PREDATOR SENZA GLORIA (fan fiction) 8


Ottava puntata della mia fan fiction, ambientata nel mondo dei Predator caduti in disgrazia.
In attesa che questo autunno la Titan Books presenti un’antologia di racconti sui Predator, ecco una storia inedita dei celebri alieni Fox.

PREDATOR
SENZA GLORIA

8

Stazione mineraria “Shimada’s Hope”

L’uomo correva a perdifiato lungo la strada. La stessa strada che aveva percorso ogni giorno negli ultimi anni, la strada che portava alla miniera dove lavorava. Aveva lasciato la Terra con la sua famiglia per iniziare una nuova vita lontano dalla civiltà spietata, in un paesino di frontiera dove tutto era più semplice: niente però si era rivelato semplice. La miniera aveva voltato le spalle al paese e così aveva fatto la Compagnia: ed ora erano giunti quei mostri ad ammazzare tutti, perfetti diavoli di quell’inferno.

L’uomo correva perché se avesse raggiunto la miniera avrebbe avuto salva la vita, o almeno così gli aveva promesso quel Predator, parlando in una stentata lingua umana. Tutti sapevano che gli Yautja seguono un ferreo codice morale, e una promessa è sacra, quindi se avesse raggiunto la miniera c’era la concreta speranza di sopravvivere, e di riabbracciare sua moglie e sua fi…

Una nuvola rossa avvolse la sua testa. In realtà, una nuvola rossa fu d’un tratto tutto ciò che rimaneva della sua testa. Un’esplosione senza rumore, secca, istantanea, così improvvisa che il corpo dell’uomo continuò a correre per qualche metro, prima di accasciarsi scompostamente a terra. A pochi metri dalla miniera.

«Perfetto», gracchiò compiaciuto Wolf, ammirando il fucile che stringeva fra le mani. «Ora sì che è calibrato.» Illudere le sue vittime era il suo gioco preferito. Aveva imparato la lingua degli umani lo stretto necessario per promettere loro salva la vita se avessero corso indenni fino ad un certo punto, contando sul fatto che quegli idioti credevano che il codice Yautja valesse anche con le altre razze: per Wolf una promessa fatta ad un insetto non aveva alcun valore, era solo un gioco. E la parte migliore era uccidere le vittime a pochi passi dalla “salvezza”, assaporando tutto quel tempo in cui lo stupido umano aveva sperato di poter sopravvivere.

Wolf fece un cenno allo Yautja che gli era accanto. «Portamene un altro.»

«Guarda che sono quasi finiti», bisbigliò l’altro.

«Di già?» esclamò sorpreso Wolf. «Siete riusciti a stanare quelli nell’edificio centrale?»

L’altro Yautja scosse la testa. «Quelle mura sono le più resistenti che abbiamo mai incontrato. Di solito in queste colonie periferiche troviamo case che vengono giù con un soffio, ma quell’edificio è impenetrabile, a meno di non conoscere il codice d’accesso.»

«E l’avete “chiesto” a qualcuno di quegli insetti, il codice?»

«Per interrogare un umano tocca andarci giù pesante, e così poi diventa inservibile per i tuoi giochi.»

Wolf fissò lo Yautja seccato. «E va bene, prendetene un paio e interrogateli a dovere. Con il codice avrò accesso a molti altri umani con cui giocare.»

~

Nello spazio

Abbandonare il porto di Anderson City era stato meno facile del previsto. Per fortuna era una nottata tranquilla e non c’era traffico, ma lo stesso la guardia portuale continuava a cercare di mettersi in contatto con la nave, chiedendo il motivo di quella partenza non programmata, subito dopo essere arrivati.

Achab e gli altri erano saliti a bordo velocemente e Falconer era ripartito subito, rispondendo ai messaggio radio con scariche elettrostatiche. «Capita a volte che i mercanti siano già ubriachi, quando entrano in porto», spiegò il pilota, «e si mettono a fare dei giretti non autorizzati, tanto per divertirsi. Rispondendo ai messaggi radio con semplici scariche faccio vedere che sto tentando di rispondere senza riuscirci, così che la guardia portuale pensi più ad un idiota ubriaco che ad un ladro.»

«Stai improvvisando o avevi già questo piano da parte?» chiese Achab.

Falconer sorrise. «Faccio parte di quegli Yautja che si tenevano sempre pronti, in attesa del momento giusto per tornare in azione.»

Usciti dal porto era stato tutto più facile: era improbabile che la guardia portuale mettesse in moto un’operazione di inseguimento solo per una minuscola nave mercantile, il cui pilota sicuramente era troppo ubriaco per comunicare il cambio di programma.

«Ancora ad aspettare…» borbottava City Hunter, intollerante come tutti gli altri all’attesa inevitabile. Prese la sua borraccia e fece per bere un sorso, quando fu fermato bruscamente da Jungle.

«Che fai, sei pazzo? Vuoi consumare la tua acqua già da ora?»

City Hunter lo guardò allibito. «Rilassati, amico, quando arriveremo faremo il pieno.»

«Nei sei sicuro?» continuò seccato Jungle. «Hai studiato la mappa del pianeta? Sei sicuro ci siano sorgenti di acqua a volontà e sei sicuro che atterreremo in prossimità di una di queste? Quella che hai nella borraccia è l’unica acqua sicura che avrai per i prossimi giorni: se vuoi finirtela ora, che sei fresco e riposato, fai pure, ma poi non venire a chiederci la nostra acqua.»

City Hunter, seccato, ripose la borraccia con gesti nervosi. «Sì, papà…» mormorò fra i denti.

«Idiota», gli rispose Jungle.

«Compagni, sento un po’ di tensione nell’aria» cominciò a dire Berserker. «Che ne dite di un po’ di allenamento per scaricare i nervi?»

«No», intervenne Achab. «Dobbiamo conservare le energie, ne avremo bisogno più dell’acqua. Tanto nel tempo del viaggio non è che diventeremo più forti o più atletici. Ehi, Falconer…», dovette fare una pausa: ancora gli veniva da ridere a pronunciare quel nome, «se hai già impostato il pilota automatico vieni qui, che facciamo un piano d’azione.»

«Piano d’azione?» chiese deluso Berserker. «Arriviamo e ammazziamo tutti i Bad Blood, ecco pronto il piano d’azione.»

Achab mise una mano sulla spalla dell’amico. «Tu sei un combattente, Berserker, e anche bravo. Quando affronti un avversario metti in pratica un piano d’azione che hai studiato prima, anche se magari non te ne rendi conto. Per questo ti alleni prima di un incontro: ogni tecnica che lanci a vuoto in palestra è un piano d’azione per quando affronterai un vero avversario.»

«Non è una gran che, come metafora», borbottò Jungle alle spalle dei due.

«E va bene», rispose Achab a voce alta. «Faremo un piano d’azione perché ne abbiamo bisogno e perché lo dico io! Dovrò discutere così tanto per ogni decisione futura?»

Tutti fecero “sì” con la testa, mentre passavano davanti ad Achab per andare a sedersi nella sala grande vicino al ponte di comando.

«Che fatica», borbottò Achab, ma in realtà sapeva che non era più il giovane e aitante capo di guerrieri ardimentosi: le sue parole non sarebbero più state considerate ordini da eseguire alla cieca.

Tutti si sedettero intorno al grande tavolo luminoso, una piacevole sorpresa trovata sulla nave. Machiko e Bishop 3 si erano subito messi a lavoro per trasferire tutti i dati disponibili nella memoria del grande tablet che formava la tavola luminosa. Tutti gli Yautja si disposero lungo i lati del tavolo.

Achab si schiarì la voce solo per dire: «Lascio dunque la parola a Machiko.»

«E perché?» chiese stupito City Hunter.

Sarebbe stato gradito che quelli che conoscevano la donna lo avessero zittito, ma così non fu, quindi Achab chinò il capo e parlò con voce seccata. «Farò questo discorso una volta sola, quindi vi prego di ascoltare bene. Tu, City Hunter, eri un cacciatore solitario di città, tu Jungle di montagna, tu Falconer…», un attimo di pausa, «non so bene che facevi ma di sicuro lavoravi da solo.» Lo Yautja cercò di prendere la parola ma Achab non glielo permise. «Berserker eseguiva degli ordini e Scar non è arrivato neanche a quello. Infine io, che alla prima missione importante ho mandato i miei uomini al massacro.» Un altro secondo di silenzio pesante. «Secondo voi c’è qualcuno qui che sappia organizzare una spedizione di sette guerrieri in territorio nemico? Ebbene sì, c’è: Machiko. Come allieva del grande Duchande ha partecipato a missioni di grande importanza e ha fatto parte di squadre Yautja che si sono ricoperte di gloria. Mentre voi perdevate tempo a litigare e a stuzzicarvi lei ha studiato il territorio, ed essendo infine l’unica di noi ad aver portato a termine con successo missioni strategiche con più uomini, non voglio sentire una sola obiezione al fatto che sarà lei a impostare la strategia di questa missione.» Alzò lentamente una mano ad indicare Machiko. «Ogni volta che pensate a lei come a una donna umana… guardate l’onorevole segno che porta sulla fronte, e pensate a lei come a una Yautja.»

La donna era rimasta tutto il tempo con gli occhi bassi sullo schermo. Adorava quando l’amico Achab la onorava con quei discorsi, ma in quel momento poteva essere molto pericoloso: quelli che aveva intorno non erano più miseri fantasmi di guerrieri, privi di dignità, ma Yautja ormai disposti a tutto pur di dimostrare di essere ancora combattenti. E questo rendeva loro più insopportabile prendere anche solo consigli da una donna umana: figuriamoci ordini.

«A te la parola, Machiko», disse infine Achab, mentre tutti voltavano i loro sguardi tesi sulla donna.

Machiko prese la parola cercando di essere più diplomatica possibile. «Mi limito a raccontarvi quello che ho scoperto», come a dire che non stava dando ordini ma semplici informazioni.

Fece apparire una grande mappa sul tavolo, che prendesse l’intera superficie. «Questa è “Shimada’s Hope”, una colonia fondata in una vallata: e questo è il primo problema. Niente boschi, niente alberi, niente montagne: già sarà difficile avvicinarsi a piedi senza essere visti… figuriamoci atterrare nei paraggi. Wolf sicuramente è tranquillo e non si aspetta visitatori, quindi è plausibile pensare che non abbia lasciato sentinelle ai bordi della valle e che non abbia dei radar attivi, ma non possiamo rischiare. La nostra risorsa più grande, anzi oserei dire l’unica nostra risorsa è l’effetto sorpresa: questo vuol dire che dovremo atterrare lontano dalla colonia, per essere sicuri che non ci sentano arrivare.»

«Lontano quanto?» chiese preoccupato Jungle.

Machiko fece scorrere la mappa sul grande schermo. «LV-617 è un pianeta poco rigoglioso e a noi serve acqua e cibo. Perciò ho pensato che il punto migliore dove atterrare sia qui», ed indicò un punto sulla mappa. «C’è un fiume dove fare rifornimento d’acqua e plausibilmente ci sarà della fauna da cacciare. È una delle poche oasi del pianeta: scegliere un punto più vicino alla colonia significa arrivare davanti a Wolf assetati e affamati.»

«Di quanta distanza stiamo parlando?» chiese Achab.

Machiko lo fissò, poi girò la testa verso tutti gli altri. «Non ho strumenti per darvi la cifra esatta, ma parliamo di circa… una trentina di chilometri.»

«Cazzo!» sibilò qualcuno.

«Lo so, detta così sembra tanto», continuò la donna, «ma è una distanza che si può coprire in un solo giorno di cammino e saremo più che sicuri che nessuno potrà averci visto atterrare.»

«Quando parli di un giorno di cammino», intervenne Achab, «hai considerato che siamo fuori allenamento e appesantiti dal carico?»

Machiko annuì. «E qui arriva una bella notizia. Ho consultato il database di questa nave mercantile per vedere se ci fosse qualcosa di utile, e c’è: nella stiva risulta esserci un piccolo veicolo fuoristrada. Potremo usarlo per trasportare tutto il carico pesante e a turno potremo riposarci mentre si procede. Così facendo potremo affrontare l’intera distanza senza mai fermarci.»

Tutti annuirono silenziosamente.

«E per il problema della vallata?» chiese Achab. «Come ci avviciniamo?»

Machiko fece scorrere la mappa. «Non ci dirigeremo direttamente alla colonia ma arriveremo qui», ed indicò un punto, «cioè all’uscita di emergenza della miniera locale. Entreremo da lì e percorreremo la miniera fino all’entrata principale, che affaccia sull’abitato dove probabilmente si sono accampati Wolf e i suoi: dal buio della miniera potremo spiarli e organizzare un piano d’azione.»

Nessuno si sarebbe azzardato a fare i complimenti a Machiko, ma tutti non poterono che essere d’accordo con quel piano. Achab annuì soddisfatto. «Mi piace. Sarà dura ma è un buon piano.» D’un tratto si rivolse a Bishop 3, che di solito ignorava. «Allora, che ne pensi del piano di Machiko per raggiungere i tuoi padroni?»

Il sintetico sorrise e si rivolse alla donna. «Non male, per un’umana.»

(continua)

– Altre puntate:

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