[1979-12] Ron Cobb su “Starburst” 16

Traduco questo articolo apparso su “Starburst” numero 16 (dicembre 1979) con la presentazione dell’imminente produzione di Alien.


Ron Cobb su ALIEN

di Phil Edwards

da “Starburst” numero 16 (dicembre 1979)

Ron Cobb è nato a Los Angeles nel 1937, «una delle poche persone che è davvero nata qui… molte infatti sono emigrate».

La sua famiglia si è trasferita a Burbank quando aveva cinque anni. Cobb ha studiato alla Burbank High School ed è cresciuto negli anni Cinquanta. È sempre stato più interessato nella pittura e nel fantasy che nell’impegno accademico. Il suo talento nel dipingere si è mostrato in giovane età ed è stato incoraggiato, sebbene il giovane Cobb non dipingesse per piacere ma più per una necessità di dar vita alle proprie fantasie.

Dopo aver lasciato la scuola, Cobb entrò nell’esercito come corriere nella sezione dell’intelligence, trasportando documenti segreti per San Francisco. Nei suoi ultimi tre anni sotto le armi Cobb è stato mandato in Vietnam come rilevatore di segnali di stanza in una base fuori Saigon. Sebbene abbia visto ben poca azione, Cobb ha scoperto una grande fonte di ispirazione per i suoi disegni.

Finito il militare Cobb è diventato un bohémien, disegnando e dipingendo, facendosi conoscere ed iniziando a lavorare nel campo commerciale.

Ron Cobb ha lavorato con Forrest J. Ackerman su alcuni dipinti per una produzione del Signore degli Anelli (i cui diritti ad un certo punto sono passati per le mani di Ackerman) e questo gli ha permesso anche di illustrare molte copertine la rivista di Ackerman, “Famous Monsters of Filmland”.

Questa intervista è stata condotta da Phil Edwards prima che il film Alien fosse ancora completato.

Starburst: Sei già stato coinvolto nel cinema, almeno provvisoriamente, durante la tua carriera professionale.

Ron Cobb: Sì, molto provvisoriamente, con gente che cercava di mettere insieme trame senza mai riuscirci. Alcune cose erano un po’ più elaborate ma non memorabili.

C’è stato un periodo in cui ho lavorato per un po’ creando oggetti di scena, subito dopo scuola, con Ellis Berman, che di solito creava creature di gomma per film di fantascienza. Facevo l’apprendista da lui con un altro ragazzo che avevo conosciuto a scuola, Ken Forsee. Lavoravamo la gomma e la fibra di vetro, facendo oggetti di scena e non passò molto che insieme a Ken iniziammo ad andare per conto nostro, lavorando per Roger Corman e abbozzando design per diversi film. Erano troppo elaborati e costosi per Corman, niente di nostro è mai stato usato per un film ma abbiamo fatto esperienza e messo alla prova le nostre abilità. Volevamo fare costumi di robot dalla pelle cromata del tutto operativi – una versione di quello che sarebbe stato 3PO. Preparai tutto con Ken, che era un eccezionale tecnico e sapeva realizzare tutto ciò che io disegnavo. Lavoravamo nel suo garage e passammo un certo numero di anni a provare a vendere a Corman e agli altri un certo uso di nuovi materiali – plastilina, gomma e lattice – ma alla fine nessuno voleva pagare quelle cifre.

S: Quanto hai lavorato con la “L.A. Free Press”?

Circa cinque anni di seguito, ed era sin dagli inizi della “Free Press”, nel 1965. Mi unii a loro pochi mesi dopo che iniziarono. Prima di quello ogni tanto facevo qualche disegno che mi interessava, con l’idea di venderlo a “Playboy” o a chiunque nel mercato comprasse vignette dall’umorismo nero. Ray Bradbury mandò alcuni dei miei disegni a “Playboy” con una lettera d’accompagno, eppure non ho mai venduto niente.

Comunque, andai avanti e fortuna volle che avessi uno dei miei disegni con me quando mi presentai alla “Free Press” con un mio amico, che già ci scriveva. Videro la vignetta e mi chiesero se potessero pubblicarlo. Era solo una vignetta, che mostrava un deserto con il sole cocente, al centro c’era un piccolo uomo in un negozietto in attesa di vendere cose a chiunque fosse passato di lì. Naturalmente, tutto ciò che vendeva era noccioline salate e patatine al pomodoro. Pubblicarono la vignetta, splendidamente a pagina due, ed io ne fui deliziato: dissi loro che ne avrei potuto fare un’altra per la settimana dopo. Non avevano soldi, ma ero contento di fare qualcosa lo stesso, magari un po’ più politico.

Questo è stato l’inizio di cinque intensi anni di vignette settimanali. Con le settimane che passavano mi piaceva l’idea di poter essere più di ampio di respiro, pensando a George Grosz e Goya al posto di infinite caricature di presidenti, che sono ovviamente il pane quotidiano di ogni vignettista.

Divenne un’esperienza molto formativa, un intero periodo di sperimentazione con accesso ad un pubblico di centinaia di migliaia di lettori, settimana dopo settimana. Infine la “L.A. Free Press” diventò così grande che non ebbi più contatto personale con lo staff. Non era più lo stesso e mi dovetti fermare perché avevo perso ogni piacere nella cosa. Qualche anno dopo ripartii, quindi ora inizio e smetto ogni tanto. Quando mi va parto, come quando in seguito lavorai al “The Digger” in Australia, ma deve piacermi: non posso farlo perché devo. Non sono così professionale, né così disciplinato.

S: Non ti piace la disciplina?

No. E infatti non ne ho. Devo cavalcare un’onda di entusiasmo per fare qualcosa, o devo essere vicino alla data di consegna o ancora dev’esserci gente che si aspetta da me che io faccia qualcosa, allora posso lavorare su qualcosa di cui non sono emozionato.

S: Cos’è successo dopo i tuoi cinque anni al “L.A. Free Press”?

Non so cosa sia successo: è tutto confuso! Finiti gli anni Sessanta, sebbene io non mi sia mai identificato con quel periodo, ho avuto un crollo di circa un paio d’anni: a malapena sono riuscito a rimanere vivo. Il peggior crollo che io abbia mai avuto. Tutti i miei amici vissero quella stessa esperienza, che nessuno si aspettava. L’unica cosa che mi abbia salvato è che nel 1972 mi hanno proposto un viaggio in Australia per la Cultural Foundation of the Australian Union of Students. Trovandomi in questa crisi così profonda, pensai «grandioso!», mi avrebbe trascinato fuori. Suggerii anche Phil Ochs, così avrebbero potuto raccogliere soldi con dei concerti. Accettarono ed andammo in tour per due mesi. Fu così che incontrai Robin Love, che dirigeva la fondazione culturale Aquarius. Alla fine di quei due mesi Phil tornò negli Stati Uniti ed io rimasi. Questi mi fece uscire dalla crisi ed iniziai a lavorare per il “The Digger”, facendo il vignettista, dipingendo e diventando sempre più coinvolto nel cinema, molto più di prima. Come Dark Star e altre cose.

S: Chi ti ha contattato per “Dark Star”?

Dan O’Bannon. Lo incontrai la prima volta nel periodo in cui facevo il vignettista. Mi telefonò una volta dicendo che voleva incontrarmi per via di quei disegni: seppi che voleva entrare nel cinema. Si era appena trasferito da St. Louis a Los Angeles e io a malapena mi ricordavo di averlo incontrato prima. Finalmente riuscì ad entrare nel mondo dei film, soprattutto di fantascienza. E questo mi fece suonare più d’un campanello.

Avevo avuto un’infanzia all’insegna della fantascienza, così avemmo un’animata conversazione sulle cose che non erano ancora state fatte sullo schermo e che sarebbe stato grandioso poter fare, un giorno. Molti mesi dopo mi telefonò di nuovo. Era diventato uno studente di cinema all’USC e stava lavorando a Dark Star. Mi mostrò il girato ma non era stato fatto ancora alcun effetto speciale, e lui era bloccato con il design della nave. Si chiedevano se io avessi qualche idea ed io scarabocchiai un disegno su un tovagliolo [scribbled a design on a napkin]. Dan ne fu entusiasta e mi chiese di farne uno schema a tre angolature che potesse servire da modello.

S: Che ne pensi del risultato finale?

Quando ho visto per la prima volta il girato che Dan aveva messo insieme ne rimasi stupefatto, colpito dal lavoro così competente. Dan personalmente era il maggior responsabile per il set, che fu la parte del film che maggiormente mi colpì. Non potevo credere che fosse solo un film studentesco, ma allo stesso tempo ero inorridito dalla recitazione, da quanto fossero dilettanteschi i personaggi e di come la storia fosse derivativa.

Ciononostante c’era un umorismo che emergeva dal film, che sentivo forte. Dan ne era consapevole perché, naturalmente, il suo finale era umoristico. Girarono del materiale aggiuntivo che era pura comicità slapstick. Quando vidi il film finito ne fui deliziato: era anche meglio di quel che avevo immaginato. Ora era quasi perfetto. Sebbene fosse carente in alcuni punti, recuperava in altri.

S: Cosa successe dopo “Dark Star”?

Be’, Dark Star è stata una delle poche cose divertenti che feci durante il mio periodo di crisi. Iniziai un sacco di cose, mi impegnai parecchio, con poster e cose varie. Fu un periodo folle, davvero strano. Non è finito finché non andai in Australia, come ho detto. Non ho più avuto un periodo del genere.

S: Come sei stato coinvolto in “Star Wars”?

Principalmente grazie a Dan, perché ogni volta che otteneva un lavoro grazie a Dark Star raccomandava fortemente anche me. Nel caso di Star Wars, George Lucas aveva seguito tutte le mie vignette, conosceva il mio lavoro ma non aveva idea di questa mia altra professione – che amavo disegnare cose di fantascienza – e fu più che ben disposto a mettermi alla prova, e tutti ne furono compiaciuti.

S: Hai lavorato solo alla scena della “cantina”?

Sì, solo a quella1. Ho fatto anche qualche schermata di computer per Dan e ho disegnato tutte le immagini mostrate quando R2D2 inserisce la mappa della Morte Nera e si vedono i vari livelli. Inoltre, mentre disegnavo gli alieni per la scena della cantina Dan disse: «Guarda le immagini delle scene che hanno girato in Tunisia», e d’improvviso vedemmo questa foto di uno stormtrooper seduto sulla schiena di una grande lucertola, che assomigliava molto da vicino ad uno dei miei dipinti per John Milius, quasi la stessa posa e tutto il resto. Strano! Non ne sapevo niente, giusto una coincidenza, e poi alcuni mesi dopo stavo parlando con Milius e lui ha detto: «La tua lucertola… il mio dipinto è in Star Wars. Lucas era qui una notte e l’ha visto, e ha detto che voleva cercare di metterlo nel film». Così iniziarono a costruire la lucertolona, ma riuscirono a farne solo la parte superiore, senza gambe. Usarono alla fine gambe di cammello mentre le mie erano più da iguana. Era un’immagine che avevo pensato sarebbe piaciuta a Milius2. All’epoca aveva appena finito Il vento e il leone [1975].

S: Quali alieni hai disegnato per la scena della “cantina”?

Quello con la grande testa curva a forma di martello, le creature blu con gli occhi rossi, ed anche la prima creatura che vede nella cantina: la simpatica faccia con le corna di capra.

S: C’era Rick Baker alla guida di quell’unità?

Non saprei dirlo con esattezza. C’era così tanta gente coinvolta… Lui certamente era molto coinvolto. Tutto quel lavoro è stato fatto in California. Hanno ricostruito la cantina in California per girare scene aggiuntive e inserirci i miei alieni in angoli bui e fumosi, ecco perché puoi vederli stare lì da soli. Li hanno aggiunti alla scena perché Lucas pensava che ciò che avevano girato in Inghilterra non era abbastanza complesso e voleva riempire il locale con le creature più strane.

S: Hai lavorato con Rick Baker?

No, non l’ho neanche mai incontrato, all’epoca, solo dopo. Ho lavorato direttamente con Lucas. Ho fatto dei dipinti di ogni creatura, piccoli diagrammi su come si muovessero e lui semplicemente li ha rigirati a chi doveva costruirli. Tutto qua.

S: Quindi dopo “Star Wars” è venuto “Alien”?

Prima c’è stato Dune, che avrei dovuto fare con Dan. Ho firmato contratti con i produttori ma è tutto finito prima di andare a Parigi. Era l’inizio dell’abitudine di Dan di coinvolgermi in ogni produzione a cui lavorava. Alien, con tutti i suoi alti e bassi, con tutte le sue frustrazioni e delusioni, è stato estremamente piacevole e stimolante. In alcuni giorni sembrava che tutto stesse per crollare, ed essendo un fan del genere mi dispiaceva quando questa sensazione era palpabile. Ma è stata veramente una grande occasione di apprendimento per me, e so che mi tornerà utile. Ora sono un disegnatore migliore di prima e voglio continuare a lavorare a film come questo, in cui mi trovo a mio agio sia con il design che con la scrittura.

S: Cosa hai disegnato nel film?

H.R. Giger ha disegnato la maggior parte dei manufatti alieni, inclusa la creatura stessa. Io ho contribuito al massimo che potevo, con il poco tempo a disposizione, principalmente agli interni dell’astronave. Sono considerato un illustratore ma per me disegnare su idee di altri è semplicemente impossibile. Non posso farlo se non per una settimana. Non ho risorse, né energia o disciplina per limitarmi a disegnare qualcosa concepita da altri. Così nell’intero anno in cui ho lavorato al film ho solo fatto uno o due disegni che fossero vere illustrazioni.

S: Hai disegnato gli esterni dell’astronave?

Be’, è un insieme di molti miei disegni, uniti in un modo su cui non ho alcun controllo, e gestiti da Brian Johnson con molte indicazioni del regista, Ridley Scott.

S: La creatività supera le frustrazioni che devi provare in questo lavoro?

Non è stato così frustrante per me quanto lo è stato per Dan. Non ho scritto io il film, quindi posso vedere molte possibilità di interpretare il copione.

S: Hai già visto delle bozze?

Sì, ho visto come apparirà il ponte su schermo.

S: Ne sei soddisfatto?

Sì, mi piace l’aspetto generale del set del ponte, non ho mai visto niente del genere: è molto credibile e suggerisce fortemente la sensazione di essere circondati da enormi macchinari. Non sembra il set di un film, mi piace. Mi sembra un po’ ruvido, in alcuni primi piani, ma è difficile giudicare come il pubblico giudicherà il risultato.

S: Che tipo di problemi hai incontrato nella lavorazione del film?

Credo che il problema principale del film è che le persone che ci hanno lavorato e si trovavano a proprio agio con il genere non avevano alcun potere, mentre aveva potere quel tipo di persone che invece non sono a proprio agio con il genere. Questo ha creato una strana tensione. Tutti vogliono che sia il migliore possibile ma c’è un limite alle cose che puoi mettere in un film, e puoi spingerti solo fino ad un certo livello nel rappresentare un certo pubblico, agli occhi del regista e del produttore.

Uno dei problemi che io prevedo per il film sta nella debolezza della caratterizzazione. L’equipaggio della nave è quasi vuoto quanto gli astronauti di 2001: credo sia un peccato, perché sarà dura per gli spettatori identificarsi con questa gente.

S: Credi che questo aspetto sia cambiato nel tempo in cui il film è stato finito?

È sorprendente, l’intero film è in un costante flusso. Le revisioni del copione erano all’ordine del giorno. Le cose che non venivano girate venivano riscritte ed ecco perché Dan si inizia a sentire meglio, perché lui e Ron Shusett stanno riuscendo ad intervenire sulle modifiche del copione proprio in questi ultimi minuti. Lo stanno sistemando bene, rafforzandolo considerevolmente.

S: Quali sono state le influenze artistiche che ti hanno influenzato attraverso gli anni?

Una delle visioni che ha avuto un tremendo impatto su di me è stato il lavoro di Chesley Bonestell. Ero alle scuole medie quando per la prima volta vidi il libro Conquest of Space. D’improvviso tutto andò a posto ed io iniziai a voler essere il nuovo Chesley Bonestell! Il suo lavoro è straordinariamente fantastico e allo stesso tempo ha avuto un impatto perché era basato sulla scienza, sebbene la mostrasse in modo fantastico e fantasioso. Ho amato quella combinazione perché essendo un americano di classe media sono molto pragmatico, sentendomi sempre un po’ offeso dal fantasy – non più ora perché lo conosco meglio.

Al tempo davvero amai questa combinazione di qualcosa che potevo accettare razionalmente e allo stesso tempo che era al di là di qualsiasi comprensione. Bonestell l’ha resa semplicemente alla perfezione.

So che George Grosz ha avuto un grande impatto su di me e questo lo si può vedere nei miei disegni, ed anche Goya. Sono passato attraverso un periodo in cui mi sono molto interessato ad argomenti tristi e con un fascino per il disastro e la morte. Un modo interessante di gestirlo è parlarne e disegnarlo.

S: Che tipo di libri leggi?

Un sacco di saggistica, storia, un po’ di fantascienza – non più molta, ormai. Colleziono libri fotografici. I libri sulla scienza mi hanno sempre affascinato. Tutti i miei amici strani a scuola studiavano le scienze ed io li seguivo per il Cal Tech, sedendo in classi con loro ed arrampicandomi sul telescopio di Palomar, ho sempre conversato con gli scienziati, mi sono sempre sentito a mio agio con loro. Ho anche avuto il ruolo non ufficiale di consulente tecnico in Alien, il che mi ha divertito.

S: Quali sono i piani dopo “Alien”?

Niente di definitivo. Telefonerò a delle persone quando tornerò negli Stati Uniti per lavorare ad altri film.

S: Ci rivediamo al tuo prossimo progetto, Ron. Grazie.

Grazie a te.


Note

1. Ecco le uniche creature della cantina disegnate da Cobb che si possono vedere nell’edizione dell’epoca di Guerre Stellari. Tutte le schermate di seguito provengono dall’Edizione Limitata del DVD che contiene, come bonus, la versione originale del 1977 del film, prima delle successive manomissioni operate da Lucas. Ringrazio Evit del blog “Doppiaggi Italioti” per avermi passato queste schermate.

Le uniche creature visibili, fra quelle disegnate da Ron Cobb

2. Ecco l’immagine di come Lucas ha rielaborato il concept di Cobb: da notare che la creatura non si vede mai in modo completo, visto che – come racconta Cobb stesso – non c’erano abbastanza fondi per costruirla interamente. Ci penseranno in seguito le manomissioni di Lucas.

Il quadrupede rimane sullo sfondo…

… e si sta attenti a non inquadrarne le gambe incomplete


L.

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7 pensieri su “[1979-12] Ron Cobb su “Starburst” 16

  1. Ron Cobb (che nomina nientemeno che Chesley Bonestell, per di più) in “presa diretta” su Alien quando ancora, parlando di equipaggio vuoto e poco caratterizzato, non poteva sapere quanto ci saremo identificati(affezionati) con una certa Ellen Ripley 😉
    P.S. La cantina di Mos Eisley con i suoi alieni, nostalgia canaglia…

    Piace a 1 persona

    • Questi pezzi d’annata sono deliziosi, è una goduria tradurli. In seguito trovare materiale di prima mano – cioè l’artista che parla in prima persona – mi sembra sia diventato sempre più difficile, così tutte le invenzioni di Ron Cobb non mi sembrano aver avuto la giusta fama. Ho scoperto per esempio che ha disegnato l’interno della DeLorean di “Ritorno al futuro”: non mi sembra che sia un aspetto molto citato di un film di cui parla tanto (troppo).

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