Vincent Ward e il pianeta di legno di Alien 3

Vincent Ward

Dopo aver presentato la migliore fra le sceneggiature rigettate di Alien 3, è il momento di fare chiarezza: perché quella sceneggiatura porta la firma di John Fasano se fra i contenuti speciali del cofanetto DVD “Alien Quadrilogy” (2003) c’è Vincent Ward che ne racconta la creazione come se fosse sua?

La risposta è semplice: Ward ha concepito un soggetto – disegnato poi da vari artisti, le cui immagini, estratte dal citato DVD, riporto di seguito – che poi è stato sviluppato e trasformato in sceneggiatura da John Fasano. Se avete letto la sceneggiatura che ho tradotto in esclusiva, potrete notare le varie differenze.

L’elemento principale in cui si distinguono il soggetto e la sceneggiatura è il fatto che Ward immagina un alieno adulto nascosto nella Narcissus: quando questa atterra sul pianeta, il mostro si getta in acqua e raggiunge la riva non visto, iniziando la sua opera di distruzione. Fasano invece pensa ad un ciclo di riproduzione, sebbene molto particolare, che renda più plausibile la costruzione della storia.

Il testo che riporto è la trascrizione dei sottotitoli del cofanetto DVD italiano.


Tales of the Wooden Planet
Vincent Ward’s Vision


Tom Woodruff jr. (Alien Effects Creator): Per questo progetto Vincent aveva un’idea del tutto diversa, ma poi ripensandoci… Dove avrebbe portato la serie? Non lo so. Era un approccio così radicalmente diverso, una cosa così medievale.

Pat McClung (Boss Film Studios): Credo che fosse una stazione spaziale sferica dove andavano i terrestri che volevano sfuggire alla tecnologia.

Vincent Ward (Story Writer): Dissi: «E se ci mettessimo dei reietti, dei monaci che non trovano spazio altrove?» Sulla Terra facevano impazzire tutti perché credevano nella tecnologia che non fosse strettamente necessaria. Si rendevano la vita incredibilmente difficile.

C’era una struttura di cinque chilometri di diametro, una struttura metallica con al centro un cuore solido e tecnologico che controllava la gravità, l’aria e l’ossigeno. Aveva tutto il necessario per farli sopravvivere nello spazio.

Alec Gillis (Alien Effect Creator): Così avevamo un pianeta, una struttura costruita dall’uomo, popolato da un ordine di monaci. E questi monaci erano così regrediti che ricoprivano tutto di legno. Cattedrali di legno, mulini a vento di legno, campi di grano, fonderie, enormi scale lunghe centinaia di metri.

Vincent Ward (Story Writer): Tutto ciò di cui avevano bisogno per sopravvivere, per diventare autosufficienti nello spazio. Ecco come comincia la mia storia. Non faccio vedere tutto subito. Si vedono dei monaci in una cattedrale, che si arrampicano su impalcature e scale. Sembra di essere nel Medioevo. Poi uno di loro emerge da un’impalcatura e guarda attraverso una botola. Si trova su una piccola spianata che si incurva, e c’è l’atmosfera… C’è tanto così tra lui e lo spazio. Alza gli occhi e in lontananza vede una piccola astronave che atterra sul laghetto artificiale sulla superficie del pianeta di legno. I monaci si avvicinano alla nave con le loro barchette, antiche imbarcazioni fatte di pelle.

Dentro tutto è distrutto. Trovano le capsule con il vetro rotto, trovano macchie di sangue, nessuna traccia di Newt. E trovano Sigourney, addormentata ma con la capsula rotta. Con le barchette e poi le scale la portano giù dove c’è il loro vescovo anziano, che è un gran reazionario e governa col pugno di ferro. La interrogano. Lei ha un alleato, un monaco, John che diventa suo amico. Poi le cose cominciano ad andare male.

Hanno dei gabinetti monastici, fatti di semplice legno, niente di lussuoso. Si siedono ciascuno nel suo scomparto e l’alieno, che era nell’astronave, l’alieno che ha ucciso Newt, l’alieno che si è rifugiato nel lago e poi è entrato dentro il pianeta di legno, sta nuotando nelle fognature. E quando i monaci si siedono al gabinetto… scompaiono! È quasi umoristico, ma al tempo stesso terrificante.

I monaci si spaventano, credono che sia il diavolo, danno la colpa a Sigourney, che è una donna e quindi una presenza malefica.

Quello che mi piaceva era che questa creatura era solo una creatura. Ripley la vede in termini scientifici e pragmatici, loro la vedono in termini simbolici e morali. Quindi credono che liberandosi di Ripley – dandole la colpa di quello che è successo – e mettendola in una cella nel cuore del loro pianeta a più livelli, avranno la possibilità di salvarsi.

Ovviamente la gente continua a morire. Sigourney scappa. Comincia ad avere strane allucinazioni. Quel posto è un po’ come un quadro di Bosch. È finita nel decimo secolo, in un certo senso.

Quello che non sappiamo è che ha le nausee mattutine: è incinta dell’alieno. E tra le nausee mattutine e quelle immagini allucinanti alla Bosch, in un mondo che è comunque quello di Bosch – Bosch ritraeva immagini dell’alto Medioevo – a volte ha dei problemi a stabilire che cosa sia reale e cosa no.

Anche se sa che deve avvertire i monaci, sviluppa una strana affinità con l’alieno, perché è il padre di suo figlio. Inizia a credere che forse, in realtà, il male che la accusano di incarnare in qualche modo sia lei stessa. Ma non come lo vedono loro.

Mettiamola così, se Alien parlava di una alle prime armi e Aliens di una veterana, Alien 3 parla di una persona più vecchia che si chiede che errori abbia commesso in passato. È una donna che si è lasciata sfuggire la vita di sua figlia, tutti quelli che conosceva sono morti, tutti quelli con cui è entrata in contatto sono morti in modo orribile: lei è l’unica sopravvissuta, e arriva a pensare che ci sia qualcosa di sbagliato in lei. È una storia di redenzione, in un certo senso.

Pat McClung (Boss Film Studios): A un certo punto l’alieno a grandezza naturale è in un campo di grano. Il grano è più alto delle persone, circa due metri e mezzo. Ci sono dei gruppi di uomini che cercano di uccidere questo essere, e hanno solo degli attrezzi agricoli molto rozzi. Dovevano esserci delle inquadrature dall’alto degli uomini che cercano l’alieno e di quest’apertura nel grano – inquadratura dall’alto verso il basso – con questi tizi che non hanno idea che l’alieno sta per sorprenderli. Alla fine danno fuoco al campo e non riescono a controllare l’incendio. Doveva essere una sequenza grandiosa.

Per riflettere la luce, la stazione spaziale sferica era fatta a strati. Nella stazione c’era un nucleo con una fabbrica di vetro, dove costruivano degli specchi per riflettere la luce del sole che entrava dalle finestre principali. In origine, dovevano in qualche modo attirare l’alieno in questa vetreria e farlo cadere in un’enorme vasca di vetro fuso. Credono che sia morto. Lui si alza coperto di vetro fuso ed esce. Loro gli versano sopra dell’acqua. Il vetro si espande, esplode e uccide l’alieno.

C’erano alcuni paralleli tra la sceneggiatura iniziale e quella finale.

Vincent Ward (Story Writer): Portavo la storia in due direzioni. Nella prima, Sigourney si rende conto che l’unico modo in cui i monaci possono sopravvivere è che lei si uccida. L’idea era semplice: c’era un campo di grano davanti a una cattedrale dentro un enorme spazio a cupola. Nel campo di grano c’è un incendio. Lei si dirige silenziosamente verso il fuoco. Si vede solo lei di schiena che si allontana: quella doveva essere la fine del film.

Alla produzione piaceva, ma volevano che la serie continuasse, quindi mi chiesero «Non puoi trovare un modo di farla sopravvivere?» Allora risposi: «Certo». Lei ha questo amico monaco, tra di loro c’è una specie di ambigua tensione erotica. Nella mia versione non succedeva niente. Ci si chiedeva cosa sarebbe potuto succedere se i due avessero fatto altre scelte di vita. C’è uno strano… Lui si mette a sfogliare i suoi libri medievali. Trova delle immagini, vede degli esorcismi, trovano un modo – a livello scientifico – di tirarle fuori l’alieno dal corpo prima che abbia il tempo di svilupparsi ed esplodere dal torace. Ce la fanno, come per un aborto, o come per un esorcismo. Ma la creatura è abbastanza agile da entrare dentro di lui. Deve trovare un ospite, deve trovare subito calore. E il finale è lo stesso: lui entra nel fuoco.

Portammo le due versioni a Sigourney. Lei disse: «Non voglio fare un altro film della serie, ormai mi fanno venire la nausea: fatemi morire, con la prima versione». Disse a quelli della casa di produzione: «Se non mi fate morire non lo faccio». Loro naturalmente obbedirono, e poi l’hanno fatta rivivere. Il succo della mia storia era questo.

Pat McClung (Boss Film Studios): Mi piaceva molto, perché era molto originale. Mi chiedevo come avrebbero fatto a costruire il pianeta di legno, ma in generale era piuttosto buona.

David Jones (Model Shop Supervisor): Facevo fatica ad accettarla perché sono molto legato alla fisica, alla realtà. Anche se facciamo fantascienza, le cose seguono le leggi della fisica. L’atmosfera deve estendersi per migliaia di metri d’altezza per acquisire densità e spessore sufficienti a farci respirare.

David Giler (Writer / Producer): Non riuscimmo mai a fargli spiegare, o a fargli trovare una ragione, per cui quel pianeta fosse o dovesse essere di legno. L’idea ci piaceva, ma secondo noi doveva avere una logica. Un pianeta di legno nello spazio? E come ci è arrivato? Dove hanno trovato gli alberi? Suscitava troppe domande.

Tom Woodruff jr. (Alien Effects Creator): Mi ricordo che c’era anche un elemento dell’alieno… A un certo punto viene fuori e provoca Ripley. Ha il corpo di quello che poi diventò il personaggio di Bishop, ma si è staccato la testa, e la sta provocando con quella. In un certo senso, la sta minacciando facendole vedere di cosa è capace. A quel punto, era come se ci fosse un elemento troppo umano, un pensiero umano, nell’alieno, che sembrava anche contraddittorio rispetto a quello che avevamo già visto.

Vincent Ward (Story Writer): In Alien 3 non ne è rimasto molto. Certo, il succo e il significato della storia non avevano più alcun senso rispetto all’ispirazione originale. Non è rimasto niente di quel pianeta, che secondo me era qualcosa di unico. Non avevo mai visto niente del genere in un film. Secondo me poteva essere molto d’effetto. Era perfetto per i risvolti personali… Sembrava molto adatto al personaggio di Sigourney, a quella fase della sua vita.

Poi, ovviamente, i monaci sono diventati detenuti rapati. L’unica cosa che è rimasta è la creatura dentro di lei. E anche quest’idea non è stata approfondita in modo interessante.


– Ultimi post simili:

8 pensieri su “Vincent Ward e il pianeta di legno di Alien 3

  1. Ho sempre sentito parlare del pianeta di legno di “Alien 3” chiedendomi come avrebbe potuto essere, ora grazie a questo gran post lo so, non so se avrebbe funzionato in pieno, però grazie per avermi tolto un dubbio che ho da anni! 😉 Cheers

    Piace a 1 persona

    • La sceneggiatura di John Fasano è ottima e tappa molte falle del soggetto di Vincent Ward, oltre a correggere alcune idee un po’ balzane. L’headburster avrebbe provocato parecchi suicidi fra i Custodi del Canone, ma penso che il film sarebbe stato molto ghiotto: ci rimane solo la sceneggiatura, che è comunque una bella lettura 😉

      "Mi piace"

  2. Devo ancora finire di leggere la sceneggiatura, ma non ho resistito. Lo so che piangere sul latte versato non si fa, però c’erano delle idee favolose e Alien 3 è davvero un “mischione” insipido rispetto al lavoro sviluppato e a ciò che poteva essere. Anche alla luce di questi “dietro le quinte”, Alien 3 è ciò che ho sempre pensato: una grossa occasione mancata.

    Piace a 1 persona

    • Verissimo, e ancora oggi trovo fan che analizzano i “messaggi nascosti” e studiano il film come se fosse qualcosa di voluto, qualcosa di pensato così, mentre in realtà è uno dei più grandi incidenti del cinema, dove tutto ciò che poteva andare storto è andato peggio!
      A parte quella di Gibson, onestamente fiacchina, tutte le sceneggiature alternative che ho tradotto hanno ottimi elementi che fanno rimpiangere ciò che non è stato…

      Piace a 1 persona

  3. Pingback: [1992-05] Alien 3 su “Premiere” | 30 anni di ALIENS

  4. Pingback: [2020-08] Speculazioni sul futuro della Alien Saga | 30 anni di ALIENS

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.