[2017-10] Predator: If It Bleeds…

Con apprezzata puntualità il 17 ottobre 2017 è apparso sul mio Kindle l’eBook che avevo già comprato in prevendita: If It Bleeds, la prima grande antologia di racconti inediti sui Predator.
Targata ovviamente da Titan Books.

For Kevin Peter Hall, the original Predator… and Jonathan Maberry, for friendship

Con questa dedica il curatore Bryan Thomas Schmidt si riallaccia al Maberry che ha curato un’antologia simile, Aliens: Bug Hunt, che ha aperto la vita di quello che si spera sarà un fiume in piena di antologie aliene targate Titan Books.

If we write it, they will come. If it bleeds, we can kill it.

E con questo affiancamento – che fonde Predator (1987) con una parafrasi dal mitico L’uomo dei sogni (Field of Dreams, 1989) – Schmidt vince tutto e fa capire che sarà un libro scritto col cuore e tanta passione.

Purtroppo queste ultime parole – scritte prima di leggere il libro – si schiantano contro l’evidenza: questa antologia è un “titanico” passo falso della Titan Books. Un’opera bruttissima scritta da chi un Predator forse l’ha visto solo su Google Immagini, autori a cui non frega niente del personaggio – anche se ci sono nomi che addirittura ci hanno scritto libri interi! – e che tirano fuori raccontini svogliati assolutamente indigesti.

A parte Three Sparks, che è delizioso, ogni racconto che presento qui di seguito è robbetta da due soldi, da dimenticare.


Indice:


Introduzione
di Bryan Thomas Schmidt

Nel giugno del 1987 la 20th Century Fox ha lanciato un nuovo franchise fanta-thriller riguardante degli alieni cacciatori che arrivano sulla Terra per cacciare umani: così nacque Predator. Nato per la star nascente Arnold Schwarzenegger, che era già diventato un’icona grazie a Conan e a Terminator, il film guadagnò sei volte il proprio budget e nacque il franchise. Fu subito messo in cantiere un seguito in forma di fumetto dalla Dark Horse Comics. Ci sarebbero stati romanzi, crossover con il popolare Alien della Fox ed altri film, tutto per soddisfare il crescente entusiasmo dei fan.

Le storie in questo volume sono pensate per celebrare il 30° anniversario del franchise in quanto fa che sperano in futuri sviluppi dei Predator. Abbiamo lavorato su fonti precedenti – come i tre film, i fumetti della Dark Horse e vari romanzi: fra le storie incluse in questa antologia troverete prequel e sequel di quelle vicende.

Scrittori già impegnati in precedenza in questo universo – Tim Lebbon, Kevin J. Anderson, Steve Perry, S.D. Perry e John Shirley – sono tornati a scrivere nuove storie per noi. Poi ci sono autori nuovi con nuove storie, comprese alcune grandi avventure che documentano le attività dei cacciatori intergalattici attraverso la storia umana, prima e dopo la nostrà epoca.

Ci sono 16 nuove avventure che spaziano da società future ai Vichinghi, dagli antichi samurai fino alla Guerra civile americana, con la presenza anche di reagli figure storiche molto familiari. L’obiettivo era presentare avventure divertenti per dare ai fan ciò che noi ci aspettiamo ed amiamo dalle storie su Predator: tanta azione, begli spunti e l’ingenuità umana contro l’intelletto alieno, con la sua tecnologia superiore.

Essendo io stesso fan di Predator, è stata una gioia mettere insieme questa antologia. E spero che i miei fan proveranno la stessa gioia leggendola. Per me, una delle ragioni per cui amo Predator è la sua cultura sofisticata, il suo linguaggio, le sue strategie e l’etica dei cacciatori hanno scelto come codice di comportamento, che li rende molto più interesanti e impegnativi di molti loro avversari. I romanzi, i fumetti e i film hanno aiutato ad espandere quei miti in modi interessanti. Così come fanno queste storie.

Questo libro celebra sia il passato che il futuro di questo universo narrativo eccitante. Speriamo che evochi buoni vecchi ricordi e ne crei di nuovi, mentre rimaniamo in attesa di nuovi appassionanti capitoli della nostra saga preferita. Se lo scriviamo, loro arriveranno.

Se sanguina, possiamo ucciderlo.

Bryan Thomas Schmidt,
Ottawa, KS, gennaio 2017


Devil Dogs
di Tim Lebbon

La capitana Akoko Halley e la sua nave Doyle – un cacciatorpediniere (destroyer) di Classe Sleek – sono ingaggiati dalla Compagnia per una missione di indagine e nel caso recupero. Si sono persi i contatti con la stazione di ricerca Trechman Two, della ArmoTech, dieci bilioni di chilometri al di là dell’orbita di Plutone.

Partita da Charon Station, il principale quartier generale dei Colonial Marines all’interno del Sistema Solare, Halley si ritrova ad avere come superiore il civile Del Kalien, della Sezione Sette: un gruppo di ex marine ai diretti comandi dei tredici soci della Compagnia. Del Kalien rappresenta in tutto la Compagnia ed ha potere decisionale assoluto.

Come se non bastasse, sulla Doyle viaggiano anche dei soldati del 39° Spaceborne, noti come Devil Dogs: marine superaddestrati che, seguendo i dettami del genere, saranno i primi a morire. A morire male.

Appena arrivati alla stazione di ricerca la situazione è subito chiara: da una delle vetrate si vede all’interno uno Yautja, ma in giro non ci sono astronavi che possa aver usato per arrivare. Probabilmente è stato portato lì. Perché?

Tim Lebbon finalmente ha abbandonato il suo terrificante stile “alla Star Wars”, con cui ha scritto la pessima trilogia di romanzi Rage War, e ha capito che il mondo alieno è fatto di ben altra pasta. Qui in un breve spazio è riuscito a ricreare atmosfere da Colonial Marines, con tanto di uomo della Compagnia mellifluo e inaffidabile, poi ci ha inserito un Predator reduce da chissà quali esperimenti quindi parecchio incacchiato. Insomma, roba buona! Spero che un futuro suo nuovo romanzo alieno rispetti questi elementi…


Stonewall’s Last Stand
di Jeremy Robinson

Chancellorsville, Virginia. 2 maggio 1863. Questo vuol dire che ci ritroviamo a metà della Battaglia di Chancellorsville (Lee’s perfect battle), dove la vittoria dell’Armata Confederata di Lee verrà smorzata dalla tragedia della morte di Thomas “Stonewall” Jackson, colpito da fuoco amico. Siamo sicuri che sia andata proprio così?

«Se mi volto e non vedo le vostre facce rivolte a fissare il nemico negli occhi, vi pianterò un proiettile nella nuca io stesso.» Così Stonewall Jackson fomenta le proprie truppe di grigio vestite. «Lo stesso vale per me. Se mi vedete correre via dal nemico, con la paura negli occhi, allora non sono più il vostro generale!» Si punta un dito in fronte. «Mettete pure una pallottola qui.»

Quella notte Stonewall organizza con alcuni uomini fidati una ricognizione nella foresta che separa i due fronti, ufficialmente per acquisire informazioni sull’esercito nemico, spiandolo di nascosto, ma più concretamente per fare qualche vittima col favore delle tenebre. Né lui né i suoi rudi uomini – gente cresciuta nelle paludi e rotta ad gni esperienza – immagina il nemico invisibile e letale che li aspetta nel fitto della foresta…

Molto intrigante calare un Predator in un vero evento storico, come già fatto in precedenza da alcuni fumetti, ma proprio come in quei casi la storia rimane forse un po’ troppo “leggerina”. Il Predator è sempre nell’ombra, quindi i protagonisti sono personaggi della storia americana che non sembrano avere tutto il carisma che gli americani credono, o più semplicemente non sembrano avere i numeri per essere protagonisti. Un racconto simpatico ma niente di più.


Rematch
di Steve Perry

Vi ricordate il fumetto Predator: Cold War (1991), che peraltro ho avuto l’onore di leggere appena uscito? Lì il grande Mark Verheiden continuava a raccontare la storia che aveva iniziato con Predator: Heat (1989), storia che poi è stata rimaneggiata per il film Predator 2 (1990) e ristampata (e novellizzata) con il titolo Predator: Concrete Jungle.

Dalla “giungla cittadina” Mark ci portava tutti in Siberia, dove Schaefer – fratello del Dutch del film Predator (1987) – aiutava i sovietici ad affrontare un’invasione di Predator, trovando valido aiuto nella grintosa tenente Ligachev. Ma cosa è successo poi a questi due personaggi? La Dark Horse ha cambiato direzione alle sue storie su Predator e quell’universo narrativo si è arenato: ci pensa Steve Perry, nel 2007, a rimaneggiarlo scrivendo Predator: Turnabout.

Non ho letto il romanzo perché è fra quelli rarissimi da trovare dell’universo alieno – ringrazio Aesir per la dritta – ma dalla trama mi sembra che Perry abbia fatto un po’ il furbo, riadattando la tematica mutatis mutandis: la Siberia è diventata l’Alaska, Schaefer è diventato Sloane e la sua compagna d’azione Maria. Ma la storia non sembra discostarsi molto da Cold War, di cui questo racconto potrebbe benissimo essere il seguito, invece di continuare le vicende di Turnabout.

Sono passati nove anni dagli eventi dell’Alaska, e in questo tempo Sloane ha sempre mantenuto attivo il suo sesto senso: è sempre stato più che sicuro che i Predator sarebbero tornati a vendicarsi di lui e della sua donna. E infatti nella sua isolata casa fra le foreste dell’Oregon arrivano Nakande e Vagouti: Perry prosegue la strada iniziata con la figlia vent’anni fa e utilizza il suo stile nel descrivere la cultura yautja. Però almeno li fa parlare “in inglese” con le virgolette, invece di blaterare e poi auto-tradurre, come faceva la figlia…

C’è un particolare: Vagouti è una “lei”. Magari due parole in più su questo aspetto abbastanza inedito sarebbero state gradite…

«I federali sanno di loro», dice Mary, perché in questo filo narrativo cine-fumettistico – che inizia con il film del 1987 e conitnua con le storie di Mark Verheiden – sezioni del Governo stanno cercando di controllare i Predator e fanno fuori chi va a rovinare i loro piani. Quindi nessuno aiuterà la coppia, se non loro stessi.

Malgrado le ottime premesse, e il fatto che Steve Perry sia l’autore dei primi due meravigliosi libri dell’universo espanso – Il nido sulla Terra (Earth Hive, 1992) e Incubo (Nightmare Asylum, 1993) – il racconto procede in modo appassionato ma dura un soffio, lasciando parecchia amarezza per quello che avrebbe potuto essere: è tutto molto sbrigativo mentre invece era un ottimo spunto su cui spendere qualche pagina in più. Peccato.


May Blood Pave My Way Home
di Weston Ochse

Messico centrale, 1916. Il tenente Providence Pope guida un reparto dei Buffalo Soldiers, il celebre reggimento formato da afroamericani che dava la caccia a Comanche e Apaches lungo il confine. Proprio inseguendo dei Comanche i soldati si scontrano con un genere totalmente diverso di guerrieri.

Alcuni Yautja piombano nel campo dei soldati e inizia uno scontro a fuoco, finito il quale arriva un indiano che parla a nome dei nanisuwukaitu – questo il nome comanche dei Predator. Se quattro soldati affronteranno quattro guerrieri e almeno uno vincerà lo scontro, i Buffalo Soldiers potranno andarsene liberamente, altrimenti verranno massacrati dagli Yautja.

Pope e altri tre accettano e si ritrovano ad affrontare all’arma bianca dei guerrieri di bassa statura – non viene specificato se siano giovani o semplicemente bassi! – in modo che lo scontro sia pari. Solo Pope e un altro vincono, e a quest’ultimo gli Yautja propongono di unirsi a loro così da insegnare le tecniche di combattimento utilizzate. (Che in realtà non erano gran che.)

Il racconto è davvero strano, si prende certe libertà che forse avrebbero meritato maggiore spiegazione, invece del nulla assoluto. Per esempio gli Yautja parlano benissimo inglese: dove l’hanno imparato? Cadono dalle nuvole quando scoprono che gli umani cacciano altri umani, il che non mi sembra proprio un’idea ispirata. E in un guizzo di buonismo indiano gli Yautja parteggiano per i Comanche.
L’ho trovato un racconto non brillante, sebbene intrigante e scorrevole nella lettura.


Storm Blood
di Peter J. Wacks e David Boop

New Orleans, 29 agosto 2005. Il sergente Lejeune della Guardia Nazionale insieme ai suoi uomini sta portando aiuto alle vittime dell’uragano Katrina. Trova un ragazzino svenuto che stringe una videocamera: lo salva e cede alla curiosità di vedere cos’abbia registrato… non volendo però credere che la creatura in esso mostrata sia reale.

Tutti pensano che sia un filmato amatoriale di fanta-horror, invece un Predator è davvero attivo durante l’uragano: una creatura che i testimoni chiamano rougarou, in un qualche dialetto locale.

Lo confesso, non c’ho capito una mazza di questo racconto, che alterna continuamente cose dette nel filmato della videocamera e cose che succedono “davvero”, con situazioni confusionarie molto difficili da seguire, visto che sto comunque leggendo in una lingua straniera.
Non mi sembra che valga la pena ammazzarsi a capire ‘sta roba, che mi sembra scritta pensando più al cinema del found footage che alla narrativa, per cui passo oltre.


Last Report From KSS Psychopomp
di Jennifer Brozek

Il piccolo vascello Psychopomp del capitano Ahmed è specializzato nell’abbordare relitti spaziali e spolparli: dare soccorso ad eventuali superstiti è un obbligo, quindi non c’è ricompensa, ma tutto il resto è puro guadagno. Non sfugga il fatto che questo “spolpatore di cadaveri” prende il nome da una parola che esiste anche in italiano, sebbene ormai dimenticata – psicopompo significa “traghettatore (pompo) di anime (psyke)” – e qualche decennio fa da noi si usava al posto di becchino (o “cassamortaro”, a Roma).

Stavolta però l’equipaggio della Psychopomp si ritrova ad attraccare al grande incrociatore Oxenham, un titano che galleggia inerte nello spazio: perché una nave senza alcun apparente malfunzionamento se ne sta andando lentamente alla deriva? Perché una grande nave intatta non dà segni di vita? Tutti salgono a bordo e scoprono la mortale verità: c’è un “fantasma” a bordo che sta uccidendo tutti.

La prima parte è molto buona, quella classica da “esploriamo il relitto” – una tematica da Ghost Ship che già Paul Anderson aveva trasportato nello spazio con Punto di non ritorno (1997) – ma poi svacca tutto, e di brutto. La Brozek sceglie di evitare problemi e non mostra mai il Predator, se no poi tocca descriverlo, quindi abbiamo questi personaggi che corrono di qua e di là con un “fantasma” che li insegue: ma cos’è, un episodio di Scooby-Doo?

Un altro racconto dimenticabile…


Skeld’s Keep
di S.D. Perry

Anno Domini 820. Non viene specificato ma siamo fra la popolazione del Nord Europa, e più precisamente fra un gruppo di Vichinghi che si è visto soffiare dal nemico la fortezza di Skeld (Skeld’s Keep). Di ritorno dalle sue esplorazioni, Jarl figlio della Spada decide di ripartire con i suoi guerrieri sia per riconquistare la fortezza – con il sogno di tenerla per sé – sia di combattere quelle strane creature in cui si dice che Skeld stesso si sia trasformato: i draugar. (Originariamente il draugr era un fantasma, ma in pratica era lo zombie della cultura nordeuropea!)

Quando il manipolo di 17 guerrieri Vichinghi parte per la sua missione, altri guerrieri – in realtà cacciatori – tirano un sospiro di sollievo: finalmente si entra in azione!

Da giorni infatti la vita di quel villaggio vichingo era spiato da un’astronave Yautja, sospesa invisibile. Questa è la nave di Tli’uukop, detto One Eye, nobile guerriero che dopo la ferita in battaglia in cui ha perso un occhio (e da cui prende il nome) si è ritirato con onore, decidendo di diventare istruttore di giovani caciatori. Non addestra Unblooded («creature faticose, che tremano per la sete di sangue e per l’inesperienza») bensì nobili Blooded di gran casta, guerrieri già valorosi che potrebbero guidare una propria caccia, ma preferiscono specializzarsi con un istruttore di nobile fama.

Fra gli allievi (students) di One Eye troviamo Shriek (“Strillo”), un eccellente guerriero, «alto ed ossuto», che non perde occasione per gettarsi in battaglia: il suo nome deriva dal suo distintivo grido di battaglia.

Poi c’è Ta’roga, un portento con la spada (prodigy with a fixed blade) ma forse un po’ troppo sicuro di sé. È lui che pronuncia la frase dell’anno: riferito agli umani dice «Loro indossano la pelle, non l’armatura». Un genio!

Preferisce invece rimanere in silenzio Kata’nu, figlio di Esch’ande, il che automaticamente lo rende il più saggio della compagnia. One Eye lo considera il più promettente: le sue capacità fisiche non sono avanzate come quelle di Shriek o di Ta’roga, ma nella leggerezza della sua gioventù preferisce guardare prima di giudicare, e pensare prima di parlare.

I quattro Yautja ormai disperavano di trovare una missione al loro livello, e a stare tutti stretti in un’unica nave cominciava a dare problemi di… odore! «Il denso muschio della loro agitazione riusciva a malapena ad essere filtrato dall’impianto di areazione della nave» (The thick musk of their agitation was barely filtered by the ship’s cyclers) Scopriamo così che secondo la Perry i Predator quando sono agitati… hanno le ascelle pezzate di muschio!

Quando gli allievi gli fanno notare che dare la caccia a un gruppo di umani muniti di armi così primitive forse non è una sfida degna per loro, One Eye li ammonisce con sagge parole:

«[Gli umani] sono troppo deboli per combattere, troppo piccoli e troppo semplici. Ma sanno pensare, sanno ragionare ed adattarsi. Cacciatori d’esperienza sono stati battuti da loro combattendo sullo stesso piano.»

Quindi per la Perry da molto tempo prima del IX secolo i Predator bazzicavano le società umane, venendo addirittura battuti in alcuni casi.
Comunque One Eye dà ordine ai propri studenti di studiare bene a distanza le mosse degli umani, prima di iniziare la caccia. Sentendoli fomentati un po’ troppo e concentrati solo sui trofei, così li ammonisce:

«La Caccia è la pratica della Caccia: è un’esperienza, non un obiettivo»
(The Hunt is the practice of the Hunt. It’s an experience, not a goal).

Tante belle parole che si scontrano subito coi fatti: malgrado i tre allievi siano già Blooded Warrior che potrebbero addirittura guida una loro caccia, si fanno beccare come dei pivelli alle prime armi. Ma la cosa assurda è che questi Predator che dovrebbero essere guerrieri fatti e completi… hanno paura degli umani! Ta’roga si spaventa a sentire quanto urlano e a vederli corrergli addosso con le loro frecce, come se un Predator con tanto di armatura possa spaventarsi per quattro temperini!

La nobile caccia finisce immediatamente in vacca, non c’è che un appostamento di pochi minuti prima dello schifìo, ed ora Ta’roga e Shriek sono feriti e sanguinanti. Una volta al riparo One Eye pensa che sarebbe suo diritto uccidere i due allievi che si sono rivelati così incapaci, ma vuole essere magnanimo: in fondo stanno ancora imparando (ma non erano già “imparati”?) e poi l’ultima volta che lui è andato a caccia di umani mica c’erano guerrieri così preparati. (Espressione molto discutibile: secondo l’autrice prima dei Vichinghi nessuno sapeva combattere?)

Intanto Kata’nu ha inseguito gli umani, non visto, ed essendo il più furbo della compagnia, quand’è che si mostra ed affronta i guerrieri? Quando questi sono arrivati alla Fortezza di Skeld così che invece di una decina deve affrontarne cento! Per fortuna arrivano in suo aiuto i suoi due compagni feriti: ammazza che combriccola di buffoni! Strano che riescano ad ammazzare qualche umano, visto la loro totale inettitudine.

Non un minimo di strategia, non un minimo di capacità in qualsiasi aspetto di una caccia o di uno scontro, non un solo momento in cui avessero motivo di considerarsi Blooded Warrior invece che cazzoni dello spazio: ma che razza di Predator ha messo in campo la Perry? Va bene che è abituata a scrivere novelization, quindi le storie aliene inedite magari non le piacciono, però un pochettino poteva sforzarsi: invece i suoi guerrieri usano esclusivamente l’invisiblità come arma, e andare a caccia nelle terre nordiche d’inverno… con la neve che cade… non è proprio un colpo di genio…

Un’altra storia inutile, in quest’antologia finora più che deludente.


Indigenous Species
di Kevin J. Anderson

Davin è stato un sognatore, uno di quelli che convincono cento persone – fra parenti ed amici – ad andare su un pianeta disabitato e colonizzarlo. Davin è uno di quelli che viene subito nominato capo della comunità di Hardscrabble (qualcosa tipo “scarabeo duro”), perché è l’unico in grado di convincere i coloni che quello è un nuovo mondo. Quando invece è un pianeta arido in mezzo al nulla, lontano dalle rotte e dove non arriverrano rifornimenti. Né potranno andarsene, se poi ci ripensano.

Passa un anno e il pericolo maggiore del pianeta è il gruzzly: così i coloni chiamano un enorme incrocio fra un orso e un dinosauro, predatore feroce contro cui si sono dovute alzare palizzate. Si è trovato l’equilibrio… fino al giorno in cui si rendono conto che un nuovo predatore è arrivato sul pianeta. Un nuovo predatore è arrivato nella colonia. Un nuovo predatore… che si fa un baffo dei predatori già noti. Stavolta un paio di palizzate non basteranno a difendere Hardscrabble.

Quando gruzzly e Predator arrivano alla colonia, è tempo di decidere il da farsi. Davin sente il peso della responsabilità su di sé ed affronta il pericolo: un gesto suicida, visto che i coloni non hanno altro che qualche plasma rifle. Ci penserà suo figlio Jerrish a dimostrarsi un cacciatore molto più valoroso, affrontando un gruzzly e guadagnandosi la stima e il rispetto dei Predator: per questa stagione, la colonia rimarrà al sicuro.

Anche in questo racconto i Predator sono i grandi assenti, ma Anderson è un narratore consumato e scrive un racconto comunque godibile.


Blood and Sand
di Mira Grant

Montana, 1933. Due ragazzini si inoltrano nel deserto di nascosto dalla zia e incontrano il Diavolo: che quest’ultimo assomigli ad un Predator è giusto un’ipotesi.

Il racconto è scritto così male che non merita altra attenzione.


Tin Warrior
di John Shirley

Riuscire ad abbattere un’astronave Yautja è un gran bel colpo per l’esercito umano: se il Predator preso prigioniero non è molto collaborativo, di sicuro carpire la tecnologia della sua specie è un’occasione irresistibile. Così dopo un paio di esperimenti nasce il Mark III: un’armatura umana costruita con tecnologia Predator. Roba da far svenire per l’emozione qualsiasi esercito…

Nialls è il soldato che ha l’ingrato compito di affrontare il Predator prigioniero in campo aperto, munito solo della Mark III: non va male, Nialls sopravvive, ma scopre che il cacciatore alieno è troppo scaltro per lui: alla fine dello scontro il Predator fugge. Il pericolo è che raggiunga il centro urbano più vicino, e non c’è tempo di organizzare le difese: l’esercito dà a Nialls il compito di inseguire l’alieno, già che è in armatura.

Il Predator è un combattente onorevole, mentre i pezzi grossi dell’esercito non lo sono: i mezzi mandati a far fuori l’alieno in realtà dovranno fare piazza pulita anche di eventuali testimoni, perché nessuno deve sapere gli esperimenti che vengono condotti in quella base. Quindi Nialls dovrà guardarsi le spalle dai suoi compagni umani molto di più che dal cacciatore alieno.

John Shirley è un autore di lunga data e grande professionalità – ho adorato il suo Specialista, eroe action degli anni Ottanta! – quindi anche in questo frangente se la cava molto bene, anche se la sua storia è tutta “umana” e il Predator ha pochissimo spazio.


Three Sparks
di Larry Correia

L’estate è arrivata potente, in Giappone, più calda di quanto si ricordi. E nella città di Aokigahara è arrivato un oni, uno spirito demoniaco che sta uccidendo ogni valoroso guerriero che trova sulla sua strada. Lo shogun Minamoto Yoritomo decide quindi di richiamare uno dei più fenomenali guerrieri che abbia mai avuto al proprio servizio.

Il capitano Nasu Hiroto è un eroe della battaglia di Dan-no-ura e della battaglia di Kurikara, è un maestro spadaccino e campione di tiro con l’arco del clan Minamoto. Nasu Hiroto è un uomo che vive per combattere, e quindi soffre a stare in pace: quando lo shogun, cessata la guerra, l’ha messo ad insegnare invece che a combattere, Hiroto ha preferito andarsene e diventare un ronin, un samurai senza padrone.

Si dice che abbia dato la caccia alle tigri nelle giungle di Tenjiku e ai grandi orsi bianchi delle desolante lande del nord del Joseon. Cambiano gli animali e le località, ma il concetto rimane sempre lo stesso: Hiroto è il miglior cacciatore del Giappone e lo shogun vuole che metta fine alla letale attività dell’oni di Aokigahara.

Hiroto accetta e parte per il villaggio in questione, affiancato da Ashikaga Motokane ed altre cinque guardie del corpo. Gente che lo shogun gli ha affiancato ufficialmente come man forte, ma in realtà perché non si fida poi così tanto del ronin: quest’ultimo è contento di essere seguito da così tante esche da lanciare in pasto alla bestia che dovrà cacciare. Parlando però con il capo del villaggio, capisce che al contrario delle belve feroci – che assaltano le prede più deboli – questo misterioso fantasma dà la caccia alle prede più forti. E il suo attacco è preceduto da tre lucette a forma di triangolo: per questo i paesani lo chiamano Three Sparks.

Inizia quello che è senza dubbio il miglior racconto a questo punto dell’antologia, sia per l’intrigante idea sia per l’ottima scrittura, davvero appassionante. Assistiamo ad un cacciatore del medioevo giapponese che deve imparare in fretta le tecniche del Predator per poter capire come poterle aggirare e poter avere la meglio su un avversario così incredibilmente superiore. Non sarà facile, ma si può fare…

Il colpo di genio davvero delizioso arriva quando lo shogun, ringraziando Hiroto per il suo servizio, gli propone un nuovo incarico. Il Predator è un cacciatore che agisce nell’ombra, invisibile e letale, che uccide i propri obiettivi in silenzio e senza tutta quella teatrale procedura dei samurai: servirebbe che Hiroto uccidesse i nemici dello shogun con quel sistema. Ecco dunque che Hiroto diventa… il primo ninja!


The Pilot
di Andrew Mayne

Degli strani segnali sono apparsi sui radar puntati sulla Siberia. Il comandante Moore parte in volo per indagare di nascosto, ma viene colpito e cade a terra. Preso dai comunisti e interrogato da soldati col colbacco, lui e il prigioniero cinese Ping riescono a fuggire perché la base è attaccata dai Predator….

Non sono riuscito a capire di più perché la vergognosa buffoneria di questo racconto mi rendeva cieco. Voglio di cuore sperare che fosse ambientato durante la Guerra Fredda, perché lo sfoggio disinibito di ogni più putrido stereotipo e volgare luogo comune da filmetto di serie B è troppo esagerato per pensare al 2017. Visto però che l’autore – va be’, “autore”… – è in questa data che ha scritto ‘sta porcata, fa comunque male al cuore.

Un’altra inutile stupidata in questa pessima, pessima, pessima antologia. Dove c’è ogni tipo di minchiata al mondo… tranne i Predator.


Buffalo Jump
di Wendy N. Wagner

Coyote Creek, Oregon del sud. Una città mineraria non certo grande ma lo stesso lo sceriffo Johnny Anderson ha il suo bel daffare, fra teppistelli locali e ladruncoli che sognano di fare il colpo grosso rubando ai minatori. Un giorno però arriva in città un pericolo inaspettato: un “qualcosa” mai visto prima, un mostro… che rapisce Mina, la figlia di Anderson.

Ora i Predator si mettono a rapire ragazzine? Perché non far indossare loro anche dei baffoni a manubrio, con cilindro e mantello? Quando pensi di aver toccato il fondo, ecco che arriva un’altra porcata di racconto a farti scavare. E ovviamente anche qui i Predator fanno giusto una vaga comparsata: se fosse stato qualsiasi altro mostro sarebbe stato uguale.


Drug War
di Bryan Thomas Schmidt ed Holly Roberds

Siamo a Rio de Janeiro, in Brasile, e ad una fiera delle armi da fuoco incontriamo una nostra vecchia conoscenza: l’anziano capitano Mike Harrigan, ritirato dalla Polizia di Los Angeles. Sono passati venticinque anni dagli eventi del film Predator 2 (1990) e Harrigan in pensione è stupito dall’incontrare un altro testimone dei passati eventi: Garber, che nel film era interpretato da Adam Baldwin.

L’ex federale dopo lo scontro con il Predator si è dato alla vendita di armi da fuoco, con la società Legends, Inc. – Legendary Tech, Legendary Power – e ora sta provando a piazzare in Brasile un fucile super-potente, illegale negli Stati Uniti. (Sappiamo bene che gli americani amano fare all’estero quello che non vorrebbero mai si facesse a casa loro.)

Harrigan e Gerber non hanno il tempo di ricordare i lontani fatti di Los Angeles che riconoscono subito i segni di una “caccia” che sta per svolgersi proprio lì: inizia un rutilante susseguirsi d’azione del tutto privo di interesse, e anche qui se invece dei Predator ci fosse qualsiasi altro personaggio non cambierebbe molto. Sicuramente è bella l’idea di una “caccia” nelle favelas, in mezzo a criminali armati fino ai denti, ma è tutto buttato via senza molta convinzione.

Una curiosità. Uno dei Predator parlanti – ovviamente non capiti dai protagonisti – d’un tratto tira fuori un cubo che mostra ad Harrigan, strano oggetto da cui parte una specie di ologramma che mostra la registrazione di alcune scene dello scontro svolto fra i quartieri poveri di Rio de Janeiro: possibile che una civiltà così avanzata tecnologicamente… abbia un “proiettore” così arcaico?


Recon
di Dayton Ward

Vietnam, Provincia di Quang Tri, gennaio 1968. Il sergente Daniel Roland e il suo plotone cerca di sopravvivere alla guerra nella giungla, ma nessuno di loro immagina che il nemico è ben più pericoloso dei Vietcong. Fra gli alberi infatti Nk’mecci, Blooded Warrior per la prima volta in caccia solitaria sulla Terra, è in attesa che gli umani cadano nella sua inesorabile trappola.

Nk’mecci è un guerriero talmente esperto… che gli umani lo vedono subito e lo inondano di piombo: è un guerriero talmente onorevole che muore come un coglione, esattamente come ogni altro Predator di questa antologia. Fa però in tempo a rimandare indietro la propria astronave con un messaggio: qui sulla Terra si caccia bene. Avrebbe dovuto aggiungere che si muore anche facilmente…


Gameworld
di Jonathan Maberry

Se passate per la fascia di asteroidi fra Marte e Giove, fermatevi a fare una vacanza su Gameworld: un pianeta dove tutti combattono contro qualsiasi cosa – umano, animale o alieno che sia. Ogni giorno ti può capitare di stare senza far niente o di combattere all’ultimo sangue contro qualsiasi cosa, per esempio proprio ora 18 uomini, 11 donne ed un ermafrodita chirurgico sono pronti a scontrarsi in questo mondo crudele. Crudele come l’autore che decide di chiudere una pessima antologia con un pessimo racconto.

Non ce la faccio a leggere oltre, anche perché solamente a racconto inoltrato arriva un Predator. Sono troppo demoralizzato: un racconto “giochi dal futuro” proprio non ci voleva, soprattutto da parte di un bravo autore che con la precedente antologia dedicata agli xenomorfi ha fatto un lavoro decisamente migliore.


Il giudizio finale sull’antologia è: pessima sotto ogni punto di vista, da dimenticare e speriamo che la Titan non si azzardi più a sfornare roba del genere.

L.

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6 pensieri su “[2017-10] Predator: If It Bleeds…

  1. Peccato per l’occasione persa… che, alla fine, si possano contare sulle dita di una mano gli autori da salvare -a vario titolo: Correia, Shirley, Anderson, Perry (padre) e Lebbon – in questa antologia è cosa che certo non può certo ripagare l’attesa 😦
    P.S. Non mi stupisce poi tanto l’uso di quel proiettore olografico: i Predator affiancano normalmente tecnologie avanzate a strumenti più “tradizionali” (vedi la classica battuta di caccia che vede l’uso di invisibilità, sofisticati caschi multifunzione a vista termica e armi al plasma contemporaneamente ad armi bianche come lance e reti metalliche)…

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    • Sono davvero deluso, è stata un’ammazzata leggere tutto e scrivere questa quintalata di codici html (a vederli in forma di post non sembra, ma c’è un lavoro certosino dietro, con tutti i codici dell’indice e i fogli stile vari) e il fine non ha giustificato i mezzi: un lavoro pessimo ma quel che peggio svogliato. Leggendo si ha l’impressione che gli autori pensino “E va be’, e scrivemo pure ‘sta roba coi Predator, che so’ soldi facili”. Minimo impegno per minimo risultato…
      Mi piace pensare che il cubo-visore sia inserito perché sono tornati di moda i cubi, dai Transformers a Justice League, ma su questo sto ancora facendo ricerche 😛

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