Intervista a Mark Verheiden (2013)

Mark Verheiden al WonderCon 2011

In occasione dell’arrivo nelle fumetterie italiane, grazie a saldaPress, della riedizione cartonata di Aliens: Book II (1989) – nella splendida versione per il 30° anniversario di quello che considero uno dei capolavori del fumetto alieno – traduco in italiano un’intervista al suo autore Mark Verheiden, diventato in seguito nome noto nella TV americana ma che ho molto amato come sceneggiatore quando addirittura la distratta editoria italiana portava nelle noestre edicole i suoi fumetti.

L’intervista risale al 21 febbraio 2013 ed è curata dal blog Strange Shapes.


Mark Verheiden è uno sceneggiatore e produttore per la TV che ha firmato la prima serie dei fumetti di Aliens per la Dark Horse. Altre sue firme includono Falling Skies, il reboot di Battlestar Galactica, Caprica, Heroes, Smallville e l’imminente Hemlock Grove. Nel cinema si trova la sua firma in lavori come The Mask, Timecop e My Name is Bruce. L’ho contattato per chiedergli se volesse rispondere ad alcune domande inerenti il seguito di Aliens che lui portò su pagina nel 1988.

Strage Shapes: Alien era già ampiamente popolare fra i fan dell’horror e della fantascienza ma James Cameron è riuscito lo stesso ad alzare l’asticella. La serie è diventata un franchise con una fortunata serie di giocattoli, cards e poi una serie a fumetti. Come ti sei ritrovato coinvolto con l'”Aliens” della Dark Horse? Era un lavoro per cui dovevi fare pressioni o sei stato scelto appositamente per il progetto?

Mark Verheiden: Premettendo che stiamo parlando di 25 anni fa e la memoria può fare brutti scherzi, sono cresciuto e ho studiato nell’area di Portland, Oregon, dov’ero attivo nel mondo dei fumetti amatoriali già mentre studiavo cinema. Presto mi trasferii a Los Angeles per seguire la carriera di sceneggiatore, mentre i miei amici Mike Richardson e Randy Stradley fondavano la Dark Horse Comics e mi chiedevano se avessi qualcosa nel cassetto. Creai così una serie chiamata “The American” che ricevette qualche critica positiva, quindi le costellazioni si allinearono quando Mike mi bisbigliò che la Dark Horse stava chiudendo un contratto per gestire una serie a fumetti di Aliens. Io ero (e rimango) un grande fan dei primi due film e probabilmente minacciai atti di violenza se non mi avessero messo a scrivere la serie. Sospetto però che Mike non mi avrebbe mai parlato di Aliens se nella lista dei papabili non ci fosse già stato il mio nome.

SS: Molti hanno predetto che un seguito di Aliens con Newt ed Hicks sarebbe divetata una roba alla “Famiglia Robinson nello spazio”, il che è esattamente ciò che tu NON hai fatto: Hicks era un ubriacone violento, Newt era finita in un ospedale psichiatrico (e messa in lista per una lobotomia), mentre Ripley e Bishop erano scomparsi. Sono state scelte dettate dall’esigenza di iniziare col botto o era uno stile considerato in linea con i toni oscuri del film?

MV: Non ricordo alcuna “esigenza”. Malgrado una certa positività nella vita reale, nelle mie storie tendo sempre ad essere oscuro, e credo che il tono di quei fumetti si rifaceva a quello dei primi due film, che erano molto cinici nei confronti del corporativismo e della filosofia militare. Il personaggio chiave era Newt e l’esplorazione di come la sua esperienza con gli alieni e l’abbandono di Ripley l’avessero devastata. La prima serie verteva proprio sulla redenzione di Newt nei confronti della minaccia aliena.

SS: Ci sono un sacco di spunti nella prima saga: il mondo alieno, le creature sulla Terra, Colonial Marine che combattono in un nido ed anche uno Space Jockey vivente. Essenzialmente è tutto ciò che molti fan dei film avrebbero voluto vedere sullo schermo. Il medium fumetto ti ha aiutato ad esplorare questi aspetti dell’universo alieno o è stato difficile combinare così tanti elementi, location, spunti e personaggi in un unico contenitore?

MV: Non sono sicuro che abbiamo pensato a queste cose, all’epoca, ma ricordo che quando abbiamo lanciato il fumetto queste cose tratte da film erano considerate i figli bastardi del mondo dei fumetti. Non avevamo idea di come Aliens: Book I sarebbe stato accolto né se avremo pavuto la possibilità di scriverne altri, quindi ci abbiamo messo dentro tutto. Dalle mie prime discussioni con Mike e Randy avevamo ben chiaro che volevamo gli alieni sulla Terra, i Marines in battaglia e il mondo alieno. (Sapevamo poi che, per questioni di licenze, non eravamo autorizzati ad usare il personaggio di Ripley, cosa che cambiò solo nel terzo episodio, Earth War.) Con questi parametri tirai fuori una storia che seguisse i personaggi così come mi ero immaginato sarebbe stato un post-Aliens. Ricordo inoltre che i fumetti non devono preoccuparsi di budget o di casting, quindi siamo essenzialmente liberi di portare la storia dove ci pare e creare l’azione più costosa ed esagerata possibile.

Voglio far notare che la scelta dell’artista ha avuto un certo impatto nella scelta della storia. L’inquietante e squisito bianco e nero di Mark Nelson della prima serie si prestava in modo perfetto all’horror. I colori pieni di Denis Beauveis della seconda serie erano più portati all’azione. E lo stile idiosincratico di Sam Kieth ha portato nella seconda serie a scene strambe.

Illustrazione di Denis Beauveis

SS: Considerando i temi che hai affrontato, come il mondo alieno, le creature che invadono la Terra e lo Space Jockey, ci sono state restrizioni da parte della 20th Century Fox, che magari voleva tenere questi elementi da parte per un film?

MV: Guardando indietro, dalla prospettiva di una carriera di 25 anni nel campo di fumetti, cinema e TV, sono stupefatto della libertà che ci venne concessa dalla Fox nei primi tre volumi. I ragazzi degli uffici della Dark Horse avranno combattuto guerre di cui magari non sono stato informato, ma posso solo ricordare due o tre “note” ricevute dalla Fox. Ed era roba di poco conto, tipo la raccomandazione di tenere i bassi i toni di alcune scene violente.

Faccio notare come mi sia stato chiesto di scrivere un’altra serie di Aliens nel 1994 o giù di lì, che se la memoria mi aiuta doveva essere ambientata sulla Terra, ma alcune faccende politiche si sono messe in mezzo e la storia è stata soppressa dalla Fox perché evidentemente (ed incidentalmente) era pericolosamente vicina a quella che stavano sviluppando loro, che poi si sarebbe trasformata in Alien Resurrection. Quell’esperienza spazzò via ogni mio interesse in ulteriori storie aliene, sebbene da allora abbia scritto un paio di one-shot con i disegni di Mark Nelson.

SS: La squadra di Marines androidi era una fantastica idea, e mi ricordano la replicante Rachel di Blade Runner, cioè quel tipo di intelligenza artificiale ignara di sé. Un’altra cosa interessante è che alla fine del numero 6 della prima serie l’umanità abbandona la Terra, abitata ora dagli alieni, il che mi ricorda la premessa di Battlestar Galactica. C’erano altre influenze per i fumetti, oltre ai film di Alien?

MV: Sono un fan accanito di fantascienza e quindi sono sicuro ci fossero altre ispirazioni, sebbene non possa ricordare omaggi precisi. Sicuramente al di là dei film di Alien sono sicuro che ci fosse un po’ di Blade Runner, ma l’idea dei Marines androidi venne fuori per semplice logica: se sei in grado di creare macchine umanoidi pienamente indipendenti, virtualmente capaci di ogni funzione umana, perché allora mandare umani nello spazio?

SS: I tre volumi sono stati un grande successo, e il modo in cui personaggi come Newt ed Hicks sono stati trattti è stato superbo. Però dopo Alien 3 i fumetti si sono dovuti modificare per adattarli al canone filmico: Hicks è diventato “Wilks” e Newt “Billie”. Penso che questa modifica nuoccia alla serie?

MV: La Dark Horse sentì che doveva fare quei cambiamenti così che quelle storie potessero nel canone alieno post-Alien 3. Questo permise ai fumetti di essere ristampati e io ho felicemente incassato le mie royalty, sebbene non abbia avuto nulla a che vedere con la modifica e sebbene preferirei che la gente leggesse le storie originali come le ho scritte all’inizio.

SS: Ho solo un’ultima cosa da chiederti: sai che Paul W. Anderson ha chiamato un personaggio del suo Alien vs Predator con il tuo nome? Un simpatico omaggio.

MV: Sono lusingato di aver avuto un personaggio con il mio nome nel primo AVP, sebbene i non abbia mai scritto nulla della serie AVP. Non ho mai incontrato Anderson ma credo che gli siano piaciuti i miei fumetti alieni. Visto però che il mio personaggio viene ucciso barbaramente… forse non gli sono piaciuti!

Io sono il numero 13…

Voglio ringraziare Mark Verheiden per aver sottratto tempo ai suoi impegni per rispondere alle mie domande.


L.

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