[2018-04] Alien: The Cold Forge

Lo scorso 24 aprile 2018 la Titan Books ci ha regalato un nuovo grande romanzo alieno inedito: Alien: The Cold Forge, di Alex White.
Vi ricordo che per sapere tutto dei romanzi dell’universo espanso alieno, inediti o meno, potete consultare questa pagina.

Il romanzo ha addirittura una data ufficiale da cui partire: 20 luglio 2179, cioè sette giorni prima che Ripley atterri con i Colonial Marines su LV-426, come specificato da Alien: River of Pain (2014) di Christopher Golden, che racconta in forma di romanzo la storia del film Aliens (1986) ma dal punto di vista dei coloni di Hadley’s Hope.
Per saperne di più sugli eventi databili dell’universo espaso, vi ricordo la Cronologia aliena: l’unica cronologia esistente che riporti le fonti di quanto afferma, niente chiacchiere da bar dello sport!

Questa datazione mi fa azzardare un’ipotesi: la Titan Books dal 2014 sta costruendo pian piano un proprio universo alieno, con tanto di date condivise, basato principalmente sui primi due film ma non certo privo di richiami anche al terzo e al quarto.
Spero che sia vero, così da avere un altro luogo nell’universo in cui andare, per salvarsi dalla follia dei filmacci di Ridley Scott!


La trama ufficiale

Con il fallimento di Hadley’s Hope, la Weyland-Yutani ha subìto un danno ingente: ha perso gli esemplari di xenomorfi. La Compagnia però cade sempre in piedi, perché in parallelo con quell’“esperimento” ha in atto un altro progetto, sulla remota stazione spaziale RB-323, che d’improvviso diventa la più grande speranza per la Weyland-Yutani di trasformare gli alieni in un’arma fenomenale. C’è però una spia a bordo, qualcuno che non lavora per gli interessi della Compagnia. Se scoperta, questa persona potrebbe non aver altra scelta se non distruggere RB-323… con tutti a bordo. Sempre che alla distruzione totale non ci pensino prima gli xenomorfi…


Il romanzo

Dorian Sudler è un cacciatore di teste che si diverte parecchio nel suo sgradevole lavoro. Risolve problemi per la Weyland-Yutani e se per caso qualche meccanico rimane ucciso sul lavoro, Dorian fa saltare fuori qualche cavillo che impedisca all’assicurazione di rimborsare la famiglia del defunto. Dorian Sudler, insomma, è uno stronzo.
La sua specialità, e la sua predilezione, è risolvere i problemi nelle basi di ricerca. «Gli scienziati sono divertenti da licenziare: credono di essere troppo in gamba per essere sacrificabili». Quando la Compagnia lo manda su RB-232, Dorian crede che sia un incarico come un altro, «liscio come l’olio in un attimo», ma ovviamente dovrà ricredersi.

RB-232 è una stazione di ricerca a dieci parsec dalla Terra, nota come Cold Forge, interamente dedicata alla creazione di nuove armi, anche biologiche, e allo sviluppo di intelligenza artificiale. («Ha presente le vecchie fucine, dove fabbricavano spade? Ecco, solo che noi non facciamo né navi né missili né fucili. Noi vinciamo guerre.») Diretta dal comandante Daniel Cardozo e da Anne Wexler, responsabile della sicurezza, essendo però la ricerca l’unico motivo di esistere della base, sulle questioni importanti – cioè scientifiche – comanda Blue Marsalis.

La dottoressa Marsalis è una donna malata, era ancora nel fiore degli anni quando le è stata diagnosticata la sindrome di Bishara, una rarissima malattia genetica incurabile. O almeno, la ricerca ancora non è riuscita a trovare il sistema di curarla. Un giorno Blue viene avvicinata da Elise Coto, una dei 112 vice-presidenti della Weyland-Yutani, che le fa una proposta: che ne dice di portare aventi ricerche segrete su quella genetica che potrebbe salvarle la vita?

Blue così si ritrova a capo del programma scientifico di Cold Forge, con vasti finanziamenti e la dotazione di Marcus: un sintetico con cui può “fondersi”. Il corpo malato della donna può giacere nella sua camera privata, su un materasso speciale anti-decupito, mentre la mente della dottoressa Marsalis può portare avanti le ricerche all’interno del corpo potente dell’androide Marcus.
La aiuta il suo assistente Kambili Okoro, genetista di grande esperienza ma di pessimo carattere. Ci sono anche Josep Janos e Lucy Biltmore.

Alla stazione piomba Dorian a bordo della Athenian, con il capitano Ken Riley, il co-pilota Susan Spiteri e l’addetto alle comunicazioni Montrell Lupia. Viene accolto con supponenza e addirittura con sfida, come se fosse uno dei soliti alti papaveri della Compagnia che vengono regolarmente a dare un’occhiata in giro, e questo perché non sanno che Dorian è venuto a smantellare tutto: la dottoressa Marsalis si sente forte della protezione della Coto e non si rende conto che invece Dorian ha mandato di distruzione totale. Lui è lì per licenziare tutti e 32 i membri della base, per fare un “bagno di sangue” («It’s going to be a bloodbath») e capire come smaltire con profitto quelle strutture, per limitare al massimo i costi di quell’operazione fallita. Il suo bonus sarà stabilito in base ai soldi che farà risparmiare alla Compagnia, e Cold Forge è per lui una miniera d’oro.

Alla base infatti non si ottengono risultati, si spendono solamente tanti soldi senza ottenere nulla. Di sicuro Dorian rimane impressionato quando gli scienziati gli mostrano le creature aliene che – va precisato – all’epoca della vicenda sono ancora ignote ai più.

«Abbiamo dato loro dei nomi, ma niente di ufficiale visto che sono altamente top secret. Uno dei tizi della Compagnia li ha chiamati “xenomorfi“, è un nome sbagliato: ogni creatura di cui ignoriamo la tassonomia può tecnicamente essere chiamata “xenomorfo”. Noi abbiamo preferito chiamarli snatchers, perché sono così dannatamente veloci.»

L’idea è simpatica ma… come si può tradurre in italiano? Va bene che tanto questi romanzi non vedranno mai la luce nel nostro distratto Paese, ma se volessi qui cercare un corrispondente italiano? Strapponi? Se prendiamo il significato “cogliere” di snatch, sarebbe… coglioni?
Scherzi a parte, meglio mantenere i nomi originali.

«Bue aveva dato ai facehugger un vero nome: Manumala noxhydria. La mano malvagia, il vaso della notte.»

Diciamo che per i nomi qui si scade parecchio. Passi “la mano malvagia” (manu- mala) ma perché “vaso da notte”? Ditemi voi se ci sono modi migliori per tradurre jar of night

Comunque, con i suoi costosissimi studi – ogni uovo costa alla Compagnia 150 mila dollari, anche se non ci viene detto dove accidenti lo acquistino! – la dottoressa Marsalis scopre che gli xenomorfi sono solamente dei “veicoli”: i facehugger trasmettono alle vittime il più potente patogeno dell’universo, il Plagiarus praepotens. (Ok, anche qui forse si poteva trovare un nome latino un po’ più gagliardo.)

«All’interno del codice genetico del praepotens giace un potenziale illimitato per la cura della malattia della dottoressa… per le malattie genetiche di tutti


Commento

Fino ad un terzo del romanzo, è una lettura appassionante e gustosissima, poi però l’autore si va ad infilare in un vespaio noiosissimo: una volta presentati i personaggi della stazione di ricerca, fa subito scoppiare i casini e già prima della metà del romanzo ci si ritrova a strisciare di qua e di là per sfuggire agli alieni, le cui gabbie sono state aperte da un misterioso sabotatore. Purtroppo la lettura a questo punto si fa davvero difficile.
Tutte le ghiotte invenzioni della prima parte risultano inutili ed ogni sviluppo di trama si perde nel nulla. L’unico aspetto che si salva è il personaggio di Blue Marsalis, la dottoressa che non deve salvare solo il proprio corpo artificiale, ma anche quello “di carne” che giace in un’ala della stazione.

L’autore appartiene alla fazione per cui gli xenomorfi – che lui chiama snatchers – acquisiscono la forma dell’ospite da cui nascono: lo dico solo per dovere di cronaca, commenterò meglio questa “scuola di pensiero” in una ricerca più approfondita che sto preparando.

Da segnalare invece che Dorian, il “cacciatore di teste”, cita di sfuggita il suo collega Carter Burke, ma soprattutto scopriamo che le scoperte genetiche della Marsalis – che cioè gli xenomorfi che conosciamo sono solo i portatori sani di un terribile gene mutante – fanno gola alla Seegson Corporation, la compagnia concorrente della Weyland-Yutani inventata da Dan Abnett per il videogioco Alien: Isolation (2014) e riciclata dallo stesso autore per il fumetto Predator: Life and Death (2016).
Se la storica Compagnia non è più interessata a spendere in ricerche genetiche, lo farà la sua concorrente: o almeno così siamo autorizzati a pensare dall’ultima pagina di questo romanzo, in cui viene sbrigativamente descritta questa ipotesi.

Come si vede, l’autore cita non solo dal secondo film ma soprattutto da altri elementi dell’universo espanso, dimostrando secondo me quanto la Titan Books stia attenta a creare un prodotto accurato ed un universo narrativo con regole non dipenenti dalla follia di Scott, pronte ad essere prese in mano da più autori.
Certo, se poi a questo corrispondesse una scelta di trame un po’ più appassionante sarebbe meglio, ma è già comunque un buon risultato…

L.

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11 pensieri su “[2018-04] Alien: The Cold Forge

  1. Questa cosa che gli xenomorfi acquisiscono caratteristiche degli esseri dentro cui si sviluppano mi è sempre piaciuta, quando non portata troppo in là (il design di base deve rimanere quello, ammetto solo piccole variazioni! :-D). Sempre meglio degli ibridi genetici pensati creati dalla megacorporazione di turno in molti fumetti, che ho sempre trovato parecchio brutti.

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    • L’idea in realtà si è sviluppata tardi, rifacendosi ad un “errore sul set” per cui i tecnici di Alien 3 si erano dimenticati i tubi sulle spalle dell’alieno, spacciando poi la cosa come dovuta al fatto che era nato da un cane. In seguito ogni tanto è apparsa l’idea ma non ha mai avuto molto credito, finché d’un tratto è diventata la regola e Paul Anderson l’ha usata per far nascere il Predalien nel 2004, quando in realtà la creatura nel 2001 era un semplice ibrido da laboratorio creato dagli umani. (Nel celebre videogioco Aliens vs Predator me la facevo sotto quando arrivata!)
      L’idea è sbagliata di fondo, perché se fosse vera in una semplice generazione si perderebbero totalmente i tratti distintivi degli alieni, quindi non ne esisterebbe uno uguale all’altro. Gli animali che in natura si comportano come gli xenomorfi – cioè “fecondano” le vittime con uova che poi “sfondano” l’ospite – non mutano il materiale genetico: i “nuovi nati” usano l’ospite come incubatrice e come cibo, non assumono alcun patrimonio genetico. Anche perché – come gli alieni – vengono impiantati esseri già formati nello stomaco: perché mai dovrebbe esserci scambio genetico?
      In questo romanzo l’autore usa questa idea per creare alieni piccoli: essendo nati da scimmie, sono grandi come scimmie. Idea che ho trovato particolarmente inutile ai fini della narrazione.
      L’unico caso in cui ho apprezzato queste fusioni genetiche è in “Batman vs Aliens”, perché il “Croc Alien” finale è troppo cialtrone per non essere adorabile 😀

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  2. Al netto delle pecche (oltre ai nomi, si poteva evitare di “pretendere tutto e subito” nella prima parte), un romanzo comunque non da buttar via… e poi lo scontro con uno xenomorfo, possibilmente con la vittoria di quest’ultimo, dovrebbe essere il destino ideale di ogni cacciatore di teste che (non) si rispetti 😛
    Quanto allo scambio genetico, il vero problema è: chi mai avrebbe il coraggio di dire di persona a un alieno “No, guarda, ti stai sbagliando”? 😉

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