Leviathan (1989) 30 anni di Alien sottomarino

Lo confesso, non è un vero anniversario, perché siamo in anticipo di un mese (il film è del marzo 1989), ma è solo una coincidenza: trovato su Amazon il DVD del film in offerta, acquistato in modo impulsivo e visto per puro piacere personale – anche perché sono diversi mesi che porto in tasca un foglietto con su scritto “Rivedi Leviathan”! – scopro all’ultimo secondo che sto scrivendo ad un mese dal 30° anniversario del film: che faccio, posticipo tutto? Naaaa, ormai siamo in acqua e nuotiamo: magari è un’esca per qualche pescatore che a marzo volesse festeggiare questo anniversario.

Che gloriosa estate, quella cinematografica del 1989, che poi è arrivata tutta in Italia nel 1990: sono seriamente dispiaciuto per chi non ha avuto la possibilità di viverla con l’esultanza e l’entusiasmo del 16enne che ero.
I trailer in TV, i servizi su “CIAK” e le videoteche mi avvolgevano con un sotto-genere di cinema che si sposava perfettamente con le vacanze estive: l’horror marino.

Anthony Timpone, editor della storica rivista “Fangoria”, non condivideva il mio entusiasmo, anzi dava il via all’estate del 1989 aprendo il numero di maggio della rivista con un editoriale dal titolo delizioso: “What’s New, Copycat?“. Il gioco di parole con la celebre canzone What’s New Pussycat, scritta da Tom Jones per il pessimo film di Woody Allen omonimo del 1965 (in Italia, Ciao, Pussycat), viene usato con il termine “copycat”, che ho scoperto nel 1995 per il film omonimo con Sigourney Weaver: in quest’ultimo caso veniva utilizzato per indicare i serial killer che imitano precedenti serial killer, e credo che “copione” possa essere una traduzione buona, perché rende l’idea di un atto imitativo non proprio lodevole.

«Un produttore scopre che uno studio rivale ha per le mani un film “bollente” e, rendendosi conto del suo potenziale, decide di avviare un progetto uguale, o comunque simile (per evitare beghe legali). Altri fanno lo stesso ragionamento e in breve nella vostra multisala di quartiere trovate cinque film di scambi di personalità, quattro coppie di poliziotti male assortite, tre mostri sottomarini, quattro storie carcerarie, cannibali, voodoo e vampiri. Wow! Chi ha bisogno di un film quando puoi averne sette dello stesso soggetto?»

Così Timpone descrive sarcasticamente quello che chiama “Copycat Syndrome”, ma perché sembra così avvelenato? Con gli anni Duemila a noi sembra tutto normale, visto che abbiamo forse un film originale l’anno e il resto tutti remake-prequel-sequel-reboot, ma alla fine degli anni Ottanta siamo all’apice totale globale del cinema, con tutti i maestri alla loro massima attività e con una creatività come questo medium non ne conoscerà mai più: un film che ne scopiazzi un altro è un’onta, anche se stiamo parlando di qualità altissima oggi del tutto sconosciuta.

Foto usata poi per le locandine

Timpone ci fa notare sdegnato come il successo di Angel Heart (marzo 1987) abbia sdoganato il voodoo e ci abbia regalato The Believers (giugno 1987) e Il serpente e l’arcobaleno (febbraio 1988), con sgommatina di Bambola assassina (novembre 1988): oh, Anthony, io ci metterei la firma ad averci “copycat” di questo livello! Mi hai citato filmoni che valgono quanto vent’anni di cinema del Duemila messo insieme!
Elencando generi “copioni”, si arriva al succo della questione: l’invasione degli horror sottomarini.

Nel gennaio 1989 le danze sono state aperte da Creatura degli abissi (DeepStar Six) di Sean “Venerdì 13” Cunningham, che prima o poi sbarcherà sui lidi zinefili, poi all’orizzonte c’è il ben più corposo The Abyss (agosto 1989) di James Cameron, la cui ricca lavorazione è probabilmente la causa della nascita di tutti gli horror marini del periodo. Per esempio Lords of the Deep (giugno 1989) e Full Fathom Five (settembre 1990), prodotti da Roger Corman.
Timpone ci ricorda poi l’italiano Alien degli abissi (maggio 1989) e l’imminente arrivo dello spagnolo La cosa degli abissi (marzo 1990): non lo sa ancora, ma quest’ultimo copia così tanto The Abyss da mettere in imbarazzo. Insomma, malgrado lo sdegno dell’editor, stiamo parlando di un periodo pieno di film marini davvero ghiotti.

A questa lista di film, va aggiunto dal 17 marzo 1989 anche Leviathan, che la Filmauro porta in Italia dal 22 settembre successivo e che ho visto nell’estate del 1990 affittato in videoteca (per ViviVideo), insieme a Creatura degli abissi, mentre mi gustavo trailer e notizie sparse degli altri film.
Dal dicembre 2005 la stessa Filmauro, con Aurelio De Laurentiis Home Video, l’ha portato in DVD: le varie edizioni Blu-ray non sembrano avere alcun audio italiano.

Non è un titolo: è un pezzo di cuore!

Fa caldo a Roma, negli studi di Cinecittà – la Hollywood sul Tevere (Hollywood on the Tiber) quando ancora gli italiani avevano un minimo di dignità – e il giornalista di “Fangoria” Philip Nutman suda che è un piacere. Ha notato che le ragazze italiane girano per le strade con ben pochi abiti addosso, ma poi per fortuna si ricorda che è qui per lavoro e nota l’enorme quantità d’acqua che invade il set dove stanno girando Leviathan, co-produzione della MGM con i romani Luigi ed Aurelio De Laurentiis. Dino non c’è più, ha distrutto tutto ciò che poteva distruggere e dal 1987 la sua casa è passata ai cugini, che solo ora, nel 1989, riescono a mettere in piedi una produzione degna di nota.

«Quando entri nello Shack 7 un brivido ti corre per la schiena. Malgrado le dozzine di tecnici che girano per i minuscoli corridoi, il set è inquietante e claustrofobico. Non ci sono mostri in giro, ma è difficile credere che questa sia solo finzione finché non tocchi i set in fibra di vetro. Con le idee del production designer Ron Cobb e del conceptual illustrator Steve Burg, i decoratori italiani hanno fatto un incredibile lavoro nel costruire un posto che sembra reale.»

Grafica di Ron Cobb, effetti speciali ideati da Stan Winston ed eseguiti da Alec Gillis e Tom Woodruff jr… mi sembra chiaro che la “discendenza aliena” di questo film sia più che manifesta.

Cominciate a contare quanto Alien c’è in questo film!

Nutman si fa guidare sui set romani da Giuseppe Salza per un reportage del film apparso su “Fangoria” n. 82 (maggio 1989), e quando trova il regista in pausa ne approfitta per farsi raccontare la storia della produzione.

Un nome che all’epoca provocava entusiasmo

Il regista è George Pan Cosmatos, di famiglia greca ma nato a Firenze e venuto a mancare nel 2005 per cancro ai polmoni. All’epoca era un nome da togliersi il cappello, oggi temo sia sconosciuto ai non appassionati di cinema di genere.

«Parecchio tempo fa, a Los Angeles, sono stato ingaggiato per fare un film di Dino De Laurentiis chiamato China Marines, che poi è stato cancellato. Un anno e mezzo fa mi hanno offerto Leviathan, e sebbene fossi ancora coinvolto con China Marines decisi di accettarlo.
Il film di De Laurentiis era un soggetto molto esotico, da girarsi nel Deserto del Gobi e nell’est asiatico, sarebbe stato molto eccitante: era sul genere di Rambo, con azione, sparatorie ed avventura. Però Leviathan prometteva d’essere un grande cambiamento per me, perché è principalmente un film di tensione, che verte sulla sopravvivenza di otto persone intrappolate in uno spazio ristretto, a migliaia di metri sotto l’acqua, il che per me è decisamente spaventoso.»

Siamo infatti nell’Oceano Atlantico, cinquemila metri sotto i mari, in una base mineraria per l’estrazione di argento ed altri metalli preziosi. Il turno di 90 giorni sta per finire quando, durante un’operazione di routine fuori dalla base – e mentre uno del gruppo trova uno strano granchio dalle zampe lunghissime – uno degli operai si sente male e devono immediatamente tornare nella base.

No, tranquilli, fate pure finta che questo non sia un facehugger

Otto persone (sei uomini, fra cui un nero, e due donne) in ambiente ostile, un granchione, uno si sente male e devono di corsa rientrare… diciamo che l’inizio è Alien paro paro… se contiamo Jonesy il gatto come personaggio!

Scusate, ma forse ho sbagliato film: sicuri sia Leviathan e non Alien?

Nutman va poi da Peter Weller, il protagonista nonché l’attore fresco di Robocop (1987).

«Ho accettato questo film per tre ragioni. Primo, penso che il copione sia forte e il personaggio che interpreto sia interessante. Secondo, voglio lavorare di nuovo con George, visto che ci siamo trovati benissimo a girare Di origine sconosciuta [1983]. Terzo, perché volevo fare un altro film d’azione. Robocop è stato duro da girare ma molto eccitante, e mi sono divertito con Un poliziotto in blue jeans [1988]: mi piacciono i ruoli fisicamente impegnativi.»

Cosmatos afferma di adorare Weller e soprattutto gli piace il fatto che non sembri un’eroe d’azione, “muscolare”, ma che sappia agire con energia al momento giusto. Per questo il suo personaggio dell’occhialuto Steven Beck entra in scena… mentre rammenda una divisa! Un po’ macho, ma molto micio…

Tipica posa da eroe d’azione…

Beck è stato chiamato dalla Compagnia a raddrizzare un po’ la missione, e sembra riuscirci malgrado l’equipaggio sia parecchio insubordinato. Per esempio la Williams (Amanda Pays) litiga sempre con Tre Palle, efficace resa italiana del nomignolo Sixpack (Daniel Stern).

L’anno prossimo incontrerò un ragazzino pestifero solo in casa, sai?

È quest’ultimo che durante un’uscita in mare inciampa e cade in un fosso, imbattendosi in un relitto di nave e in un resto di un essere vivente gigantesco… Ogni riferimento ad Alien è ancora pura fotocopia!

Pure i resti della creatura gigante? Ma allora ditelo, no?

Trovano il relitto della nave russa Leviathan, che misteriosamente risulta ancora attiva nel Mar Baltico: un relitto che custodisce segreti che non andrebbero violati, ideona nuova, no?

«Levàiatan, nave russa»: questa frase i trailer la mandavano a manetta!

Recuperata la cassaforte sperando in facili guadagni, l’equipaggio trova una videocassetta: a Jones (la “quota nera” Ernie Hudson) tocca la battutona, «Ehi, un video a luce russe!» Geniale resa italiana del più debole originale «Kitty Does Kiev».

Ma cos’ha in mano Ernie Hudson? Gioca con le formine?

Gli sceneggiatori David Webb Peoples e Jeb Stuart – autori di grandissimi film del periodo – si rendono conto di star copiando troppo fedelmente Alien e succede qualcosa: cominciano a prendere idee da Prometheus (2012) – l’infezione avviene bevendo dell’alcol, in questo caso la vodka recuperata a bordo della Leviathan – e addirittura da Alien: Covenant (2017) – con Tre Palle in infermeria che mostra uno sfogo sulla schiena.

Oh, ora cominciamo a copiare in anticipo da Alien: Covenant?

La mia idea è che durante la scrittura del film ai due sceneggiatori si sia presentato Ridley Scott dal futuro, e abbia passato loro le sue demenziali idee. La trovo un’ipotesi plausibile…

Tu lo sai che a noi toccano i ruoli di Parker e Brett, no?

Quale che sia il contagio genetico che ha falcidiato l’equipaggio della Leviathan, tramite la vodka è passato a quello dello Shack 7: l’unico avamposto umano sottomarino… con un cesto da basket attaccato!

Voglio proprio vedere come fate a giocare sotto l’oceano!

Ora, nutrendosi dei corpi-ospite, un essere mostruoso si sta formando a bordo, assumendo però stili e comportamenti più attinenti a La Cosa (1982) di John Carpenter.

«Abbiamo usato l’anatomia umana perché le creature non sembrassero artificiali, perché sembrassero esistenti in natura, ma non è niente che potreste aspettarvi. Tutto in questo film è una fusione.»

Parole sante, quelle di Stan Winston, contattato mentre dirigeva il fallimentare Pumpkinhead (1988) – che sarà sia la sua tomba come regista che quella di Dino come produttore – ed è stato incaricato di occuparsi degli effetti del film all’insegna della parola d’ordine fissa per ogni grande produzione: totale mancanza di tempo.

Dài, che un paio di tute aliene le recuperiamo dal film di Cameron…

Per questo la produzione aveva imposto ai tecnici di Cinecittà una tabella di marcia forzata che prevedeva – bestemmia delle bestemmie – di lavorare anche di sabato: uno sciopero del personale italiano ha fatto cominciare a capire agli americani che l’Hollywood sul Tevere non corrispondeva ai loro standard. Poco dopo se ne sono andati nell’Est Europa, lì sì che si lavora veloce e a poco prezzo. A quando l’espressione Hollywood sul Danubio?

Stan Winston, confessa: hai buttato su un lettino gli avanzi della cena, eh?

Comincia una storia alla Alien con sgommatine di The Thing e pure dei tentacoloni che sembrano essere una furba anticipazione dei vermoni d’acqua di The Abyss.

Ammazza, pure la grata di Alien sono riusciti a copiare!

Morendo uno dopo l’altro, i protagonisti devono riuscire a sfuggire ai mostri ma anche alla – indovinate un po’? – autodistruzione della base, mentre il dottor Thompson (Richard Crenna, fresco reduce dal terzo Rambo, diretto dallo stesso Cosmatos) capisce che per l’umanità è meglio che nessuno torni in superficie.

«Sono entrata nel progetto pensando: “Oh, ragazzi, l’azione è una figata”. Ciò che poi ho scoperto è che l’azione è… ah! Inoltre sono giunta a conclusione che per fare Leviathan II dovranno offrirmi un bel pacco di soldi!»

È vispa e pimpante Amanda Pays, quando si racconta a Marc Shapiro per “Starlog” (n. 141, aprile 1989), in un periodo in cui l’attrice era ancora un nome emergente e promettente. Non lo rimarrà a lungo.

«Chiamare questo film un Alien sottomarino è facile, ma mi piace pensare a Leviathan come a “Das Boot meets Alien“. È una storia oppressiva e claustrofobica, che affronta le paure e le interazioni umane.»

L’intervista continua con l’attrice che sottolinea quanto il suo personaggio non sia affatto un clone di Ripley. Ha ragione da vendere, infatti il suo personaggio è solo la tipa che urla negli horror: glie piacerebbe esse Ripley!

No, no, Amanda Pays non strizza affatto l’occhio a Ripley…

A parte la canzoncina Lucky Star (assente nel doppiaggio italiano!) Beck sfugge alla creatura in modo molto simile a come Ripley sfugge all’alieno, anche se al contrario. (SPOILER: Beck in tuta si espelle in mare mentre il mostro rimane sulla nave.)
Non prima della “frase maschia”: tirandogli una bomba, gli dice «Di’ “a”, mostro di merda!» (Say “Aah”, motherfucker!).

«Sei un mostro schifoso» (cit.)

«Don’t fuck with Mother Nature!» esclama Cosmatos al giornalista Kim Howard Johnson di “Starlog” (n. 142, maggio 1989), a cui spiega che dopo il film gli americani non solo conosceranno questo nome nuovo per loro, Leviathan, ma riusciranno anche a pronunciarlo.

«Alien è un film bellissimo, uno dei più grandi mai fatti. Ma ogni film è un discorso a parte, e nessuno ha mai fatto un film come questo. Hanno fatto film nello spazio, ma nessuno ha mai fatto un film così in profondità nell’oceano: siamo i primi. Ecco cosa mi ha affascinato: neanche Ventimila leghe sotto i mari va così in profondità, non è stato mai fatto un film come questo, prima d’ora!»

A Cosmatos gli è scattato l’ormone e sta vaneggiando: secondo lui un film che si chiama “Ventimila leghe” è meno profondo del suo, ambientato a 16 mila piedi di profondità, cioè poco più di cinque leghe! E ovviamente di film marini ne esistevano prima senza alcun problema: Cosmatos è semplicemente entusiasta in modo esagerato. E soprattutto immotivato…

Curiosamente, qui i chestburster vogliono entrare…

Siamo in un periodo d’oro del doppiaggio, per cui mi piace chiudere con una di quelle battute che rendono decisamente meglio in italiano. Dopo aver affrontato la morte, un personaggio dice di voler mangiare e viene così redarguito:

Eat? After what we just went through?

Vuoi mangiare dopo quello che abbiamo passato? Ma il doppiaggio della CVD si prende una libertà che sottolinea meglio lo spirito del momento emotivo:

«Mangiare… Ha uno stronzo al posto del cuore!»

Applausi: questo è il doppiaggio che vogliamo! Capace di rendere i concetti più delle parole, e capace di anticipare Buffon e il suo «bidone di spazzatura al posto del cuore»!

Anche in fondo all’oceano vale la regola aurea: spegni e riavvia!

In conclusione, Leviathan è un film che non ha funzionato all’epoca e dubito funzioni oggi, sia perché è solo una fotocopia sbiadita di Alien sia perché è puro genere di intrattenimento e questo sembra un insulto, ma il mio cuore sarà sempre con lui, appartiene ad un’estate piena di orrore sottomarino, ad un’epoca in cui dire “film di genere” non era una bestemmia e in cui perché un film funzionasse bastava che attirasse la tua attenzione. E questo film lo fa, e si fa ricordare ancora dopo trent’anni, almeno fra gli appassionati delle creature degli abissi.

L.

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