[2018-09] The Predator su “CIAK”

Questo settembre 2018 la storica rivista “CIAK” è stata introvabile al di fuori di alcuni selezionati edicolanti al centro della città: che sia la maledizione di Alien? Dopo i fumetti saldaPress introvabili, ora anche le riviste che parlano dei relativi film sono uscite dal consueto circuito distributivo?

Ecco il servizio dedicato al film di Shane Black.


L’alieno è ritornato

di Marco Giovannini

da “CIAK”, settembre 2018

Nel 1987 aveva recitato nel primo film della saga action
a fianco di Schwarzenegger. Ora Shane Black, dall’altra parte
della cinepresa, ci parla del suo nuovo “The Predator”,
in sala dal 27 settembre

Chi si ricorda del soldato Rick Hawkins, l’operatore radio con gli occhiali da intellettuale che in piena giungla leggeva i fumetti del Sergente Rock nel film Predator del 1987? Sarebbe rimasto uno dei tanti militi semi-ignoti del cinema d’azione, se a interpretarlo non fosse stato il futuro film-maker Shane Black, allora un giovanotto di 25 anni che aveva appena venduto la prima sceneggiatura, Arma letale, per 250 mila
dollari. Era su quel set perché la produzione pensò che potesse servire uno script doctor a portata di mano.

Ma gli piaceva talmente la sceneggiatura originale che la prima volta che chiesero aiuto rispose: «Avete assunto l’attore, non lo sceneggiatore». Ed ecco perché Hawkins è passato alla storia come la prima vittima di Predator, spolpato e disossato, appena sette minuti dopo l’inizio del film.

Oggi, 31 anni dopo, Shane Black ritorna sul luogo del delitto con tutta l’ufficialità del doppio ruolo: regista e sceneggiatore di The Predator, nuova puntata di una delle saghe di culto del cinema d’azione, dove si combatte una formidabile creatura che non stana e divora [??? Nota etrusca] gli avversari per puro sadismo, ma come fosse un passatempo sportivo, un safari, visto che il primo titolo del film doveva essere The Hunter (il cacciatore).

«Crisi di mezz’età? Ricerca del tempo perduto? Non so che ne pensi il mio psicanalista, ma io trovo tutto molto normale e sono proprio soddisfatto», dice Black, che a cavallo degli anni ’90 è stato il più pagato sceneggiatore di Hollywood (1 milione di dollari solo per riscrivere Last Action Hero – L’ultimo grande eroe; 1,75 per L’ultimo boy scout – Missione: sopravvivere; 4 milioni per Spy).

Ha ricominciato a lavorare stabilmente solo di recente, dirigendo prima Iron Man 3 e poi The Nice Guys, dopo essere a lungo desaparecido, fiaccato da una crisi esistenziale e dall’alcolismo (in 15 anni aveva firmato un solo film, Kiss Kiss Bang Bang). E per crearsi la migliore situazione di lavoro possibile ha anche richiamato al suo fianco Fred Dekker, il compagno di università con cui aveva sceneggiato uno dei suoi primissimi film, Scuola di mostri.

«Ci presentavamo come Black & Dekker, scrittori molto penetranti…», sottolinea ridendo. «Gli ho telefonato e gli ho detto: “Ritroviamo la libertà, l’entusiasmo, la creatività di quei tempi. The Predator ci aiuterà a sentirci ancora come dei ventenni”. È il tipo di film che a me mette voglia di correre al cinema, un mix di generi in salsa pulp: horror, fantascienza, thriller, complotto».

Ciak lo ha incontrato sul set in Canada, negli Studios di Vancouver, e Black sembrava felice come un bambino, pure in mezzo al caos: motore di un elicottero e di un camper Winnebago a mille, spari di armi di ogni calibro, urla disperate, grugniti apocalittici. Imperturbabile, lui controllava tutto, anche il verso dei capelli rasta di uno dei Predator, pura razza aliena Yautja.

Il mostro è già stato protagonista di tre film, cinque contando anche i due crossover con gli xenomorfi di Alien (ma i puristi tra i fan di entrambe le franchise non sono d’accordo). Incasso totale: 584 milioni di dollari, una media di 116 a film.

Due le condizioni poste da Black per accettare l’incarico: niente reboot, ma sequel che non contrastasse con gli altri film, e marchio Rated R, cioè Restricted (ragazzi sotto i 17 anni accompagnati), per non dover attenuare sangue e violenza.

Definito «un Tarantino in anticipo sull’avvento di Quentin», Black è famoso per ritmo, dialoghi e alternanza fra thriller e battute. La cosa di cui va più fiero è la totale trasformazione dei soldati costretti ad affrontare i Predator. Non più il commando d’élite del primo film, gli ordini di Arnold Schwarzenegger, con i duracci Carl Weathers (l’Apollo Creed di Rocky) e Jesse Ventura, ex campione di wrestling che, quando gli chiedevano se era ferito, rispondeva: «Non ho tempo per sanguinare».

Sono stati sostituiti da una sporca mezza dozzina di soldati disadattati, rimpatriati da vari fronti perché sofferenti di disturbo da stress post-traumatico e diretti a una clinica militare specializzata in malattie mentali. Si autodefiniscono Loonies (svitati). In una lettera agli attori selezionati, Black li ha descritti con poesia: «Un gruppo di Cavalieri, rifiutati dalla Tavola Rotonda, che per tornare a combattere devono prima scrostare la ruggine dalle armature». Saranno l’unica, improbabile, possibilità di salvezza della razza umana, insieme a un bambino autistico e a un’insegnante di scienze frustrata.

Anche il cast rispecchia l’anima sovversiva di Black che ai divi ha privilegiato gli attori: gli emergenti Boyd Holbrook (Narcos) e Trevante Rhodes (Moonlight), il redivivo Thomas Jane (nel 2004 The Punisher della Marvel) e perfino un comico, Keegan-Michael Key.

Poi, sorpresa, nemmeno il Predator sarà quello di sempre, ma un “modello aggiornato” alto due metri e mezzo, con una diversa armatura, prodotto in laboratorio con DNA geneticamente modificato.

«Era l’unico modo per renderlo di nuovo terribile e imprevedibile come la prima volta e non, dopo tante apparizioni, uno di famiglia», spiega il regista. Mai dimenticare che i Predator non sono dei bruti, ma una razza con una tecnologia molto più avanzata della nostra.

C’è anche da combattere una presunta maledizione che grava sul primo Predator: Kevin Peter Hall, 2 metri e 20 di altezza, l’ex campione di basket che era dentro la tuta del mostro, è morto a 34 anni di AIDS a causa di una trasfusione infetta; il regista John McTiernan (autore anche di Die Hard – Trappola di cristallo) è finito in prigione; Shane Black, come già detto, è rimasto 15 anni a casa, senza lavorare.


Predator Story

di Daniele Pugliese

Shane Black con The Predator reinventa una leggenda andando ad estendere la mitologia di una saga iniziata nel lontano 1987 e che, tra sequel, reboot e crossover, è arrivata a ben sei film. Ripercorriamo la storia del letale mostro extraterrestre attraverso la nostra gallery.

Predator (1987)

Quando Jim e John Thomas consegnarono ai vertici della Fox il loro primo script su un alieno-predatore che caccia gli umani per sport, non potevano immaginare che stavano gettando le basi per il film che avrebbe cambiato la storia del cinema d’azione. La solida regia di John McTiernan, l’interpretazione muscolare di Schwarzy e il lavoro del maestro del make-up Stan Winston (decisivo nella creazione del look dell’iconica creatura) hanno poi fatto il resto.

Predator 2 (1990)

Senza Schwarzenegger, ma con un Danny Glover (il Roger Murtaugh di Arma Letale) mai così testosteronico, l’azione si sposta dalla giungla centroamericana alla giungla urbana di una caldissima Los Angeles devastata dagli scontri tra bande criminali e polizia. Lontano dal prototipo sia nello stile che nel ritmo, il sequel di Stephen Hopkins garantisce intrattenimento Rated R e mostra un Predator ancora più letale del precedente.

Alien vs Predator (2004)

14 anni dopo quella suggestione finale presente in Predator 2 (in una delle ultime scene è visibile un teschio di xenomorfo tra i trofei di caccia del Predator) Paul W.S. Anderson fonde insieme le due saghe grazie a una storia che strizza l’occhio alla teorie degli antichi astronauti di Erich von Däniken. Buon successo (172 milioni di dollari worldwide) per un pop-corn movie che parla anche un po’ di italiano grazie alla presenza di Raoul Bova.

Aliens vs Predator 2 (2007)

La lotta tra i due bau-bau della fantascienza prosegue in una tranquilla cittadina del Colorado con la creatura ibrida “Predalien” a fare da terzo incomodo. Gli esperti di effetti visivi Colin e Greg Strause ce la mettono tutta per rendere memorabile il loro debutto alla regia, ma i puristi delle due serie bocciano il film senza pietà.

Predators (2010)

Robert Rodriguez rispolvera dal cassetto un trattamento scritto quasi vent’anni prima e lo affida al regista di origine ungherese Nimród Antal. Un pianeta sconosciuto viene utilizzato dai Predator come riserva di caccia e gli uomini più letali della Terra saranno le loro prede. Reboot-remake-sequel del cult del 1987 senza infamia e senza lode, con il premio Oscar Adrien Brody nelle insolite vesti di rude e spigoloso action-hero.


La dottoressa con la pistola

di Marco Giovannini

In “The Predator”, Olivia Munn è una scienziata
che sa come si usano armi e arti marziali

«Degli incoscienti? No, coraggiosi. E io sono l’unica donna ammessa nel manipolo che osa opporsi al terribile Predator. Per me è stato come vincere una medaglia olimpica», dice O-Money, come la chiamavano i colleghi sul set, cioè Olivia Munn, madre nata in Vietnam da famiglia cinese e rifugiata in America dopo la guerra.

Quali sono le motivazioni del suo personaggio, Casey Bracket, che ci tiene a essere chiamata dottore?
È un’insegnante di scienze frustrata, preferirebbe fare la ricercatrice della sua materia, biologia evolutiva.

Il suo rapporto con Predator?
Complesso, ne capisce la minaccia, ma non lo chiama mostro, bensì Creatura. Trovarsi di fronte a un esemplare geneticamente modificato, per una studiosa del suo ramo, è come incontrare una divinità.

C’è qualcosa di lei nel suo personaggio?
Ho chiesto a Shane Black di aiutarmi a combattere almeno uno dei tanti stereotipi dei film d’azione. Se ogni uomo, qualunque età abbia e qualunque mestiere faccia, sa usare un’arma, perché una donna invece no? Casey non è una tiratrice scelta, non è un soldato, ma se serve sa assolutamente che cosa fare con una pistola, senza che le si debba spiegare il come e il perché.

A proposito, lei è cintura nera di taekwondo. Come mai ci sono voluti tanti anni per vederla usare le arti marziali col personaggio di Psylocke, in X-Men: Apocalisse e nel prossimo Dark Phoenix?
Stesso stereotipo. Come mai all’inizio facevo tante parti da fidanzata? Matthew McConaughey mi ha raccontato che per fermare il flusso delle offerte di commedie romantiche è stato tre anni senza lavoro. E poi ha vinto l’Oscar con Dallas Buyers Club. Dire no è più importante che dire sì.

L.

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16 pensieri su “[2018-09] The Predator su “CIAK”

    • A forza di tradurre interviste, leggendo poi questa di Ciak, esce fuori che Black ha cambiato così tante volte idea e ha detto così tante cose diverse che non stupisce sia venuta fuori tutta questa confusione. A seconda di quando è stato intervistato, il progetto era in un pantano diverso, quindi a volte è entusiasta a volte è scoglionato 😀

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      • Black è sempre stato un autore problematico, già caduto e rialzato più di una volta. La mia impressione è che avesse davvero la storia giusta per un grande ritorno ma la Fox gliel’ha ammazzata in culla, dirottando tutto su una sceneggiatura-reboot più consona allo stile Disney-serial. Sono evidenti i punti di sutura fra lo stile Black e il film che invece ha voluto la Fox, con un risultato spurio che potrà solo peggiorare se davvero continueranno la serie.
        Doveva essere un’operazione come “Iron Man 3”, cioè un rilancio dove Black cambiava le carte in tavola e calibrava l’eroe al proprio stile: come l’hanno bloccato lì “dopo”, qui l’hanno bloccato “prima”, già durante la lavorazione.
        Sono curioso di scoprire cosa ne penseranno i fan talebani che addirittura considerano spuri film assolutamente canonici come AVP 1 e 2: probabilmente con questo di Black impazziranno 😀

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      • Incredibile come i produttori continuino a rovinare un film dopo l’altro con le loro stupide ingerenze… non ci sono abbastanza esempi di film belli perché lasciati alla “semplice” creatività dei registi?

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      • Temo che infatti NON ci siano esempi di film belli per quel motivo, perché nessun produttore lascia spazio al regista. Se il regista e il produttore hanno una visione comune, allora c’è più libertà, ma se il produttore si impunta il regista non conta niente.

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      • Purtroppo è così, d’altronde i soldi li porta lui… ma come sarebbe bello vedere Alien 3 come lo voleva Fincher, o The hobbit di Del toro, o Lolita come lo voleva Kubrick senza tutta la censura che gli fu imposta?

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      • Purtroppo l’immagine che avevamo del cinema è parecchio offuscata: pensavamo fosse un mezzo per veicolare creatività invece è solo un equilibrio di organizzazione, interessi e tutto ciò che NON è creatività. Se magari il regista è famoso, tipo appunto Kubrick o Hitchcock e via dicendo, e sa imporsi magari riesce a sfangarla, altrimenti vige il Metodo Weinstein: solo merda su merda, tanto i fan ingoiano tutto e pagano sempre.
        E Fincher è riuscito a fare tantissimo, riuscendo a girare il film come voleva lui – i tagli sono venuti dopo – con la fotografia che voleva e ripetendo cento volte ogni scena fino ad una perfezione che la Fox non voleva assolutamente. Rimane un miracolo come un ragazzino che la Fox chiamava “venditore di scarpe” sia riuscito ad imporsi così prepotentemente almeno sulla qualità tecnica. Il montaggio è sempre prerogativa della casa, i registi devono solo fare pippa. Tanto poi usciranno i finti Director’s Cut (come piacciono a quel pazzo di Scott) e potranno divertirsi con quelli.
        Quest’anno ho dedicato ogni venerdì ad un film horror di una saga, scoprendo un mondo di nefandezze senza fondo: ogni film vagamente noto viene ricoperto di escrementi sempre più maleodoranti, perché se andasse bene ci sarebbero troppe tasse da pagare: deve andare male, perché così incassa da altre parti. Capisci che la creatività è solo un lontano ricordo di sognatori…

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      • Hai ragione nel dire che, al contrario di un pittore con un suo quadro, un regista deve venire a mille compromessi nel creare il suo film. Però ci sono tanti casi in cui si nota che le idee del regista hanno avuto la meglio da They live di Carpenter (dove traspare tutta la sua rabbia contro il sistema che lo aveva deluso) a Descent di Neil Marshall, fatto con due lire e senza grosse interferenze esterne! Poi è chiaro che più le produzioni sono grandi, più compromessi ci sono di mezzo…

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      • Ciao Lucius!

        Ho appena letto un’interessante intervista a John Carpenter e questa domanda mi ha fatto ripensare al nostro dialogo. Direi che dice tutto quello che c’è da dire:

        Domanda: Which of your films do you think came the closest to how you envisioned it?

        Risposta di John Carpenter: None of them. No, they’re all riddled with…real life comes and intrudes, so there isn’t anything you can do about it.

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      • ehh, purtroppo è una verità che i registi scoprono tardi, e gli spettatori non scoprono mai.
        Al contrario di altre arti, quella cinematografica prevede un numero così immenso e sconfinato di variabili che è raro che un regista possa alla fine concretizzare in modo accettabile ciò che ha pensato. Succede, ma si deve essere nomi grossi e potenti così da far girare le variabili a proprio favore. Lavorare per major con gli spicci contati non aiuta.

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      • Praticamente l’hanno ridotto ad essere scoglionasta: lo scoglionato entusiasta 😀
        Io ho visto una copia di questo Ciak in edicola (abito in periferia) e se magari, dico, se magari avessero almeno pensato a mettere in copertina un pur piccolissimo riferimento al servizio su The Predator, avrei anche potuto vincere la mia ostilità pluriennale verso la rivista e comprare almeno questo numero… in fondo, non mi sarebbe dispiaciuto leggere delle nuove abitudini alimentari del Predator 😛

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  1. Mi fa piacere che Black & Dekker, si sono resi conto loro per primi di avere dei cognomi da bricolage 😉 Comunque il tuo scovare tutti questi articoli mi ha fatto capire che la promozione di un film può essere una via crucis, come autore sei costretto ad inventarti ogni genere di menata, per poi trovare un giornalista che paragona Predator a qualche fantomatico alieno mangiatore di carne umana. Sono soddisfazioni 😉 Cheers

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    • Incredibile, ma possibile che non esista un giornalista che abbia visto i film di cui parla? Non può essere casuale, a questo punto: per i vari pezzi scelgono quelli che meno ne sanno e li mandano sul campo. Tu in cosa sei esperto? Nel cinema espressionista tedesco. Ottimo, vai ad intervistare Shane Black!!! 😀

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