i western sono finiti e hanno dovuto cercare qualcosa per sostituirli, mentre il gusto generale era cambiato.

C’è stato un periodo in cui andava molto il drammatico, con l’occasionale eccezione di western come “Il texano dagli occhi di ghiaccio”…

Già, c’erano ancora qualche western, soprattutto quando era un buon progetto. Guerre stellari è stato uno shock per l’industria cinematografica, perché nessuno aveva creduto nel progetto ed erano certi che sarebbe stato un flop. E quando divenne così popolare, c’è stata un’emorragia. Così tutti hanno iniziato a fare film di fantascienza, e il resto è storia.

Per quel che mi riguarda, da ragazzino guadagno ogni film di fantascienza e leggevo ogni libro di questo genere, finché durante il college ho lasciato questa passione per strada. Era interessato nel fare esperienze di “vita vera”, volevo vedere altre parti del mondo e studiare altra roba. Ci sono “ricaduto” all’USC, perché sapevo che era una parte importante di me stesso.

Dark Star è stata la cosa che mi ha rifiondato nel genere. Poi il mio primo grande progetto per una vera grande casa cinematografica è stato Alien, che mi ha consacrato al fanta-horror.

Hai recitato in “Dark Star” e ti è capitato di recitare in altre occasioni. Ti è utile come forma di espressione?

Sì, mi piacerebbe farlo come lavoro, ora, è così molto più facile che scrivere. Ho sempre recitato, da ragazzo, ed ero sempre coinvolto nelle produzioni scolastiche e poi al college: è venuto naturale farlo anche in Dark Star. Visto che non c’erano soldi per nessuno, era difficile trovare attori, mentre io ero già lì.

Una delle cose che ho scoperto sulla recitazione, prima sul palco e poi in film, è che dopo aver finito mi deprimevo, mi sentivo completamente svuotato. Così pensai pensai di impegnarmi in qualcos’altro che non prevedesse lo stare davanti ad un obiettivo: scrivere e dirigere dovrebbe essere più facile! [ride]

A volte mi piacerebbe aver studiato recitazione. L’ultimo mio ruolo è stato in un minuscolo film, ma diretto da Nick Castle, un film su un ragazzino in Paradiso che non vuole nascere sulla Terra…

“Guardo, ci penso e nasco” (Delivering Milo, 2001)?

Sì, proprio quello. Il protagonista era Albert Finney e io avevo questa piccola scena di fronte a lui: è stata una delle più grandi emozioni della mia vita. Ero terrorizzato: non ero certo al suo livello come attore, ma era già una grande emozione semplicemente trovarmi lì a girare una scena con un grande attore come Finney. Interpretavo un commesso d’albergo che nel copione era scritto essere magro, così dovetti inventarmi il sistema di apparire magro! [ride]

La nuova moda dei film macabri è in grado di rimediare alla mancanza di tensione che hai spesso lamentato nei film horror contemporanei?

Non mi sono mai piaciuti gli horror sadici, con le mutilazioni. Ce n’è un po’ in ogni grande film horror, così da far capire al pubblico che sei in grado di farlo, ma la vera tensione in un buon film dell’orrore sta tutta nella suspense: l’attesa che avvenga la cosa orribile.

Inoltre io tendo ad iniziare le storie così come faceva Hitchcock, cioè in modo lento e costruendo la trama fino ad arrivare al punto di tensione. Se guardi i primi cinque minuti molti dei film di Hitchcock, non succede nulla. Intrigo internazionale [1959], hai dei tizi che girano in taxi e fanno una cena di lavoro, e tutto inizia a costruirsi da lì.

Prendendo Alien ad esempio, la costruzione inizia lentamente e si comincia a creare la tensione, piano piano finché non entra in scena qualcosa di scioccante. Non puoi continuare a far crescere la tensione senza colpire il pubblico in faccia con qualcosa. Lo fai per far capire loro che puoi farlo e che lo farai, così il pubblico è davvero attento, ora.

Dopo di che, tutta la tensione nel film si sviluppa mediante persone che camminano per corridoi e parlano a voce bassa.. Tieni il pubblico in sospeso in attesa della prossima trovata, e prima che iniziano ad annoiarsi li colpisci di nuovo.

Invece per limitarsi a mostrare le budella… Questo tipo di film è sempre stato in giro. C’era un piccolo film scadente chiamato Gli orrori del museo nero [1959] in cui il punto più alto era un binocolo premuto negli occhi di un tizio. Lo vidi da ragazzino e lo trovai inquietante ma nel modo sbagliato, semplicemente disgustoso e spiacevole.

Puoi dividere i film horror in due grandi categorie: il sadico e il masochistico. Nel genere sadico ti invitano a gioire delle mutilazioni e ad empatizzare con il mostro; in quello masochistico sei invitato ad empatizzare con la vittima, e a non apprezzare le mutilazioni. Be’, io faccio film di questo secondo genere.

C’era un critico cinematografico marxista in Canada che scrisse un affascinante saggio che comparava Alien a Non aprite quella porta [1974]. Secondo lui, Non aprite quella porta era progressista perché sosteneva il rovesciamento delle convenzioni esistenti, mentre Alien era conservatore e retrò perché voleva preservare lo status quo. È stata la prima volta che ho scoperto di essere conservatore.

Le “Regole di O’Bannon per la scrittura” vedrà mai la luce in libreria?

No. Sta lì, su un angolo della mia scrivania, a prendere polvere. Nel corso degli anni ho letto un paio di necronomicon pubblicati. Li ho comprati e letti e mi hanno molto seccato, finché non mi hanno annoiato. Se devi scrivere un necronomicon che almeno metta paura…

[Da come prosegue la conversazione, sembra di capire che O’Bannon chiami necronomicon ciò che gli esseri umani chiamano “manuale di scrittura”: il motivo per cui si esprima così è noto solo agli antichi dèi di Cthulhu… Nota etrusca.]

Ho iniziato a raccogliere note e alla fine è uscito fuori un libro. Non è lungo, e infatti non dovrebbe esserlo. Di sicuro è denso. Non so se hai mai letto Dottor Jekyll e Mister Hyde

Sì, l’ho letto.

Alla fine senti di aver letto un romanzo, ma se vai a contare le pagine ti rendi conto che sono giusto una quarantina. Il mio necronomicon è così: molto denso ma non molto lungo, altrimenti sarebbe stato noioso. Perciò è quasi completato, ma ho avuto varie cose nella vita privata che mi hanno impedito di finirlo.

Quindi possiamo sperarci, nel futuro?

Assolutamente. Doveva uscire l’anno prossimo, ma sono intercorsi problemi familiari così importanti che non ho proprio avuto il tempo di scrivere altro. Ora finalmente le cose cominciano ad andare meglio, così se farò qualcosa sarà proprio finire quel progetto per pubblicarlo. Già è in gran parte completato, sarebbe un crimine non finirlo.

[Solo nel 2012, anni dopo la sua morte, vede la luce Dan O’bannon’s Guide to Screenplay Structure, con prefazione di Roger Corman.]


L.

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12 pensieri su “Intervista a Dan O’Bannon (Den of Geek 2007)

  1. Fantastica intervista, grazie!

    Mi piace molto che in mezzo a tutto il veleno verso quelli coinvolti in Alien e seguiti (anche il mio amato Walter Hill!!), salvi James Cameron che ha fatto l’unica cosa che si poteva fare, cioè cambiare di genere. Giustissimo!

    E non sapevo del coinvolgimento di O’Bannon nella scrittura di Total Recall (che pure ho recensito sul blog), però è colpa mia perché effettivamente Imdb lo enumera tra quelli che hanno fatto la screen story!

    Grandissimo personaggio, comunque, e ha ragionissima sugli zombie che corrono! Certo, quelli di 28 days later sono infetti, ma stiamo cercando il pelo nell’uovo!

    Infine, grazie per il link alla mia recensione di Return of the living dead! :–)

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    • Cerco sempre di seminare link inter-blog così da spargere il Verbo ^_^
      Anche se quelli di “28 giorni dopo” non sono chiamati zombi lo stesso all’epoca si parlò moltissimo di questa strana evoluzione del genere, che nessuno ricordò nascere da più lontano. Però stiamo parlando di film di grande richiamo. non mi stupirebbe fare mente locale e trovare qualche altro film zombie minore dove correvano 😛

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      • Sicuramente ci sarà qualche B-movie (o Z-movie) con zombie corridori! Una rapida ricerca su Google mi ha diretto verso Incubo sulla città contaminata, film del 1980 dell’immancabile Umberto Lenzi, di vari anni precedente al film di O’Bannon, per esempio! :–)

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      • Incredibile, gli italiani arrivano sempre prima ma non sanno sfruttare il suo primato!!!
        Come ho già detto più volte nel blog, “Reazione a catena” (1971) di Mario Bava ha anticipato sia il genere slasher che il genere splatter, e infatti Venerdì 13 parte 2 è uno smaccato semi-plagio di quel film: eppure il nostro cinema non ha saputo sfruttare quel vantaggio ed è triste quando si parla di splatter il sentir citato il vecchio Fulci con i suoi effettacci casalinghi, venuti fuori solo dopo il successo dei grandi titoli americani…

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      • C’è da dire che purtroppo maestri come Fulci e Bava (padre) pagavano lo scotto di budget ridottissimi e alcuni dei loro film non sono invecchiati benissimo, nonostante le loro qualità di cineasti. Essendo poco fruibili per il pubblico d’oggi, vengono dimenticati e vengono preferiti film statunitensi magari meno originali ma che grazie ad effetti speciali superiori (per i più soldi investiti) ancora si fanno guardare.

        Come hai giustamente detto te, è un vero peccato!

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  2. Grande intervista al vetriolo al compianto Dan che fa luce su amarezze, rancori e progetti realizzati (pochi) e irrealizzati (la maggior parte, compreso il Dune di Jodorowsky che, francamente, non so quante porte avrebbe potuto aprirgli a Hollywood se fosse stato effettivamente realizzato)…

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    • E’ irresistibile il pensiero ingiusto di pensare che una vita di livore ed astio – perché le interviste del ’79 già dimostravano cos’avesse in corpo – gli abbia mangiato l’intestino, soprattutto perché un ambiente così copetitivo e scorretto come il cinema non aiuta a “rilassarsi”.
      Se abbiamo imparato qualcosa dalla saga di Alien, è che a fare i “duri” con la Fox ci si rimette sempre: Michael Biehn sta ancora lì a rimpiangere di aver ottenuto bei soldi dalla sua assenza di Alien 3 ma si è giocato la carriera nella major, e Dan ha battuto Hill sui crediti di Alien ma così si è fottuto la carriera. Forse il metodo Salici – piegarsi per rimanere al proprio posto, e quindi continuare a lavorare a ciò che si ama – è quello che funziona di più…

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