PREDATOR SENZA GLORIA (fan fiction) 5


Quinta puntata della mia nuova fan fiction, ambientata stavolta nel mondo dei Predator caduti in disgrazia.
In attesa che questo autunno la Titan Books presenti un’antologia di racconti sui Predator, ecco una storia inedita dei celebri alieni Fox.

PREDATOR
SENZA GLORIA

5

Mentre Jungle chiudeva a chiave la porta del locale, Achab e Berserker sgomberarono ed unirono dei tavoli a formare un’unica grande superficie d’appoggio. Tutto per dare all’androide la possibilità di proiettare la piantina digitale della città mineraria di Shimada’s Hope.

«Proiettare?» chiese dubbioso Bishop 3. «Non sono dotato di un proiettore: credevo che voi ne aveste uno da utilizzare.»

Gli Yautja si guardarono in faccia, prima che Achab rispondesse. «Hai visto in che locale sei? Secondo te qua dentro ci sono proiettori?»

«Non c’è problema», tagliò corto il sintetico. «La città mineraria è stata progettata con una struttura semplice e lineare», poi prese una bottiglia e la mise al centro del tavolo. «Questo è l’edificio centrale», poi prese un tovagliolo e glielo mise vicino. «Questo è un edificio adiacente», poi prese un altro tovagliolo, «questo è un altro edificio adiacente», poi prese un altro tovagliolo…

«Ci sta prendendo in giro?» chiese agli altri Jungle.

Achab fissava allibito l’androide. «Amico, non ci serve un modellino in scala della città fatto coi tovaglioli, puoi anche smettere.» Si passò una mano sulla faccia. «Cominciamo bene, non abbiamo neanche una mappa…»

«Non credo che sia un problema», intervenne Machiko. «Nel mio ufficio posso accedere a tutte le cartine che voglio: la posso trovare io una mappa di LV-617 aggiornata… o comunque più precisa di questa roba. Il problema è come poterla utilizzare, visto che nessuno di noi ha un computer da polso.»

«Andiamo», disse Achab a tutti, anche se stava rispondendo alla donna. «Ai vecchi tempi non avevamo computer né altra tecnologia: si cacciava con le mani e con il coraggio.»

Jungle scosse la testa. «Parli di tempi mitologici, Achab. Se devi raggiungere un altro pianeta ti serve tecnologia a quintali. Prima di tutto serve un’astronave, poi serve qualcuno che sappia guidarla, poi serve il carburante, poi servono mappe per raggiungere LV-617. E una volta lì servono armi e strumenti con cui possiamo comunicare e sincronizzarci. Ti rendi conto che ci manca ogni elemento di questa lista?»

«Una cosa alla volta, risolviamo tutto», disse Achab con un tono di voce leggermente disperato. «Nessuno ha mai detto che sarebbe stato semplice.»

«Abbiamo superato la soglia del “non semplice”, amico mio», continuò imperterrito Jungle. «Siamo nel campo dell’impossibile.»

«Perché invece di essere così negativo non ci proponi qualche idea?» intervenne Berserker. «Sappiamo tutti cosa ci manca, perché non parliamo di come procurarcelo?»

L’androide voltava lo sguardo da uno Yautja all’altro. «Siete dunque guerrieri senza armi e senza possibilità di lasciare questo pianeta, ho capito bene?» Seguì un attimo di silenzio. «Forse è il caso che continui la mia ricerca…»

«No!» lo trattenne Achab. «Non ci lasceremo sfuggire la fortuna fra le mani: rasségnati ad avere noi, perché altrimenti dovrò staccarti la testa per impedirti di rivelare ad altri la posizione di Wolf.»

Minacciare un androide era quanto di più inutile ci fosse, Achab lo sapeva benissimo ma era stato più forte di lui. Inoltre era per mettere le cose in chiaro: era disposto a tutto pur di sfruttare quel regalo del Fato.

«Io conoscevo delle persone alla Compagnia», intervenne Machiko, «ma è passato del tempo… e dubito fortemente che mi regalerebbero un’astronave.»

«Io conosco un sacco di gente che viaggia per lo spazio», disse Achab. «Il problema è che sono tutti molto poco raccomandabili: gente inaffidabile, che ci taglierebbe la gola un secondo dopo la partenza.»

«Capite ora che la questione è troppo più grande di noi?» intervenne implacabile Jungle. «Già viaggiare fino a LV-617 è un problema insormontabile, figuriamoci affrontare uno dei più spietati criminali della galassia senza armi e senza alcun tipo di tecnologia.» Gli altri avrebbero voluto zittirlo ma non avevano argomenti. «Cosa vogliamo fare, come gli antichi? Faremo trappole coi rami e foglie? O il nostro Berserker finirà a pugni un gigante come Wolf?»

Achab calò il suo pugno sul tavolo, facendo cadere la bottiglia sistemata dall’androide. «Ci dev’essere un cazzo di modo…» sibilò rabbiosamente.

«Vi ci porto io, su quel pianeta…»

Nel silenzio che seguì tutti alzarono la testa a guardarsi: chi aveva parlato? Dopo qualche secondo la risposta era tanto ovvia quanto sorprendente. Quindi si girarono tutti verso Scar, che era ancora seduto e cercava di sopportare il suo mal di testa da dopo-sbornia. Lo guardarono stirarsi e massaggiarsi la testa, finché Achab chiese: «Stai parlando con noi?»

Scar li guardò con gli occhi semichiusi dal dolore alla testa. «Sì. Se mi fate partecipare alla missione vi risolvo tutti i problemi.»

Seguirono altri momenti di silenzio, in cui tutti si guardarono. «Mi sa che è ancora ubriaco», sussurrò Jungle.

Machiko lo guardava con occhi sofferenti: Scar era stato una tremenda delusione per lei, eppure ancora provava pena per lui. «Non sei in condizione di… Insomma, ci hai dato sotto parecchio, ieri notte.»

Scar annuì. «Mi spiace di averti deluso ancora, Machiko, ma ormai è inutile prenderci in giro: non sarò mai altro che un fallito ubriacone… qui.» D’un tratto fissò gli altri con sguardo deciso. «Per questo devo andarmene, prima di morire in modo ancora meno dignitoso di come ho vissuto. E questa è l’occasione giusta: affrontare Wolf sarà il riscatto della mia vita, in qualunque modo vada a finire.»

«Quindi hai sentito tutto…» borbottò Achab, passando poi a fissare Machiko. «Un altro dannato problema…» Il sottinteso era chiaro ed era lo stesso che valeva per l’androide: si doveva essere disposti a tutto per impedire che le informazioni uscissero da quella stanza.

«Al contrario», disse Scar alzandosi stancamente dalla sedia. «Non sono un problema, bensì la soluzione ai vostri problemi.» Si avvicinò massaggiandosi la schiena, poi estrasse qualcosa da una tasca e la gettò sul tavolo. «Mi hai ospitato a casa tua, Achab, mi hai dato un nome da battaglia… e io ti ho svuotato la cantina», disse con voce neutra. «Questo è il minimo che possa fare per sdebitarmi.»

Nessuno parlava e tutti guardavano il monta rozzo di piccoli oggetti che Scar aveva gettato sul tavolo. Achab non capiva. «Che diavolo sono? Carte?»

«Chiavi digitali sprotette», spiegò Scar, iniziando a parlare a tutti i presenti. «Machiko vi potrà confermare che il guardiano notturno è il lavoro più richiesto per gli Yautja, perché un bestione nell’edificio tiene lontani i ladruncoli. Però né Machiko né gli altri umani hanno pensato che i ladri… potremmo essere proprio noi.» La donna lo fissò strabuzzando gli occhi. «Quelle sono solo un mazzo delle tante chiavi che ho duplicato durante i miei lavori di guardia notturna: ho prestato servizio nei magazzini di mezza città, stanotte stessa potremmo andare a fare il pieno di tutta la tecnologia che volete. Anche se la metà di quelle chiavi non dovesse più funzionare, vi garantisco un equipaggiamento come non ne avete mai avuto, neanche da Blooded Warrior.»

Mentre tutti fissavano allibiti le chiavi, Machiko pensava all’ulteriore delusione subita. «Quindi mentre io cercavo di riabilitarti…»

Scar non la fece finire. «Io sono un ubriacone e sono riuscito a fare ben poca cosa. Ma ho amici che mediante questi lavoretti hanno fatto molto di più. Se mi fate entrare nel gruppo, vi porto da un mio caro amico… che può fornirvi un’astronave.»

Dopo attimi di silenzio teso, Jungle esplose alla volta di Achab. «A questo siamo arrivati? A dare ascolto ad un ubriacone? Guarda caso ha sottomano un’astronave… Solo io trovo ridicolo tutto questo?»

«Il mio amico fa il guardiano notturno in un hangar della Weyland-Yutani: roba di basso profilo: commerciale, non militare. Niente soldati, niente armi. Quando una nave arriva l’equipaggio va ad ubriacarsi e affida la custodia al mio amico… Vi offro di entrare in un’astronave senza neanche dover forzare la porta.»

Achab lo fissava. «Non mi sembri il ragazzo impacciato che è entrato nel mio locale ieri sera…»

Scar rise. «Perché mi riesce male fare il bravo Yautja amico degli umani: ora sto parlando come un Predator in cerca di gloria, che vuole allontanarsi il più possibile da questi insetti…» Si voltò di scatto verso Machiko. «Te esclusa, ovviamente.» La donna scosse la testa. «Portatemi con voi e non vi deluderò… O meglio…» agitò le mani in aria. «Probabilmente vi deluderò, ma almeno non lo farò per debolezza.»

«Tanto non ci sarà alcol in questa missione», disse sorridendo Berserker.

«Se quello che hai detto è vero…» Achab lo fissò per eterni secondi. «Allora per me sei della partita.» E gli allungò la mano stretta a pugno.

Scar sorrise e rispose al pugno con il suo pugno. «Sarà un onore morire insieme a voi.»

Il gelo si stampò sul volto di tutti.

~

Mentre gli altri parlottavano e stilavano piani d’azione, Machiko afferrò Scar per una mano e lo trasse in disparte. «Quindi è questo che facevi mentre io cercavo di aiutarti? Rubavi nei posti di lavoro che ti procuravo?»

Scar agitò le mani. «Tecnicamente non ho rubato nulla: ho solo fatto duplicati di chiavi e studiato l’interno dei vari magazzini, proprio in vista di un’occasione come questa. Sapevo che un giorno avrei raggiunto il fondo e volevo avere la possibilità di fare qualcosa, prima di ubriacarmi a morte.»

«E ovviamente quando mi vedevi ammattire a cercarti un lavoro, dopo che ne perdevi uno dietro l’altro, non hai pensato di rincuorarmi, dicendomi che lo facevi apposta: consolandomi dicendo che non ero io incapace di aiutarti ma eri tu un fottuto cospiratore.»

Machiko si afferrò il volto con una mano, mentre Scar rispose con tono pacato. «Lo senti come parli? Ti sembra che avrei mai potuto dirti una cosa del genere? “Cospiratore”… chissà, magari se non mi piacesse ubriacarmi lo sarei diventato sul serio.» Afferrò dolcemente la donna per le spalle. «Tu sei una di noi e sono il primo a dirlo… ma sei un’umana. Sono sicuro che certe cose le capisci con la testa, ma credo che non le senti di pancia: io sono straniero in terra straniera, con un nugolo di insetti umani che ronzano intorno a me e che mi fanno paternali. Non puoi chiamarmi “cospiratore” se cerco di studiare un modo per allontanarmi da questo inferno.»

Machiko si tormentava e cercava disperatamente qualcosa da opporre allo Yautja: doveva giustificare la sua indignazione, ma era inutile. Scar aveva ragione, non avrebbe mai permesso che proseguisse il suo operato, avrebbe fatto di tutto per ostacolarlo: forse non sarebbe mai arrivata a denunciarlo, ma di sicuro avrebbe inventato mille sistemi.

D’un tratto le venne in mente una carta facile da giocare. Machiko alzò lo sguardo sofferente verso il suo amico. «Sai cosa vuol dire essere umana ed aiutare gli Yautja in disgrazia? Che gli altri umani mi considerano peggio di voi. Così sono una Yautja per gli umani e un’umana per gli Yautja, e poi scopro che uno dei pochi a cui tengo mi ha mentito e ha complottato alle mie spalle..»

Scar non rispose, ma si intromise Achab. «Ora basta rimbrotti, Scar ne ha avuti anche troppi. Ormai siamo tutti compagni di caccia, e fra di noi non si fanno paternali.»

D’un tratto arrivò la voce di Jungle. «Invece di blaterare, perché non state studiando un piano razionale? O pensate di far fuori Wolf stordendolo di chiacchiere?»

Achab sbuffò e Machiko si ritrovò a sorridere. «Niente paternali, va bene… ma qualcuno lo dica anche a Jungle.»

(continua)

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