[2018-10] The Predator su “Film TV”

Sul numero ancora in edicola del celebre settimanale “Film TV” trovate addirittura in prima pagina questo editoriale: la rivista è stata chiusa il 12 ottobre quindi è facile che un servizio più corposo apparirà nel prossimo numero. Vedremo.

Per una volta mi trovo perfettamente d’accordo con un critico “ufficiale”!


Non ci sono più
i blockbuster di una volta

di Rocco Moccagatta

da “Film TV” anno 26, n. 42
(16 ottobre 2018)

Magari ha ragione Filippo Mazzarella (che è bello per una volta citare fin dalla prima pagina, lui che è così abituato ad avere l’ultima pagina e l’ultima parola su Film TV), quando dice che «The Predator vuole essere un film degli anni ’80 e fallisce, Venom vuole essere un film anni ’90 e ce la fa». Poi ognuno è libero di pensarla come vuole. Questione di gusti, di inclinazioni, di passioni. Padronissimi, dunque, di salvarne uno o l’altro, o entrambi, o anche magari di rifiutarli in toto. Però, proprio Venom e The Predator, che in Italia escono quasi contemporaneamente, ennesimi blockbuster ormai nel segno di un’eccezionaiità definitivamente perduta, rivelano bene in filigrana cosa sono diventati oggi questi benedetti filmoni.

Presto detto: macchine elefantiache con a vista le cicatrici mal ricucite di una sequenza infinita di interventi pre, durante e post, frutto – s’immagina – di continue riunioni di executive e consulenti della produzione che tirano il film ora da una parte ora dall’altra, prevedendo o ricercando presunte reazioni del pubblico. Alla fine la coperta non è mai abbastanza lunga. Anzi, in The Predator, è noto, il regista-sceneggiatore Shane Black ha dovuto rigirare l’ultimo terzo su invito della produzione, per correggere il tiro in una direzione meno ironica nei confronti del franchise, con evidenti squilibri di toni e di intreccio in piena vista.

A Venom, forse, è andata anche peggio, pur senza interventi ex post ufficiali: non sequitur, personaggi che scompaiono, buchi nella trama. Certo, conta che siano film inscritti in canoni ufficiali, o meglio in franchise definiti da regole d’ingaggio più o meno rigide. Ma, alla fine, quel che racconta Venom (con molte libertà rispetto al personaggio Marvel di partenza) si poteva farlo anche senza scomodare i cinecomix e una property dell’editore americano, e sicuramente un tempo sarebbe stato un film come L’alieno di un Jack Sholder qualunque (per quanto…).

Ovvio che in questi ecosistemi complessi e nevrotici, gli spazi di manovra per lo Shane Black di turno (non dico Ruben Fleischer) sono complicati, e sempre pronti a essere rimessi in discussione dalla committenza, soprattutto quando si profilano all’orizzonte possibili divieti ai minori. Finisce, allora, paradossalmente, che il blockbuster, da sempre genere dell’ecumenismo spettatoriale, si trasforma in una somma di tanti particolari “ma”, “però” e “se”, decisi a monte nella foga di auscultare in anticipo i gusti del pubblico. E, viceversa, film che potrebbero (e dovrebbero) non essere blockbuster, devono diventarlo per forza.

L.

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