ALIEN 3 by John Fasano (4)

Dalle mie traduzioni del 2003 ripesco la versione di un altro dei “padri mancati” del progetto Alien III: John Fasano, su soggetto di Vincent Ward e John Fasano.


ALIEN III

by John Fasano

(quarta parte)


Stacco sul monastero – Notte.

L’immagine idilliaca del monastero si è trasformata in un campo di battaglia. Trincee di legno sono state costruite. Piccoli fuochi illuminano l’ambiente. L’aria è densa di fumo.

Dozzine di monaci percorrono velocemente i corridoi come delle formiche sullo zucchero. In una mano la torcia tenuta alta, nell’altra la loro arma: falci, forbici, zappe, e tutto quello che sono riusciti a trovare. Alcuni piantano paletti, altri rinforzano le barricate.

Un “plotone” di monaci sistema in giro porte-trappola aperte sul bosco sottostante. Altri scendono le sca­linate fino ad un campo di grano sotterraneo, proprio sotto il livello del monastero. Spighe dorate coprono miglia intere, in mezzo alle quali si innalzano le travi che costituiscono le fondamenta dell’abbazia cinquanta piedi più in alto.

I monaci scendono le scale in fila per uno. La paura è dipinta su tutti i loro volti anche se molti hanno paura solo per aver sentito delle storie. Si muovono con cautela in mezzo al grano, separandosi attraverso il campo.

L’abate ha ancora il sangue di uno dei membri del Tribunale sulla casacca. Si trova su una posizione rialzata dalla quale controlla i monaci nel campo, i quali corrono lasciando segni nel grano del loro passaggio. Anche se partono ordinatamente, in mezzo al campo si frastagliano.

ABATE (sottovoce): State uniti, uniti…

Poi un altro movimento cattura lo sguardo dell’abate: le spighe di grano si stanno movendo in modo stra­no… Qualcosa si sta muovendo nel campo, e si sta dirigendo dritto verso un monaco… velocemente.

L’abate apre la bocca per lanciare l’allarme, ma quel monaco è troppo lontano per sentirlo. Ma prima che l’abate possa emettere un suono l’alieno è già sul monaco. L’abate può soltanto guardare impotente.

Il monaco lancia un urlo prima di scomparire sotto la superficie del grano. La sua torcia cade nel terreno, cominciando ad emettere un denso fumo…

L’abate riesce a vedere la forma nel grano muoversi verso i suoi uomini. Finalmente riesce a trovare la voce:

ABATE: Correte! CORRETE!

I monaci nel campo si girano verso il punto in cui il monaco aveva urlato prima. Così facendo voltano la schie­na alla creatura che li sta raggiungendo.

ABATE: No… NO…

L’alieno si avventa contro un gruppo di cinque monaci, falciandoli come spighe di grano e spezzando in un attimo la loro spina dorsale. Le torce nelle mani dei monaci cadono sul terreno, ed incendiano il grano…

Il campo si riempie di fiamme che bruciano l’aria.

Nella confusione i monaci cominciano a correre scompostamente, agitando in aria le loro armi. Urlando, piangendo, morendo. Un monaco impaurito corre verso un altro con le forbici. Questo sente qualcosa nel grano davanti a lui e sferra un colpo con la zappa, colpendo in pieno petto il suo migliore amico…

Ed in mezzo al caos l’alieno sembra essere dappertutto, usando il denso fumo come copertura per correre attraverso il campo.

L’abate è paralizzato dal terrore. Cerca di vedere attraverso il fumo cosa sia successo ai suoi fedeli. Sente dei rumori di lotta nell’aria, e intravvede l’alieno farsi strada nel grano verso di lui.

Riesce a riprendere il controllo e scende dal suo posto rialzato. Ma appena mette piede sul grano sente un’om­bra sovrastarlo. I peli dietro il suo collo si drizzano. Si volta lentamente… L’alieno è uscito dal grano e si erge davanti al sant’uomo, con i suoi tre metri d’altezza. Il suo corpo allungato non è più nero: è dorato! Si è adatta­to all’ambiente del campo di grano. La sua bocca si muove come per abbozzare un sorriso.

L’abate grida e comincia a correre.

JOHN (fuori campo): Non è colpa tua, lo sai.

I tre si muovo attraverso una stanza enorme… Anthony davanti agli altri di un paio di passi. Le loro candele riescono ad illuminare solo pochi metri davanti a loro. Il vento soffia forte nello stanzone, facendo molto rumore.

RIPLEY: Cosa?

JOHN: Quelle cose che hai detto prima…

Ripley ricorda la sua “confessione”.

JOHN: L’ho letto su dei libri di psicologia. A volte quando la gente sopravvive a qualcuno che si amava tende a trasferire la colpa per la perdita su se stessa.

RIPLEY: Ne ho fin sopra I capelli di profili psicologici sin da quando ero sulla Terra. Già, la “sindrome del sopravvissuto”, o qualcosa del genere. Ma non era questo che pensavo: pensavo al mio “amico” lassù. (Alza gli occhi.) Era sulla nave. Ha ucciso Newt ma non me: perché? È come se stesse giocando con me. Forse la sua specie ha una sorta di memoria di razza, forse lui sa cosa ho fatto a sua “madre”! Forse è per questo che non mi ha ucciso: sarebbe stato troppo facile. Vuole tormentarmi.

JOHN: Lo fai sembrare umano.

RIPLEY: Diavolo, non so che cosa sia veramente.

John tocca involontariamente il suo libro.

JOHN: Io penso di saperlo.

Alla fine della grande stanza c’è una scalinata che porta al quarto livello. La scala è rovinata dal tempo. Ripley inizia a salire con la torcia nella mano sinistra. Tutti la seguono…

Il quarto livello è buio. Ripley è la prima ad arrivare. Con la torcia esplora da sola il nuovo corridoio. Le celle non hanno porte. Un vecchio scheletro siede in quieta contemplazione. Intanto arriva John dalle scale. Anthony chiede una mano per l’ultimo gradino. John si gira e vede che Ripley si è incamminata senza di loro, poi aiuta Anthony prendendogli una mano… Anthony ha una “visione”…

Sembra che lui sia in piedi in un campo aperto, pascolando in tutta tranquillità. Improvvisamente è attacca­to da orde di dèmoni medievali. Dèmoni dalla faccia di pesce. Dèmoni come uccelli dalla testa d’uomo. Gli vola­no intorno, afferrandogli le braccia. La pecora più vicina a lui apre la sua bocca e mostra una schiera di zanne affilate, affondandole nella sua caviglia. Anthony grida…

Ripley dal fondo del corridoio sente il grido e si gira. Vende Anthony che si agita, cercando di divincolarsi dalla presa di John. Anthony, in equilibrio precario sull’ultimo gradino, sta lottando con i dèmoni della sua mente da androide. Sposta la caviglia indietro per proteggersi dall’attacco della pecora, ma così facendo la mette fuori dal gradino… John lo afferra per la mano, evitandogli di cadere per quaranta piedi giù per le scale.

JOHN: Gesù Cristo! Ripleyyyyyyy!

Mentre John lo regge con tutte le sue forze, Anthony vede un dèmone volante afferrargli la mano. D’istinto lo colpisce con la mano… Un colpo fortissimo cade sulla mano di John, il quale lascia la presa e si inchina per il dolore. Anthony indietreggia, agitando le braccia in aria, e cominciando a cadere.

Appaiono le mani di Ripley, che afferrano la casacca di Anthony e gli evitano la rovinosa caduta.

Gli occhi di Anthony si spalancano alla vista di quel nuovo orrore. Una terribile creatura nera lo sta affer­rando per la casacca. La sua testa è secca e lunga: Ripley è diventata l’alieno. Anthony colpisce Ripley in testa, e ancora in faccia.

John cerca di tenere ferme le braccia di Anthony, ma viene colpito in testa con forza e sbattuto indietro.

Ripley apre la bocca e grida. Anthony vede il terribile alieno aprire le fauci per divorarlo. Colpisce Ripley sul naso. Lei vede un flash di luce e perde l’equilibrio, cascando addosso ad Anthony.

John li afferra entrambi e, tenendoli stretti, li trascina via dalla scalinata nel corridoio.

Stramazzano sul pavimento, mentre Anthony è ancora in delirio. John e Ripley lo tengono fermo, mentre final­mente la visione lo abbandona e perde conoscenza.

John respira forte e guarda Ripley in faccia, mentre anche lei respira affannosamente. Un lungo, intermina­bile momento.

RIPLEY: Grazie.

JOHN: Di niente.

Le mani di Ripley vanno subito al suo naso. Sangue.

RIPLEY: Sto bene.

John prende qualcosa dalla sua borsa.

JOHN: Premi questo sul naso: fermerà il flusso di sangue.

Lei lo guarda dubbiosa.

JOHN: Sono un dottore.

Segue le istruzioni di John ed il sangue si ferma. Cercano di far rimettere in piedi Anthony, ma lui si rifiuta.

ANTHONY: No, vi prego. Lasciatemi per un po’ qui seduto. (Si tiene le tempie mentre un liquido bianchiccio scorre dal suo collo.) Dannazione.

RIPLEY: Che cosa ti è successo?

ANTHONY: Quello che mi è costata la reclusione qui.

John indica i propri occhi.

JOHN: Visioni.

ANTHONY: Sogni.

RIPLEY: Gli androidi non possono sognare…

ANTHONY: Questo probabilmente è quello che pensavano quando mi hanno costruito. Ma il mio cervello è biomeccanico e funziona come quello di un umano. Accumula immagini e sensazioni duran­te le ore di veglia, ma diversamente dal cervello umano non le libera durante il sonno.

RIPLEY: Gli androidi non dormono.

ANTHONY: Giusto. Forse hanno modificato i nuovi modelli, ma non me. Sai cosa succede ad un cervello umano quando è privato del sonno? Comincia a liberare i sogni durante la veglia sotto forma di allucinazioni. La stessa cosa accade a me. Per vent’anni ho assorbito dati su questo pianeta. Poco dopo aver perso i contatti con la Terra sono cominciate le visioni. Pensarono che fossi un pazzo, così ho dovuto spiegare che succedeva perché ero un androide: questo gli piacque anche meno.

RIPLEY: Che cosa hai visto?

ANTHONY: Quello che vedo sempre. Visioni di mostri, dèmoni.

JOHN: Sono portenti. Annunciano un male che deve ancora venire.

ANTHONY: Sono solo immagini che ho memorizzato da tutti quei vecchi libri e non ho modo di liberar­mene.

RIPLEY: Ho visto l’interno della tua cella.

ANTHONY: La mia mente è piena di questi dèmoni: cerco solo di tirarli fuori in un modo o nell’altro.

Le sue palpebre si chiudono.

JOHN: Tu hai bisogno di dormire.

ANTHONY: Lo so questo.

Chiude gli occhi. Ripley recupera la torcia.

RIPLEY: Rimani con lui.

Ripley prova ad alzarsi. John la prende per un braccio tirandola giù.

JOHN: No. Abbiamo tutti bisogno di riposo, specialmente tu. (Ripley lo guarda.) Ordine del dottore! (Lei sorride e si siede.) E comunque hai visto cosa succede quando ci anticipi: dobbiamo stare uniti.

RIPLEY: Va bene. Comunque lui starà sopra di noi.

JOHN: Che intendi dire?

RIPLEY: Mi sono imbattuto in questo orrore già due volte: credo di aver sviluppato un sesto senso! Sei vera­mente un dottore?

John tocca la sua borsa.

JOHN: Vedi la borsa da dottore?

RIPLEY: Cos’è quel libro?

JOHN: Solo un libro.

RIPLEY: Non mi basta “solo un libro” da un tizio che dice di non poter abbandonare il pianeta senza la biblioteca.

JOHN: È solo… un libro di medicina: potrei averne bisogno.

RIPLEY: Non hai niente da mangiare lì dentro, no?

JOHN: Solo se riesci a mangiare le bende.

Ripley si preme lo stomaco.

RIPLEY: Fra un po’ non sarà male come idea. Svegliarsi e riaddormentarsi criogenicamente… Cristo, proba­bilmente non mangio da un anno.

ANTHONY (senza aprire gli occhi): Avresti dovuto mangiare il pane che ti offrivo.

RIPLEY e JOHN: Riposa!

Ripley appoggia la sua testa contro la parete e chiude gli occhi. Il tempo passa. La sua fronte di aggrotta. Johnse ne accorge.

JOHN: Tutto bene?

RIPLEY: Una specie.

JOHN: Ti sei ferita quando sono atterrato su di te? Ti ho forse incrinato qualche costola?

Si alza ed infila le mani sotto la casacca di Ripley, tastandole il petto. Le sue mani sono calde.

RIPLEY: Sei sicuro di essere un dottore?

Lui ritira le mani.

JOHN: Una specie. Mio padre morì prima che io nascessi. Il medico dell’abbazia, Padre Anselmo, mi prese con lui. È lui che mi ha cresciuto. (Pausa.) Mi insegnò quello che sapeva prima di morire. Aveva stu­diato sulla Terra.

RIPLEY: Bene, sono un po’ affamata.

JOHN: Non hai mangiato niente da quando ti ho tirato fuori dalla nave.

RIPLEY: Sei stato tu… (Gli afferra le mani e gliele stringe, poi le rigira.) Ti sei ustionato sulla navetta. (Le mani di lei sulle sue lo fanno sentire… scomodo.) Ti rinrazio.

Si guardano negli occhi.

ANTHONY (fuori campo): Avresti dovuto mangiare il pane.

Ripley, imbarazzata, lascia le sue mani. Guarda Anthony che sta cercando di alzarsi.

ANTHONY: Ho riposato abbastanza.

Partono per il lungo corridoio. Ripley si sforza di non camminare più veloce dei due monaci. Arrivano ad una scalinata a chiocciola che sale su per almeno un miglio: cominciano a salire. Arrivano ad un lungo corridoio. Gocce d’acqua colano dal soffitto formando delle pozzanghere. John si inchi­na ad esaminarne una…

JOHN: È sangue (l’annusa), mischiato ad acqua marina.

ANTHONY: Ci stiamo avvicinando al centro del pianeta, vicino al mare.

RIPLEY: Sangue.

JOHN: Ci stiamo avvicinando…

John sente qualcosa. Alza la mano per far fermare gli altri, e tutti si schiacciano contro il muro. John afferra Anthony e lo spinge facendosene scudo.

Girano un angolo e si scontrano contro qualcosa. Ripley accorre con la fiaccola, la quale rivela:

RIPLEY: L’abate!

La casacca è sporca e lacera. Gli occhi spiritati. John si fa indietro.

JOHN: Padre…

RIPLEY (sarcastica): Cosa sta facendo qui, padre? Sembra che abbia visto qualcosa che non esiste!

L’abate agita le mani in aria.

ABATE: Ero il loro capo spirituale, non ero pronto a guidarli in una guerra. Non contro quella cosa.

JOHN: Nessuno avrebbe potuto.

RIPLEY: Credevo avesse detto che il male è dentro di me. Che togliermi di mezzo fosse la soluzione a tutti i problemi.

ABATE: Distruzione: questo ci hai portato, distruzione!

RIPLEY: Ho solo cercato di avvertirvi.

ABATE: Cosa state facendo con questa donna…?

JOHN: Stiamo andando nella Stanza Tecnologica per cercare un qualcosa con cui combattere…

ABATE: Non ci si unisce al Diavolo per combattere il Diavolo!

ANTHONY: Lei ci sta aiutando…

ABATE: Guarda chi la difende, uno che non è umano. John, ti accorgi di quello che sta succedendo? Sulla vecchia Terra, durante la Peste Nera, molti credettero che Dio li avesse abbandonati, così si rivol­sero al Maligno perché salvasse i loro corpi, perdendo così le loro anime.

RIPLEY: Padre, stiamo tutti fuggendo dallo stesso mostro per cui è inutile perderci in chiacchiere. Sono stata “illuminata” riguardo al vostro comportamento: è divertente essere accusata di eresia in un mondo di eretici.

JOHN: Ti prego. È passato il tempo per le falsità.

ABATE: Va bene. Stavo solo cercando di farla tacere.

JOHN: Prego…?

ABATE: Faccio quel che devo fare per mantere unita la Fratellanza. Siamo tutti cresciuti credendo nella Terra, anni fa. Come credi che si sentirebbe questa gente se sapessero di essere stati esiliati invano? Che l’olocausto che cercarono di evitare non è mai successo? Quegli uomini là fuori sono riusciti a convivere con questa perdita.

RIPLEY: E con lei come loro capo.

L’abate sorride. Ripley è mordace.

ABATE: Tu hai messo in crisi lo status quo.

RIPLEY: Così lei, protettore della conoscenza e della verità, ha mentito loro.

ABATE: Solo sul tuo conto. Nel resto credo fermamente. Se la Terra orbita ancora attorno al suo sole gli even­tuali superstiti non possono che essere ridotti alla barbarie.

RIPLEY: Siete malvagio come la Compagnia.

JOHN: Ripley…!

RIPLEY: È per questo che è scappato via. Dopo tutti quei discorsi quando la morte lo ha guardato in faccia ha avuto una paura fottuta.

ABATE: Non sono spaventato dalla morte.

RIPLEY: Dall’alieno?

ANTHONY: Da quell’organismo?

ABATE: Dal Diavolo!

Interno corridoio della Stanza della Tecnologia.

I quattro fuggiaschi camminano lungo il corridoio buio. Girano l’angolo e si ritrovano in un vicolo cieco. Il terreno è sconnesso, rovinato da anni di infiltrazioni di acqua dall’alto. I quattro si muovo con cautela, con le candele alte per illuminare la strada. Anthony chiude la fila, camminando col bastone.

Tutti si girano dopo un forte rumore.

ABATE: Cosa è stato?

Anthony sta tirando via il bastone dalla morsa di…

ANTHONY: Una trappola per uomini!

Abbassano tutti le loro candele verso il pavimento. Incastonate fra il legno del pavimento ci sono decine di trappole a tagliola.

ANTHONY: In caso che qualcuno avesse provato ad entrare ed armeggiare con la tecnologia.

I quattro si ritrovano al centro di un campo minato di trappole. Nessuno si muove.

ABATE: Che facciamo?

RIPLEY: Non muovetevi. E non respirate.

ABATE: Non possiamo rimanere qui ed aspettare?

RIPLEY: Il pavimento è troppo instabile per poterci camminare intorno.

John stacca una tavola di legno dalla parete, si inginocchia e con la punta fa scattare una trappola proprio di fronte a lui. Gli altri sussultano al rumore.

ABATE: John, che stai facendo?

John libera la tavola e la usa per un’altra trappola.

RIPLEY: Sta pensando come un leader. Facciamo tutti come lui: prendiamo una tavola e facciamo saltare le trappole. Buon lavoro, Padre John.

JOHN: Fratello, non padre.

RIPLEY: Fratello, va bene.

Ripley toglie una tavola dalla parete, lasciando esposta una superficie di metallo. Tocca il freddo metallo e sorride: ora sa che non è un sogno. Si volta e fa scattare una trappola.

I quattro lentamente si avviano per il corridoio, tenendo con una mano alta la torcia e con l’altra fanno scat­tare le trappole davanti a loro.

La porta della Stanza della Tecnologia.

Una grande porta di legno senza maniglie: sembra far parte della parete. John e Ripley sono i primi ad arri­vare. Posano le tavole di legno e cominciano a tastare i bordi della porta. L’abate li raggiunge.

Anthony rimane dietro perché sente una presenza nel corridoio. Sente un suono dietro di loro: si gira ma non vede niente. Comincia a camminare con l’orecchio teso indietro… SNAP!

Alla porta Ripley, John e l’abate tastano la porta. Ripley posa la testa contro il muro frustrata ed esausta. Ha i cram­pi allo stomaco: da quant’è che non mangia? Si volta a guardare John. Si accorge che anche lui la guarda fisso. Arrossiscono.

JOHN: Io… ti senti bene?

RIPLEY: Senza dormire e senza mangiare… sento giusto la mia età! (Sorride.) Calcolando il sonno criogenico ho almeno un centinaio d’anni!

Fa calare un pugno sulla porta.

JOHN: C’è nessuno?

Il muro suona cavo sotto i pugni. Le sue dita trovano il punto di unione fra metallo e legno. Un pannello scor­re lasciando apparire una tastiera del ventunesimo secolo.

JOHN: Penso che abbiamo trovato qualcosa.

Ripley e l’abate si avvicinano per vedere.

ABATE: Tecnologia.

RIPLEY: Già, di un centinaio d’anni fa. Antiquariato.

ABATE (rivolto a Ripley): Esegui.

RIPLEY: Eseguire cosa?

ABATE: Apri la porta, donna.

RIPLEY: Lo faccio ma ascolta: tu puoi anche vestirti come se vivessi nel Medioevo, ma non puoi trattarmi come una sguattera.

Nel corridoio intanto Anthony sente un altro suono. Si gira e non vede ancora niente. Si gira lentamente. La parete di legno sembra muoversi in avanti: è l’alieno che si è mimetizzato col legno.

Il suo corpo cambia, si trasforma e riprende la sua classica forma… L’androide vede l’alieno come un insieme delle sue molte raffigurazioni demoniache medievali. Sente il suo pesante respiro. Sente che si avvicina a lui…

Anthony fa un passo indietro, direttamente dentro una trappola mentre la sua mente va in tilt. Le tagliole della trappola si chiudono sulla sua caviglia sinistra. Sangue liquido color bianco comincia a sgorgare.

Si ritrova nella sua allucinazione, con l’alieno che lo attacca. Grida.

Alla porta Ripley sta cercando di lavorare. Digita dei numeri sulla tastiera. È troppo esausta per vedere bene. Sente il grido, mentre John si volta indietro velocemente, circondato da un rumore di trappole che scattano. Ripley si volta verso il suono, ma l’abate la rispinge sulla tastiera.

ABATE: Aprila!

Ripley si sforza di mettere a fuoco la tastiera mentre le sue dita premono dei tasti.

L’alieno si avvicina ad Anthony mentre le trappole scattano sulle sue zampe.

John sta correndo in soccorso, ma una trappola gli blocca la casacca. La tira e continua ad avanzare.

Anthony è nella morsa dell’alieno. Cerca di colpire la creatura ma la manca. Grida quando dà uno strattone al piede intrappolato, mentre il sangue bianco esce copioso. Afferra le braccia dell’alieno con le sue mani dalla forza sovrumana.

L’alieno sibila. Spruzza gli occhi di Anthony con la sua saliva acida: la pelle artificiale di Anthony comincia a bollire. John arriva e cerca di scacciare la creatura.

Alla porta Ripley non sta avendo alcuna risposta dalla tastiera.

ABATE: Cosa c’è che non va?

Ripley tira via la tastiera dalla sua sede: i cavi sono così vecchi che si rompono.

RIPLEY: Merda!

Unisce le estremità dei cavi e toglie l’isolante mentre il sudore le cade sugli occhi.

John intanto colpisce l’alieno con le braccia di Anthony. Ancora ed ancora, ma la creatura non lascia l’an­droide, la cui faccia ormai è una maschera orribile. Gli occhi, poi, non ci sono più.

Ripley finisce di armeggiare coi cavi e la tastiera torna alla vita. Le sue dita tornano a volare sui tasti.

L’alieno intanto afferra John e lo scuote in alto e in basso e poi lo fa cadere da una parte.

Una luce sulla tastiera si accende: “Codice accettato”.

Ripley si volta verso il corridoio.

John afferra con una mano una trappola, e la fa scattare proprio sulla lingua dell’alieno: la creatura urla ed agita la testa non riuscendo a liberarsi dalle tagliole. Sangue acido sprizza fuori e corrode il legno circostante.

La porta si apre in una nuvola di polvere. L’abate salta dentro.

RIPLEY: È aperto!

John libera la caviglia di Anthony dalla trappola, afferra l’androide e corre indietro nel corridoio.

Ripley rimane ferma davanti alla porta aperta della Stanza della Tecnologia.

ABATE: Chiudi, chiudi sta arrivando!

RIPLEY: Aspettiamo John.

John ed Anthony escono fuori dall’ombra e si dirigono verso la porta. Intanto il sangue acido dell’alieno ha dissolto le tagliole della trappola. La sua testa punta i due monaci in fuga e comincia a correre.

Ripley segue John ed Anthony nella Stanza della Tecnologia. Dall’altra parte c’è un’altra tastiera. Lei preme dei tasti.

ABATE: Presto…

JOHN: Presto!

L’alieno sta arrivando, fumante ed infuriato. La tastiera emette dei rumori e la porta comincia ad abbassarsi.

L’alieno è a pochi passi… La porta si chiude con un rumore sordo.

Ripley, ansimante, rimane ad occhi chiusi contro il legno della porta.

Si volta verso l’interno della stanza per la prima volta e vede dei mulini a vento. Enormi mulini a vento che muovono enormi quantità di aria attraverso i tunnel di areazione. Ma niente di elettronico: nessuna radio, nes­sun’arma. Questa è la Stanza della Tecnologia.

Ripley collassa a terra e perde i sensi.

Dissolvenza sull’interno della Narcissus.

Un sogno. Una luce gialla che lampeggia. Ripley respira pesantemente, mentre i suoi occhi schizzano da una parte all’altra. Imbraccia il fucile e si muove attraverso la Narcissus e si avvicina lentamente al tubo criogenico di Newt. Quest’ultima sta dormendo in pace. Ripley si lascia andare ad un sorriso materno. Regola il lanciafiamme sul livello massimo e gira intorno al tubo. Sente un rumore alla sua sinistra e si gira. Preme il grilletto… niente.

Prova ancora, ma niente fiamma. Arriva il panico. Sente la presenza dell’alieno. Guarda a sinistra, a destra, su… nessun alieno. Guarda giù… e vede la coda dell’alieno scorrere fra le sue gambe. Si gira di scatto.

RIPLEY: No. NO! Ti ammazzo, bastardo!

L’alieno la spinge via. Ripley guarda nel tubo e vede che Newt è sparita. La testa della sua bambola galleggia in una pozza di sangue. L’alieno la circonda con le sue lunghe braccia, mentre le avvicina la bocca. Lei urla.

Interno Stanza della Tecnologia – Realtà – Giorno.

Ripley apre gli occhi. È ancora nella stanza dei mulini a vento. In qualche modo il posto le sembra meno reale del suo sogno. Si guarda intorno. John è seduto accanto a lei, intento a scrivere su una pergamena. Le sorride.

JOHN: Credevo di averti perso.

RIPLEY: Cosa stai scrivendo?

JOHN: Le mie ultime volontà ed il testamento. (Pausa.) Giusto per scherzare.

Lei guarda alla sua sinistra: Anthony è sdraiato sulla schiena, con gli occhi bendati. La sua caviglia è quasi distrutta, con i cavi che escono fuori.

RIPLEY: È…?

JOHN: Sta riposando. (Scuote la testa.) Starà bene.

ANTHONY: No, non è vero: sta mentendo.

RIPLEY: Mi dispiace.

ANTHONY: Che ironia: le mie visioni sono state profetiche. Come la metto ora con la mia coscienza artificiale?

Un rumore alla destra di Ripley richiama al sua attenzione: l’abate sta girando intorno.

ABATE: Capisci in che guaio ci hai cacciato?

RIPLEY: Già. Non indurmi nella tentazione di prenderti a calci nel… ah!

Cerca di alzarsi ma le gira la testa.

RIPLEY: Oh merda! (La stanza le gira attorno.) Dov’è il ragazzone?

L’abate indica la porta.

ABATE: Al di là della porta che ci aspetta…

Ripley si avvicina alla porta e tasta la sua fredda superficie.

RIPLEY: Sta giocando con noi. Potrebbe entrare quando vuole.

ABATE: Perché dovrebbe entrare? Sa che c’è un suo complice qui dentro.

JOHN: Signore, siamo tutti nella stesa situazione.

ABATE: Forse più di uno.

RIPLEY: Atteniamoci ai fatti, signor abate. (Guarda i mulini a vento.) Così è questa la vostra tecnologia?

ABATE: Almeno quella dimenticata da noi.

RIPLEY: Bene allora, i fatti sono che siamo fottuti! (Gira nella stanza ed intorno ad un mulino.) Un ecosistema: non c’è niente che ricicli la vostra aria se non le piante. I venti sono generati da qui (indica il pavimento) e vengono amplificati e distribuiti dai mulini.

ANTHONY: È più di questo. Ci sono pompe sotto terra: riesco a sentire la loro vibrazione.

RIPLEY: Probabilmente pompano quest’aria attraverso dei filtri. Fa sempre così freddo qui, giusto?

John la guarda con fare interrogativo.

JOHN: Sì…

RIPLEY: La legna che bruciate crea vapore che sale nell’atmosfera formando le nuvole e nascondendo i raggi solari, così da costringervi a bruciare altra legna.

ANTHONY: L’effetto serra. È così che la Terra si è quasi distrutta nel lontano ventesimo secolo.

RIPLEY: Non vedete? Questo è un pianeta programmato per autodistruggersi. Non in dieci minuti o due ore ma presto. La vostra atmosfera ha un tempo finito. Se le piante muoiono le fiamme bruceranno tutto l’ossigeno e questo planetoide morirà. Tutti moriranno.

L’abate ha lo sguardo atterrito.

ABATE: Speravo di essere già morto prima di arrivare a questo.

JOHN: A questo cosa?

ABATE: Probabilmente moriremo qui: questo è il punto.

RIPLEY: Aspetti un momento, voi siete stati esiliati…

ABATE: La punizione per i nostri crimini è decaduta.

Anthony si alza.

ANTHONY: Questo pianeta è il supremo trionfo dell’obsolescenza pianificata. Un certo numero di materia­li primitivi con un sistema atmosferico artificiale tanto fragile quanto uno vero.

L’abate ha gli occhi spiritati.

ABATE: Una Mecca per i nemici della tecnologia. Il miglior lavoro della Compagnia. Sapete, io ero un ese­cutivo della Compagnia. Poi mia moglie morì in un incidente dovuto alla tecnologia, così abbando­nai tutto, mi unii all’Ordine e diventai un monaco. Com’è strano il mondo…

RIPLEY: Adesso capisco perché sono atterrata qui: per aiutare voi lunatici a morire.

Ripley fa per andarsene, ma John la raggiunge.

JOHN: Ripley, aspetta…

L’abate le blocca la strada.

ABATE: Dove può andare? È in trappola nella sua stessa prigione. Una prigione mentale, una prigione che e­sistesolonellasuamentedfdfd…

John e Ripley si voltano a guardare l’abate, che comincia a parlare velocemente. Sempre più veloce. Si agita, vibra. Un rivolo di sangue esce dal suo orecchio…

ABATE: NoncèviadifugadaquestopostoilDiavolociprenderàtutti…

La testa dell’abate esplode!

Sangue e pezzi di cervello colpiscono John, che comincia ad urlare. Un orribile headburster alieno appare, mentre il corpo dell’abate continua ad agitarsi freneticamente sotto gli impulsi nervosi.

Ripley urla. Vedendo che il neonato alieno si dirige verso di lei raccoglie da terra il bastone di Anthony e col­pisce violentemente la creatura, che vola via attraverso la stanza. L’alieno va a finire proprio alla base di uno dei mulini a vento, scomparendo.

RIPLEY: Bastardo! È venuto fuori dalla sua fottuta testa!

ANTHONY: Non ho avuto bisogno di vederlo per potermelo immaginare!

RIPLEY: Lo ha mandato fra di noi, quel bastardo là fuori. Non riuscirò mai a liberarmene. Sta fottendo la mia mente: questa è la mia punizione!

ANTHONY: Sono confuso. Prima hai detto che vengono fuori dal petto, non dalla testa…

RIPLEY: Non mi sento di discutere della biologia aliena.

John le si avvicina.

JOHN: Ripley, non…

Lei lo scansa e si inchina per terra.

RIPLEY: Forse farei meglio a fermarmi e ad aspettarlo…

JOHN: Credo… penso che possiamo vincere. C’è una risposta nei nostri libri.

RIPLEY: I vostri libri? I vostri libri sono andati, fratello! Il vostro mondo è andato. Una volta che quella cosa avrà deposto le sue uova tutti tuoi fratelli moriranno – se già non lo sono.

JOHN: Se questo è vero allora tutti noi ed i libri siamo destinati alla cenere.

Si toglie un po’ del sangue dell’abate di dosso.

Ripley ha un’altra forte fitta allo stomaco e si contorce.

ANTHONY (fuori campo): Ripley?

RIPLEY: Cosa?

ANTHONY: Ci sono molte discrepanze fra questo e gli alieni che tu hai descritto.

RIPLEY: Lo so.

ANTHONY: Credo sia importante: magari può aiutarci a combatterlo. La creatura che ho affrontato nel cor­ridoio – quando alla fine l’ho vista – si era mimetizzata perfettamente con il legno.

Ripley guarda in alto.

RIPLEY: Legno? Quando l’ho visto prima era come me lo ricordavo, nero e lucido – a meno che non stessi sognando…

ANTHONY: Non credo. Credo che questa creatura, se è quel predatore eccellente che tu dici, abbia l’abilità di adattarsi all’ambiente.

RIPLEY: Allora la ragione per cui li ho sempre visti in quel modo è perché li ho sempre visti nello stesso ambiente.

ANTHONY: O potrebbe essere uno stadio ancora sconosciuto del suo sviluppo. Hai visto la Regina, questo potrebbe essere il Re, più avanzato di un semplice alieno, nato per sopravvivere.

JOHN: Ma questo come spiega quella cosa venuta fuori dal petto della pecora e dalla testa dell’abate?

RIPLEY: Forse vengono deposte uova differenti. Il chestburster probabilmente è dormiente finché l’ospite non mangia: il primo che ho visto uscì da Kane dopo che lui cominciò a mangiare…

Ed in un orribile momento realizzò che lei non aveva ancora mangiato. Il panico l’assalì…

RIPLEY: No…

Anthony si volta dalla sua parte: ha capito anche lui?

JOHN: No cosa?

RIPLEY: Non siamo ancora sconfitti, padre…

JOHN: Fratello.

Ripley si alza.

RIPLEY: Fratello. Non ancora. Se sta giocando con me forse allora possiamo usare questo fatto contro di lui. Possiamo colpire il bastardo, andare all’astronave: vivere!

Stacco sull’interno della Stanza della Tecnologia.

John è davanti ad una tavola che corre su fino ad una porta vicino al soffitto. Tiene stretta la torcia.

Ripley è a terra con Anthony, ormai pallidissimo.

ANTHONY: Non avere ripensamenti: cieco e storpio vi rallenterei solamente. E poi l’alieno avrebbe il tempo di capire cosa state facendo. No, è meglio che mi lasciate qua.

RIPLEY: Va bene. Buona fortuna.

Gli stringe la mano mentre lui se l’avvicina con gli occhi lucidi.

ANTHONY: Ripley, io so… Buona fortuna.

RIPLEY: Rimani seduto. (Ripley raggiunge John sulla tavola vicino al soffitto.) Potrebbe star aspettando dall’altra parte della porta.

Lui scuote la testa.

JOHN: È meglio andare, allora.

Sorride. Lei sorride di rimando.

La tavola li porta ad un porto sotterraneo. Scendono dalla struttura e si ritrovano davanti al mare sotterraneo che si estende per cinque miglia. La superficie dell’acqua ha riflessi d’oro.

JOHN: Dev’essere giorno in superficie.

RIPLEY: Da dove viene la luce?

JOHN: Specchi. Riflettono la luce esterna attraverso le lenti. Questo è quello che fanno nella fabbrica di sopra: lenti. Guarda… (Lei si volta e vede una cascata che si riversa proprio vicino a loro.) Lassù c’è un’apertura verso la superficie da cui l’acqua entra.

RIPLEY: Che facciamo?

John punta tre piccole barche che ondeggiano legate ad una corda.

JOHN: Navighiamo!

Interno Stanza della Tecnologia – Giorno.

Anthony si è messo seduto con le spalle ad un mulino. Si sente bene. Si agita davanti agli occhi la sua mano.

ANTHONY: Ora posso vedere solo quello che Dio vorrà. Quarant’anni su un pianeta di monaci e finalmen­te ho trovato la fede.

Sente un rumore. Si gira per ascoltare.

ANTHONY: John? Ripley?

Ma sa che non sono loro.

ANTHONY: Benvenuto, allora.

Un’ombra si staglia davanti alla sua faccia: riesce a sentirlo, non ha bisogno di vedere…

(continua)


L.

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