ALIEN 3 by John Fasano (2)

Dalle mie traduzioni del 2003 ripesco la versione di un altro dei “padri mancati” del progetto Alien III: John Fasano, su soggetto di Vincent Ward e John Fasano.

 


ALIEN III

by John Fasano

(seconda parte)


Interno dell’abbazia – La stanza di Ripley.

Lampi di luce si muovono attraverso le tenebre. Forme luminose e scure contro le pareti di legno. Il silenzio viene rotto dai rumori lontani dell’abbazia. Legna segata, martellamenti, preghiere bisbigliate, voci cantilenan­ti. L’inquadratura si sposta su un letto di legno fatto a mano. Ripley è in un sonno profondo.

Esterno del mare di Arceon – Alba.

Le acque si fanno più scure con l’arrivo della notte. Folate di vento corrono sulle onde – che spruzzano la dozzina di monaci che legano insieme le loro barche alla nave di Ripley con le loro spesse corde, e cominciano a trascinarla a riva.

Interno stanza di Ripley – Notte.

Ripley sta dormendo – ma anche lottando contro un nemico invisibile. Prova a mettersi seduta, ma non ci riesce. Prova a scrollarsi di dosso gli effetti dell’incoscienza… si guarda intorno attraverso gli occhi semi­chiusi.

John è seduto vicino a lei, addormentato. Le mani avvolte in bende bianche.

Lei si sforza di mettere a fuoco quella figura davanti a lei, immersa nelle ombre che si agitano nella stanza.

L’alieno, grande, con la testa nera lucida si muove nella luce verso di lei, con le braccia tese che si agitano fuori sintonia con le gambe. Ripley cerca di muoversi, di gridare, ma non può.

Riesce solo a muovere gli occhi. Guarda al di là di John che sta dormendo tranquillamente. Non si è accorto dell’alieno. La creatura si fa più vicina. Lei può sentire il suo respiro, emette il suo vapore sulla sua testa, viene attraversta da un brivido freddo ma continua a non potersi muovere.

L’alieno è davanti al suo letto. Estende la sua mano a sei dita fino alla sua testa…

Ripley ritrova la sua voce.

RIPLEY: AAAAAAAAAAAARGH!

I suoi occhi sono spalancati. Si ritrova seduta sul letto.

Una mano si posa sulla sua testa, spingendola gentilmente sul cuscino. È quella di John.

JOHN: È finita, è tutto a posto.

Ripley ricade all’indietro, con gli occhi fissi dove era apparso l’alieno. John nota la direzione del suo sguardo, e si gira a guardare anche lui: niente. Ripley volge lo sguardo, cerca di parlare. Era lì. La sua mano si chiude in un pugno. John chiude le sue mani su quelle di Ripley, la quale sente il contatto con le bende.

Lui comincia a leggere pacatamente le Confessioni di Sant’Agostino. Lei comincia ad addormentarsi al suono della dolce voce di lui.

Esterno superficie di Arceon – Giorno.

Una violenta tempesta è scoppiata. I monaci indossano piccoli occhialetti rotondi e fazzoletti che avvolgono bocca e naso mentre lavorano all’enorme blocco. Centinaia di corde si tendono, il legname geme. Sollevano la nave di Ripley e la fanno scivolare attraverso un grande portale.

Interno stanza di Ripley – Giorno.

Ripley giace con gli occhi chiusi. Voci confuse fuori la porta.

ABATE: Come sta la donna, John?

JOHN: Non credo sia ancora pienamente cosciente.

Al suono della voce di John un piccolo sorriso appare sulle labbra di Ripley addormentata.

JOHN: Comunque manca poco.

Mentre loro continuano a parlare, Ripley si sveglia. Apre gli occhi. Scende dal letto e vede una finestra vici­no al letto: si avvicina e guarda fuori.

Un giardino meraviglioso… Monaci che lavorano sotto uno stupendo cielo azzurro, seminando mele, pescan­do in un laghetto. Lavorando con martello e seghe su pile di legna. Questo la fa stare bene.

All’orizzonte vede degli operai su un’impalcatura con rozzi pennelli: stanno dipingendo il cielo! La volta superiore dipinta per assomigliare ad un cielo con un’enorme apertura di vetro per far entrare la luce del sole.

Ripley guarda di nuovo i monaci a terra: invece di ripararle stanno togliendo le capanne, accatastando il legname su dei carri.

RIPLEY: Ma che diavolo…?

Subito la scialuppa della Sulaco appare proprio di fronte a lei. Passa proprio davanti alla sua finestra trasci­nata da delle funi, per poi scomparire alla sua vista. Ripley si tasta il polso.

RIPLEY: Dev’essere un sogno. Anzi, un incubo.

Ritorna a letto a fissare il soffitto.

Sopra di lei – Il tetto dell’abbazia.

I monaci si affrettano intorno alla nave, dopo averla posata con gran fragore sul tetto della biblioteca.

Ripley sente il rumore, poi un altro. La porta si apre. Si gira e vede l’abate e John fermi sulla porta. John rimane fermo mentre l’abate entra e si siede sul bordo del letto.

RIPLEY: Chi siete?

ABATE: Io sono l’abate, guida di questa colonia. E tu?

Sorride apertamente, in modo amichevole.

RIPLEY: Ripley. Come sono capitata qui?

ABATE: Il tuo veicolo è precipitato. (Indicando John.) Fratello John ti ha trovata e portata qui.

RIPLEY: Qui dove?

ABATE: Questa è l’Abbazia Minore del satellite artificiale Arceon.

RIPLEY: Posso usare la radio per…

ABATE: Non abbiamo radio qui: siamo un ordine monastico che ha rinunciato a tutta la moderna tecnolo­gia. Viviamo alla vecchia maniera: quella pura.

Lei scuote la testa.

RIPLEY: Oh. Io… io non mi sento al massimo delle forze. Chiunque mi abbia tirato fuori dal tubo criogeni­co non ha eseguito l’intero programma D-F. Dov’è Newt?

L’abate la guarda stupito.

RIPLEY: C’era una bambina con me…

ABATE: Eri da sola.

RIPLEY: No, era con me. L’ho messa nel tubo criogenico. Siamo partiti quando…

ABATE: Eri l’unica cosa viva trovata a bordo del vascello.

L’abate guarda Ripley mentre la terribile verità la sovrasta.

RIPLEY (lentamente): Oh mio Dio, Newt… (Si interrompe, sente un brivido lungo la schiena quando realizza che Newt deve aver portato un alieno den­tro di sé.) È venuto con noi…

ABATE: Chi è venuto con voi?

RIPLEY: Senta: c’è un pericolo che è venuto con me! Da quanto tempo sono qui?

ABATE: Quasi due giorni.

RIPLEY (calcolando): Libero da due giorni. Questo pianeta potrebbe essere percorso tutto in una settimana. (Agguanta l’abate per la casacca.) Senta, c’è uno xenomorfo… (Vede la confusione sul volto dell’abate.) Una creatura aliena, un feroce assassino, un mostro. E adesso è qui! (L’abate la guarda come guarderebbe un folle. Lei lo capisce e cerca di essere più convincente.) Okay, calma. Ero con un gruppo di marine coloniali in missione sul pianeta LV-426. Abbiamo lasciato la Terra sei mesi fa, forse un anno…

ABATE (interrompendola): Aspetti un momento. (L’abate si accorge della presenza di John sulla porta. Si gira e gli fa un segno con il braccio.) Lasciaci. (John tentenna un attimo, poi esce e chiude la porta.) Continua pure.

RIPLEY: Siamo partiti a bordo dell’incrociatore Sulaco dalla Stazione Spaziale Gateway.

ABATE: Non è possibile.

RIPLEY: Che vuol dire?

ABATE: Quando noi abbiamo lasciato la Terra, settant’anni fa, questa era sull’orlo di una nuova Età Buia. La tecnologia era sul punto di distruggere il pianeta. Un virus informatico stava cancellando tutto il sapere acquisi­to e sembrava non esserci modo di fermarlo. Nei quasi quarant’anni di viaggio in cui siamo stati addormentati, le notizie provenienti da navi di passaggio erano sempre peggiori. Finalmente le navi smisero di passare. Noi dovemmo rassegnarci agli avvenimenti accaduti, e che la Terra non esisteva più…

Adesso era Ripley a guardare l’abate come se fosse un folle.

RIPLEY (lentamente): Va bene… Dimentichiamo la Terra. Quante persone ci sono qui? Dovreste preoccu­parvi di avvertirle…

Un’espressione diversa appare ora sul volto dell’abate: un’espressione impaurita.

ABATE: La tua mente è agitata: riposati un altro po’.

RIPLEY: Non ho bisogno di riposo, ho bisogno di andare dalla sua gente, e lei mi ci deve portare: bisogna raccontare loro dell’alieno…

L’abate fa per alzarsi.

ABATE: Ne ho abbastanza per adesso.

RIPLEY: Abbastanza? Ma ha sentito quello che ho detto? L’alieno potrebbe spazzar via l’intera popolazione di questo pianeta. Potrebbe anzi aver già iniziato. Ci sono stati morti strane da quando sono arrivato?

L’abate si ferma davanti alla porta.

ABATE: No. E non ci saranno.

L’abate sbatte la porta dietro di sé. John è nel corridoio vicino alla porta mentre l’abate ri rivolge a due monaci.

ABATE: Sprangate la porta.

Le guardie si attivano.

JOHN: Che succede? Cosa c’è che non va?

ABATE: La tua paziente è in uno stato mentale pericoloso. Nessuno deve entrare od uscire finché non lo dirò io.

JOHN: Ma io… Devo darle da mangiare…

ABATE: Nessuno!

JOHN: Padre, non capisco…

L’abate si volta e se ne va. John volta lo sguardo alle due guardie-monaci.

Biblioteca – Notte.

John si tiene la testa fra le mani, addormentato. Mattias è accovacciato ai suoi piedi, anche lui addormenta­to. La porta della biblioteca si spalanca con un grande fragore. John scatta in piedi mentre un monaco isterico si scaraventa dentro e si dirige velocemente al tavolo di John.

MONACO ISTERICO: Fratello John, sei qui! L’abate ha detto che… sì insomma, tu sei il medico…

JOHN: Cosa..?

MONACO ISTERICO: La mia Sandy, è malata!

John cerca di far sparire il sonno dai suoi occhi.

JOHN: Huh? Una donna?

MONACO ISTERICO: Sandy, la mia pecora!

John si risiede.

JOHN: Una delle tue pecore? Gesù Cristo, chiama un veterinario.

MONACO ISTERICO: Padre Anselmo era il veterinario.

John guarda Mattias in basso, ed il cane ricambia lo sguardo.

JOHN: Va bene, fammi prendere la borsa. «Tutte le creature, grandi o piccole…».

Interno granaio del monaco isterico – Notte.

Una piccola struttura fa da casa ad una bellissima pecora e a qualche pollo in gabbia.

Il monaco isterico regge una torcia per illuminare la scena. Una delle sue pecore è riversa su un fianco…

MONACO ISTERICO: Le ho dato da mangiare come al solito, e poi è crollata.

JOHN: Crollerei anch’io: si congela qui.

MONACO ISTERICO: Ho usato il legno delle pareti per accendere il fuoco nella mia cella.

JOHN: Lo abbiamo fatto tutti…

John si inginocchia davanti alla pecora, la quale respira pesantemente e rapidamente. Mentre John la tasta per controllare la sua situazione, la pecora mette un debole “Baa-ah”.

JOHN: Potrebbe essere pneumonia. Mettile un po’ di fieno intorno: bisogna cercare di farle passare un po’ di questo dannato freddo.

Il monaco isterico posa la torcia e con un forcone comincia ad accumulare fieno intorno all’animale a terra.

JOHN: Prima di tutto io…

Si ferma quando vede cosa gli è rimasto sulle mani: una sostanza densa simile a muco.

JOHN: Aspetta un momento…

Il monaco isterico si ferma. John si passa il materiale fra le dita, poi se lo avvicina al naso e l’odora.

MONACO ISTERICO: Cos’è?

JOHN: Non lo so. È dappertutto qui per terra. Una specie di…

La pecora comincia ad agitarsi violentemente, strillando. John cerca di tenerla ferma, mentre il monaco perde completamente la testa.

MONACO ISTERICO: Che cos’ha? Che cos’ha?

JOHN: Gesù! Aiutami…

La pecora si agita così violentemente che John è sbattuto indietro, intruppa sulla torcia che cade nel fieno. La luce svanisce con lo spegnimento della torcia, poi il fieno comincia a bruciare con una debole piccola fiammel­la, la quale lascia intravvedere la pecora.

Fra le contorsioni la pecora esplode, riversando sui due monaci sangue ed interiora. I due urlano.

Mentre il fuoco divampa si vede un terribile chestburster alieno uscire dalla carcassa della pecora. Questo mostra le caratteristiche dell’animale nel quale è cresciuto: piccoli denti affilati e grandi occhi neri luccicanti sul davanti della sua testa allungata. Un quadrupede. Agita le gambe per liberarsi degli intestini della pecora.

John può solo gridare mentre il mostro da incubo si libera dell’animale morto.

Il monaco isterico, a cui ormai la paura si è mischiata con la rabbia per la perdita della sua amata Sandy, si alza di fronte al medico immobilizzato ed istintivamente colpisce col forcone la creatura. Quest’ul­tima emette un forte grido, metà alieno metà ovino. Il suo sangue acido viene spruzzato ovunque nel fienile, creando pozze infuocate dove cade.

Il monaco isterico si gira e vede l’intero angolo del fienile sta bruciando, così getta l’alieno, ancora attaccato al suo forcone, in mezzo alle fiamme.

La creatura muore. Le sue grida sono l’unico suono udito nel fienile. Il monaco isterico mantiene il suo forcone nelle fiam­me mentre si gira.

John è paralizzato mentre osserva la creatura bruciare, come se avesse visto il demonio.

Esterno fienile del monaco isterico – Notte.

Le mura di legno collassano ed il fienile diventa una grande pira.

L’inquadratura indietreggia fino a vedere la scena da una finestra. La finestra dentro la stanza di Ripley.

Lei vede la struttura bruciare. Frustrata scende dal letto sulle gambe ancora incerte, veste una casacca trova­ta su una sedia e si lega la cintura.

RIPLEY: Idioti… (La porta si spalanca all’improvviso.) Ma che…?

Quattro grossi monaci piombano dentro e l’afferrano, portandola via. Passando per il salone raggiungono la sala del Tribunale.

ABATE (voce fuori scena): Il male è arrivato su Arceon… (Mentre lui parla si vedono monaci con facce impaurite.) Avete sentito il racconto di Fratello Graham sul Diavolo dentro l’addome di una pecora. (Passa davanti ai monaci e si siede su una specie di trono.) Un male portato da questa donna nel suo vascello tecnologico.

Il salone è molto grande, con pareti di legno altissime. Le luci scaturiscono deboli da delle lampade di vetro.

Centinaia di monaci sono in piedi davanti al Tribunale, il quale è costituito da un piano rialzato con su l’abate ed i cinque monaci più anziani seduti ad un grande tavolo. Davanti al tavolo c’è Ripley, la quale sta valutando i volti che la circondano: paura, odio…

RIPLEY: Questo non può essere successo.

TRIBUNALE: Tu non hai voce in questo Tribunale.

RIPLEY: Dovete ascoltarmi, siete tutti in grave pericolo! È venuto con me nella nave…

ABATE: Lo sappiamo. All’inizio pensammo che il tuo arrivo fosse un buon presagio. Invece ha portato la pestilenza: una pecora ed i pesci sono morti.

VOCI DEL TRIBUNALE: Male.

Ripley si rivolge all’abate.

RIPLEY: Sì, la nave lo ha portato. Ma non il male: ha portato l’alieno. Ve l’ho detto, c’è un alieno qui.

ABATE: Conosciamo il nome del male che hai portato: hai portato tecnologia. Tecnologia per distruggere il nostro pianeta, così come certamente ha già distrutto la Terra.

VOCI DEL TRIBUNALE: Distruzione!

RIPLEY: Ero sulla Terra meno di un anno fa: è ancora lì. Popoli, città, tutto è ancora lì!

Un mormorio attraversa la folla. L’abate si guarda intorno: qualcuno la sta ascoltando! Deve rimanere al comando.

ABATE: Tutti morti!

RIPLEY (urlando): È ancora tutto lì!

L’abate sorride a se stesso per averla fatta crollare. Si alza.

ABATE: Non puoi essere stata sulla Terra un anno fa, perché non c’è più nessuna Terra, da almeno vent’anni.

RIPLEY: Non sono rimasta nello spazio per vent’anni. Lasciatemi entrare nella navicella e ve lo proverò.

TRIBUNALE: No. Immaginiamo quali nuovi mali rilascerà se rimetterà piede in quella macchina infernale!

VOCI NELLA FOLLA: No! Non lasciateglielo fare!

TRIBUNALE: Questa donna è un pericolo. Nega la Nuova Era Oscura. Nega la raeltà!

RIPLEY: Questa è la realtà: c’è uno xenomorfo libero su questo pianetoide. Un alieno. Deve essersi nasco­sto nella mia navicella… deve aver ucciso… (inghiottisce con fatica) Newt. Ha ucciso la bambina che portavo con me. Non potete fermarlo, si insinuerà dentro di voi con un uovo… che crescerà… (mima l’azione) per poi esplodere fuori da voi e svilupparsi in una specie di mostro. Vi ucci­derà… vi ucciderà tutti… (Mentre parla osserva quella gente medievale che la circonda. Sono completamente confusi. A loro deve sem­brare una matta.) Chi siete voi? Guardatevi… il modo in cui vestite. Non siamo nel Medioevo. Siete nello spazio… su un pianeta artificiale. Che state combinando qui? (Mentre parla incontra lo sguardo di John che si trova sul piano rialzato.) C’è qualcuno qui che mi sta ascoltando?

John volge lo sguardo da Ripley all’abate, il quale lo sta guardando fisso. John volge altrove lo sguardo.

RIPLEY (arrendendosi): No, credo di no. È incredibile…

L’abate prende una pausa di contemplazione.

ABATE: Perciò non c’è scelta.

Quattro monaci afferrano Ripley duramente, immobiliz­zandole le braccia.

ABATE (a Ripley): Il male è dentro di te, ed io ti purifi­cherò per scacciarlo via. E che Dio abbia pietà della tua anima.

Stacco su: stanza dell’elevatore.

L’“elevatore” è una gabbia di legno sollevata da delle rozze corde. Mentre Ripley viene trascinata verso l’elevato­re si volta a guardare i monaci.

RIPLEY: Non riuscirete a combatterlo… Voi non sape­te cosa sia!

Viene gettata nella gabbia e viene chiusa la porta. Due monaci cominciano a tirare le corde ed a sollevare la gab­bia, portandola sopra l’“abisso”, una grotta molto grande.

Gli altri monaci si fanno più vicini intorno al limite della grotta. John si fa spazio fra di loro: guarda la gabbia e poi lentamente in basso… Ripley guarda John.

RIPLEY: Vi state condannando a morte!

John guarda mentre scompare nell’oscurità… Poi si volta e si dirige fra la folla verso il Tribunale.

Stanza del Tribunale.

La stanza è vuota ora, eccetto per l’abate ed i membri del Tribunale. Stanno parlando a bassa voce. Appena John entra si ferma, cercando di capire cosa stiano dicendo.

MEMBRO DEL TRIBUNALE: … avranno cominciato prima che lei sia scesa al livello Hermitage.

ABATE: Nessun problema?

MEMBRO DEL TRIBUNALE: Solo nel trovare la legna per la nave. Ma il ripostiglio di Anderson è molto grosso e lui è morto ormai da tre mesi.

ABATE: Avevo destinato quella legna per la clausura, il prossimo inverno. Bene, dovremo occuparcene prima dell’arrivo dell’inverno. Vorrà dire che cominceremo a prendere le celle dei penitenti: non c’è più nessuno ormai.

ALTRO MONACO DEL TRIBUNALE: La legna non durerà per sempre.

ABATE: Così come noi…

Si accorge della presenza di John, e congeda i membri del Tribunale. John si avvicina all’abate, il quale sa bene cosa vuole dirgli.

ABATE: Non ci pensare.

JOHN: Questa donna, Ripley… io mi sono occupato di lei…

ABATE: Sì, ed hai fatto un ottimo lavoro. Non dovresti sentirti responsabile: non potevi sapere…

JOHN: Vi prego, padre, lasciatemi finire. Io credo che ci sia qualcosa di vero in ciò ha detto.

ABATE: No, non c’è.

L’abate si dirige verso il suo tavolo, cominciando a prendere appunti su un blocco. John o segue.

JOHN: Io non capisco cosa stiate facendo.

ABATE: Questa colonia è sotto la mia responsabilità: la sto proteggendo.

JOHN: Da cosa? Da questa donna? Non le ha dato neanche una possibilità: come può essere così sicuro di aver ragione?

ABATE: Una domanda migliore è come puoi essere tu sicuro che io mi sbagli.

JOHN: Lei non l’ha vista quella cosa, quel demonio. Fratello Graham ed io l’abbiamo visto entrambi.

ABATE: Va bene, entrambi l’avete visto. E che cos’era?

JOHN: Io… io non so che cosa fosse. Ma non credo che Ripley ne faccia parte.

ABATE: Lei ha ammesso di averlo portato con sé.

JOHN: Ma ha cercato di avvertirci…

ABATE: Tu sai bene come lavora il Diavolo: con l’inganno.

JOHN: Ma io le credo. Non so come descriverlo: è una sensazione.

ABATE: Non hai visto una sola donna negli ultimi trent’anni: da dove è originata questa sensazione, John?

JOHN (indicando la propria testa): Da qui.

Una pausa.

ABATE: Io ti credo. Ma i tuoi sentimenti ti stanno confondendo.

JOHN: Questa è la convinzione di Ripley. Io invece penso…

L’abate lo interrompe fermamente.

ABATE: Non pensare.

John fa un passo indietro sentendo il tono dell’abate. Un tono che non aveva mai sentito prima d’ora. L’Abate si fa scorrere una mano attraverso i radi capelli. Abbozza un sorriso.

ABATE: È stata una lunga notte, per tutti noi. Decisamente tu non sai con che cosa hai a che fare.

JOHN: È proprio quello che dice Ripley.

L’abate si irrita.

ABATE: Ci sono idee che mettono in pericolo il sistema in cui viviamo. La creatura è morta e la donna è andata. Dimenticatene. Leggi, pesca, vai dove vuoi, ma dimenticati di questa storia.

JOHN: Ma io…

ABATE: Dimenticatene. Farò in modo che Philip lasci entrare il tuo cane nella biblioteca, va bene? Per il tuo stesso bene, lascia stare tutta questa storia. (John fa per protestare.) Hai capito?

JOHN (lentamente): Sì, Padre.

John si volta e lascia la stanza, sotto gli occhi dall’Abate.

Interno livello prigione – Notte.

Buio. È molto buio. Un chiodo viene piantato in una tavola. Poi un altro. La tavola è vecchia, piegata. Un’altra tavola viene posta e ed altri chiodi piantati. Due vecchi operai, tetri, vestiti di grigio. Martellano le tavole per coprire il foro nella parete. Lavorano con metodo. Ripley li guarda lavorare, rassegnata, mentre loro stanno chiu­dendo l’unico accesso alla grotta dove si trova…

Sul tetto dell’Abbazia.

Una dozzina di monaci sta unendo insieme delle tavole di legno attorno alla Narcissus, circondandola tutta.

Livello prigione.

I due operai anziani continuano a lavorare. Le tavole stanno coprendo sempre di più l’entrata, e chiudendo sempre più Ripley.

Sul tetto dell’Abbazia.

Le tavole di legno hanno circondato completamente la nave.

Nella biblioteca.

John e Mattias si siedono prima di aprire il libro. Lui non legge: riesce a sentire il rumore delle martellate. Sembra riecheggiare per tutto il pianeta. E dentro la sua testa. Chiude gli occhi sofferenti.

Livello prigione.

Ora solo il volto di Ripley è visibile. Un’altra tavola. Ora si vedono solo gli occhi. Appena prima che l’ultima tavola venga fissata:

OPERAIO: Resterai qui, donna. Eccoti qualcosa preso dalla navetta, qualcosa che ti terrà compagnia.

Le getta qualcosa nella cella. Ripley lo prende e lo guarda mentre l’ultimo raggio di luce svanisce su di lei.

Lei continua ad avere lo sguardo fisso alla parete una volta aperta, mentre i suoi occhi si abituano alla luce. Le piccole luci che filtrano attraverso le tavole le bastano per vedere cosa gli è stato gettato: la testa della bam­bola di Newt.

Ripley si guarda intorno nella cella angusta. Poi guarda la testa della bambola nella sua mano. Scoppia:

RIPLEY: Maledetti idioti! Siete morti: siete tutti morti!

Prende a calci e a pugni il muro. Sempre più forte. Colpisce anche con la sua testa, e comincia a sanguinarle il naso: ne sente il sapore anche in bocca. La morte è con lei di nuovo.

RIPLEY (sottovoce): Morti… (Si siede su una sporgenza rocciosa.) Cristo. Gesù Cristo. È qui, qui! Merda, è qui: non riesco a liberarmene… (Guarda la testa della bambola.) Newt. Non è questo che volevo…

Getta via la bambola. Questa sbatte contro la parete e si ferma su una rientranza: come si è messa sembra che la guardi.

RIPLEY (infuriata): Non fissarmi!

VOCE (fuori campo): Scusa.

Ripley guarda in basso alla base della parete davanti a lei, dove intravede un buco. Dentro questo vede il volto di un uomo… che la sta fissando.

Sul tetto del Monastero – Notte.

Il vascello d’emergenza n. 4 della Sulaco è ormai solo un ricordo, dopo che i monaci hanno finito di murar­lo: adesso è solo un’altra parte dell’abbazia.

Attraverso una finestra l’inquadratura si sposta nell’interno della biblioteca, nella sezione medievale. Troviamo John, con Mattias addormentato ai suoi piedi.

I tavoli, gli sgabelli, tutto il piano è riempito da centinaia di libri, con le catenine tirate e tutti aperti su figu­re di dèmoni. Rappresentazioni differenti del Male attraverso le ere – Lucifero, Ahriman, Asmodeo, Satana. La tentazione di Cristo del Maestro di Schloss Lichtenstein. Satana che arrostisce un enorme griglia da Tres riches heu­res du Duc de Berry. Il Diavolo come serpente, come semi-uomo. Un miasma di mostri medievali.

Come un posseduto John passa freneticamente da un libro all’altro.

I primi raggi dell’alba filtrano attraverso le finestre, mentre John sfoglia un tomo medievale – passa un’illu­strazione di Satana dipinto con la sua faccia sul suo posteriore – e poi si ferma: eccolo!

Non si vede l’illustrazione, ma la reazione di John: i suoi occhi sono spalancati. Chiude con forza il libro come se l’immagine potesse renderlo cieco. Si volta verso Mattias come se volesse dirgli qualcosa, poi decide di non svegliare il cane. John arrotola la catena intorno alla sua mano e tira con forza: la vecchia catena cede subito.

Prende la sua borsa da medico, si infila il libro nella casacca, prende il suo cane addormentato e se ne va…

Interno salone fuori dall’ufficio dell’abate – Giorno.

John attraversa velocemente il corridoio, ma si ferma e si appiattisce contro una parete quando la porta dell’ufficio dell’abate si apre all’improvviso.

Fratello Graham (il monaco isterico) viene trasportato con la forza da due grossi monaci, trascinato per il cor­ridoio nella direzione opposta. È imbavagliato. Un terzo grosso monaco esce dall’ufficio con l’abate.

ABATE: Adesso trovate John e portatelo da me immediatamente.

TERZO GROSSO MONACO: Sì, padre.

ABATE: Cominciate dalla biblioteca. E fatelo silenziosamente.

Il terzo grosso monaco si inchina e se ne va. L’abate lo guarda andar via, per poi rientrare e chiudere la porta. John fissa la porta chiusa, poi cerca di pensare. Si volta e corre indietro attraverso il corridoio.

Interno fabbrica di vetro – Giorno.

I primi monaci arrivano per il turno di mattina. Kyle è fra loro. Si avvicina alla fornace di vetro mentre altri due monaci cominciano ad accendere il fuoco.

John entra, si guarda intorno nella stanza e per un disperato momento non riesce a trovare Kyle, per poi vederlo alla fornace. John corre verso di lui e gli mette una mano con forza sulla spalla, facendolo quasi cadere.

KYLE: Ehi! Attento! (Vede che John è agitato.) Cos’hai? Che c’è?

Gli altri monaci vedono l’agitazione, e cominciano ad avvicinarsi.

JOHN: Io… l’abate… devi…

John cerca di farsi passare il fiatone: gesticola con forza. Kyle posa i suoi strumenti.

KYLE: John, rilassati. Fai un respiro profondo. Cristo, ora parlo come te! (Vede il libro il libro infilato nella casacca di John.) È quello, John? È il libro…?

JOHN (senza fiato): Sì. Il Diavolo.

Kyle gli si avvicina con cautela. John vede gli altri monaci avvicinarsi, e sente sussurrare:

MONACO CHE SUSSURRA: Lo ha preso…

SECONDO MONACO CHE SUSSURRA: Come la donna delle stelle…

TERZO MONACO CHE SUSSURRA: È stato lui infatti a trovarla…

MONACO CHE SUSSURRA: È infetto…

John scorge un monaco uscire fuori di corsa, senza dubbio per andare ad avvertire l’abate. Si volta e guar­da negli occhi del suo amico Kyle: paura!

KYLE: Andrà tutto bene. Adesso vediamo il…

JOHN: Non assecondarmi… Io sono…

KYLE: Certo, certo. Tutto andrà bene…

Se solo avesse potuto spiegare… ma non poteva. Comincia a far roteare il libro, facendosi spazio fra la folla.

KYLE: Aspetta, John!

Interno stanza dell’elevatore.

La gabbia è ancora giù, con le corde tese verso l’abisso. John entra correndo e si dirige verso le corde. Posa a terra il libro e stringe le sue mani ferite sulla corda. La sua mente corre: la donna sa che cos’è, come combat­terlo. Comincia a tirare ma perde l’equilibrio e cade perché le corde non sono tese. La corda comincia a scorre­re sulla carrucola e si arrotola sul pavimetno. John solleva l’altra estremità della cora, che avrebbe dovuto sor­reggere la gabbia, e la fissa allibito.

Stacco su varie inquadrature del Monastero.

John corre attraverso l’edificio, attraverso i piani, passando davanti a monaci ignari degli avvenimenti della notte precedente e del pericolo che corrono. Monaci a lavoro in vari settori. Li supera tutti ed entra nella stan­za di servizio dell’abbazia: ci sono stracci e scope dappertutto.

I capelli di John sono spettinati, il suo respiro è pesante. Infila il libro nella sua borsa da medico. Sposta una grossa scatola, rivelando una porta di legno. La apre, rivelando una scala che si estende fino al piano superiore. Passa un vasto viadotto pieno di travi di legno. Oltre questo un grande mare sotterraneo che rappresenta il cen­tro del pianeta, ma prima le celle. E Ripley.

John riesce a sentire l’odore pesante dei tunnel sotterranei, ma deve scendere, anche se è la strada più diffi­cile. Comincia a scendere nelle tenebre.

Interno bagni dell’abbazia – Notte.

Una stanza enorme come un campo di calcio, formata da al massimo un centinaio di bagni, di cui solo una ventina sono ancora funzionanti, anche perché erano un lusso costruito per un più grande numero di coloni.

Un monaco molto magro si sta lavando le mani.

Nel penultimo bagno della fila c’è seduto l’abate.

ABATE: Fa freddo stanotte.

Continuando alla fine c’è un membro del Tribunale.

MEMBRO DEL TRIBUNALE: Fa sempre più freddo, ogni notte che passa.

ABATE: Ed ogni giorno. Mai stato così. Avendo preso così tanto legno dalla struttura ora il vento soffia pro­prio dentro la colonia. Giusto sotto il pavimento.

MEMBRO DEL TRIBUNALE: Proprio sotto i nostri sederi. Notti come queste mi fanno perdere la ragio­ne… Ehi!

Si sente toccare in basso.

ABATE (fuori campo): Cosa c’è?

MEMBRO DEL TRIBUNALE: Non so… AAAAAAAAHHHHH!

Il membro del Tribunale grida quando qualcosa lo colpisce dal basso della latrina. Qualcosa si intrufola nel suo retto e si aggancia ai suoi intestini! Lui si agita in spasmi convulsi di dolo­re. Si sente un tremendo rumore di lacerazione quando il monaco viene violentemente strattonato verso il basso.

Una panoramica indietro sulla faccia dei monaci mostra la loro reazione piena di orrore al rumore dell’alie­no che trascina il monaco sotto di loro. L’abate batte sulle pareti.

ABATE: Matthew, Matthew! Gesù, cos’è successo?

Il monaco magro che si stava lavando le mani vede tutto, e perde completamente il controllo quando vede il sangue spruzzare fuori dal rubinetto. Gli altri monaci vedono uscire dai loro bagni un getto di liquame. Sangue e viscere imbratatno i muri, trasformando l’abate in un macellaio!

[Gioco di parole intraducibile fra abbot, “abate”, ed abattoir, “mattatoio”. N.d.R.]

Stacco sullo spazio profondo.

Vista di Arceon.

VOCE DI RIPLEY: Morti…

(continua)


L.

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