[1992-10] Alien 3 su “La Stampa”

da “La Stampa”, 2 ottobre 1992

Continua la curiosa usanza italiana di far recensire a giornaliste donne i vari film di Alien, sbagliando i nomi perché in realtà non sembrano aver bene chiaro di cosa stanno parlando, e come sempre ogni particolare del finale viene svelato già il giorno stesso dell’uscita al cinema: questo è il grande giornalismo italiano…

da “La Stampa”, 22 ottobre 1992

«Alien 3» di David Fincher

Weaver contro tutti
Adesso è donna il nuovo Salvatore

di  Lietta Tornabuoni

(da “La Stampa”, 2 ottobre 1992)

Se il cinema si ripete e diventa seriale, i film-séguito della stagione («Alien 3», «Batman 2», «Arma letale 3», «Scanners 2», «Twin Peaks meno 1» che racconta i precedenti della serie televisiva) diventano storie famigliari, vicende di parenti, fiabe con personaggi fissi. Ma alla terza puntata tutto cambia nella saga di Alien, cominciata nel 1979 con «Alien» di Ridley Scott, continuata nel 1986 con «Aliens» di James Cameron, ambientata nello spazio infinito, centrata sulla lotta tra il Mostro viscido, pluridentato, ineliminabile divoratore degli umani e l’eroina Sigourney Weaver, capitana coraggiosa, madre-sorella protettiva, stella stellare in canottiera grigia.
In «Alien 3» la nostra eroina comandante Ripley non è più bella né giovane, ha la testa rasata per via dei pidocchi, ha in faccia un profondo pallore di malattia e di scoraggiamento, ha il petto e i fianchi appesantiti dalla propria gravidanza reale e dalla terribile gravidanza opportunamente inventatale per il film di cui è coproduttrice: il Mostro l’ha fecondata, è incinta dell’Orrore, il feto che porta è una «regina» in grado di dar vita a migliaia d’altri mostri. Non siamo più in viaggio nel sistema solare: la nave spaziale Seluco è precipitata andando in pezzi su Fiorina 161, pianeta remoto, colonia penale per supercriminali ormai ridottisi a venticinque e trasformatisi in una comunità mistica che pratica un «fondamentalismo cristiano apocalittico-millenario». Il luogo in cui Ripley si ritrova è una ex fonderia desolata grigio-nera e marrone (il colore bianco manca) senza armi e senza tecnologia, dove nulla più funziona, obsoleta e cadente come una grande fabbrica metalmeccanica in abbandono.
Tutto è cambiato, però la lotta continua e resta quella. Il Mostro è atterrato con l’eroina: si ripropone il duello Ripley-Alien, si ripetono le premonizioni, i segni paurosi, il terrore confermato, la caccia al Mostro celato nei meandri e pronto ad avventarsi sugli uomini per stritolarli, massacrarli, ingoiarli. I nemici si moltiplicano, in «Alien 3»: Sigourney Weaver deve battersi anche contro i super-criminali che vogliono violentarla, contro il loro capo che ciecamente non vuole credere alla presenza del Mostro, contro la Compagnia padrona di tutto (nave spaziale, pianeta, fonderia, uomini, tutto) che indifferente al pericolo non intende eliminare il Mostro ma studiarlo e utilizzarlo come una nuova arma batteriologica. Per salvare l’umanità, l’eroina compie il sacrificio di sé: si precipita insieme con il terribile frutto del suo ventre nella fornace ardente. Lei non può non morire, il suo personaggio non lo vedremo più. Pero all’ultimo istante, in un estremo guizzo di vita, il Mostro le squarcia l’addome, viene alla luce: «Alien 4»?
Volendo, ogni interpretazione o significato è possibile: il Mostro è dentro di noi («Alieno ma anche compagno: può vivere solo di noi e con noi», scriveva Stefano Reggiani, critico de «La Stampa»); il Futuro del mondo è il suo passato remoto; il Capitalismo cinico divora i suoi figli; il nuovo Salvatore è donna. Si sa che i grandi temi dell’esistenza e del destino umano sono emigrati dal cinema d’autore al cinema d’intrattenimento: «Alien 3» è ripetitivo, soffocante, tetro ma, come ogni favola nera, sempre emozionate.

Lietta Tornabuoni

L.

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2 pensieri su “[1992-10] Alien 3 su “La Stampa”

  1. E sì che la Tornabuoni veniva parecchio stimata nel settore della critica… ma, probabilmente, qui ricadiamo anche nella secolare sottovalutazione tutta italica del genere fantastico: in fin dei conti è “solo” un semplice film di fantascienza, che vuoi che sia rivelare il finale (o scrivere Seluco al posto di Sulaco) 😦

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    • All’epoca in cui ero vorace e feroce lettore di critica cinematografica, negli anni Novanta, il suo nome mi era molto familiare. Però il ghetto è ghetto, e tocca anche ringraziare: anche se considerata spazzatura, la fantascienza aveva addirittura l’onore di un articolo sul giornale, cosa impensabile per i film di arti marziali che uscivano copiosi in sala…

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