Intervista a Brian Wood (ComicsBeat 2016)

Traduco l’intervista che Davey Nieves ha condotto per il sito ComicsBeat.com allo scrittore Brian Wood. (Ecco l’originale.)


Perché Aliens Defiance
appartiene all’amato franchise

di Davey Nieves

da ComicsBeat.com
31 marzo 2016

Cover di Massimo Carnevale

Ricordate la prima volta che avete visto un piccolo xenomorfo fuoriuscire dal petto di qualcuno in Alien? Il momento in cui il mostro apre le sue mascelle per esporre la sua lingua e farla scivolare sul volto di Sigourney Weaver, tanto che vi siete avvinghiati alla poltrona. Da quasi trent’anni Alien è stato uno dei nomi più seminali della fantascienza. Dark Horse Comics sta per presentare una nuova serie ambientata nell’universo di Ridley Scott. Aliens Defiance racconta una storia nell’universo espanso che segue la Colonial Marine di nome Zul Hendricks, che si ritrova ad essere l’ultima difesa tra la Terra e gli xenomorfi.

Abbiamo la possibilità di parlare con lo scrittore entrato nei bestseller del “New York Times” ed uno sceneggiatore a fumetti di grande fama: Brian Wood. Che è sufficientemente appassionato del franchise per partecipare a questo universo.

Comics Beat: Questo è il primo fumetto alieno da un po’ di tempo che non è uno “scontro” o una novelization. [Ma che dice? Possibile che gli intervistatori non sappiano mai di cosa parlano? Nota etrusca.] Qual è la storia di “Aliens: Defiance”?

Brian Wood: Segue la Colonial Marines di prima classe Zula Hendricks al seguito di una squadra di mercenari sintetici impegnati a prendere possesso di un relitto alla deriva e portarlo alla Tranquility Base sulla Luna. Dovrebbe essere un lavoro di routine, quello di intercettare spazzatura spaziale e vedere se ci sia qualcosa da recuperare. Zula è in un momento critico della sua vita, è rimasta ferita nella sua prima missione d’addestramento, ha passato tanto tempo in riabilitazione ed è completamente sola: l’unica sua amica è un’Amanda Ripley pre-Isolation. Così quando questa missione di salvataggio richiede un soldato per motivi giurisdizionali, lei accetta l’incarico.

Ovviamente questo relitto non è semplice ed innocua spazzatura spaziale.

Dove si posiziona “Aliens: Defiance” nella cronologia del franchise?

Molto presto, all’incirca 17 anni dopo il film Alien.

[Non sembra corretto, visto che Wood ha appena specificato che la storia si svolge prima di Isolation e quest’ultimo si svolge 15 anni dopo Alien: Defiance dunque dovrebbe svolgersi al massimo nello stesso periodo, non due anni dopo! Ricordo la Cronologia aliena. Nota etrusca].

Quel che però è importante è che si svolge prima che gli eventi della Nostromo siano noti a tutti. Be’, magari qualcuno più addentro lo saprà prima di altri, come per esempio gli ingegneri della Divisione Armi della Weyland-Yutani. Ma per chiunque altro gli xenomorfi sono ignoti.

Per quanto sia esteso l’universo alieno, sembra che le uniche parti di successo siano quelle che coinvolgono Ellen Louise Ripley. [Di nuovo, l’intervistatore non sa di cosa sta parlando. Nota etrusca] Cos’ha di speciale Zula Hendricks che la rende unica e competitiva in questo universo?

Posso condividere che le parti più visibili siano quelle con Ellen Ripley, in termini di successo al botteghino: senza dubbio lei è una delle protagoniste più grandi del cinema. Ciò che ho imparato, come fan e ora come autore, è che ci sono molti interessanti romanzi, fumetti e videogiochi che creano questo universo. Là fuori c’è un sacco di materiale di successo, dal punto di vista creativo.

Zula Hendricks secondo Robert Carey

Detto questo, ho dato un’occhiata a Ripley, specialmente quella del film originale, per immaginare come poter creare un personaggio “ripleyesco” [Ripley-esque], visto che uno degli obiettivi principali di questo fumetto era creare una classica storia di Alien sullo stile del primo film. Zula fatta dello stesso materiale dell’equipaggio della Nostromo: classe operaia, guarda alla prossima busta paga anche nella situazione più terribile. È quello che fa Ripley, con il suo ingegno, la sua umanità e la sua forza, ed è quello che ho voluto instillare in Zula, sebbene da un’altra prospettiva, visto che è un soldato. Una soldatessa, giovane, appassionata ma ferita.

“Alien” era avanti per i suoi tempi perché la sua storia era impostta come un conflitto ideologico dell’uomo che ceca di controllare la natura (o la natura spaziale, credo). Gli xenomorfi non erano le creature tecnologicamente avanzate che la fantascienza ha creato, bensì una forza primordiale che cercava di sopravvivere. In un certo modo erano lo sfondo di una storia anti-corporativa. Come hai affrontato la sfida di cercare di portare quel livello di intrattenimento nel linguaggio dei fumetti?

Cover di Massimo Carnevale

Ho sempre amato gli elementi corporativi dei film di Alien. Mi appassionava, da ragazzo, sentire che c’era qualcosa di profondamente interessante in quel conflitto, qualcosa che non trovavo in un altro tipo di fantascienza, all’epoca: malgrado si basasse su elementi fantastici, dava loro un contesto che sembrava reale. Perciò ho incluso tutto questo in Defiance. Ma tu hai usato la parola “primordiale”, che è la chiave per spiegare gli alieni ma anche per descrivere la reazione umana, sia fisica che emotiva. Le meccaniche di una storia di Alien possono sembrare semplici – sfuggire e fuggire [evade and escape] – ma in realtà c’è tutta un’affascinante esplorazione di ciò che è l’umanità.

Visivamente, i film di Alien hanno fatto affidamento su scelte di colori dalle tonalità fredde ed effetti stroboscopici combinati con l’oscurità per dare quella sensazione di tensione. Il team artistico di Tristan Jones e Dan Jackson ha fatto un lavoro fantastico nel creare una tensione similare su pagina. Che tipo di indicazioni hai fornito loro per descrivere ciò che volevi vedere?

La mia unica indicazione è stata di cercare di far rievocare ai lettori il film  originale, dai dettagli della tecnologia – le tutte pressurizzate anni Settanta, lo stile dei bottoni e dei pannelli di controllo, il vestiario, il design quasi brutale degli esterni delle navi – e di utilizzare la paletta dei colori di quel primo film. Il che, ad essere onesto, se preso alla lettera creerebbe un fumetto piuttosto grigio, ma devo fare i complimenti a Tristan e Dan per aver trovato un modo per tirar fuori un fumetto moderno che riesca ancora ad essere un ritorno al passato in tutti i modi, almeno nei modi che contano.

Zula Hendricks e Davis1 secondo Tristan Jones

Ora però mi rivolgo al Brian fan. Cosa ricordi della prima visione di “Alien” su schermo? Quale parte ti ha fatto capire che si trattava di qualcosa di speciale?

Ho visto le locandine prima del film: ero troppo giovane nel 1979 perché mi fosse consentito vederlo. Però le mie sorelle più grandi ne parlavano sottovoce e il mistero del film si fondeva con la locandina, e la frase di lancio era più che sufficiente per me. Credo di aver adorato il film da allora: non ricordo quando l’ho visto per la prima volta, ma ricordo l’immaginarmelo.

Qual è la tua valutazione dei film della saga, dall’originale di Ridley Scott a “Prometheus”? (Faremo finta che quelli di “Alien vs Predator” non esistano) [Il che dimostra quanto valga l’intervistatore! Nota etrusca] Perché uno è il tuo favorito e un altro il meno favorito?

Perché dovrei fare finta? Mi piacciono un sacco i film di Predator e li includo in ogni caso. Almeno quelli che ho visto.

(Ridendo) Parlavo solo della serie AvP. Anch’io ho un debole per Danny Glover in “Predator 2”, ma sei tu l’ospite quindi spara pure.

Alien Resurrection: adoro il cast, adoro il regista.

Alien: guardarlo è materia di studio, per me, in quanto conoscendo già la storia posso prestare attenzione ai set, ai colori, alla musica e via dicendo.

Alien 3: la gente odia quel film. È pieno di testosterone, ma ho sempre amato la sua idea, e vogliamo parlare dei prigionieri con giacche di Doc Martens ed M1?

Predator 1 e 2: il primo è iconico, e sento che il decadimento urbano e sociale del secondo mi ha influenzato come autore, imprimendosi molto presto in me.

Predators: prodotto da Robert Rodriguez, con Danny Trejo, Alice Braga, Walton Goggins… andiamo. È un film forte, implacabile, ma mi piace.

Aliens: è basso nella lista, al contrario di quanto la gente possa aspettarsi: mentre la storia di Ripley è avvincente, il resto è davvero troppo anni Ottanta, con quei marine esagerati. Non riesco a guardarlo a lungo. Jenette Goldstein comunque è grandiosa.

Prometheus: l’ho visto una volta sola, e sospetto che lo valuterei meglio se lo guardassi di nuovo. La gente ne ha fatto uno sport olimpico spalare merda su questo film, sebbene non lo meriti affatto.

Alien vs Predator: li ho visti entrambi, e il fatto che siano alla fine della lista è perché non ricordo molto di nessuno dei due. Penso che siano in una categoria a parte, e non sono – né sembra cerchino d’essere – allo stesso livello degli altri film.

Giusto! “Predator 2”! Sottovalutato! Uno dei tre migliori Gary Busey di sempre. Quando scriverai un fumetto di Predator dovremo riparlarne.


L.

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3 pensieri su “Intervista a Brian Wood (ComicsBeat 2016)

  1. Che intervistatore di livello, davvero, della serie “come arrivare a irritare l’intervistato con la propria incompetenza e/o parzialità” (non credo fosse poi così difficile per Nieves prevedere che Wood avrebbe anche potuto NON condividere i suoi criteri circa i titoli da includere o meno nella saga)! Però pure tu, Brian, ma cos’è ‘sta storia che Aliens non riesci a guardarlo a lungo? Sempre voglia di scherzare … vero che scherzi, eh? EH? 😉

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