ALIEN 3 by William Gibson (1)

Prima parte della mia traduzione della sceneggiatura rigettata per Alien 3, firmata dal romanziere William Gibson: l’unica licenza che mi sono presso è tradurre U.d.P. (Unione dei Progressisti) la sigla U.P.P. (Union of Progressive Peoples), la versione di Gibson dei sovietici che troviamo anche nel videogioco Aliens: Infestation (2011).

Le immagini dell’accurato storyboard sono di Jake Wyatt, che a quanto ho capito nel 2012 si è divertito a immaginare le prime scene del film mai girato.


ALIEN III

by William Gibson

(prima parte)

Dissolvenza in apertura

Spazio profondo. Il futuro.

Un silenzioso campo di stelle, eclissato dall’oscura massa di un’astronave che si avvicina sempre di più. Particolare dello scafo. Una torreggiante scogliera di metallo – La Sulaco.

© 2012 Jake Wyatt

Interno Sulaco.

Camera dell’ipersonno. L’inquadratura scorre sulle capsule aperte e vuote. Luce fredda. Le ultime quattro capsule sono chiuse e sigillate.

Particolare di una capsula.

Newt, poi Ripley. Hicks, la sua testa e il suo petto bendati. Di seguito Bishop nella sua custodia di plastica. Ma il coperchio della capsula di Bishop è annebbiato dalla condensa.

Più vicino. Una goccia di fluido attraversa la condensa. Suona un allarme. Un monitor comincia a mostrare sequenze di dati.

Particolare del monitor:

SULACO TRASPORTO TRUPPE
CMC 846A/BETA
MISSIONE: LV-426/RITORNO
STATO ROSSO – VIOLAZIONE TRATTATO
REF: #99AG558L5
CAUSA: ERRORE DI NAVIGAZIONE

La flebile voce femminile del computer dell’astronave continua a risuonare come allarme.

COMPUTER: Attenzione. A causa di un errore nel circuito di navigazione la Sulaco è entrata in un settore di proprietà dell’Unione dei Progressisti. I sistemi ausiliari sono di nuovo funzionanti. La rotta è regolare. I protocolli elettronici impediscono, ripeto, impediscono l’armamento delle testate nucleari in assenza di un’autorizzazione diplomatica, decriptazione standard Charlie 9. Seguendo la presente rotta, la Sulaco uscirà dal settore U.d.P. alle ore 19 e 53.8 minuti.

Esterno della Sulaco.

L’astronave scivola via lentamente. Un intercettore U.d.P. entra in scena, affiancandosi alla Sulaco e volandoci vicino come una vespa.

© 2012 Jake Wyatt

Interno dell’intercettatore.

Tre militari si arrampicano nelle cabine spaziali. Il comandante apre un portello nello scafo, rivelando uno dei boccaporti della Sulaco. Il primo soldato, un vietnamita, scende ed attacca un’unità magnetica al boccaporto. Il secondo soldato studia un monitor, immettendo una sequenza sulla tastiera. Il primo soldato gesticola dal portello: non si muove niente. Il secondo soldato riprova ancora. Con un rumore stridente il portello della Sulaco comincia ad aprirsi.

© 2012 Jake Wyatt

Interno della Sulaco – Portello.

Buio. I militari armati si calano attraverso l’entrata e scendono la scala. Seguendo lo scafo si dispongono a ventaglio con le armi pronte. Il comandante esamina la navicella di salvataggio danneggiata. Il primo soldato gesticola agitatamente: ha trovato qualcosa.

Le gambe di Bishop, spezzate, arrotolate grottescamente e ancora avvolte, il sangue bianco dell’androide che si trasforma in polvere. Il primo ed il secondo soldato si scambiano occhiate attraverso le visiere.

COMPUTER: Attenzione. Violazione dell’integrità nel Portello 3. Allarme sicurezza. Violazione dell’integrità, ponte B…

© 2012 Jake Wyatt

© 2012 Jake Wyatt

© 2012 Jake Wyatt

© 2012 Jake Wyatt

© 2012 Jake Wyatt

© 2012 Jake Wyatt

Interno camera dell’ipersonno – Punto di vista del comandante.

La fredda navata delle capsule.

I militari scendono in linea con le armi puntate. Scrutano Newt, Ripley ed Hicks, ma il coperchio della capsula di Bishop è imperlato di bianco. Il comandante armeggia coi controlli ai piedi della capsula, quando si illuminano gli indicatori verdi e rossi. Non succede niente.

Apre un pannello, trova una leva d’emergenza e la prova. L’indicatore verde si spegne. Il coperchio si apre. Una nebbiolina densa e pallida esce fuori rovesciandosi dai bordi della capsula, rivelando un grigio uovo alieno.

Piantato al centro delle interiora sintetiche di Bishop, l’uovo spruzza fuori istantaneamente un facehugger, il quale colpisce la visiera del comandante in uno spruzzo d’acido. Lui grida, accecato dall’acido, lottando con la cosa appena essa comincia a farsi strada nel suo elmetto, agitando furiosamente la propria coda.

Avvinghiandosi alla creatura, il comandante si tuffa alla cieca giù per la navata, inciampando, scontrandosi con le capsule vuote. Sparisce attraverso l’entrata e le sue grida lasciano il campo a rumori frenetici e ammutoliti.

Il primo soldato si arrampica dopo di lui.

Interno del portello.

Il comandante si contorce sul ponte accanto al portello centrale. Il primo soldato si affretta ad entrare, si china verso di lui, prende accuratamente la mira a due mani con la sua arma – apre il fuoco, tentando di uccidere il facehugger senza colpire il comandante. La creatura esplode in una bolla d’acido; dei piccoli fori bruciano sulla visiera del suo elmetto. Il primo soldato lavora freneticamente coi controlli. Appena la chiusura interna si sblocca, muove il comandante oltre il bordo con il piede.

Esterno della Sulaco.

Senza elmetto, senza testa, seminando una scia di sangue ed acido, il comandante precipita nello spazio.

Interno del portello.

Gli occhi del primo soldato attraverso la sua visiera. Batte il cuore. Qualcosa si muove dietro di lui. Si gira rapidamente, imbracciando il suo fucile. Davanti all’entrata della stanza, una figura nera dalle molte braccia. Il raggio della sua torcia la focalizza – il secondo soldato, con Bishop in braccio.

Dissolvenza in chiusura.

Spazio profondo – Varie angolature.

Una stazione delle dimensioni di una piccola luna, che si ingrandisce avvicinandosi; una serie infinita di scafi sono aperti nel vuoto. Una struttura vasta, irregolare, il risultato dei cambiamenti di programma delle amministrazioni che si sono susseguite.

Ci si muove attraverso centinaia di finestre – per la maggior parte scure. Una luce proveniente da una di queste finestre.

Interno di Anchorpoint – Cubicolo dormitorio di Tully.

Un telefono sta squillando. Il cubicolo, estremamente umido, assomiglia al nido di un criceto tecnologico, non molto più largo di una cuccetta di un treno. Le pareti sono tappezzate da un malinconico mix di poster, adesivi, foto prese da riviste: spiagge, deserti, il Grand Canyon, sequoie, cieli blu – una barriera contro la claustrofobia ed il vuoto spaziale.

Tully, seduto sul letto, con gli occhi semichiusi dal sonno che sobbalzano alla luce; dà un colpo alla consolle telefonica ed appare la faccia depressa dell’Ufficiale operativo Jackson. Quest’ultima indossa un cappello da baseball di nylon con una penna ottica attaccata alla visiera.

JACKSON: Buongiorno, Tully.

TULLY: Giorno? Gesù, Jackson, siamo a metà del mio turno di riposo…

Particolare dello schermo della consolle.

La stanza dietro Jackson è il centro principale di Anchorpoint, la stanza operativa.

JACKSON: Nessuno di noi qui nella stanza operativa ha visto un turno di riposo da un pezzo, Tully. Un trasporto marine è arrivato col pilota automatico 16 ore fa.

Agita la testa mentre parla, usando la penna ottica sul suo cappello per muovere un cursore sullo schermo davanti a lei.

JACKSON (continuando): La Sulaco. Partita da Gateway quattro anni fa. Una dozzina di marine, un androide, un rappresentante della Compagnia, ed un ex sottufficiale di un vascello mercantile…

TULLY: E allora?

JACKSON: Allora la bio-lettura ci dà per risultato: il sottufficiale, un – e dico “un” – marine, ed una ragazzina di nove anni. Non ti viene voglia di sapere cos’è successo là fuori?

TULLY: Allora chiedilo a loro. Svegliali e domandalo a loro, non a me.

JACKSON: Ma qui viene il bello, Tully. Tre ore prima che la Sulaco si facesse viva, è arrivato uno Shuttle da Gateway con due soli passeggeri: militari, Tully, Divisione Armi.

TULLY: E le cattive notizie?

JACKSON: Vogliono accogliere la nave con tutte le precauzioni biologiche, in 0-8-100 ore. I lavori per il BioLab hanno la priorità per le squadre esterne. E qui entri in ballo tu, Tully. Lo schermo telefonico diventa vuoto.

TULLY (di cuore): Merda!

Comincia a frugare nel suo sacco a pelo, cercando i suoi vestiti – disturbando Spence, un giovane tecnico donna, che sedeva intontita, stringendo al petto il suo sacco.

SPENCE: Che… che cosa è successo?

TULLY: Ha chiamato il complesso militare-industriale, ha tirato via il mio culo dal letto per sbatterlo da qualche parte… chiamale come ti pare, ma sono sempre le solite stronzate…

Interno del corridoio.

Tully, intontito e infuriato, emerge dal suo cubicolo, indossando un consunto giacchetto di pelle da aviatore, con le maniche ricoperte di toppe ricamate con loghi di vario genere. La sua foto, il suo nome, la descrizione del suo lavoro ed il suo numero sono inseriti in un contenitore trasparente sulla porta:

TULLY, CHARLES A. – TECH-5 – Laboratorio Colture Tessuti.

Interno Anchorpoint – Bacino di carenaggio.

Un piano di metallo grigio, piste di atterraggio, muri persi nelle tenebre e nella distanza. Fra vecchi veicoli di servizio su un ponte illuminato venti figure in attesa, la Squadra Esterna. Le loro tute spaziali sono bianche, da laboratorio; su queste indossano protezioni di plastica traslucida da pericolo biologico. Alcuni sono marine coloniali, armati con pulse rifle o lancia-fiamme. Altri sono scienziati e tecnici con la loro apparecchiatura. Le loro voci attraverso le radio dei caschi sono piene di disturbi. Qualcosa risuona con fragore sopra le loro teste con tuoni di metallo.

UFFICIALE (fuori campo): Squadra Esterna prepararsi ad un abbassamento di pressione.

Un vento improvviso attraversa il ponte, per poi svanire. Un rumore dall’alto come una gigantesca porta che si apre cigolando lentamente rivelando le nude stelle, ma lo scafo buio della Sulaco nasconde le stelle nella sua discesa.

UFFICIALE (continuando): Entrata della squadra nel portello secondario. Un veicolo con un braccio meccanico estendibile si avvicina alla Sulaco.

I portelli si aprono stridendo sull’oscurità.

Rumori di fondo, indistinte voci attraverso la radio appena una mezza dozzina di luci si puntano verso la navicella di salvataggio e le pareti del portello.

Tully entra, si guarda intorno con gli occhi ben aperti attraverso la visiera. Dietro di lui un marine con un pulse rifle – ovviamente pronto all’azione.

TULLY: Le luci: come mai non ci sono luci?

MARINE: Ehi, amico…

Punta la sua luce su uno squarcio scuro sullo scafo.

MARINE (continuando): Guarda. C’è stata un po’ d’azione qui…

TULLY: Azione?

MARINE: Amico, cosa cazzo credi di dover fare qui?

TULLY: Creare una nuova casa per il genere umano nelle profondità dello spazio…

Il marine non sembra divertito. Tully tira fuori un attrezzo che emette un rumore assordante.

TULLY (continuando): … raccogliendo campioni d’atmosfera.

MARINE: E allora fallo e basta.

Se ne va.

TULLY: Sicuro.

Ma non vuole restare solo; si affretta dietro al marine.

UFFICIALE (fuori campo): Tecnico Tully nella camera dell’ipersonno, campione d’atmosfera…

MARINE: Dovresti essere tu.

TULLY: Già.

MARINE: Non farlo aspettare.

Interno camera dell’ipersonno.

L’Ufficiale dei marine mostra un tracker – uno di quei piccoli sensori di movimento familiari nel film precedente. Dietro di lui ci sono due marine. L’Ufficiale porta il tracker e scansiona la facciata della porta.

Primissimo piano dello schermo del tracker: niente.

UFFICIALE: Un campione, qui.

Suono dell’apparecchiatura aspirante di Tully.

UFFICIALE (continuando): Prendine un altro qui. Hanno riattivato la corrente?

SECONDO MARINE: Sissignore. Dentro è illuminato.

L’Ufficiale preme un bottone.

La porta si apre scorrendo. Chiaro, bianco. La navata. Vuota. La fila delle capsule. Il marine di Tully passa per primo attraverso la porta, lentamente, con il fucile pronto, con attenzione. Tully è ad un passo da lui, muovendo in aria la sua apparecchiatura e prendendo campioni.

Interno camera dell’ipersonno.

Gli altri due marine si muovono dopo di Tully. Scalpitio dei loro stivali sul pavimento. Tully ancora non sa cosa fare. Abbassa il suo strumento ed esita. Il primo marine si avvicina alla capsula di Newt. Abbassa il suo fucile.

MARINE (qualcosa sussulta, quasi dolcemente nella sua voce): Loro sono qui…

Una coda seghettata come una lama acuminata di otto pollici taglia l’aria dietro di lui appena scansa il piede da qualcosa che non vediamo. Un rumore di squarcio violento appena l’alieno ritira la sua coda – il sangue rimane contenuto dalla membrana traslucida della tuta da pericolo biologico.

L’aculeo di un secondo alieno colpisce sul collo uno degli altri due marine; l’alieno si arrampica sul soffitto. Il marine grida. Il marine di Tully si rintana ai piedi della capsula di Ripley, col braccio sui controlli – l’indicatore verde si spegne – appena il primo alieno entra nell’inquadratura.

Particolare dei denti.

Primo piano su Ripley.

I suoi occhi si aprono.

Punto di vista di Ripley

Appena la creatura monta sulla sua capsula, finisce l’incubo.

RIPLEY: No-ooooooooooooooooooooo!

Le sue mani si agitano freneticamente nella curvatura del coperchio della capsula.

L’ultimo marine, impazzito dal terrore e dall’adrenalina, si scatena col lanciafiamme. Il primo alieno ed il vano della capsula di Ripley svaniscono in una nuvola di fuoco al napalm. Il marine si volta di scatto, urlando a squarciagola, e liquida col fuoco il secondo alieno, il quale abbandona la sua vittima e cade fra le fiamme sul pavimento. La stanza è un inferno. La capsula di Ripley si incurva fondendosi.

Dissolvenza sulla capsula per l’ipersonno che si trasforma in una torcia.

La squadra speciale che era in attesa aziona il bio-monitor ed attacca un generatore d’aria nelle prese della capsula. Un tecnico con una piccola ma potente sega a mano comincia a tagliar via il rivestimento. Mani con guanti da chirurgo l’asportano.

Ripley giace raggomitolata in posizione fetale.

(continua)

L.

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27 pensieri su “ALIEN 3 by William Gibson (1)

  1. Diciamo che come inizio -se non fosse che Gibson poteva fare a meno di quell’Unione dei Progressisti di sua creazione, avendo già a disposizione i “cattivi” della Weyland-Yutani- ci può anche stare…

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  2. Come inzio faceva ben sperare, anche la aprte dell’incubo non è nuova ma monta l’atmosfera.Come per Giusepee l'”U.d.P.” è una forzatura di cui veramente non riesco a comprenderne il motivo. Stona in maniera brutale con tutto il resto.

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    • Posso capire che era il 1987 e ancora non si sapeva che il Grande Satana stava per crollare. Erano gli anni delle grandi spy story di Hollywood, con grandi attori e grandi nemici russoski: sembra inredibile, ma il film sulle spie russe dormienti “Nikita: spie senza volto” è del 1988! (e all’epoca era ancora noto da noi che Nikita è un nome maschile: Besson gli farà cambiare sesso).
      Capisco che Gibson stesse scrivendo in un ambiente fortemente anti-comunista come gli esplosivi anni Ottanta, ma se la fantascienza americana ci ha insegnato qualcosa è che il comunismo va solo suggerito, mai espresso. Dai Baccelloni ai Borg, sono tutti cripto-comunisti che però possono stare in piedi da soli, anche quando il comunismo non va più di moda. Invece Gibson ci mette dentro pure il sud-est asiatico e vari riferimenti troppo stretti per funzionare anche nel “futuro”. Per me lo sciopero degli sceneggiatori è tutta una scusa: Gibson l’avrebbero fatto fuori in ogni caso!

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    • Ormai era già in atto la cosi detta distensione che vediamo in film come “007 – zona pericolo” e “Danko”, diretto da Walter Hill tra l’ altro! Infatti un film come “Rambo III” già all’ epoca pareva anche lui un pò fuori tempo! Era al passo con i tempi anche il tremendo “Superman IV”! Infatti di li a poco sarebbero cominciati i vari accordi riguardo le armi nucleari!

      “Dai Baccelloni ai Borg, sono tutti cripto-comunisti che però possono stare in piedi da soli, anche quando il comunismo non va più di moda.”

      Già!

      “Invece Gibson ci mette dentro pure il sud-est asiatico e vari riferimenti troppo stretti per funzionare anche nel “futuro”

      Peggio ancora! XD

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  3. Sono sempre stato molto affascinato dai problemi di produzione di Alien 3 e hai la mia stima per aver tradotto tutto il materiale. Immagino che c’è voluto del tempo. Sarà per me un vero spasso gustarmi tutte le versioni alternative. Dovrebbero farne delle novelizations come accaduto con i film 😉

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    • Vedrai che ogni sceneggiatura scartata è un piccolo gioiello, a modo suo: solo quella di Gibson è davvero deludente.
      Proprio oggi ho trovato un testo che ricostruisce nei dettagli il massacro della pre-produzione di Alien 3 e lo sto traducendo. Sono tutte cose che ho vissuto in parte – sono fan alieno dal 1990 ma molte informazioni non arrivavano da noi – e finalmente vorrei fare ordine, con date e nomi.
      Ho un faldone con tutte le riviste che all’epoca riuscii a trovare (fra italiane, con info pari a zero, e americane, ghiottissime): serve solo tempo per tradurre ^_^

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  4. Pingback: [1992-05] Alien 3 su “Premiere” | 30 anni di ALIENS

      • Alien 3 è un progetto disgraziato, nato male e morto peggio. Se però leggerai altre sceneggiature che ho tradotto troverai chicche che avrebbero meritato un bel film. Invece si sono limitati a prenderne solo degli aspetti per quel minestrone che abbiamo visto al cinema 😛

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      • Si, anche la versione che si trova piratata che sarebbe la piu vicina all’idea che aveva Fincher non è comunque un bel film. Peccato, effettivamente qui i produttori hanno delle colpe belle grosse (peccato, perché Walter Hill stupido non è)!

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      • Guarda, a forza di leggere e tradurre articoli dell’epoca il quadro si è dimostrato molto più complesso di quanto sapevo – e sì che “Alien 3” lo vidi al cinema, e all’epoca nessuno parlava di queste cose!
        Prima si diede la colpa allo sciopero degli sceneggiatori, poi a questo o a quello, in realtà è un disastro su tutta la linea e tutti hanno colpa: non si salva neanche la Weaver, che ha molte più responsabilità gravi di quanto di solito si dica.
        Se ti va, all’epoca un giornalista ha scritto su “Premiere” un testo incredibile, andando ad intervistando tutti gli interessati e dando un quadro amplio e particolareggiato di quel crollo totale e fallimento su tutta la linea che si chiama “Alien 3”: ecco il testo che ho tradotto.
        Studiando sempre più articoli sul mondo alieno, è uscito fuori che i nemici sono in casa, e che se Walter Hill avesse dedicato più tempo a fare i suoi film, invece di minare ogni singola volta le fondamenta del nuovo film alieno di turno, sarebbe stato molto meglio. Il problema è che da molti anni non è più il Walter Hill che conoscevamo noi, e lo dimostra il suo disastrato ultimo film, che ha tipo dieci titoli diversi – venti, in Italia – per confondere gli spettatori e non far scoprire loro che è una stupidata, in confronto alla geniale storia originale che Hill ha scritto per i fumetti. Hill dovrebbe limitarsi a fare lo sceneggiatore, perché ogni volta che ficca il naso nella cinematografia sono dolori di panza 😀

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