[1994-09] Mark Verheiden su “Starlog”

Traduco questo splendido articolo apparso sul numero 206 (settembre 1994) della rivista “Starlog“, all’epoca in cui Mark Verheiden era un mito per i pochissimi, come me, che avevano avuto la possibilità di leggerne i fumetti. Probabilmente questa intervista risale al momento di maggior quotazione dello scrittore, un apice che nel giro di un attimo si è trasformato in tracollo: malgrado tutto ciò che ha contribuito a creare abbia fatto un discreto successo, Mark è stato immediatamente dimenticato e tutti i sogni di cui parla sono evaporati come neve al sole.

Questo servizio dunque è una perla rara perché fotografa un momento brevissimo, quel momento in cui tutti sognammo un mondo cinematografico che si fondeva con quello dei fumetti. Negli anni 2010 i giovani probabilmente stanno vivendo lo stesso sogno realizzato, con il Marvel Cinematic Universe: evidentemente nel 1994 i tempi non erano maturi.

Riporto solamente i brani “alieni”: per l’intervista completa, sempre tradotta da me, rimando al Zinefilo.


Le maschere del tempo

di Pat Jankiewicz

da “Starlog” n. 206 (settembre 1994)

Da casa sua, lo scrittore Mark Verheiden vaga
per un universo pieno di comici, poliziotti e creature

Alto e pittoresco, lo scrittore Mark Verheiden assomiglia più al tipo d’uomo che passa il tempo con la moglie Sonja e il figlio di due anni Ben piuttosto che il tipo che corre in giro con intenti di vendetta, un buffone estremamente verde e un poliziotto che viaggia nel tempo. Eppure lui li ha incontrati senza lasciare la sua confortevole casa di Pasadena.

I personaggi più fiammeggianti lo incontrano nella sua stanza adibita a scrittoio, con computer, libri, copioni e vari CD di Elvis Costello. Verheiden è stato in grado di fare l’impossibile. Ha smesso di scrivere fumetti per la Dark Horse Comics (per la quale ha lanciato le serie di “Aliens” e “Predator”) per trasformarli in film. Inoltre sta curando progetti originali con il regista Sam Raimi. Quest’anno, il suo nome apparirà nei titoli di due film tratti da fumetti Dark Horse: The Mask e Timecop (di cui, in quest’ultimo caso, è anche il co-creatore).

[…]


Comics Fan

Le ambizioni di Verheiden nel cinema e nei fumetti iniziano in modo inusuale. «Sono nato e cresciuto ad Aloha, Oregon, proprio fuori Portland. Ho voluto scrivere sin da quando, a cinque anni, ho iniziato a leggere. Sono stato e sono un grande amante dei fumetti», sorride. «Dovreste vedere il mio garage! Quando avevo sei anni volevo comprare fumetti, ma come molti ragazzi di quell’età facevo un casino e li lasciavo ovunque, per casa. I miei genitori mi dicevano “Raccoglili!” e io mi lamentavo: “Oh mamma!”.»

Arrivai a casa da scuola, un giorno, e trovai mia mamma che, ammonticchiati tutti i miei fumetti, stava dando loro fuoco! Disse “Non comprerai mai più un fumetto perché sei troppo disordinato: ti proibiamo di comprarne di nuovi”. Quella era davvero la cosa più sbagliata da dire, perché iniziai a comprarli di nascosto», ride. «Ne comprai migliaia e ne iniziai a scrivere per vivere. Genitori», ammonisce, «se non volete che i vostri figli seguano la mia strada, lasciate comprare loro i fumetti: e soprattutto non bruciateli!»

La sua carriera nei fumetti è iniziata alla Dark Horse Comics. «Vorrei poter dire che è stato per mero talento, ma uno dei miei compagni di college era Randy Stradley, editor della casa. Siamo amici sin dalla fine degli anni Settanta, e quando Dark Horse ha iniziato, nel 1986, ci siamo incontrati con Randy e Mike [Richardson] ad una fiera del fumetto. Conoscevo Mike perché era il proprietario di alcune fumetterie di Portland: eravamo tutti di Portland. Loro dissero: “Stiamo avviando una casa editrice a fumetti: dovresti scrivere qualcosa”.»

«Tornando a casa dalla fiera, raccontai a mia moglie uno spunto che mi era venuto in mente: era The American. Li chiamai e glielo raccontai: “Grande, scrivilo!”. Pubblicarono il fumetto e fu così che io salii a bordo.»

Scrivendo per la Dark Horse ha preso il via anche la carriera cinematografica. «Sono entrato nel mondo del cinema perché ho scritto un fumetto per la Dark Horse basato su Predator», rivela. «Il primo numero uscì e io ricevetti una telefonata dal produttore Joel Silver. Mi disse: “Mi piace questo fumetto, vieni a parlarcene perché vorremmo usare lo spunto per il film Predator 2

«Andai a parlare con i colleghi di Silver riguardo la storia e, mentre ero lì, dissi: “A proposito, ho questo personaggio che potrebbe interessarvi, si chiama The American“. Così mi commissionarono una sceneggiatura. Scrivere Predator per la Dark Horse mi ha permesso di iniziare il lavoro di sceneggiatore. Ho creato tre progetti per loro, e nove o dieci per altre case.»

Verheiden ha lanciato due grandi serie per la Dark Horse: Aliens e Predator. Al contrario di precedenti adattamenti a fumetti di film di altre case, queste non erano mere versioni cartacee della pellicola bensì veri e propri sequel, con le loro proprie trame e i loro personaggi. «Devo dire, in entrambi i casi di Aliens e Predator, che io non sono interessato ai mostri quanto alle relazioni fra le persone intorno a loro.»

«Il Predator è figo perché è senziente: sa pensare e capire, il che lo rende molto più interessante di Alien, che è come un pastore tedesco con lunghi denti», ridacchia lo scrittore. «Per quanto negativo possa essere, il Predator ha una missione: cacciare.»

«Ho impostato i fumetti di Predator all’insegna del gioco d’azione e quelli di Aliens come qualcosa di più oscuro. Per sua natura, l’Alien è un soggetto molto più duro, è molto più spaventoso di un Predator, il quale è essenzialmente un mostro venuto a tagliarti la testa.»

Molti degli spunti di Verheiden – una violenta Los Angeles del futuro, un assassino che segue il caldo, un gruppo di Predator e via dicendo – sono poi apparsi in Predator 2. «La prendo con molta filosofia», dice. «Predator è stato creato da altri, poi sono arrivato io e ho scritto dei fumetti. Sapevo di star addentrandomi nelle proprietà della 20th Century Fox ma era un buon modo di iniziare la carriera. Se quindi il prezzo da pagare è che hanno usato alcune delle mie idee per Predator 2, va bene così.»

«Se qualcuno ha il diritto di essere furioso, sono gli scrittori originali, Jim e John Thomas, perché io ho preso la loro creazione e ci ho fatto dei soldi. Lo stesso non posso negare una certa fitta quando ho visto Predator 2», conclude, «ma è stato solo quello, una semplice fitta e basta.»


L.

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