PREDATOR SENZA GLORIA (fan fiction) 6


Sesta puntata della mia fan fiction, ambientata nel mondo dei Predator caduti in disgrazia.
In attesa che questo autunno la Titan Books presenti un’antologia di racconti sui Predator, ecco una storia inedita dei celebri alieni Fox.

PREDATOR
SENZA GLORIA

6

«Dài, muoviti più veloce!»

Berserker riusciva a gridare i suoi ordini senza mostrare il minimo accenno di fiatone, mentre invece Scar non riusciva neanche a respirare: figuriamoci a parlare.

«Non muoverti sempre nella stessa direzione, sei prevedibile. Gira, cambia, muoviti.»

Bisognava aspettare la sera per iniziare ad entrare nei magazzini di nascosto e rimediare quanta più attrezzatura possibile, e tutti si erano divisi dei compiti così da ottimizzare i tempi. Berserker era il più in forma di tutti e si offrì di fare alcune sessioni di allenamento, “per togliere un po’ di ragnatele dai muscoli” aveva detto. Jungle e Achab avevano subito rifiutato: quelle poche energie che rimanevano loro non era il caso di sprecarle in allenamento. Non avrebbero avuto il tempo di ritrovarle. Scar invece accettò: non era stato mai allenato, e un minimo era sempre meglio di zero.

Seguì Berserker nell’arena sotterranea del locale e si ritrovò a tenere le mani strette a pugno davanti alla propria bocca. «È una tecnica del tuo vecchio clan?» chiese.

L’altro gli sferrò un pugno leggero che si infranse contro le mani di Scar. «Serve a proteggere il volto dai pugni», disse il lottatore. «Non è una tecnica Yautja, l’ho imparato dagli umani: non tutto della loro cultura è da buttar via. Avendo la testa debole si sono inventati questo modo per proteggerla, ed essendo ignoto agli altri Yautja è un vantaggio: nessuno si aspetta che io adotti una tecnica di combattimento umano, così prendo tutti alla sprovvista.»

D’un tratto mimò alcuni pugni potenti che però non portò fino alla fine. Per lo spavento Scar contrasse le braccia e in pratica si picchiò da solo con i propri pugni. «Ovviamente è una tecnica che va studiata», rise Berserker.

«Pensi che entro stasera saprò padroneggiarla?»

Il lottatore rise. «Ovviamente no. Mi interessa di più vedere se hai fiato. Non so se arriveremo allo scontro fisico, ma di sicuro dovremo camminare e correre, con del peso sulle spalle: per questo ti sto facendo saltellare, voglio vedere se hai fiato abbastanza anche solo per avvicinarci ai Bad Blood.»

Era chiaro che non ne aveva.

~

Il peso era un problema per tutti: nessuno di loro era così allenato da riuscire a marciare con l’equipaggiamento al completo, a cui andava aggiunto cibo ed acqua. Non sapevano se avrebbero trovato un avamposto dove soggiornare e dove lasciare i bagagli, quindi dovevano partire dall’idea di doversi portare tutto addosso. Anche ammettendo di riuscire ad arrivare con l’astronave il più vicino possibile all’accampamento dei Bad Blood – ed era tutt’altro che scontato – lo stesso avrebbero dovuto marciare e c’era anche il serio rischio che prima o poi avrebbero dovuto correre. E probabilmente questo li avrebbe uccisi prima di qualsiasi scontro con Wolf.

Jungle aveva sottolineato ogni problematica più e più volte, mentre con Achab preparava i bagagli. Avevano fatto scorta di tutto il cibo adatto alla situazione, dividendolo in razioni che ognuno si sarebbe portato appresso, trovando il giusto equilibrio fra il peso e il fabbisogno alimentare. Il vero problema era però l’acqua: le borracce a tracolla non ne portavano tanta da coprire una lunga missione in territorio nemico. Se non avessero trovato scorte a “Shimada’s Hope”, allora avrebbero dovuto fare in modo di sbrigarsi ad affrontare i Bad Blood prima di rimanere a secco.

Mentre preparava i kit di primo soccorso per tutti, Achab borbottava. «Dovremmo passare questo tempo ad affilare lame e a caricare i fucili, e invece sto arrotolando bende…»

Jungle sbuffò. «Sono passati i tempi in cui ci si gettava nella mischia ad occhi chiusi: ora la vera battaglia si organizza a tavolino.» Indicò una delle borracce. «Arrivare davanti a Wolf con un principio di disidratazione non aiuterebbe di certo.»

«Visto che siamo già pesanti così, io direi di lasciare a casa il kit per sbiancare le ossa e farne trofei.»

Jungle scattò a fissarlo, indignato. «Ma che Yautja sei diventato? Ora non esageriamo: con i trofei non si scherza, quindi quel kit lo portiamo eccome.»

~

Machiko aveva presentato Bishop 3 come l’androide di un importante dirigente della società, così da giustificare la sua presenza. Già era strano che la donna si presentasse di sabato negli uffici, e visto che era accompagnata da un estraneo la vigilanza fece storie: appena sentirono un nome importante aprirono tutte le porte alla coppia.

Dal suo terminale Machiko scaricò ogni cartina esistente di LV-617, scoprendo che erano tutt’altro che aggiornate. Sembrava che da qualche anno la Weyland-Yutani avesse dimenticato quella colonia umana. «La Compagnia è una madre crudele», disse la donna quasi fra sé e sé. «Appena i figli non sono più produttivi, vengono dimenticati per strada.»

Bishop annuì, seguendo un comportamento pre-impostato che si era rivelato sempre eccellente: in assenza di risposte da dare, era sempre ottimale annuire. Agli umani piaceva molto.

Machiko scaricò nella memoria interna del sintetico ogni cartina che riuscì a trovare di “Shimada’s Hope” insieme a qualunque dato riuscisse a raggiungere. Era tutto molto pericoloso ma ne avevano parlato ed era un rischio calcolato.

Tutti quei movimenti di Machiko sarebbero stati registrati e quando sarebbero iniziate le indagini la Compagnia avrebbe impiegato un attimo a scoprire che fine avessero fatto la donna e alcuni altri Predator scomparsi nel nulla. Contavano di partire l’indomani, domenica, e questo voleva dire che ci sarebbero voluti almeno due o tre giorni perché le varie assenze ingiustificate avrebbero destato la curiosità di qualcuno. Sicuramente l’assenza di Machiko sarebbe stata la prima ad essere notata, ma era difficile che questo mettesse in guardia qualcuno: ne spariva tanta di gente, ogni giorno. Quando però le denunce di scomparsa di alcuni Predator sarebbero state analizzate, scoprendo che erano tutti legati in qualche modo a Machiko, la quale il sabato precedente aveva scaricato mappe di una colonia su un altro pianeta, la situazione sarebbe cambiata: c’era anche la seria eventualità che la Weyland-Yutani mandasse dei Colonial Marines su LV-617 per scoprire il motivo di quell’interesse improvviso. Non era raro che qualcuno scoprisse risorse nascoste a cui la Compagnia non aveva fatto caso, quindi le indagini sarebbero scattate immediatamente.

Quindi Achab e gli altri avevano pochi giorni per la loro missione, ma vedendola da un altro punto di vista… avevano tutto il tempo del mondo. Perché nessuno di loro aveva un addestramento tale da sopravvivere tutti quei giorni in territorio nemico. In un territorio gestito da uno dei più pericolosi criminali Yautja della galassia.

Se mai un giorno la Compagnia avrebbe indagato su LV-617, avrebbe trovato solamente una città fantasma piena di cadaveri. Alcuni dei quali Yautja.

Machiko rabbrividì, si scosse da questi pensieri e staccò il cavo di collegamento del sintetico. «Forza, andiamocene da qui.»

~

La giornata era stata dura per tutti e con il buio era scesa anche la stanchezza. E lo scoraggiamento. Come potevano affrontare un mostro come Wolf se già una giornata movimentata li aveva fiaccati tutti? Cercarono di non pensarci, anche perché c’era un problema a distrarli.

«Lo ammetto», disse Scar dopo l’ennesimo rimbrotto. «Avrei dovuto scrivere sulle chiavi il magazzino a cui erano collegate.»

Era il quarto magazzino che stavano forzando, e il morale era basso. Dopo un deposito di giocattoli, uno di suppellettili e uno di libri cominciavano ad essere dubbiosi che quella sera sarebbero riusciti a trovare delle armi o qualsiasi altro equipaggiamento utile. E non avevano altro tempo, visto che il giorno dopo dovevano partire.

«Se è un altro deposito di giocattoli, stavolta me ne prendo qualcuno», rise Berserker. «Mi piace sorprendere gli avversari: ve l’immaginate la faccia di Wolf quando gli tireremo addosso dei mattoncini Lego?»

«Beato te che hai la forza di scherzare», disse sbuffando Jungle. «Io non sento più le gambe.»

Achab grugnì. «Nel tuo caso non dovresti più sentire la lingua: hai mosso solo quella, per tutto il giorno.»

Prima che la discussione degenerasse, Scar riuscì ad aprire la porta: anche quel magazzino non aveva cambiato il codice di sicurezza. Aveva scoperto che lo facevano raramente e controvoglia: cambiare tutte le carte d’accesso era noioso e dispendioso, quindi se non c’erano motivi di sicurezza per farlo di solito il codice rimaneva lo stesso. Questo però poteva essere un cattivo segno: un magazzino di giocattoli non sentiva minacce alla propria sicurezza, quindi se anche quella chiave aveva funzionato…

Scar entrò per primo, seguito in silenzio dagli altri. Cercò di ricordare quando aveva lavorato in quel magazzino ma era davvero difficile ricordarsi tutti i posti in cui era stato. Oltre al fatto che di notte tendevano ad essere tutti dannatamente uguali.

«Dove dobbiamo andare?» bisbigliò Achab.

Scar rimase in silenzio. Quel luogo sembrava familiare ma non riusciva a ricordare…

«Andiamo di qua?» chiese Berserker muovendosi verso una vetrata. Affacciandosi, imprecò fra i denti.

«Che succede?» chiese preoccupato Achab.

«Macchine!» sibilò il lottatore. «È un fottuto deposito di automobili», specificò indicando la vetrata, dalla quale si poteva ammirare un enorme parco macchine scintillanti.

Tutti si voltarono verso Scar, che solo in quel momento si riscosse dal suo torpore. «Ora ricordo!» Indicò la vetrata: «quelle auto sono messe lì come copertura, perché eventuali ladri le vedano subito e si concentrino su di loro. Ignorando questa porta…»

Si avvicinò ad una porta e cominciò a provare le varie chiavi per cercare di aprirla.

«È un bagno», disse sconsolato Jungle. «Lo vedi quel simbolo? Lo si trova in tutti i bagni umani.»

«Sì, è una copertura perfetta», disse Scar mentre continuava ad armeggiare per trovare la chiave giusta per aprire la porta. Dentro di sé si malediceva per essere stato così stupido da non annotare la provenienza di ogni chiave, ma era il primo ad ammettere che l’essere un ubriacone rovinava parecchio la sua astuzia.

«Stiamo perdendo tempo prezioso», sussurrò Jungle ad Achab.

«Se hai idee migliori sono tutt’orecchi», gli rispose l’amico.

«Ecco!» gridò Scar, nel momento in cui riuscì ad aprire la porta. Un secondo dopo l’attraversò mentre tutti si ritrovarono ad inseguirlo di corsa, chiedendosi perché mai ora si dovesse correre.

Un secondo dopo Scar era in fondo alla scalinata ed aveva accesso la luce. Gli altri scesero di corsa e non fecero in tempo a chiedergli il motivo di quel comportamento, perché rimasero senza fiato.

«La compra-vendita di auto di lusso è solo una copertura», stava dicendo Scar con un sorriso sul volto. «Il proprietario di questo magazzino traffica in armi.» Davanti ai loro occhi c’era un magazzino pieno di armi da fuoco di ogni calibro. «È tutta roba di basso profilo, così che la Compagnia fa finta di non vedere, ma a noi va più che bene.»

«Scar», lo chiamò Achab.

«Sì?»

«Sono armi umane.»

Lo Yautja rimase un attimo interdetto. «Lo so. E allora?»

«Che cazzo ci facciamo?» gridò Achab. «Le nostre dita sono troppo grandi per i grilletti!»

Il sorriso scomparve dalla faccia di Scar. «Davvero? Ma sei sicuro?» Cominciò a balbettare. «Io… io non ne ho mai imbracciata una ma credevo… Non possono essere così piccoli i grilletti…»

Mentre Achab si prendeva la faccia tra le mani e ripassava ogni bestemmia che conosceva, Jungle si era fatto avanti in un silenzio che non era da lui. «Forse non è stato del tutto inutile», disse d’un tratto, in tono pacato.

Si mise ad accarezzare lentamente un’arma su cui gli erano caduti gli occhi. Un’arma potente. Un’arma gigantesca. Un’arma che andava bene anche per la taglia di uno Yautja.

Una enorme mitragliatrice portatile M134 Minigun.

Jungle la ammirò quasi in estasi. E bisbigliò qualcosa che gli altri non sentirono. Qualcosa che gli si era impressa a fuoco nella mente quando l’aveva sentita, molti anni prima. Qualcosa pronunciata dall’uomo folle che gli aveva scaricato addosso la mitragliatrice.

«Yeah baby, havin’ some fun tonight…»

~

Quando uscirono dal magazzino erano tutti appesantiti, quasi al limite delle forze. Ognuno aveva agguantato quante più armi potesse, scegliendo fra quelle con il grilletto più largo possibile. Nessuno era soddisfatto, quelle armi erano frutto di millenni di tecnologia umana: con gli Yautja non avevano nulla a che vedere. Non erano armi con cui si sentivano a proprio agio. E inoltre erano quelle con cui gli umani li avevano affrontati da sempre: erano le spregevoli armi di un odiato nemico, usarle non faceva piacere a nessuno.

Ad eccezione di Machiko, che invece non disdegnava il fucile che si era messa a tracolla e le due Glock che si era infilata in tasca. Non aveva senso appesantirsi con grandi calibri, impossibili poi da usare per la sua corporatura: con armi piccole ma precise avrebbe ottenuto molto di più.

«Non mi è mai capitato di armarmi per una battaglia senza neanche un laser», stava borbottando Achab.

«Per come stanno andando le cose, ringrazia di non dover usare bastoni di legno», bofonchiò Jungle, che stava ansimando a trasportare la pesantissima mitragliatrice.

«Sei un pazzo a portarti dietro quel macigno», intervenne Berserker. «Sarai a pezzi prima di fare dieci metri.»

«I giovani! Non hanno rispetto per i vecchi guerrieri…»

Era ovvio che non era fattibile portarsi dietro quella mitragliatrice, ma Achab per ora non voleva deludere l’amico. Anche perché c’era una questione che gli ronzava in testa. «Scar, spiegami una cosa», chiese, «quando ti hanno licenziato da guardia notturna di questo posto, hanno assunto qualcun altro?»

«Credo di sì», rispose con il fiatone il giovane, che chiudeva la fila.

«E come mai non abbiamo incontrato nessuno a guardia del magazzino?» chiese Achab… e poi si ritrovò a terra. Senza capire cosa l’avesse colpito né rendendosi conto anche solo d’essere stato colpito.

Prima che gli altri avessero il tempo di capire cosa stesse succedendo, un altro colpo mandò a terra Berserker. In modo rapido e preciso.

«Fermo! Sono io, mi riconosci?» gridò Scar.

Ci vollero lunghi, eterni attimi agli altri per rendersi conto che qualcuno aveva colpito i loro due amici, e che ora quel qualcuno si stava materializzando davanti a loro. Era uno Yautja corpulento ed armato di tutto punto, che li fissava attraverso la sua maschera, e che nascondeva il braccio dietro la schiena per non far vedere l’assenza della mano sinistra.

«Compagni», disse quasi con enfasi Scar, «ho l’onore di presentarvi un mio amico particolarmente agguerrito: City Hunter.»

(continua)

– Altre puntate:

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