[1995-05] Predator: Concrete Jungle

Grazie alla Titan Books è ora disponibile nel comodo formato digitale il romanzo Predator: Concrete Jungle (maggio 1995) di Nathan Archer, raccolto nel volume The Complete Predator Omnibus (gennaio 2018). Che comunque conservo anche in cartaceo, recuperato grazie ad un’offerta di Amazon usato.

Ecco qui sotto le copertine delle due edizioni che sembrano uscite nello stesso 1995: la prima della Bantam Spectra e la seconda della Millennium, casa che ha rilevato e ristampato tutti i romanzi alieni dalla prima casa.

Trattandosi della novelization del fumetto Predator: Heat (1989) di Mark Verheiden e Chris Warner (in Italia: PlayPress 1991), ristampato in seguito con il titolo Predator: Concrete Jungle, non sono riuscito a leggere più dei primi capitoli: il romanzo è davvero identico al fumetto quindi non ho trovato al spinta a leggermelo.

Si capisce che è il fratello di Schwarzenegger?

Faccio notare una curiosità che farà impazzire i “complottisti”. La storia si chiude con l’esercito americano che insabbia tutto: mica può dire che dei Predator sono scesi a New York per andare a caccia! E che scusa inventano per giustificare la distruzione cittadina? La caduta di un aereo per colpa di un sabotaggio terroristico…

A New York ci sbarcano proprio tutti…

Ricordo infine che tutti i brani riportati sono tradotti da me.


Indice:


La trama

Traduco la quarta di copertina del libro fisico:

Città calda, l’estate è arrivata in città e con il caldo record aumenta il crimine. Ma i detective di New York City Rasche e Schaefer incontrano fra i più brutali assassini mai visti – con corpi appesi ai soffiti come carne da macello – e non possono credere che dietro ci siano “normali” serial killer.
Quando Schaefer ha un incontro ravvicinato con uno degli assassini, capisce che è finito in qualcosa di molto più grande di una semplice indagine di polizia. La creatura lo lascia con un impianto alieno nel collo e una forte sensazione che dietro ci sia una questione personale. Quando l’esercito gli intima di starne fuori, Schaefer ricorda una notte passata con suo fratello Dutch e le storie che gli aveva raccontato fra birre e sigarette, riguardanti un cacciatore alieno e una copertura governativa.
Ora Schaefer si chiede se questi siano i predatori di Dutch e se siano venuti a vendicarsi.


L’autore

Nathan Archer è lo pseudonimo con cui il romanziere fantasy Lawrence Watt-Evans firma le sue storie di fantascienza. Nato ad Arlington (Massachusetts), quarto di sei figli, già ad otto anni fa i suoi primi tentativi di scrittore professionista.

Entrato a Princeton ne esce senza laurearsi. Stando alle regole dell’università non poteva ripresentarsi prima di un anno, così decise di dedicare quel tempo a provare a vendere ciò che scriveva: non ci riuscì fino a che non scrisse The Lure of the Basilisk (1978), pubblicato nel 1980. Da allora divenne scrittore a tempo pieno. A parte alcuni racconti firmati con il proprio nome, sin dal suo primo romanzo ha scelto di utilizzare pseudonimi. È stato l’editore di quel romanzo, Lester Del Rey, che per primo gli ha chiesto di usare il suo vero nome (Watt Evans) aggiungendo il trattino per creare una sorta di nuovo pseudonimo, Watt-Evans, anche per differenziarlo dal romanziere Lawrence Evans.

Ha partecipato alle serie “Star Trek: Deep Space Nine” (Valhalla, 1995), “Star Trek: Voyager” (Ragnarok, 1995), “Mars Attacks” (Martian Deathtrap, 1996). Per Predator ha scritto le novelization Cold War (1993) e questa Concrete Jungle (1995).

In Italia è un autore del tutto inedito.


Estratti

Capitolo 4

Traduco un estratto dal quarto capitolo in cui si racconta delle “indagini” del generale Philips, il vecchio militare che apre il film Predator (1987) e qui ritorna in un ruolo molto più attivo.


240 miglia più a sud, Philips fissava il telefono.
Forse avrebbe dovuto dire a McComb cosa stava succedendo, ma i rapporti su di lui e le sensazioni di Philips stesso gli impedivano di farlo. Non era qualcosa a cui credere facilmente. Diamine, Philips stesso non aveva voluto crederci quando Dutch Schaefer gli aveva raccontato cos’era accaduto nella giungla, otto anni prima, eppure Philips si fidava ciecamente di Dutch.
Alla fine si era convinto ed aveva convinto i suoi superiori: le prove erano lì.
Non era sicuro che McComb fosse il genere di uomo che crede alle prove.
Ma anche se lo fosse, Philips non era sicuro di volerlo così informato. Era roba da tenere segreta: se quelle informazioni fossero mai diventate di pubblico dominio…
Nessuno prestava attenzione ai tabloid quando parlavano di alieni spaziali, ma se il Governo degli Stati Uniti avesse annunciato che mostri provenienti dallo spazio profondo stavano dando la caccia agli umani per le strade di New York… be’, Philips non era sicuro di come sarebbe andata a finire, ma sapeva che non voleva scoprirlo. Immaginò folle in preda al panico, invasati religiosi, teorici cospirazionisti… metà della popolazione non avrebbe creduto alle dichiarazioni ufficiali e avrebbe pensato ad una copertura per qualcosa di illecito, mentre l’altra metà probabilmente l’avrebbe interpretato come la fine del mondo.
E non sarebbe venuto niente di buono. A meno che Dutch non avesse mentito, le cose – qualsiasi cosa esse fossero – utilizzavano tecnologia che facevano sembrare gli americani come dei bambini che giocano con i bastoni. Gli alieni avevano schermi di invisibilità, cannoni ad energia, testate nucleari tascabili. Potevano fare ciò che volevano sulla Terra, all’intera razza umana, e il meglio che la civiltà umana poteva fare era ignorare tutto e andare avanti, in attesa che i bastardi si annoiassero e se ne andassero.
Di sicuro non volevano far infuriare gli alieni. Di sicuro Dutch ne aveva combattuto uno e lo aveva ucciso, rimanendo in vita per raccontarlo, ma Dutch era il più duro esemplare che la razza umana abbia mai prodotto, ed in più è stato dannatamente fortunato. Philips aveva ascoltato l’intera storia più e più volte, e sapeva quanto Dutch sottovalutasse i propri talenti, eppure sapeva che era stato fortunato.
Se gli scienziati avessero potuto mettere le loro mani sugli oggetti portati da quelle creature, magari le cose sarebbero andate diversamente, ma non era successo né sembrava possibile sarebbe successo nell’immediato futuro.
Dopo che avevano raccolto Dutch e avevano ascoltato il suo rapporto, Philips e i suoi avevano iniziato a studiare tutto ciò che potesse ricollegarsi al fenomeno. Avevano trovato tracce di leggende in quell’area, setacciando ogni tipo di storia possibile alla ricerca di elementi utili.
Avevano trovato prove convincenti, avevano imparato qualcosa di più sulle abitudini e sulle usanze degli alieni, ma niente riguardo la loro tecnologia. I bastardi a quanto pareva erano maledettamente attenti ai loro gadget, e non lasciavano alcun equivalente cosmico di lattine di birra in giro: niente di veramente importante.
Ma in realtà non c’era alcuna urgenza in questi studi. Le creature da secoli frequentavano la Terra per dare la caccia agli umani, e lo facevano sempre nelle stagioni calde e torride, in territori isolati e mai centrali.
Fino ad ora.
Ora quelle cose erano libere a New York. L’Air Force aveva rilevato interferenze radar diverse da qualsiasi cosa mai vista prima e aveva contattato il gruppo di Philips nella speranza di trovare spiegazione. Lui aveva suggerito che potesse trattarsi dell’invisibilità delle creature e ha chiesto dove era stata rilevata l’interferenza.
E l’Air Force gliel’aveva detto.
New York.
Philips aveva a disposizione molti analisti radar e specialisti del volo stealth, e tutti gli avevano confermato i dati dell’Air Force.
Se il radar aveva localizzato ciò che aveva localizzato, allora le cose erano a New York.
Cosa diavolo ci facevano laggiù? Se volevano una città con cui giocare, perché non scegliere Rio o Città del Messico?
Magari c’era qualcosa di speciale a New York, qualcosa in particolare che loro volevano, ma cosa?
Non sembrava che cercassero qualcosa di specifico, qualcosa che potesse essere trovato solo a New York. E non sembrava ragionevole che dopo secoli di cacce tenute in zone calde d’improvviso si spostassero a nord.
Philips aveva considerato tutto e pensò che magari non erano gli alieni, magari il segnale del radar era un errore, ma il giorno prima per sicurezza aveva parlato con McComb… e ora era sicuro che c’era stato un attacco: la caccia era cominciata. I cacciatori d’uomini, i predatori di umani erano liberi per le strade di New York.
E Philips non sapeva perché.
Aveva del tempo prima del suo volo. Tirò fuori il rapporto e cominciò a leggerlo di nuovo, alla ricerca di qualche indizio o suggerimento del perché quelle cose ora volessero New York.

Capitolo 9

Ed ecco un estratto dal nono capitolo, in cui Schaefer affronta per la prima volta la stessa creatura che anni prima è stata uccisa da suo fratello Dutch.

Diamogli un ricordino…


Schaefer ricordò l’ultima conversazione avuta con Dutch, ricordò alcune cose che suo fratello gli aveva detto, riguardo ad un ottimo cacciatore che non amava perdere tempo con semplici animali. Ricordò Dutch parlare di armi eccezionali, roba che non esiste in alcun luogo della Terra, a quanto ne sapesse. Aveva pensato che Dutch semplicemente era ubriaco.
Ora però non lo pensava più.
Se gli assassini avevano armi in grado di aprire buchi del genere nelle pareti, forse erano vere le altre cose raccontate da Dutch, tipo il perfetto mimetismo che rendeva a tutti gli effetti invisibili.
Schaefer iniziò a pensare che fosse coinvolto l’esercito, o qualsiasi gruppo per cui lavorasse il generale Philips.
Cominciò a sentire qualcos’altro… qualcosa già provato, per giorni, ma mai in modo così intenso. Era una strana sensazione di qualcosa d’indefinibile… qualcosa di sbagliato, qualcosa che gli faceva rizzare i peli sulla nuca.
Si ricordò di Dutch che gli chiedeva se riuscisse ad immaginare cosa si provi ad essere cacciato: proprio ora Schaefer riusciva ad immaginarlo esattamente.
Si girò. La stanza era vuota.
Guardò attraverso il buco e anche l’altra stanza era vuota.
Si scostò lentamente dalla parete e ruotò di 360 gradi, ritrovandosi davanti al buco.
Non vedeva niente, ma la luce era scarsa.
Ed un buon cacciatore usa mimetizzarsi: la sua preda non deve vederlo.
E questi cacciatori potrebbero avere il mimetismo perfetto.
Cominciò di nuovo a voltarsi… e tutto ad un tratto era lì, ad un metro di distanza.
Schaefer capì che c’era l’assassino, o forse uno degli assassini, e che non avrebbe potuto giocare alla pari. Fece scattare la mano verso la propria pistola automatica e la estrasse dalla fondina mentre diceva: «Sapevo che ti saresti mostrato. Potevo sentirti. Non posso dire di essere impressionato…»
Parlava per distrarlo ma non stava funzionando: era a metà di una parola, con la pistola a metà del percorso di puntamento, quando un enorme pugno giallastro lo colpì alla mascella e lo fece volare indietro.
La pistola cadde via e la bocca di Schaefer si riempì di sangue: un dente inferiore gli volò via e cominciò a sanguinargli anche il naso.
Cadde sulle mani e sulle ginocchia, lontano dalla cosa che lo sovrastava. «Colpo fortunato», disse.
Non era umano. Stava su due piedi ed aveva una sagoma molto simile a quella umana, ma era troppo grande e troppo veloce. Mentre ancora era in ginocchio gli caddero gli occhi sui sandali metallici, vide quattro dita con l’alluce. Alzò lo sguardo e vide gambe giallo-grigie, schinieri metallici scintillanti e il reticolato nero che avvolgeva il corpo.
Questo era il cacciatore di cui Dutch gli aveva parlato, doveva esserlo: la cosa che aveva ucciso la squadra di Dutch.
Quel massacro non era opera di una banda di terroristi: era stato quello, quel mostro, quel cacciatore, qualsiasi cosa fosse.
In realtà non importava cosa fosse, o a cosa assomigliasse: doveva mandarlo a tappeto. Quell’assassino aveva invaso la sua città, il suo quartiere. Quella cosa l’aveva attaccato. Era grosso, forte e veloce e l’aveva messo a terra, eppure doveva batterlo.
Non aveva tempo di guardarlo meglio, di studiarlo, visto la velocità di cui era capace.
Schaefer portò avanti tutto il suo peso e si buttò velocemente verso il mostro, all’altezza dell’ombelico.
Non riuscì a colpirlo, perché una mano artigliata lo afferrò. Unghie nere gli bloccarono le caviglie prima che il suo piede riuscisse a colpire l’essere, e le luci della strada di fronte cominciarono a lampeggiare su delle lunghe lame, fuoriuscite dalla sofisticata apparecchiatura fissata al polso della creatura.
Prima che Schaefer potesse tentare di divincolarsi, di fuggire, la cosa lo strattonò per la gamba e lo lanciò lontano.
Si muoveva con una velocità assurda, ma con disinvoltura e grazia, come se niente fosse, come se non stesse compiendo sforzi.
Schaefer volò attraverso il buco e smise di badare ai dettagli: sentì l’intonaco all’impatto e per un millisecondo sperò di non sentire altri rumori, tipo le sue ossa che si rompono.
Poi la sua testa scattò indietro e sbatté su una sporgenza, così che non fu più in grado di sperare nulla.
Tentò di non svenire, sforzandosi di rimanere vigile. Era sul pavimento a guardare in alto, e vide quelle mani giallastre cercarlo, con la faccia di quella cosa che lo fissava.
Non era una faccia. Era metallo. La cosa indossava una specie di maschera di ferro.
Poi le sue dita, o artigli che fossero, si chiusero sulla mascella contusa di Schaefer e ruotarono con forza la sua testa, lasciando esposto il collo e impedendogli di vedere cosa succedesse. Schaefer cercò di opporre resistenza e di sputare il sangue che gli riempiva la bocca.
«Stronzo», gli disse, cercando di divincolarsi dalla stretta di quella mano.
Poi qualcosa gli penetrò nella carne sotto il suo orecchio sinistro, e Schaefer gridò, non tanto per il dolore – faceva un male cane, come tre coltelli incandescenti conficcati nel collo – quanto per non riuscire ad opporsi. Gridò per la frustrazione. La creatura non lo stava uccidendo, stava facendo altro.
«Che diavolo…» sussurrò mentre la cosa si alzava e si tirava indietro. «Cosa mi hai…» La mano di Schaefer si strinse su un’asse di legno e la sua rabbia esplose potente. «… Fatto?» gridò, sferrando un colpo.
L’asse di legno colpì la creatura alla testa e la maschera si scansò di lato. Allungò una mano per raddrizzarla ma Schaefer fu veloce a continuare l’attacco.
La maschera, o elmetto che fosse, bloccava la visuale della creatura, che si ritrovava cieca. Poteva essere la chance che l’uomo cercava.
Afferrò la maschera e tentò di affondare i pollici nell’apertura per gli occhi. La cosa reagì e lo lanciò lontano: la presa alla maschera rimase, però, così che essa seguì l’uomo nel volo.
Schaefer sentì un sibilo come una fuga di gas, ma non aveva tempo di occuparsene: stava di nuovo volando attraverso il buco nel muro.
Stringeva la maschera fra le mani e fissava il volto scoperto come se fosse un incubo: un’enorme faccia chiazzata con una pelle che assomigliava a quella di un rettile, una faccia con grandi occhi truci e una bocca dotata di zanne su più livelli, come un indicibile orrore marino.
Le zanne fletterono mentre si avvicinava a lui.
Schaefer stavolta atterrò sui propri piedi, riprese l’equilibrio appoggiando la maschera sul pavimento con un forte clangore e poi fissò il suo nemico.
Quella bocca si mosse ancora e le zanne si aprirono come un fiore: una membrana interna vibrò e la creatura parlò.
«Dolcetto o scherzetto», disse una voce che Schaefer conosceva: era quella di Carr, amplificata e distorta.
Lo attaccò di nuovo e Schaefer fece un passo indietro nel tentativo di schivarlo, quando il suo piede finì su qualcosa di duro, qualcosa che non avrebbe dovuto essere lì, qualcosa che gli scivolava da sotto i piedi e mentre rotolava all’indietro attraverso il buco della parete si rese conto che era scivolato sulla propria pistola.
Si ritrovò fuori dalla finestra e cominciò a cadere, atterrando di testa cinque piani più sotto.

L’ultimo capitolo

Traduco l’intero 35° ed ultimo capitolo.


Mentre la barella di Rasche era caricata nell’ambulanza, lui alzò la testa, tirandosi su con le cinghie e dando un ultimo sguardo alla scena della battaglia. «Gesù, che casino», disse.
Si girò e vide gli edifici mezzo distrutti dall’altra parte della strada, rottami disseminati lungo i marciapiedi di almeno una dozzina di quartieri, armi abbandonate e cadaveri ovunque, non ancora coperti da teli della polizia. Incendi erano ancora accesi ovunque, in più punti, malgrado la pioggia battente; l’acqua che si gettava nelle fogne era piena di sangue e cenere.
«Già, sembra che dovranno riscrivere le guide turistiche di questa zona», disse Schaefer. «Forza, partner, andiamocene da qui.»
«Partner un cazzo», disse Rasche. «Solo finché non avrò la possibilità di dimettermi: al diavolo la pensione. Appena mi lasceranno andare, prenderò Shari e i ragazzi e me ne andrò in qualche luogo sicuro: che so, Beirut, Los Angeles centro, Sarajevo, dovunque ma non New York.»
Schaefer gli sorrise: il sorriso più caldo che Rasche gli avesse mai visto sul quel muso roccioso. «Rimettiti», gli disse Schaefer. «Hai lavorato bene qui.»
I paramedici caricarono la barella e chiusero le porte, mentre Schaefer rimaneva fermo a guardare l’ambulanza allontanarsi.
Poi si voltò verso Philips, che stava dirigendo le operazioni militari. «Comincia l’opera di insabbiamento, eh?»
«Faremo del nostro meglio», disse Philips. «Pensi davvero che potremmo rivelare al mondo cos’è successo qui? Non abbiamo prove, quelle creature non lasciano nulla dietro di sé, neanche un coltellino. Nessuno crederà senza alcuna prova.»
«Mi sembra che tu qui abbia parecchi testimoni: riusciresti a convincere la popolazione, se davvero lo volessi.»
Philips scosse la testa. «Non vogliamo. Che vantaggi ne otterremmo? Ormai abbiamo cacciato via quei bastardi.»
«Torneranno», disse Schaefer.
«Sembri dannatamente sicuro di questo, come se pensassi di poter davvero capire quei mostri.»
Schaefer alzò gli occhi al cielo. «Credo di capirli, generale. Sono cacciatori, e se un cacciatore si imbatte nella preda sbagliata e viene battuto, non si arrende: si addestra e si equipaggia meglio. Quei cacciatori non sono spaventati, sappiatelo: prendono tutto questo come una sfida. Abbiamo reso la Terra più divertente che mai, se ne rende conto? È vero, hanno avuto delle perdite, ma questo rende solo la caccia più emozionante. Tutte le città hanno giungle urbane, penso che abbiano preso New York come esperimento e mi creda, dal loro punto di vista questo è stato un successo travolgente. Quindi può scommetterci, generale, che torneranno. E lo faranno in una città. Magari non sarà qui a New York ma in qualche altra parte, e il prossimo match sarà molto più duro.»
«E farai di tutto per essere pronto, eh?» chiese Philips.
«Ma voi metterete tutto a tacere, no?» chiese a sua volta Schaefer. «Non avvertirete nessuno.»
Philips scosse il capo. «Proprio così. Se distribuissimo degli avvisi le amabili famigliole comincerebbero a sparare ai vicini. Lasceremo ai professionisti il problema di gestire la faccenda.» Sospirò. «Sarebbe più facile se capissimo qualcosa di quella loro tecnologia.»
«Magari la prossima volta riuscirete a mettere le mani su qualche campione», disse Schaefer. Si guardò in giro. «Allora, come spiegherete tutto questo?»
«Disastro aereo», rispose prontamente Philips. «È crollato un caccia, ha preso fuoco e ha sparso munizioni in giro. Si sospetta un sabotaggio terroristico. Come ti suona?»
Schaefer lo fissò per un momento, poi tornò a fissare la distruzione intorno a lui.
«Sì, suona bene», disse. Scosse la testa. «Buona fortuna per le sue bugie, generale.»
Cominciò ad allontanarsi, diretto alla più vicina fermata della metropolitana.
«Ehi», lo chiamò Philips rabbiosamente, «aspetta un momento, dove diavolo credi di andare? Abbiamo ancora delle domande per te, Schaefer!»
«Le insabbi, generale» gli rispose Schaefer da lontano.
«Maledizione, Schaefer», strillò il vecchio, «Manhattan è un’area disastrata, dozzine di quartieri sono stati rasi al suolo e tu semplicemente te ne vai? New York non sarà mai più la stessa!»
Schaefer si fermò e si voltò. Sorrise a Philips, non nel modo caldo in cui aveva sorriso a Rasche, ma l’espressione poteva benissimo essere considerata glaciale.
«Lo dice come se fosse una brutta cosa», disse.
Poi si voltò e se ne andò, perdendosi fra le strade cittadine.

L.

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