[1986-11] Aliens su “Linus” 260

Com’è possibile che l’impegnato, politicizzato ed intellettuale (o intellettualoide) “Linus” degli anni Ottanta si occupi di frivolezze americane come Aliens? Eppure è successo.
Riporto immagini e testo completo dell’articolo.


Cinema: modelli femminili ’86

Bruna, Delphine, Ripley

di Maria Nadotti

Che sia per caso o per necessità, fatto sta che la stagione cinematografica ’86/87 è cominciata sui nostri schermi con una carrellata densa e contraddittoria di personaggi al femminile. Prendiamone soltanto tre, i più estremi e, in una logica comparativa e interculturale, anche i più intriganti


Bruna di Storia d’amore del regista italiano Maselli, interpretata dall’ottima e sacrificale Valeria Golino.

Miseria da borgata e da poveri ma belli e politicizzati nel primo film. La protagonista, pur stremata e attonita per troppo lavoro dentro e fuori casa, levatacce e lunghe attese al capolinea dell’autobus, insiste a perseguire, in un’ingenua rivisitazione radicai emancipata, un sogno d’amore vecchio quanto il mondo, se pur variabile per oggetto. Immersa, chissà se per ragioni davvero narrative, in un universo compattamente maschile (fratelli, padre, due amori), Bruna se ne emancipa per eccesso. In altre parole fa sue anche le funzioni maschili, trasformandosi in una sorta di figura parentale, grande madre o grande padre non è chiaro, per tutti gli uomini che le stanno accanto, amanti inclusi. Una figura comoda, ma inevitabilmente e prima che poi da eliminare, come il buon Edipo comanda. E infatti, complici la vertigine, la gelosia, la stanchezza o la perdita di ruolo, Bruna, che all’inizio della sciagurata storia d’amore sembrava proporre nuovi modi e umori leggeri alle signorine di casa nostra, precipita – e non metaforicamente – fuori scena.


Delphine di II raggio verde del francese Eric Rohmer, interpretata dalla deliziosamente qualunque Marie Rivière.

Ambiente micro-borghese e domenicale per la Delphine di Rohmer: siamo in una Francia molto anni 80, tutta riflusso e solitudini. I rifiuti e il degrado delle ex vacanzierridenti spiagge della costa atlantica sono, neanche tanto tra le righe, indicatore retorico per omologare il destino della gente a quello di una natura che agonizza e per cui non c’è più spazio né tantomeno rispetto. In questo scenario qualunque, di fatti banali, di non situazioni e di conversazioni minimali e impietrite di luoghi comuni, la sottilmente crudele ironia del regista colloca l’attrice Marie Rivière e, a braccio o a ruota libera, le fa fare la parte di un tipo femminile, e certamente anche maschile, comunissimo: quella di chi senza amore si muore, intendendo per amore proprio il ragazzo, quello che rende rosea la vita, ci passi i fine settimana, ci vai in vacanza, insomma ci risolvi i problemi logistici e sentimentali in un colpo solo. A differenza di quello di Bruna, il giro di Delphine è totalmente e soffocantemente femminile. La nostra sembra avere un sacco di amiche, anzi addirittura una specie di gruppo tra l’amicale e l’autocoscienziale, capace di produrre abbandoni e tradimenti, ma anche solidarietà e salvataggi-tampone dell’ultima ora. Il problema però non sta nell’amicizia al femminile né nella ricerca di sé: cosa si fa da soli sulla spiaggia di Biarritz in pieno agosto, quando ogni metro quadrato sembra brulicare di famiglie, coppie, gruppi felici? Cosa ci sia poi andata a fare Delphine resta, almeno per chi scrive, un mistero, ma forse le storie qualunque vanno proprio così e chi non resiste alla nostalgia amorosa e crede che l’unica anestesia al dolore di un amore finito male sia un nuovo innamoramento non può che tornare sul luogo del delitto. Scenario privilegiato, va da sé, la vacanza di routine, dove non c’è nulla da guardare né da esplorare e ci si può concentrare su quell’istante magico, irripetibile, unico, alchemico, in cui si incontra l’anima gemella e, galeotta la rifrazione verdastra del sole al tramonto, si decolla per un volo che questa volta è davvero quello giusto, alias per la vita.


Ripley di Aliens dello statunitense Cameron, nell’interpretazione vigorosa e remota di Sigourney Weaver.

Per fortuna che c’è stata l’America, verrebbe da dire a questo punto, se non temessi di vedere scambiato per riferimento polemico a Linus di settembre il mio sospiro di sollievo. Proprio dagli States ci è arrivato infatti uno dei personaggi femminili più provocatori dell’ultima leva cinematrografica. La Ripley/Weaver dell’ottimo e pensoso, se pur super d’azione, Cameron è un modello estremo, ma perfettamente attendibile, di femminilità emancipata in senso nord-americano. Intanto si muove in un universo, e sin qui niente di nuovo, dichiaratamente androgino. Intendendo però per androgino non la combinazione sublime di maschile e femminile, di cui la sola Ripley è esempio compiuto, ma una sorta di scambio delle parti, di inversione dei ruoli: gli uomini sono fragili, isterici, fifoni e le donne sono forti, determinate, iper-macho. «Ti hanno mai scambiata per un uomo?», chiede a un certo punto uno dei maschi del film a una portoricana nerboruta e rambesca. «No, perché a te è capitato?», risponde lei. Ma andiamo avanti. Ripley, dai nervi e dai muscoli d’acciaio e dallo sguardo remoto e triste, si è emancipata dagli uomini, perché di veri uomini, leali/coraggiosi/dediti/onesti, in giro sembra ne siano rimasti pochi. Ripley si è quindi costruita in assenza o per difetto maschile. Per necessità. In questo senso non ha potuto o voluto imitare fino in fondo il modello e il piano degli uomini. Se mimesi c’è stata, non è certamente andata oltre un superficiale travestimento alla Schwarzenegger. Per il resto le sono rimasti, intatti e vincenti, i valori della migliore America matriarcale e di frontiera. Diciamo che la sua emancipazione somiglia più a quella di una single mother di colore del Bronx che non a quella di una single woman bianca dirigente d’impresa a Boston. La prima è una sopravvissuta vera, tutta resistenza, attaccamento alla vita, più dei figli che sua, e consapevolezza che dagli uomini, sempre che ce ne siano in circolazione, c’è poco da aspettarsi. La seconda vive in un mondo popolato di uomini, è in competizione con loro, per affermarsi deve insieme imitarli e farli fuori, in altre parole sostituirli. Ripley ha ben poco da sostituire e pochissimo da cercare: anche se grazie a un errorino tecnologico è stata in ibernazione per 57 anni, il caso o gli alieni le hanno voluto infatti regalare una maternità senza concepimento, del genere salvare la vita di una bambina vale più che darla alla luce. Di altro la nostra sembra non avere bisogno e non è un caso che accanto a lei e alla bambina Newt alla fine del film resti solo un uomo sintetico, per di più troncato a metà, l’unico veramente umano ed efficiente della situazione.

Che poi sul pianeta terra Ripley si riporti anche un biondo caporale, ferito/acciaccato e del tutto accessorio, tutto tremori, incertezze e bisogno di protezione, altro non mi sembra voglia dire se non che anche in America si preferisce coltivare a tutti i costi la classica illusione sentimentale del lieto fine. E poi, per dio, il tronco sintetico non poteva mica pretendere di fare da padre alla figlia di Ripley, e di madri capo-famiglia l’America ne ha già più che a sufficienza.


L.

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6 pensieri su “[1986-11] Aliens su “Linus” 260

  1. Ah, certo, “la classica illusione sentimentale del lieto fine”… poveri illusi 😛
    Fino a poco dopo la metà degli ’80 Linus lo comprai, saltuariamente, fino a stancarmene del tutto: la scricchiolante formula “fumetti e altro” mi andava sempre meno a genio quanto più diventava evidente come ai “fumetti” si privilegiasse di gran lunga “altro” (la storica rivista prima maniera che aveva fatto conoscere Jeff Hawke ai lettori italiani ormai se n’era andata per sempre). Ma che addirittura si fossero occupati di Aliens lo scopro solo ora: poco male visto il livello di “analisi” che, tra le altre perle, ci infila pure un caporale Hicks “del tutto accessorio” (certo, come no), “tutto tremori, incertezze e bisogno di protezione” (forse la Nadotti, persa nelle sue interpretazioni socio/politico/intellettuali/impegnate di parte, ha scambiato Hicks con Hudson)…

    Piace a 1 persona

    • Credo sia la prima volta che leggo per intero un articolo di “Linus”, rivista che sul finire degli anni Ottanta ho conosciuto tramite le fumetterie dell’usato ma che ho sempre frequentato per i fumetti. (Recentemente mi sono fatto la super-maratona della serie Doonesbury, dagli anni ’70 ad anni recenti!)
      Non ho mai gradito questo tipo di saggistica “schierata”, anche se ad essere onesto preferisco un articolo del genere al vuoto pneumatico delle riviste dal Duemila in poi.
      Essendo cresciuto con genitori abbonati a riviste tipo “Realtà sovietica”, riconoscevo a naso la noiosa retorica di parte e la saltavo a piè pari, in cerca di fumetti 😛 Paradossalmente oggi mi manca quella “retorica”: all’epoca sbuffavo quando gli adulti parlavano di politica, di socialismo, di imperialismo e via dicendo. Oggi, che sono adulto, quando sento parlare i miei coetanei di X-Factor vorrei picchiarli con una copia arrotolata di “Realtà sovietica” 😀

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