Making of Aliens 1: Building Better Worlds

Riporto a puntate la trascrizione del lungo documentario Superior Firepower: The Making of Aliens, contenuto nel cofanetto “Alien Quadrilogy” (2003) nel secondo disco dedicato ad Aliens (1986).


Superior Firepower
The Making of Aliens


2.
Building Better Worlds
From Concept to Construction

Gale Anne Hurd: La cosa bella di questo film è che avevamo abbastanza soldi da assumere consulenti esterni, cosa che non avevamo potuto fare nei film di Roger Corman e di Jim, e nemmeno in Terminator. Avevamo sempre ammirato personaggi con concezioni di design concept molto diverse. Syd Mead, che è veramente visionario, immaginava cose che non sempre funzionavano ma che erano meravigliose.

Syd Mead: Nel 1985 ero uno dei dodici giudici che dovevano eleggere Miss Universo in Florida. Ricevetti una telefonata da James Cameron, che mi aveva rintracciato attraverso il mio numero di Los Angeles. Mi disse: «Vorresti fare un film di fantascienza?» Io avevo già lavorato a 2010: l’anno del contatto (1984), Blade Runner (1982) e Tron (1982). Risposi: «Certo». Lui mi mandò il copione e quando me lo consegnarono rimasi sveglio tutta la notte per leggerlo, perché era dinamite pura, e tornando in aereo a Los Angeles iniziai a fare degli schizzi della Sulaco. Se ricordate, in Alien, la Nostromo sembrava una raffineria mobile con quelle torri. Non aveva un vero e proprio asse direzionale. James voleva qualcosa che avesse un asse direzionale. Io gli proposi una specie di sfera con una sporgenza sul davanti e con molte antenne.

Risultò totalmente inadatta per la messa a fuoco delle macchine da presa. L’astronave doveva passare davanti all’obiettivo e se fosse stata tonda o sferica, la messa a fuoco si sarebbe spostata dal profilo dell’astronave a un punto più vicino all’obiettivo. Ricevetti un suo schizzo della Sulaco

… e basandomi su quello gli proposi un altro disegno, un’astronave da carico armata lunga 250-300 metri, una sorta di lanciarazzi da trasporto. Questo era il concetto teorico che stava alla base del disegno.

Dal punto di vista tecnologico non era strana: non era da Star Trek. Era un veicolo realistico, dall’aria molto industriale. Quindi sia all’interno che all’esterno c’erano sovrastrutture, equipaggiamenti, componenti di superficie, pannelli e così via.

La drop ship era alloggiata sul fondo, in modo da potersi sganciare e deorbitare verso la superficie. Era tutto molto logico, adatto alle dimensioni con cui stavo lavorando, e andai avanti così sino a quando realizzai tutto il design concept.

Gale Anne Hurd: Ron Cobb aveva un passato di concept designer, la sua filosofia era: «Farò di più che disegnare qualcosa, vi dirò esattamente come farlo funzionare».

Ron Cobb: C’era molta collaborazione con Jim, anche lui faceva sempre degli schizzi e dava il suo contributo. Poi io scendevo nei dettagli, dei mezzi di trasporto, per esempio.

Li dovevamo costruire sia in miniatura che in dimensioni reali, dovevamo renderli funzionali e badare anche alle piccole cose. La parete interna, la colonna, i corridoi… Mi piace fare i corridoi.

Feci la camera di decompressione…

… e il centro di controllo della colonia.

Feci quelle due cose e anche i laboratori.

La sala operativa e quasi tutta la colonia.

Il casinò, il bar e le pessime condizioni atmosferiche.

Era tutto al suo posto.

Syd Mead: La drop ship che avevo disegnato doveva essere… Pensai: «Questa è la drop ship, esce dal fondo della Sulaco, si dirige verso la superficie del pianeta ad alta velocità». Quindi realizzai un velivolo a decollo verticale, simile ad un jet Harrier. Così quando si avvicinava alla superficie del pianeta, accendeva i propulsori e frenava. Si abbassava la rampa con il veicolo d’assalto, che era fissato alla rampa ma poi si sganciava. Doveva uscire rombando, perché era un veicolo d’assalto. Una volta che il veicolo si sganciava dalla navicella, uscivano delle armi che facevano fuoco per sgombrare il terreno davanti al veicolo. È un particolare che hanno ripreso nei bracci pieghevoli che si aprono così, ma secondo me sono troppo sottili.

Ron Cobb: L’America pensava ancora al Vietnam, quindi a mio parere, visto che Jim voleva mostrare una sorta di polizia coloniale nel film, doveva esserci un rimando subliminale al Vietnam. Per esempio la drop ship e il mezzo corazzato… Di certo la drop ship fu fatta in modo da assomigliare un po’ a un jet Phantom e un po’ a un elicottero Huey. Io e Jim avevamo parlato dell’argomento e poi ci dicemmo che ci eravamo riusciti.

Syd Mead: Quando iniziarono a costruire i set, per prima cosa costruirono la versione grande e poi il modellino corrispondente, quando di solito si fa il contrario.

Peter Lamont: Avevamo dei limiti. Syd fa delle cose assolutamente strabilianti, ma dovevamo anche considerare lo spazio che avevamo in studio.

Gale Anne Hurd: La cosa fantastica di Peter Lamont è che è capace di dare vita a questi fantastici disegni. Avendo lavorato ai film di James Bond, era capace di fare qualsiasi cosa, dalla più irreale alla più pratica. I suoi progetti erano veramente insoliti.

Peter Lamont: Jim sapeva che avevamo dei limiti con le cose che ci procuravamo nei modi più disparati. Volevamo che il carrello della navicella fosse molto grande. Allora alla RAF stavano demolendo i bombardieri Vulcan e mio fratello, che lavorava con me, andò a Swaffham nel Norfolk dove c’era un demolitore e affittò il carrello di un Vulcan. Lo portammo qui. I pattini d’atterraggio invece sono pezzi di un Canberra. Prendevamo roba da tutte le parti, ma messa insieme funzionava.

Ron Cobb: C’era una cosa che mi piaceva molto, sicuramente un po’ buffa, che purtroppo non si vede nel film. Non era stata fatta bene per via della troppa fretta. Volevo dipingere sul muso della navicella una grande figura minacciosa, come si faceva nella Seconda guerra mondiale. Quello che avevo proposto… Nel copione gli alieni venivano colloquialmente chiamati “insetti” (bugs) e i marines erano gli “schiaccia-insetti” (bug-stompers), quindi avevo disegnato un’aquila, come quella del simbolo dei marines, con grandi anfibi da combattimento, che spara con una mitragliatrice futuristica mentre i proiettili volano tutto attorno. Era disegnata in un cerchio sul lato del muso della navicella e il motto era: «Portiamo le specie all’estinzione».

Jim l’aveva fatta mettere sulle giacche ma poi nel film era piccola così: non la si vedeva, era troppo piccola. Non ce l’ho fatta, non sono riuscito…

Gale Anne Hurd: Girammo nella centrale di Acton, una centrale a carbone dismessa di Londra, Fu abbastanza difficile, ma era una location perfetta.

Peter Lamont: A Jim piaceva che tutti i corridoi e le scale fossero costituiti da grate, perché così guardando in basso si vedeva fino in fondo. Però era tutto arrugginito perché la centrale era in disuso da due o tre anni. Ma il problema principale fu l’amianto della coibentazione. Era una vecchia centrale a carbone rivestita ovunque d’amianto.

Gale Anne Hurd: Spendemmo molti soldi per la bonifica dell’amianto, in modo da girare il film senza pericoli. Una volta finito il lavoro, fu necessario controllare più volta al giorno la qualità dell’aria e scoprimmo che, dopo la bonifica, quell’aria era migliore di quella dei teatri di posa degli studi Pinewood.

Peter Lamont: Syd Mead ha un’immaginazione futuristica. Il suo veicolo corazzato era enorme. Le ruote avevano un diametro di tre metri. Avremmo potuto procurarci uno di quei grandi camion che si usano nelle miniere a cielo aperto, ma all’epoca ci venne in mente che la British Airways, a Heathrow, aveva dei veicoli per il traino degli aerei: le ruote di quei veicoli hanno un diametro di circa due metri. In quel momento stavano apportando delle modifiche a questi rimorchiatori, riuscimmo ad averne uno dei vecchi che aveva le ruote del diametro di due metri. Però c’era ancora un problema: pesava 75 tonnellate. Quando lo comprammo e lo portammo qui, gli togliemmo 35 tonnellate di piombo, e diventò la base dell’APC.

A quel punto dovevamo costruire l’interno. Facemmo un portellone da cui passavano tre persone. I lavori di conversione furono eseguiti dalla Lynn Cars di Slough. Ci fu ancora qualche problema quando lo portammo alla centrale: fummo costretti a rinforzare il pavimento. Quelle centrali hanno lo stesso numero di piani sopra e sottoterra, quindi dovemmo puntellare molto. Si vedeva quasi il pavimento che si curvava, ma alla fine andò tutto bene.

Avevamo dei limiti di budget. Per i lavori di costruzione avevamo 1,5 milioni di dollari, che non è molto se si pensa a quello che stavamo tentando di realizzare. Stavamo lavorando alla casa di Ripley e Syd propose un progetto dell’appartamento. Lui sa essere molto complicato, quindi lo semplificai un po’, usai la formatura sottovuoto per fare i vari elementi, e aggiungendoli o sottraendoli potevamo modificare l’ambiente.

Il piccolo WC era di un 707 della British Airways che avevamo comprato in blocco. Quando lei si sveglia dopo aver sognato di nuovo il chestburster, si sciacqua con dell’acqua uscita davvero dal rubinetto. Tutto l’ambiente era come doveva essere. Ricordo che Gale un giorno, con Tim Hampton, mi disse: «Stiamo finendo i soldi: possiamo risparmiare un po’?» E io: «Solo dove non li abbiamo spesi. Il set è costruito, lì non abbiamo risparmiato. Se non giriamo il film, si risparmierà solo il tempo che serve per girarlo». Allora lei disse: «Che cosa non abbiamo ancora fatto finora?» E io: «Il meccanismo dell’ipersonno». E lei: «Tagliamolo». Allora io dissi: «Non lo possiamo tagliare, è parte integrante del film». Tornai nel mio ufficio e ci pensai, poi andai a parlare con Jim. Gli dissi: «Dobbiamo avere il set, costi quel che costi. Ma c’è un problema con l’ipersonno: se vuoi un sistema pneumatico e idraulico, costerà un bel po’ di soldi».

Quando gli dissi: «Potremmo lavorare alla vecchia maniera, con i cavi…» Avevamo già costruito una delle capsule, o meglio solo la struttura base. Gli dissi: «Se usiamo uno specchio, la possiamo raddoppiare. E se ne usiamo due, sembreranno un’infinità, con dentro migliaia di persone».

È un vecchio trucco, usare un grande specchio. Avremmo dovuto duplicare tutto, come ho fatto nella mia sala da pranzo. (ride) Credo che con tutta quella roba vecchia riuscimmo ad ottenere un fantastico set. Usammo tutto quello che avevamo. Gli armadietti venivano dal set che avevamo usato per l’armeria, e c’erano dei vecchi distributori automatici. Se si guarda attentamente, dietro ogni capsula ci sono grandi strutture circolari: erano motori di elicotteri. È pazzesco quello che si può fare.

Ron Cobb: Ero molto contento dei risultati ottenuti. Durante le riprese ci si preoccupa molto, finché non si vede il materiale montato. A volte fino al montaggio… Magari un set non sembra funzionare finché non lo si vede ripreso con le luci giuste: all’improvviso prende vita. Si rimane sulle spine finché non lo si vede, ma poi ci si convince che va bene. È bello, funziona nell’insieme.


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