[2018-09] The Predator su “Best Movie”

Riporto il breve contributo della rivista “Best Movie” (settembre 2018) all’imminente uscita del film The Predator (2018), che sottolinea la totale nullità delle informazioni che si hanno sul film.

Lo zero tondo che esce fuori da tutti i testi pubblicati in questi giorni dipende dalla nota segretezza di cui la Fox ammanta le proprie produzioni? O forse l’avere un cast totalmente anonimo, a parte Thomas Jane, fregarsene dei quattro film con i Predator che sono stati girati dopo l’originale del 1987 e avere un regista e sceneggiatore che non sembra sapere nulla del proprio film… alla fine ha ridotto a zero gli argomenti di cui trattare? Chissà…


I maestri dell’action

di Gabriele Ferrari

da “Best Movie” (settembre 2018)

Uno dei due è nato nella New York bene, figlio di genitori ebrei, studente modello in tutte le scuole che ha frequentato (anche se ci tiene a definirsi «anti-film school»), attore di discreto livello all’inizio della sua carriera, regista del suo primo film a soli 24 anni.

L’altro è nato in Pennsylvania, durante le lezioni preferiva disegnare fumetti, a inizio carriera ha dovuto chiedere aiuto ai genitori e, prima di poter creare qualcosa di suo, ha riscritto e sistemato sceneggiature scritte da altri. Il suo primo film da regista è arrivato quando aveva 44 anni.

A una prima occhiata, Peter Berg e Shane Black non potrebbero sembrare più diversi: misurato ed elegante il primo, anarchico e sempre divertito il secondo, due approcci apparentemente opposti al racconto cinematografico. Eppure i due, che tra settembre e novembre arrivano in sala con il loro nuovo film (Mile 22 per Berg, in uscita a novembre, The Predator per Black, in sala il 27 settembre), qualcosa in comune ce l’hanno eccome: sono, ciascuno a modo proprio, due tra i migliori registi action in circolazione, eredi di un modo di approcciare il cinema e l’azione che affonda le sue radici nei mai troppo celebrati anni Ottanta, quelli di John McTieman, John Milius e Tony Scott; un modo di fare cinema ipercinetico ed esplosivo, che mette i corpi dei protagonisti al centro del discorso e che tratta anche i dialoghi come un’estensione del racconto visivo. Berg lo fa con rigore e attenzione al realismo, Black preferisce puntare su vignette e caricature, ma in entrambi è evidente l’impronta di quel cinema, quando ancora l’action era una questione di stunt e fisicità estrema e non di coreografie e sequenze in CGI.

[…]

Shane Black, dal canto suo, pur avendo uno stile più eclettico di quello di Berg non ha mai smesso di essere fedele alle sue passioni: l’action, l’horror, senza dimenticare la commedia e quei dialoghi che sono diventati un suo marchio di fabbrica. Non a caso il suo primo lavoro in carriera (se escludiamo un cameo in Dimensione terrore del suo amico e collaboratore storico Fred Dekker) è la sceneggiatura di un thriller, Arma letale, il buddy cop definitivo per il modo in cui riesce a far convivere in armonia l’azione di Die Hard con una sceneggiatura infarcita di battute. Il successo del film apre la strada di Hollywood a Black, che prima si fa notare sul set di Predator di John McTiernan contribuendo (non accreditato) alla riscrittura della sceneggiatura [ma chi l’ha detto? Nota etrusca], poi scrive alcuni degli action migliori del decennio (L’ultimo boy scout, Last Action Hero). Nel 2005, finalmente, il debutto alla regia, con un film che paradossalmente è l’opera più lontana dall’action classico tra quelle firmate da Shane Black; parliamo di Kiss Kiss Bang Bang, con un redivivo Robert Downey jr. (appena uscito dal tunnel dell’alcolismo) che interpreta un ladruncolo che finisce sul set di un thriller e viene scritturato per interpretare uno dei due protagonisti.

Snobbato dal pubblico ma adorato dalla critica, il film diventa, nelle parole dello stesso Black, «il mio biglietto da visita a Hollywood»: otto anni dopo la sua uscita (Shane è uno che si prende da sempre il suo tempo) gli viene offerto Iron Man 3, che pur essendo un film Marvel, e dunque inquadratissimo all’intemo del sistema produttivo della Casa delle Idee, porta inconfondibile il marchio del suo regista. Dopo l’esperienza blockbuster, Black aspetta ancora qualche anno prima di tornare in azione, prima con lo sfortunato pilot di una serie TV mai confermata (Edge), poi con il meraviglioso The Nice Guys, dove Ryan Gosling e Russell Crowe rimettono in scena, aggiornandole, le dinamiche dei buddy cop. Questo mese è tempo di un altro grande ritorno: quello di The Predator, che Shane Black considera a buon diritto una sua creatura e che, a trent’anni dal suo debutto al cinema, è ancora uno dei mostri cinematografici più amati e iconici (forse perché è uno dei pochissimi con delle motivazioni complesse, che vanno oltre il classico “vi ammazzo tutti”).

Non è facile, all’apparenza, trovare punti in comune tra The Predator e Mile 22. Eppure ci sono, perché al timone dei due film ci sono due registi che rappresentano, ciascuno a modo proprio, il meglio dell’action hollywoodiana. Il professore di storia e il ribelle, il verista e l’astrattista, il cantastorie della guerra e il giullare che ama le battute: in breve Peter Berg e Shane Black, due nomi che chiunque abbia Bruce Willis e Arnold Schwarzenegger nel cuore dovrebbe tatuarsi sul bicipite.


Il mio Predator?
È “Incontri ravvicinati del terzo tipo”
in versione horror

di Gabriele Ferrari

Quattro chiacchiere con il regista del nuovo film dedicato all’alieno cacciatore,
che ci spiega come ha rinnovato il mito dello Yautja a 31 anni dall’uscita
del cult con Schwarzenegger. E che cosa ci fa un bambino in un film Rated-R…

Buongiorno Shane, come va la vita?

«Bene! È mattino, sono riposato e non vedo l’ora di vedere The Predator».

Posso assicurarti che anche il pubblico non vede l’ora di vederlo. Te lo dice un tuo fan sfegatato! So che non è molto professionale dirlo ma…

«Non preoccuparti, mi fa solo piacere, è sempre bello sentirselo dire anche dopo tutto questo tempo. Perché a volte mi sembra di avere appena cominciato questo lavoro, ma in realtà è da 31 anni che sono nell’ambiente… non è mica poco!».

Quando hai deciso che saresti tornato a Predator? C’è stato un momento preciso o è stato un processo lungo?

«La seconda, assolutamente. Qualche anno fa mi hanno proposto di dirigere un film su Predator e la mia prima reazione è stata “mah…”. La produzione però ha insistito, mi ha chiesto di pensarci su, e devo dire che più ci pensavo più mi sono reso conto che sarebbe stata una vacanza».

Una vacanza?

«Pensavo che avrei fatto qualcosa di piccolo, una cosa tra amici – e infatti ho contattato subito Fred Dekker, con il quale ho fatto il college e ho scritto Scuola di mostri, e gli ho detto “sai che non è una cattiva idea?”. E Fred mi ha risposto “hai ragione, sarà come viaggiare indietro nel tempo”. Non arrivo a dire che stavo attraversando una crisi di mezza età, ma l’idea di tornare giovane mi ha attirato. Mi sono ricordato quando da piccolo facevo la coda al cinema la domenica per vedere I predatori dell’arca perduta – prima dello streaming, prima di Netflix – e mi sono detto, perché non provare a fare un bel filmone estivo, divertente ed entusiasmante? Il processo si è rivelato più complesso del previsto, ma il risultato finale mi soddisfa appieno: siamo riusciti a fare un film divertente e pieno di gente di talento».

Come li hai scelti? Il cast è un mix di facce nuove e vecchie conoscenze.

«Siamo partiti dai personaggi: non i soliti soldati superprofessionali con i muscoli scintillanti, ma un gruppo di reietti, di antieroi, di guerrieri che non sono riusciti a dimostrare di valere qualcosa e che quindi sono stati marginalizzati. Quest’idea ha cambiato molto la direzione del casting: avevamo bisogno di trovare gente brava ma non troppo sicura di sé, che fosse in grado di dimostrare vulnerabilità. Per alcuni non abbiamo avuto dubbi: Keegan-Michael Key, per esempio, era un nome che saltava sempre fuori in ogni discussione. Thomas Jane è un mio amico e credo che sia uno dei migliori attori di tutti i tempi, sapevo che sarebbe stato perfetto. Trevante Rhodes e Sterling K. Brown li ho scoperti rispettivamente in Moonlight e This is Us, e me ne sono innamorato. Il resto del cast è un mix di quasi esordienti come Augusto Aguilar, di attori eclettici come Alfie Allen… e poi c’è Olivia Munn, che è uno dei primi nomi che ho voluto. Alla fine ci mancava solo il ruolo del leader, e lì le voci si sono rincorse: qualcuno mi ha detto che avrebbe voluto avere The Rock, ma per quanto io adori Dwayne il suo non era il profilo adatto; si è parlato di Benicio del Toro, ma anche quello non è andato in porto, per una serie di ragioni che… no, OK, è stato un problema di soldi. Poi dal nulla è saltato fuori questo giovanotto (Boyd Holbrook, ndr) che aveva appena fatto un piccolo film di nome Logan, a fianco di Hugh Jackman… ci siamo visti e lui ha accettato con entusiasmo».

Ti stai dimenticando un nome: nel cast avete anche un bambino (Jacob Tremblay, ndr)! Talentuoso, ma pur sempre un bambino: come hai fatto a infilarlo in un film rated-R come The Predator?

«Idea mia. Nel momento in cui siamo usciti dai confini del gruppo di soldati ho scelto di avere tra i protagonisti anche un bambino, un ragazzino normale ma che viene trattato come un reietto perché ha una forma di autismo. Ho letto che c’è chi sostiene che l’autismo non sia una malattia ma un passo successivo sulla scala evolutiva, e quest’idea mi ha molto affascinato. Perché proprio Jacob? Perché ne parlavano tutti, quindi mi sono detto “OK, scopriamo chi è” e ho visto Room. Non credo di aver visto una performance così incredibile da parte di un bambino dai tempi di Kramer contro Kramer. Jacob è un fenomeno! So benissimo che alcuni fan protesteranno, che si chiederanno cosa ci faccia un bambino in Predator, ma il punto è che c’è un limite alla quantità di testosterone che puoi infilare in questa storia prima che diventi una copia carbone del primo film. E poi ci sono i miei gusti: mi piacciono le storie che usano la sci-fi in maniera poetica, mi viene da dire infantile; e anche i soldati protagonisti sono, a modo loro, dei bambini. Ecco perché credo che Jacob non solo sia perfetto per il film, ma finirà per diventare uno dei preferiti dal pubblico».

Non abbiamo ancora parlato del personaggio che dà il titolo al film. Negli ultimi 30 anni siamo stati sommersi di informazioni su Predator: quanto ti sei attenuto alla versione originale?

«Credo che il mostro di The Predator sia diverso da com’era nel 1987: il film non è più ambientato nella giungla, è più che altro un film di invasione – anzi, meglio usare il termine “incursione” – aliena, che per me lo avvicina a un’opera come Incontri ravvicinati del terzo tipo. E poi ci sono le solite domande sui Predator: sono cattivi al 100%? Hanno un senso dell’onore? Quello che abbiamo provato a fare è proseguire sulla scia dei film precedenti, senza stravolgere la premessa ma portando avanti un discorso. II Predator in questo film ha un’agenda che è diversa da quella che aveva nell’originale, non è sulla Terra solo per andare a caccia di umani, ha qualcos’altro da fare. Certo, questo non significa che verrà sulla Terra in gita…».

Uno dei motivi per cui Predator è considerato ancora oggi un classico sono i suoi effetti speciali: con pochi mezzi e molta creatività siete riusciti a ottenere un risultato incredibile. Come hai approcciato la questione oggi, nel 2018, con la CGI onnipresente e in grado di fare tutto?

«Il miglior esempio di coesistenza tra effetti speciali pratici e CGI è ancora oggi Jurassic Park: nella stessa scena può capitarti di vedere una testa di dinosauro fatta a mano, e poi lo stesso animale, in CGI, nello specchietto della macchina. Ecco, abbiamo usato lo stesso approccio: effetti pratici tutte le volte che si può, e quando è impossibile affidarsi alla CGI. Che ormai è talmente evoluta (hai visto i vari Pianeta delle scimmie?) da risultare indistinguibile da un effetto pratico, se usata bene».

Predator uscì al cinema quando i film di mostri erano uno dei “rifugi sicuri” per i nerd cinefili. Oggi quel ruolo è passato in mano ai supereroi. Credi che ci sia posto per un mostro in questo panorama?

«Sono d’accordo con te che i film di supereroi hanno preso il posto dei film di mostri (a parte che nell’horror: lì la Blumhouse sta sfornando mostri fantastici a un ritmo incredibile), ma per qualche motivo questo mostro non ha perso un’oncia di popolarità in 30 anni. E non solo al cinema: sono usciti fumetti, romanzi, videogiochi… Non so perché continui a essere così amato, ma credo sia un buon segno per il film: il panorama è tutt’altro che saturo, e Predator ha tutto lo spazio che vuole per tornare al centro dell’attenzione».

Ci hai detto che l’esperienza di The Predator è stata lunga, soddisfacente ma anche stancante. Cosa farai dopo?

«Non ne sono ancora sicuro, devo decidere, ultimamente non faccio altro che pensare al film. Una cosa posso dirla: credo che farò qualcosa di più piccolo, perché per quanto girare The Predator sia stato divertente devo dire che è sfiancante passare le giornate a guardare cavi e green screen. Magari potrei pensare alla TV, magari potrei collaborare con uno di quei network che amano rischiare. Non mi dispiacerebbe lavorare con Netflix».


L.

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2 pensieri su “[2018-09] The Predator su “Best Movie”

  1. Ovvero, come continuare a girare intorno all’argomento principale senza mai arrivarci… e, a questo punto, vien da pensare che alla fine non esista poi chissà quale “argomento principale” di cui valga davvero la pena di parlare 😦

    Piace a 1 persona

    • La pura è davvero quella, e ora che a sorpresa la data italiana è slittata all’11 ottobre il senso di fastidio si moltiplica…
      Gli ultimi che hanno promesso che c’erano molte più sorprese rispetto al trailer sono stati i fratelli Strause per “AVP2”, e purtroppo il trailer mostrava esattamente tutto quello che c’era da vedere nel film…

      "Mi piace"

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