[1979-10] L’Alien di Ridley Scott su “Fantastic Films” (4)

Quarta parte della mia traduzione di questo articolo apparso sulla rivista specialistica “Fantastic Films” numero 11 (ottobre 1979).


ALIEN from the inside out
Ridley Scott (4)

di James Delson

da “Fantastic Films”
numero 11 (ottobre 1979)

Intervista esclusiva con il regista di “Alien”

In quella versione del copione, Dallas diceva di aver perso la chiave e di non sapere come attivare il computer, con relativo dialogo fra Dallas ed Ash.

Giusto. Poi lentamente iniziano a fare il loro lavoro e a contattare la Terra. Per l’antenna dell’astronave avevo pensato ad uno strumento che si apriva come un fiore. Poi l’equipaggio scopriva che doveva fare delle riparazioni e dovevano uscire fuori, in una scena che volevo disperatamente, perché avrebbe reso alla perfezione il senso di titanica grandezza della raffineria.

Volevi farli volare lì in giro?

Esatto. Un semplice lavoro di routine, prima di partire alla volta del pianeta.

Che qui assomiglia a Saturno.

È quello che volevo in origine. All’inizio avrei voluto un’immagine più sofisticata nel film, ma con gli strumenti che avevamo era meglio semplificarla.

In alcuni punti hai scelto di usare il colore in uno storyboard principalmente in bianco e nero.

Mi stavo annoiando! È molto noioso fare questi storyboard. La Nostromo atterra usando i motori principali, ma mentre scendono si ritrovano in mezzo al fuoco elettrico dovuto al fatto di essere passati per dense nubi di polvere. La nave atterra sulla superficie del pianeta, circondata dalla tempesta, con Ash che siede seduto nella sua bolla.

Aspettano l’alba e che passi la tempesta di sabbia, controllando le letture dei dati dell’atmosfera che però ero troppo pigro per disegnare. Il sole sorge, o i soli sorgono, attraverso la tempesta. Dallas, Kane e Lambert si preparano e i tre escono per una passeggiata sulla superficie.

Le tute spaziali dello storyboard su cosa sono basate?

Queste tute spaziali sono basate su me che le tiro fuori direttamente dalla mia testa.

Vediamo l’equipaggio che si allontana dalla nave. Quelle piccole scie che escono dai loro elmetti sono un’evoluzione degli sbuffi di ghiaccio di “Tristano”?

Ho avuto un mare di problemi per quello, da uscirne pazzo.

Escono dalla nave e si dirigono verso il segnale che hanno ricevuto mentre erano in spazio. Ora, camminando alla cieca nella tempesta di sabbia, con tanto di visiere abbassate, è parecchio difficile e volevamo dar loro un modo per orientarsi. L’idea era dar loro una specie di piccolo schermo all’interno dell’elmetto, dove apparisse la strada da percorrere in miniatura.

Questo mostra i dati, e una immagine tridimensionale non solo del terreno davanti a te ma anche di lato. È come una mappa olografica.

Questa era l’idea di Moebius per il relitto. È ancora buona, un po’ arcaica e vittoriana in un certo senso. Mi piaceva, ma alla fine abbiamo stabilito che non fosse abbastanza strana: era troppo normale, perciò alla fine – in una fase successiva – Giger ne fece un’altra.

Hai scelto di non usare i dipinti di Chris Foss prima di questo?

Già. Non andavano bene, erano un po’ troppo fantastici. E visto che Alien stava rapidamente diventando più che fantastico, quindi decisi che avevano già cose sufficientemente straordinarie: non c’era bisogno di fare anche l’astronave terrestre e il suo equipaggio così straordinari. Il pubblico doveva identificarsi con loro.

Giger ha fatto anche la superficie del pianeta?

Sì, ma quello è venuto dopo.

E il risultato era per lo più oscurato dalla tempesta di sabbia?

Peccato. Comunque i membri dell’equipaggio camminano sulla superficie del pianeta e vedono questo relitto, nel quale entrano attraverso un’enorme apertura a vagina creata da Giger. Appena entrati, volevo che si ritrovassero sul bordo di questa enorme stanza dominata da una grandissima sedia. Nel preparare questa parte dello storyboard sfogliai il Necronomicon di Giger e ne presi questo personaggio, che poi abbiamo chiamato Space Jockey, perché volevo quasi un fossile, qualcosa per cui servisse del tempo per capire dove finisse l’essere ed iniziasse la sedia.

Eccoli qui, dunque, in questo spazio morto, con un pilota fossilizzato insieme all’arma che stava azionando: una specie di gargoyle.

A volte nello storyboard siamo riusciti già quasi a rendere esattamente quello che poi appare su schermo.

Non avendo trovato altro che questo tizio morto su una sedia, i tre membri dell’equipaggio continuano ad esplorare il pianeta mentre il sole sorge. In distanza vedono ciò che chiamiamo “la piramide”. Per arrivarci devono salire una scalinata. Avevo preso quelle idee dal libro di Giger giusto come suggerimento, non pensavo di realizzarle poi in modo identico.

Salgono la scalinata ed arrivano all’entrata. L’idea di un volto per l’entrata è un’idea morta lì, visto che è troppo normale. Ma c’era la bella idea di scendere per un tubo. Kane va giù per questa cosa che sembra una vagina, alla cui sommità è come se la piramide fosse vergine: Kane avrebbe dovuto penetrare per una membrana che, lacerandosi, avrebbe lasciato fuoriuscire gas o aria. Avrebbe dovuto scendere per questa cosa strana, e la scena è rimasta quando la piramide e il relitto sono stati fusi.

Kane scende nell’oscurità, con una piccola luce come guida.

Praticamente la stessa luce che nel film ha sull’elmetto. Per vedere davanti, no?

Sì. Se ne sta lì a penzolare nel vuoto oscuro senza riuscire a vedere nulla, poi accende questa torcia.

A questo punto c’era un’idea che volevo sviluppare ma poi non se ne è fatto più niente. Volevo che la tuta spaziale avesse tipo 10 mila piccoli bulbi luminosi, in modo che Kane potesse illuminarsi così da vedere la stanza circostante, diventando come un albero di Natale. Sarebbe stato grandioso, ma non è mai stato preso in considerazione.

Poi Kane cammina in giro, scivola e cade. Non si fa prendere dal panico ma si incuriosisce di quelle cose a forma d’uovo che riempiono il pavimento della stanza in cui si trova.

Intanto comunica per radio tutto quello che sta facendo. Tocca l’uovo e comincia ad esaminarlo mentre torna in vita davanti a lui.

Di chi è stata l’idea di fare la cosa nell’uovo a forma di mano con la coda?

Di Giger. Io ho semplicemente seguito un suo dipinto nel fare lo storyboard.

Quindi hai parlato con Giger a questo punto?

Sì. Ci sono voluti due mesi per fare lo storyboard, ed ero già stato in Svizzera. Avevo già visto un uovo che avevano fatto a Los Angeles, pensando fosse fenomenale. Credo ancora che meritasse di finire sul poster del film.

Mentre Kane guarda, l’uovo diventa traslucido e qualcosa inizia a muoversi al suo interno. L’uomo è rapito e guarda il tutto dall’alto, attraverso l’apertura dell’uovo, che si apre come un fiore. Mentre guarda dentro, Wham!, la cosa esce fuori, spinta dalla propria coda, e si attacca all’elmetto, bruciando il materiale fino a raggiungere la faccia dell’uomo, attaccandoglisi con le sue dita e legando la propria coda al collo. Kane cade all’indietro sulle uova. Dallas e Lambert lo riportano sulla Nostromo improvvisando una barella.

Sono fatti entrare da Ash, malgrado Ripley insista sulle procedure di quarantena. Kane, con ancora l’alieno attaccato alla faccia, è portato in infermeria. Era tutto molto più elaborato rispetto a quello che abbiamo poi effettivamente girato. All’epoca stavo pensando troppo logicamente, e diamine: se avessero portato un organismo del genere a bordo, tutti sarebbero dovuti rimanere con le tute. E poi si sarebbero andati subito a chiudere in un’area protetta. Sarebbero rimasti isolati fino alla decontaminazione delle tute.

Poi avrebbero messo Kane nella capsula di auto-medicazione e si sarebbero completamente isolati da lui e dal “face hugger“. Io avrei fatto tutto il lavoro sull’alieno attraverso un controllo remoto.

Perché allora non è andata così?

In un certo senso sarebbe stato troppo logico per il film, sebbene l’avrei preferito. Non si può però negare che la storia poi scelta sia stata più facile, con azioni più veloci. La mia versione sarebbe stata più lenta rispetto al tipo di film che stavamo girando. Avrebbe richiesto più macchinari e magari più persone: alla fine, è questo il motivo per cui ci ho rinunciato.

C’era una domanda che mi ronzava in testa riguardo alla credibilità della scena. Volevo un qualche tipo di esame su Kane, e il computer medico avrebbe detto “Non c’è alcun pericolo batteriologico in senso stretto”. Altrimenti tutti avrebbero parlato l’un l’altro al di là del vetro, sarebbe stato un inferno.

Riagganciandosi alla raffineria, tutti partono per lo spazio. Una volta in orbita, scoprono che il face hugger è caduto dalla faccia di Kane. Lui è assetato e molto affamato, così tutti vanno a fare colazione prima di tornare nell’ipersonno. Kane scherza con tutti quando all’improvviso la faccia gli si distorce ed entra in agonia: crolla sul tavolo e tutti pensano che abbia un qualche attacco.

Dolore, urla, sangue, tutti cercano di tenerlo giù quando appare una macchia rossa sul suo petto. Poi, senza alcun avviso, esplode fuori ciò che chiamiamo chest burster. Tutti fanno un salto indietro, impietriti, fissando la cosa attraverso il cibo. Il piccolo alieno lancia il suo grido di nascita e corre via prima che loro possano fare qualcosa.

(continua)


L.

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