[1979-07] ALIEN su “Future Life”

Traduco questo articolo apparso sulla rivista specialistica “Future Life” numero 11 (luglio 1979).


Alien Arrives

di Ed Naha

da “Future Life” numero 11 (luglio 1979)

Le riprese di un nuovo epico film fanta-horror da 10 milion di dollari
dimostra di essere un’esperienza fortissima per tutti…
da entrambi i lati dello schermo

Nelle prossime settimane la 20th Century Fox solleverà il velo su un film che molti pensano sarà il più grande successo della sua storia. Una storia futuristica che potrebbe, plausibilmente, superare Guerre stellari al botteghino. Il film è Alien, un prodotto di fanta-horror da dieci milioni di dollari.

Circondato dalla segretezza imposta dallo studio, la produzione è stata descritta in ogni modo, dal classico thriller del “gatto con il topo” fino alla “versione spaziale di Psycho“. Nessuno legato al film può scendere nei dettagli e per buone ragioni.

«Non è proprio il tipo di film da lasciarsi andare ad indiscrezioni», dice uno dei due creatori, Dan O’Bannon. Questi, famoso per il cult di fantascienza Dark Star, ha concepito il soggetto e scritto la sceneggiatura insieme a Ronald Shusett. Sebbene Alien si stata essenzialmente una sua idea, non è ancora pronto a parlarne.

«Credo di poter dare qualche suggerimento», dice sorridendo una volta messo alle strette. «Steven Spielberg ha voluto mostrarci che se fra le stelle ci fosse una forma di vita o di energia, questa sarebbe stata amica: poteva essere composta da giovani esseri che ci portavano speranza. È un messaggio positivo, ma con Alien ho voluto alzare un po’ le pulsazioni. Quello che appare sullo schermo è l’esatto contrario di Incontri ravvicinati del terzo tipo

In pratica la creatura del titolo di O’Bannon è un clandestino, uno che uccide gli umani invece di salutarli. La trama racconta le imprese di cinque uomini e due donne a bordo della futuristica astronave Nostromo. Sulla via di casa da una missione di routine nello spazio profondo, l’equipaggio è risvegliato dal sonno criogenico dal loro computer, “Mother”. Un segnale di aiuto è stato lanciato da un pianeta deserto. La Nostromo segue il segnale ed atterra. L’equipaggio trova i resti scheletrici di un grande essere alieno. A loro insaputa, il segnale non era di soccorso: era di messa in guardia, un avviso di stare lontani da una orribile presenza aliena. I sette umani risalgono sulla loro nave, portandosi appresso a loro insaputa un Alien: una piccola creatura che cerca di crescere e riprodursi alle loro spalle, e la cui esistenza significherà la morte per gli ignari umani.

Veronica Cartwright, una delle star del film, così ci spiega. «Quando portiamo a bordo questa cosa, è piccola e carina ma poi inizia a crescere e ad appendersi in giro. A quel punto, l’intero viaggio si trasforma in un gioco del gatto con il topo: lui contro noi.» Prende un momento di pausa. «Mi chiedo quanti spettatori riusciranno a resistere fino alla fine.»

O’Bannon ridacchia sul commento dell’attrice. «Non è un film religioso, ma se riuscite ad immaginare il diavolo proveniente dallo spazio e mostrato su schermo… lo avrete.»


A Scare is Born

Non esagera O’Bannon nel definire la sua creazione un “diavolo”, visto che da tutti i racconti Alien è stato un vero inferno da realizzare.

Un inferno da scrivere.

Un inferno da filmare.

Un inferno da interpretare.

«È stato davvero un lavoro intenso», ammette O’Bannon. «L’idea per il film risale al 1972, quando ne scrissi la prima metà: all’epoca non aveva neanche un titolo. Stavo lavorando a Dark Star e mi venne l’idea di fare un film similare ma senza l’umorismo: un film davvero pauroso.»

Ron Shusett, l’energico collega di O’Bannon, raccoglie lo spunto. «Io e Dan abbiamo lavorato insieme su un copione dal titolo They Bite: venne fuori così bene che uno studio lo opzionò. A quel punto Dan andò a lavorare agli effetti speciali per la versione filmica di Dune in Europa.»

«Che fiasco [What a fiasco]», esclama O’Bannon. «Fallì nel giro di sei mesi e mi ritrovai a stare a casa di Ronnie. Lui ha sempre voluto diventare un produttore ed io ho sempre voluto diventare un regista. Quando attraversai la sua porta avevo le lacrime agli occhi: non ero mai stato così giù. Lui rimaneva lì a sorridere. “Dan”, mi disse, “faremo grandi cose insieme”.»

«Io lo guardai come se fosse pazzo. “Che vuoi dire? Le cose non potrebbero andare peggio”. Mi disse che aveva appena parlato con un prete. “Mi ha detto che la mia carriera sta per decollare, ed ora che ti vedo sulla porta so che faremo qualcosa di grande insieme”. Pensai fosse fuori di testa, ovviamente. Invece è uscito fuori che aveva ragione.»

«Stavamo lavorando su altri progetti», dice Ron, «quando Dan se ne è uscito con Alien, ed io non avevo idea di come contribuire. Entrambi ci agitavamo, e Dan disse: “Ron, se indossi il tuo cappello delle idee sono sicuro che riusciremo a tirar fuori roba forte [hot property]”.»

«Non mi venne una sola idea e così me ne andai a letto. ora, a quel tempo Dan dormiva sul mio divano: per vivere aveva preventivato di ricevere i soldi di Dune che invece non arrivarono mai, quindi era al verde tanto quanto me. Nessuno mangiava con They Bite. [Gioco di parole intraducibile, Nobody bit on “They Bite”, del tipo “nessuno mordeva con Essi mordono”. Nota etrusca.] Mia moglie manteneva entrambi. Così andai a dormire e mi svegliai d’improvviso con una frase nella mia testa. Non posso rivelarla perché riguarda il punto chiave del film, ma diciamo che mi venne in mente come la creatura sarebbe entrata in contatto con il primo umano. Corsi a svegliare Dan e glielo raccontai, e rimanemmo alzati tutta la notte a scrivere.»

Nel giro di qualche settimana era pronta una sceneggiatura completa. I due chiamarono l’artista Ron Cobb per illustrare il copione con una serie di dipinti. Cobb, che aveva incontrato O’Bannon negli anni Sessanta, era un illustratore editoriale con una propensione per la fantascienza, disegnò l’esterno dell’astronave di Dark Star e vide Alien come un’altra possibilità di mandare la propria penna nello spazio.

«Buttai giù qualche dipinto sul genere “Figlio di Dark Star“», ricorda Ron. «A quell’epoca il film era previsto fosse modesto, a bassissimo budget. Una piccola nave, un piccolo tempio, un piccolo pianeta: questi dipinti accompagnavano il copione. Una volta venduto, io venni trascinato con lui. Ho sempre creduto che Alien sarebbe stato un buon film… non avrei mai sognato che sarebbe stato un film da 10 milioni di dollari.»

Attraverso un contratto con la Brandywine Productions (Gordon Carroll, David Giler e Walter Hill), Alien è stato comprato dalla 20th Century Fox… e a quel punto i problemi seri hanno colpito la bestia.

«Io e Dan avevamo scritto un film a basso costo», ammette Shusett. «Pensavamo di poterlo fare per 650 mila dollari, e che avrebbe spaventato il pubblico con effetti speciali molto contenuti. Ma ci abbiamo sempre creduto ed eravamo convinti avrebbe lanciato le nostre carriere. Quando la Fox è entrata in gioco e quando si sono interessati pezzi da novanta come Gordon Carroll (che ha prodotto Nick mano fredda [1967]), hanno immediatamente visto il progetto come un film ad alto budget. Così, io e Dan abbiamo visto il nostro piccolo film, scritto insieme quando morivamo di fame, crescere fino a diventare un kolossal multi-milionario. Siamo quasi morti.»

A questo punto del percorso, Alien stava traumatizzando un po’ di persone, compreso Walter Hill. «Dovemmo affrontare molte sfide. Credo che la nostra sfida maggiore sia stata prendere il progetto seriamente… nel senso che, alla fine, è una storia molto sempliciotta. Ora, per prenderla sul serio c’era bisogno di un gruppo di professionisti del settore. Il progetto era in pratica quel tipo di cose che si facevano negli anni Cinquanta, con un blog arancione o roba del genere. L’idea che dovessimo convincere i finanziatori ad investire dieci milioni di dollari era davvero una sfida. Ma una volta che tutti hanno visto cosa stavamo cercando di fare, siamo tutti andati nella stessa direzione.»

Quasi.

Nei mesi della programmazione della pre-produzione i sogni si infransero come missili crollati. O’Bannon, che aveva sperato di poter dirigere il film, fu estromesso in favore di Walter Hill. La sceneggiatura di O’Bannon e Shusett venne riscritta da Hill e Giler. (L’entità del rimaneggiamento è ancora un punto controverso.) I caratteri si scaldarono, mentre il lavoro è stato fatto, sfatto e rifatto.

In un certo clima di antagonismo, Alien procedette. «Impiegarono qualcosa come sette mesi per ampliare i miei disegni originali», spiega Ron Cobb, «perché Gordon Carroll immediatamente si è reso conto che poteva venir fuori un film molto più grande rispetto a come Dan lo intendeva. Ingaggiarono l’artista Chris Foss e con lui mi ritrovai in un piccolo ufficio alla Fox per circa sei mesi, ad ampliare questi disegni.»

A questo punto, Walter Hill non fu più disponibile come regista ed entrò in gioco il britannico Ridley Scott. Questi, meglio noto per il suo lavoro nell’avventura in costume I duellanti, fu subito catturato dal copione. «Mi sono bastati 40 minuti per leggerlo», afferma. «Di solito mi servono circa quattro giorni. Per me, è molto più di un film horror: è un film sul terrore

Scott volò dall’Inghilterra a Los Angeles per supervisionare il design. Dice Cobb: «Gli piacquero molto i disegni originali e ciò che rappresentavano: apprezzavano più le mie idee rispetto a quelle di Chris. Mi chiesero di rimanere per la produzione. Così volai agli studios in Inghilterra ed iniziai l’intero processo di design di nuovo. Questa volta ridisegnai le cose insieme a Ridley. Poi dalla Svizzera fu ingaggiato l’artista H.R. Giger per ideare l’aspetto dell’alieno, mentre a me fu affidata la tecnologia umana. Ho lavorato continuativamente per i successivi sei mesi.»

Intanto, negli Stati Uniti, gli ingranaggi giravano per la Fox. «Credo che l’unica persona alla Fox che veramente credesse in questo progetto sin dall’inizio sia stato Alan Ladd», dice O’Bannon. «Tutti gli altri erano spaccati a metà, finché il progetto non ha iniziato a prendere velocità. Non ho perso tempo a convincerli, di solito la gente non crede nelle cose finché non riesce a vederle. La Fox internamente considerava Alien il proprio film più importante sin dalla fine del 1977, cioè quasi un anno e mezzo prima che iniziassimo a girare. Era una bella responsabilità da gestire.»

Sia Shusett che O’Bannon confessano senza problemi che nei giorni “embrionali” di Alien erano terrorizzati al pensiero di affrontare un progetto così grande. Il sempre ottimista Shusett, comunque, semplicemente decise di ignorare i suoi sentimenti negativi, concentrandosi sull’aspetto più magico della cosa. «Quando ci pensi, l’intera esperienza è meravigliosa», racconta. «Ron Cobb non ha mai lavorato su un grande film; Giger non ha mai lavorato in un qualsiasi film; Dan ha fatto un solo film e io nessuno. Ridley Scott ha fatto solo un film per il cinema nella sua vita, essendo più noto per i suoi spot televisivi. Ed eccoci qui, con un film da dieci milioni di dollari che la gente dice potrebbe essere più grande di Guerre Stellari! Eravamo tutti trentenni e senza esperienza: che sensazione folle.»

E “folle”, in ogni accezione, è stata la parola d’ordine sul set di Alien.


Progettando l’impossibile

«Stare sul set non era facile per nessuno», dice Dan O’Bannon fra i denti. «Era dannatamente duro per tutti. Duro. Duro. C’erano litigi continui. Contrasti. In questo film sono state coinvolte brave persone ma anche pessime persone: è stata dannatamente dura.»

Uno dei più grandi ostacoli del girare Alien è stato il suo design. In pratica, niente nel film può essere reale… un problema enorme per i tecnici. «Il film», racconta Ron Cobb, «è disegnato dall’inizio alla fine, è tutto un unico grande effetto speciale: non ci sono parti naturali. Non abbiamo usato set già pronti, avevamo interni di missili costruiti in teatri di posa. Anche tutte le scene sul pianeta alieno sono state costruite su disegno di Giger.»

«Sono davvero contento di aver avuto così tanti input per il design del film. Ho avuto mano libera sulla tecnologia umana a bordo della Nostromo perché c’erano davvero poche persone nel progetto che sapessero occuparsi di questo ambito. Ho pensato che la nave poteva essere mostrata in un modo naturalistico. Ridley e altri volevano che fosse molto più fantasiosa, così l’effetto finale è un misto. L’astronave è una specie di incrocio fra una sala da ballo art déco ed un incrociatore della Seconda guerra mondiale. Alla fine funziona, sullo schermo, e Ridley l’ha illuminato con una luce delicata, romantica.»

Una volta disegnata l’astronave terrestre, si è passati ad un impegno monumentale: disegnare l’alieno e la sua nave. La creatura, che passa per vari stadi di metamorfosi durante il film, è l’opera dell’artista europeo H.R. Giger. Per ordini della casa, ai giornalisti c’è il divieto di parlare del mostro: quando si chiede una sua descrizione, Giger semplicemente scuote le spalle e commenta: «Vive per uccidere e uccide per vivere».

Walter Hill della Brandywine spiega le ragioni della segretezza. «L’alieno dovrebbe essere una sorpresa», afferma. «Tutti ci hanno lavorato duramente, c’è stato un enorme impegno per portare l’alieno su schermo: è uno dei grandi trionfi di questo film. Quando fai una pellicola come questa, attraverso tecniche sofisticate (tagli veloci e inquadrature di reazione) puoi costruire parecchia tensione. Ad un certo punto, però, ed è qui che un film di questo tipo di solito incontra dei guai, devi mostrare al pubblico cos’è che sta causando questa tensione. Sfortunatamente, siamo tutti cresciuti con una tradizione di mostri fatti da spugne con una bocca o da mantidi religiose grandi come cartoline che sembrano alte come palazzi. In Alien, quando vedrete cos’è che genera terrore, vedrete qualcosa di formidabile e credibile. Nessuno fra il pubblico rimarrà deluso.»

Shusett è d’accordo. «Già il solo coinvolgimento di Giger in questo film gli fa guadagnare un venti per cento di bellezza in più: non c’è mai stato un film con un mostro spaventoso come questo.»

L’alieno adulto, un uomo infilato in un grande costume con aggiunte meccaniche, ha impressionato tutti, inclusi gli attori minacciati dalla creatura. Dice Veronica Cartwright: «Giger, il tizio che ha disegnato questa cosa, è quasi surreale quanto il mostro. Quando ha fatto il suo alieno, che è una combinazione di vari elementi horror, l’ha fatto assolutamente perfetto. Non sai come definirlo, in un certo senso è brutto in modo grottesco, ma in un altro è bellissimo. Ricordate tutte quelle storie su come gli attori di Incontri ravvicinati volessero giocare con gli alieni meccanici perché erano carini? Be’, la nostra creatura di sicuro vorrai vederla, per qualche secondo, ma mai vorrete toccarla.»

A Giger è stata affidata la creazione dell’astronave aliena: su carta è indescrivibile, ma su schermo manda proprio fuori di testa. «Ha reso l’intera nave organica», afferma Shusett. «Volevamo che sembrasse costruita da qualcuno totalmente diverso dall’umanità, che sembrasse costruita da un’intelligenza totalmente aliena.»

Il relitto alieno, con la sua fusione di meccanico e biologico, è stato completato in tempi record e, nell’estate del 1978, sono iniziate le riprese di Alien in Gran Bretagna. Le riprese sono durate quattro mesi, due dozzine di forti litigi e un numero infinito di ego feriti.


La creazione dell’alieno

«Malgrado io ami il film», dice sorridendo Ron Cobb, «devo dire che lavorarci è stata una faticaccia per tutti, davvero un duro lavoro.»

Il lavoro duro è iniziato già dall’idea base del film e dalla sua inverosimiglianza. I problemi nel film sono stati tanto psicologici che fisici, e non solo perché gli attori stavano girando una storia che verteva su un alieno, ma perché erano circondati da elementi completamente alieni. L’aspetto del set, la lunghezza delle riprese, il procedere del copione: tutto ha causato confusione e frustrazione.

«Gli attori erano un po’ persi, all’inizio», racconta Ron Cobb. «E lo stesso era Ridley. Nessuno era del tutto sicuro di come andassero fatte le cose, e c’era parecchia confusione sull’approccio da utilizzare: inoltre c’era parecchia inesperienza nel genere di film fantascientifici. Ridley e Gordon Carroll non avevano mai fatto un film del genere prima, così come la maggior parte dei disegnatori di produzione. Credo che io, Giger, Dan e Ronnie fossimo gli unici a sentirci a casa su quello strano set, e noi non avevamo alcuna esperienza nel girare film.»

«Così continuavamo a parlare e parlare, cercando di convincere la gente ad allontanarsi dalle idee di fantascienza che erano già state portate su schermo in precedenza, ma che questa gente non conosceva perché non aveva visto i vecchi film. Dovevano fare loro un corso di aggiornamento di cinema fantastico per guidarli verso qualcosa di davvero originale.»

Se la troupe aveva problemi con l’idea generale del film, gli attori li avevano con il copione. «All’inizio erano abbastanza estraniati», ammette Cobb. «I personaggi del film erano solo abbozzati, nella sceneggiatura: Dan e Ron non avevano perso molto tempo ad approfondire le caratterizzazioni, era una semplice storia horror molto lineare. Alla fine gli attori dovettero colmare il vuoto dei loro personaggi perché si sentivano troppo a disagio a recitare vuote parole. Man mano che il film procedeva, gli attori iniziarono ad improvvisare, ad entrare nei rispettivi personaggi, così da inserire sostanza nei loro ruoli, specialmente John Hurt e Ian Holmes [scrittura errata di Ian Holm]. Harry Dean Stanton e Yaphet Kotto trasformarono i loro due meccanici in una coppia comica. È molto interessante come tutti abbiano trasformato il copione in qualcosa di vivo.»

Ma recitare in Alien non è stato affatto facile, anche per i veterani con più esperienza nella fantascienza. Veronica Cartwright, la star del Terrore dallo spazio profondo dell’anno scorso, ha trovato molti problemi. «Ad essere onesta», dice, «la prima volta che ho letto il copione avrei voluto rifiutare. Poi ho parlato con Ridley e ho saputo che Yaphet e Tom Skerritt erano a bordo: rispetto molto il loro lavoro. Mi sono detta: “Be’, se loro lo fanno, deve valerne la pena”.»

«Lo stesso però pensavamo che il copione fosse atroce. Così Ridley si sedette e ci spiegò, in parole molto semplici, cosa fosse questo alieno, dandoci le motivazioni giuste a cui potessimo attingere: ci fece un quadro della situazione molto realistico, ci spiegò che c’è un certo tipo di scarafaggio che ha un rapporto parassitico molto simile a quello che l’alieno ha con gli umani. Voleva che questa creatura fosse “naturale”, e che noi reagissimo in modo “naturale” ma su larga scala.»

Anche mentre gli attori prendeva confidenza con i personaggi ci sono state tensioni crescenti. «Il film è finito per essere molto più grande di quanto ci avessero anticipato», continua Cartwright. «Così aumentò la pressione su di noi. La produzione aveva stabilito una data di uscita del film tale che ci costrinse ad una programmazione serratissima delle riprese. Voglio dire, dovevamo recitare in scene particolarmente traumatiche e intanto sul set c’era un dirigente che premeva per sbrigarsi. Terribile.»

«Il giorno più teso è stato il primo, quello di inizio riprese» si inserisce O’Bannon. «I set non erano ancora finiti e il povero Ridley stava girando su mezzo set. In più i dirigenti della Fox erano sul set, preoccupati che il programma delle riprese sforasse le scadenze. Erano arrivati tutti in volo da Londra e il primo giorno erano tutti lì, in piedi sul set, a fissare Ridley senza parlare. Silenzio di tomba. Sembrava di stare in biblioteca, e la tensione si tagliava con il coltello, mentre fra una scena e l’altra i carpentieri proseguivano a costruire i set.»

«È difficile identificare il giorno più duro, perché ce ne sono stati davvero tanti. Ho lasciato il set l’inverno scorso, prima che il film fosse completato: era semplicemente troppo stressante. A quel punto ero focalizzato sul film da più di un anno, ero passato per ogni litigio possibile e immaginabile, in ogni passaggio della produzione, c’erano persone che si interessavano tantissimo del film e tutti noi ci battevamo in continuazione. Iniziate le riprese, ormai ero in pieno esaurimento nervoso e raggiunsi il punto in cui pensai di non aver più nulla da dare al film. Me ne andai e me ne tornai a casa: ero completamente a pezzi.»

Anche Ron Shusett concorda. «Non era il set più rilassato del mondo, con la tensione creata sia dall’alieno che dallo studio.» Ma, aggiunge, «lo studio ha premuto parecchio: non erano preoccupati per i soldi ma per il tempo. Ci misero pressione ma erano sotto di noi, a livello creativo. Abbiamo sforato il budget e loro hanno continuato a tirar fuori soldi, a costruire nuovi set perché rendevano molto meglio sullo schermo. Uno dei dirigenti britannici della Fox, Peter Beale, rimase un intero giorno dietro la cinepresa per essere sicuro che potessimo usare quella dotazione, e quando non ottenemmo la scena che volevamo nel tempo stabilito lui si fece in quattro per darci una giornata in più. Lui davvero si preoccupava per il film, ed anche lui era sotto pressione come tutti.»

I più sotto pressione sono stati plausibilmente i membri del cast. Circondati da effetti extraterrestri, minacciati da un mostro alieno e nel pieno di una battaglia di nervi, hanno iniziato ad identificarsi con le loro controparti filmiche. «A volte servivano ore per preparare una scena a beneficio dell’alieno», si lamenta Cartwright. «Dopo un po’, cominci a sentire che tu come attrice sei solo una comparsa del film: un mare di tanto tempo è stato speso in effetti speciali, preoccupandosi se qualcosa funzionasse o meno e se il pubblico lo avrebbe apprezzato o considerato verosimile. Gli effetti speciali devono essere credibili, altrimenti il film non funziona. Così da una parte capisci che questi lavori sono necessari, ma dall’altra come essere umano cominci a soffrirne. C’era così tanta pressione su tutti che non sono state delle riprese felici.»

Un’altra spina nel fianco degli attori sono stati i set stessi, del tutto surreali ma che in qualche modo dovevano sforzarsi di trovare confortevoli. «Nel loro strano modo, i set sono stati un incredibile beneficio», afferma Ron Shusett. «Erano in grado di sbilanciare del tutto gli attori. Tom Skerritt mi ha raccontato un giorno: “È stata dura camminare vicino a questa astronave senza avere la bocca spalancata dalla meraviglia: si suppone che ci abbia viaggiato per dieci anni e non dovrei essere stupito di come appare. Sono dovuto venire sul set di notte, sedermi e prenderci familiarità. È stato davvero snervante”.»

«La navetta ha funzionato bene», continua Shusett. «È stata costruita in maniera da essere quasi del tutto inaudita per un set cinematografico. Non è stata costruita con pareti spaccate, e le aree differenti delle varie stanze erano set separati. La nave è stata costruita come se fosse una nave: era un pezzo unico. La Nostromo aveva tunnel e corridoi, potevi camminarci dentro da un’area all’altra. Per esempio, non potevi raggiungere la camera dell’ipersonno semplicemente dal set: dovevi attraversare l’intera nave come se fosse vera. Dopo un po’ questo tipo di ambiente ha cominciato ad avere strani effetti sugli attori. Hanno iniziato quasi a credere che fossero intrappolati su questa strana nave e questo li atterriva. Ma almeno quella sensazione viene fuori dallo schermo ed implementa il terrore.»

Questa sensazione di claustrofobia ha deliziato il regista Scott, che ai giornalisti sul set ha dichiarato: «mi piace l’idea di questo fato opprimente: sai che nessuno si salverà, nessuno uscirà di qui. È così che devi organizzare la cosa.»

Il modo di Scott di organizzare la cosa ha effetto, anche se snervante. «Dopo la morte del primo membro dell’equipaggio», dice Shusett, «gli attori hanno iniziato a vivere con il terrore. La prima morte è così orribile, così bizzarra, che ne sono rimasti letteralmente terrorizzati. Il set era così opprimente che trovarono abbastanza facile sentire quella morte come dietro l’angolo. Yaphet un giorno a pranzo mi disse: “Ho visto gente morire in guerra, ma non ho mai visto niente di così bizzarro come questo. Mi ha spaventato così tanto che ho paura paura a camminare per il set. Torno a casa, di notte, e non dico a mia moglie perché sono così sconvolto”. Le riprese sono durate per mesi e, dopo quella prima morte, gli attori erano terrorizzati tutto il tempo.»

«Non hanno mai saputo, durante le riprese, quando o come l’alieno sarebbe apparso: le scene di morte non erano presenti sul copione, dove si poteva leggere “Il mostro uccide la ragazza”. Non si sapeva però come. D’improvviso si spalancava la grata dell’aria e fuoriusciva la testa del mostro, a cinque centimetri dall’attore. Naturalmente la reazione ripresa dalla cinepresa era spontanea ed incredibile.»

Shusett ammette che questo tipo di riprese non è ortodosso, ma Alien non è proprio Tutti insieme appassionatamente. «Era un metodo sadico ma funzionale.»

Come in tutte le produzioni, comunque, anche Alien ha avuto i suoi momenti divertenti. Fra le morti e il caos sono avvenuti anche eventi umoristici, sebbene Shusett ammetta che «ci sono stati così tanti momenti terribili che anche quelli divertenti sono stati abbastanza disgustosi.»

«Uno dei momenti più divertenti in modo disgustoso ha visto protagonisti me, un mucchio di vermi e l’alieno. Il costume dell’alieno aveva una testa che si infilava su quella dell’attore e si saldava completamente. Ogni volta che inquadravamo l’alieno, la troupe portava un mucchietto di vermi e infilava miele o non so cosa nel cervello dell’alieno, riversandoci poi i vermi.»

«Ora, io di solito porto il cappello sul set, ma un giorno lo lasciai su una panca. Al mio ritorno notai che più in là sulla panca avevano messo i vermi. Non sono così stupido da lasciare il mio cappello vicino a dei vermi, non c’era niente quando io mi ero allontanato. Presi il mio cappello e stavo per mettermelo in testa quando d’improvviso rabbrividii. “Oh mio Dio, è meglio scrollare il cappello per sicurezza”. Lo feci e sulla panca caddero cinque vermi: divenni isterico, perché avevo i capelli lunghi. Corsi alla porta più vicina e piombai in questa stanza piena di dirigenti Fox e chiesi loro di controllare se avessi dei vermi fra i capelli. Non capivano di che diavolo stessi parlando, così dovetti raccontargli tutto: pensavano che fossi impazzito, e dopo di questo divenni un aneddoto da raccontare.»

Ron Cobb era abbastanza sensibile da trovare dell’umorismo dovunque potesse. «Immagina quanto fosse divertente vedere un set pieno di attori e tecnici di un film multi-milionario, tutti in profondo silenzio intorno ad un gatto. Erano in attesa che il felino del film si addormentassi sulla poltrona della Nostromo

«La scena richiedeva che Sigourney Weaver entrasse nella stanza di controllo e cercasse il gatto. La cinepresa doveva scendere e doveva inquadrare il felino addormentato sulla poltrona. Lei quindi si sporgeva per afferrarlo ma involontariamente intruppava il pulsante per l’espulsione del sedile, così che il gatto si ritrovasse a volare per la stanza.»

«Il felino non ne voleva sapere di addormentarsi, però, con tutta questa gente che lo guardava e cercava di convincerlo a schiacciare un pisolino: era una scena incredibile. Un’intera produzione paralizzata da gente che parlava ad un gatto con la voce da bambini, incitando alla pennichella.»

«Girarono la scena un pezzo alla volta. Una volta il gatto era lì quando la cinepresa si abbassava, un’altra saltava addosso a Sigourney appena l’attrice entrava nella stanza, un’altra era sulla poltrona senza però prestare attenzione a ciò che lo circondava: scattando, una volta la poltrona spedì il felino al di là del set! Dovettero prendere un altro gatto in attesa di trovare il primo: avevano un esercito di felini somiglianti fra di loro, per quella ripresa. Non potevi mettere lo stesso gatto sulla stessa poltrona dopo che si era così spaventato, non c’era proprio modo. Per un intero pomeriggio ci sono stati gatti che volavano per tutto il set.»

L’inesperienza di Shusett sul set portò ad alcune situazioni umoristiche. In un paio di occasioni, perso nei suoi pensieri, si ritrovò nell’inquadratura. «Ci sono questi tizi nella loro astronave, dispersi nel nulla, e fuori dai loro finestrini c’è un tizio vestito di giallo che li guarda. La voce di Dio allora tuonava dagli altoparlanti: “Ron Shusett, sei in campo!” Andando avanti nelle riprese sono stato più attento», racconta sorridendo.

Dopo quattro mesi di tensione si è conclusa la parte attoriale e si è passati ad altri quattro mesi circa di lavoro con le miniature e al montaggio. «Una volta finito», dice Veronica Cartwright, «tutti sono tornati alla normalità, sorridendo e congratulandoci l’un l’altro. Invece durante le riprese è stata dura anche solo comunicare. Si potrebbe dire che molti di noi fossero alienati

L’attrice lascia che le sue parole esplodano in una valanga di risatine.


Un orripilante finale felice

I teatri di posa sono silenti.

I set sono stati chiusi.

Le cineprese non sono più in funzione.

Alien è ora un film completo. Con quasi 18 mesi di dolore, prima e durante le riprese, tutti i sistemi sono finalmente sul “verde”.

L’atteggiamento da veterano di Dan O’Bannon probabilmente riflette i suoi sentimenti sulle battaglie vissute durante Alien. «Molte volte durante questa produzione ho pianto vere lacrime», dice, «molte di amara tristezza: nei mesi recenti quelle lacrime sono diventate di gioia.»

«Il pubblico che vedrà questo film proverà paura e soggezione al di là di ogni aspettativa. Non c’è alcuna filosofia da trovare in questa pellicola: sta al pubblico trovarne una. In quanto a me, ho sempre amato una buona storia di paura e l’effetto di uno spavento sovrannaturale.»

«Ho cercato di ricreare quelle sensazioni già quando Ron Cobb ha iniziato a lavorare sui concetti. E, man mano che la produzione cresceva ed io diventavo sempre più inutile, e mentre grandi nomi e persone più potenti entravano in gioco, hanno fatto in modo di mantenere la stessa idea di spavento sovrannaturale. La cosa più maledettamente seccante è che ci sono riusciti

«Quello che si vede là sullo schermo è ciò che io ho visto nella mia testa anni fa. Nonostante i litigi, le differenze di opinione, nonostante le molte volte in cui ho digrignato i denti e mi sono strappato i capelli, ora posso guardare lo schermo e vedere quella visione è diventata realtà: e questo è un vero miracolo, nell’industria cinematografica. Tutte le cose che sono andate male con questo film ed hanno portato sofferenza, alla fine hanno dato vita a qualcosa di unico. Guardo lo schermo e penso… figli di puttana, ci sono riusciti

O’Bannon tira un sospiro ed inizia un monologo stranamente ottimista. «Spero che il pubblico si diverta, quando vedrà il film. In realtà ho un annuncio per il pubblico americano: vi sfido ad andare a vederlo [I dare you to go see it]. Tutti voi là fuori che brontolate e vi lamentate dello spendere quattro dollari per vedere un film che sembra esattamente come uno che avete già visto… vi sfido a cacciare quei soldi e a vederlo. E», aggiunge sornione e sghignazzante, «vi sfido a rimanere sulle vostre poltrone fino alla fine. Vediamo se ce la fate.»

Gli sghignazzi di O’Bannon si trasformano in una risata aperta. Quel tipo di risata maniacale che decisamente non è di questa Terra.


L.

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2 pensieri su “[1979-07] ALIEN su “Future Life”

  1. Visto, Dan, che a volte i dollari a pacchi messi a disposizione da quei figli di puttana possono aiutare? 😉
    Ottima traduzione di un ottimo servizio, capace di trasportarti letteralmente “behind the scenes”… a proposito, ricordo anch’io quanto fossero orgogliosi circa il risultato finale della realizzazione della Nostromo (“la nostra nave può fare praticamente tutto, fuorché volare!”), mentre invece proprio non ricordavo quanto Veronica Cartwright potesse trovare piccolo e carino un face-hugger 😉

    Piace a 1 persona

    • Davvero un ottimo speciale, trovato per puro caso, che intervista anche Shusett e Cartwright che in seguito non troveranno molta voce. Quello che mi stupisce è che in tutti questi pezzi su Alien… nessuno intervista mai Scott! Va bene, all’epoca era un ragazzetto ben poco noto, addirittura era più famoso O’Bannon per “Dark Star”, ma possibile che tutte le riviste che hanno dedicato più numeri al film mai una volta siano riuscite a raggiungere il regista? Chissà se era invece Ridley a non concedere interviste, la sua innata simpatia magari era già sviluppata all’epoca, fusa con l’egocentrismo che non gli è mai mancato 😀

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