PREDATOR SENZA GLORIA (fan fiction) 2


Seconda puntata della mia nuova fan fiction, ambientata stavolta nel mondo dei Predator caduti in disgrazia.
In attesa che questo autunno la Titan Books presenti un’antologia di racconti sui Predator, ecco una storia inedita dei celebri alieni Fox.

PREDATOR
SENZA GLORIA

2

Anderson City
Locale “Big Game Pub”

Il pugno crollò sul suo muso come un’auto in corsa, e l’incontro era in pratica chiuso.

Lo stesso lo Yautja si rialzò e, ricoperto di sangue verde, continuava a gracchiare alla volta dell’avversario. L’aveva stuzzicato perché era davvero convinto di essere più forte di lui. Di solito chi sceglieva un nome altisonante era in realtà scarso, perché i veri guerrieri vivevano nei clan d’appartenenza, sul loro pianeta natale o a caccia per l’universo: non nella cantina di una lurida bettola alla periferia della città.

Il suo avversario aveva un nome che definire altisonante era proco: Berserker. Che tracotanza! L’avrebbe mandato a tappeto in un attimo. Così quando si era ritrovato sotto un fuoco di pugni potenti era rimasto spiazzato: che fosse il primo campione che corrispondeva al proprio nome di battaglia?

Berserker era snello e scattante, aveva muscoli allungati che gli consentivano più prestanza rispetto alla granitica montagnosità dell’avversario: riusciva a dare due pugni nel tempo che l’altro impiegava per prepararne uno solo, quindi in pochi secondi l’incontro era già scontato, tanto che gli scommettitori cominciarono già a pagare le quote, così da portarsi avanti con il lavoro.

Il Predator ricoperto di sangue gridò e lanciò il suo ultimo attacco, quello che nella sua mente doveva essere la tecnica fenomenale che ribaltava l’esito dell’incontro: nessuno poté vedere a quale tecnica pensava, perché mentre ancora apriva la bocca per gridare già Berserker gli aveva assestato una combinazione di pugni che lo sbatté a terra senza fiato.

«Ah», gracchiò un enorme Yautja seduto in tribuna d’onore. «Il tuo Berserker è un fottuto fuoriclasse: ormai scommettere su di lui è come andare a ritirare soldi in banca.»

Accanto a lui uno Yautja più snello scoppiò a ridere. «Banca? Possibile che ci siamo “umanizzati” così tanto da parlare di banche?»

Il primo rise, con la sua voce gutturale e facendo ballare il petto pieno di cicatrici. «Che ci vuoi fare, Achab? Ormai sono un uomo d’affari, e gli affari nell’universo si fanno con gli umani.» Mandò giù il contenuto che gli rimaneva nel bicchiere. «Quando ti allei con qualcuno devi rispettare il suo dio, e il dio umano è la Banca: che ci vuoi fare?»

Achab gli batté una mano sulla spalla. «Ti ricordi, Celtic, quando a questi umani strappavamo la spina dorsale?» I due risero. «Quelli sì che erano tempi, amico mio: ti ricordi quanto strillavano?»

Celtic cominciò ad agitare le mani in aria, ridendo. «Ti prego, così mi farai piangere: non ricordare a un assetato quant’è buona l’acqua.»

«Ora parli pure per proverbi! Mi stai diventando un vero uomo…» E i due sbottarono in una risata ancora più fragorosa.

«Altri tempi davvero, amico mio», disse Celtic, stavolta con un riso amaro. «Sapessi quanto è difficile fare affari con quegli insetti: vedessi che facce da duri fanno, quando pensano che così facendo abbiamo paura di loro. Però ormai ad appendermi i loro crani alla cintura si commette reato, e tocca giocare alle loro regole. Sai ora cosa porto alla cintura?» Il Predator spostò il mantello che lo avvolgeva e mostrò la cintura all’amico, che si mise a ridere forte. «Esatto: una zampa di coniglio! Pare che fra gli umani sia socialmente accettato questo trofeo. Il giorno che comincerò a fare affari con i conigli, mi procurerò un braccio umano da appendere alla cintura.»

I due risero ed Achab ordinò ancora da bere. «Devi passare più spesso a trovarmi, Celtic. Questo posto comincia ad essere frequentato da troppi falliti tristi e piagnucolosi: neanche se li ricordano più i bei tempi in cui eravamo grandi cacciatori.»

«Se non sbaglio qualcuno – cioè io – ti disse di lasciar stare l’idea di gestire un locale per Yautja e di metterti in affari con me.» Celtic mise una mano sulla spalla dell’amico. «Io ti conosco, so quanto vali: se mollassi tutto e venissi via con me non solo guadagneresti molto di più…» Si sporse verso Achab. «Ma potresti avere l’occasione di tornare a cacciare come ai vecchi tempi… A cacciare umani!» Ormai Celtic stava bisbigliando, poi cambiò posizione e tornò a parlare con voce normale. «Le scommesse clandestine sono un buon affare e i combattimenti illegali in fetide cantine sono divertenti, non lo nego, ma io ti conosco: tu non sei come uno di questi falliti alcolizzati, tu sei un cacciatore. Puoi aver perso l’onore secondo quanto dice il codice, ma sono parole: tu sei nato Blooded Warrior e non sarà certo un vecchio codice stantio a dire il contrario.»

Quando arrivò da bere, Achab mandò giù il suo drink tutto d’un fiato. «Mi rimangio tutto: se devi mettermi in testa queste idee… forse è meglio che non passi così spesso.» I due risero, ma poi Achab tornò serio, sebbene l’alcol cominciasse a scioglierlo. «Tu mi conosci, è vero, ma io conosco te, Celtic, e sei l’unico che considero un cacciatore migliore di me.» L’amico inchinò il capo in segno di riconoscenza. «Ma quello che non mi piace… be’, diciamo che l’unico tuo difetto è che ti circondi di gente non proprio simpatica.»

«Mai piaciuta la gente simpatica», rispose sorridendo Celtic.

Achab lo fissò a lungo. «Hai capito cosa intendo: tu gestisci Bad Blood, Celtic. Tu vendi i servizi di assassini spietati a chi ti paga di più. Con te non ho problemi perché ti rispetto, ma coi Bad Blood… io non voglio averci nulla a che fare.»

«Andiamo», lo esortò l’amico. «Non ti sembra di esagerare? Come ti dicevo, sono clausole di un codice d’onore vecchio e sorpassato: non riconosco chi mi chiama “intoccabile” perché ho perso l’onore, così come non riconosco l’etichetta di Bad Blood per i miei uomini. Io offro un servizio a pagamento, esattamente come te: non mi sembra che ti crei dei problemi riempire di alcol dei falliti che poi usciranno ed andranno a fare danni in giro.»

Achab fissò il proprio bicchiere. «Non ho detto che io sia migliore, solo che non voglio avere a che fare coi Bad Blood.»

I due si guardarono e una sola occhiata fece esplodere nella mente di entrambi un ricordo lontano. Un ricordo doloroso. Il ricordo di un’astronave Bad Blood che il loro gruppo avrebbe dovuto assaltare e neutralizzare. Il ricordo di un’azione studiata male da un capo appena promosso sul campo e non ancora capace di intuito: un capo di nome Achab. Il ricordo di come un capo non preparato avesse mandato al massacro i propri guerrieri per colpa di un piano studiato male, il ricordo dei Bad Blood che maciullavano fior fiore di guerrieri, un pezzo alla volta per colpa di Achab. Il ricordo di un capo che, paralizzato dal terrore, assisteva impotente alla morte dei propri sottoposti, finché Celtic non l’aveva preso e l’aveva trascinato verso la salvezza. Verso un futuro di ignominia e disonore. Solo loro due si erano salvati, ma il loro clan li ignorò: scrissero canzoni per ricordare quella tragica battaglia e in esse si parlava di “nessun sopravvissuto”.

Per il loro clan, per la loro famiglia, per i loro amici, Achab e Celtic erano morti, e solamente quando lo sarebbero stati per davvero allora avrebbero avuto l’onore di essere compresi nella canzone: nessun sopravvissuto.

Celtic scosse la testa. «Devi lasciarti il passato alle spalle, Achab, devi fare come ho fatto io. Non puoi continuare a torturarti, dopo tutto questo tempo. Tu sei migliore di quello che pensi, e lo dimostra il fatto che al contrario di molti nostri compagni hai messo su un’attività che funziona, hai un locale avviato con molte iniziative, non tutte legali ma tutte lucrose. Eppure lo stesso sono sicuro che sei ancora un guerriero fenomenale: ti continui ad allenare?»

Achab scosse la testa. «Un po’. Mi tocca farlo di nascosto, lo sai: il primo stronzo umano che mi vede usare un’arma mi denuncia e sono fregato. Così approfitto di quando il locale è vuoto e uso l’arena sotterranea. Ma è poca cosa….»

Celtic si sporse e abbracciò il collo dell’amico con il suo enorme braccio. «Io ti offro aria aperta, caccia alla luce del sole e tutta la libertà che questi umani non ti daranno mai.» Di nuovo stava bisbigliando. «L’universo è grande Achab, smettila di marcire in questo buco e torna a battere territori di caccia vasti e incontaminati.»

Achab stringeva il suo bicchiere fino a farsi male alle dita. «Sai benissimo che mi piacerebbe…»

«E allora? Che ci fai ancora qui? Preferisci la cantina del tuo locale all’universo?»

Achab girò la testa e fissò l’amico a lungo. «Tu mi conosci come nessuno, sei più d’un fratello per me, quindi posso dirtelo…» Esitò ancora prima di continuare a parlare. «Essere circondato da falliti è l’unica soluzione, per me… perché così non mi sento un fallito io.»

Celtic tolse lentamente il braccio dal collo di Achab e mandò giù il suo drink. «Cazzo, fratello, stai messo davvero male.»

Posato pesantemente il bicchiere, l’enorme Yautja si alzò, parlando all’amico dall’alto. «Taglierei la testa a chiunque osasse darti del fallito… ma il problema è che sei tu stesso a farlo.» Gli batté una mano sulla spalla. «Quando smetterai di considerarti tale, sai dove trovarmi.»

E se ne andò.

Quando Berserker raggiunse Achab, quest’ultimo stava ancora fissando il proprio bicchiere vuoto. «Ehi, capo, hai visto come l’ho mandato giù? Come ti sono sembrato?»

«Quasi bravo», mugugnò Achab senza guardarlo.

Il lottatore, ancora su di giri, si sedette dove un attimo prima c’era stato Celtic. «Cosa? Perché “quasi” bravo?»

Achab girò la testa lentamente fino a fissare l’altro Yautja. «Perché se tu fossi stato veramente bravo, all’epoca avresti salvato i tuoi compagni guerrieri, invece di fingerti morto per salvarti il culo per poi scappare come un verme.»

La voce era impastata, l’alcol cominciava a prendere il controllo di Achab e Berserker lo sapeva. Sbuffò e si alzò. «Ogni volta che il tuo amico viene a trovarti diventi sgradevole: perché qualche volta non vai tu da lui?» E se ne andò.

~

Quando la donna entrò nel locale, tutti gli Yautja si voltarono a fissarla, immobilizzandosi. Erano abituati a dover sopportare gli umani tutto il giorno, a stare attenti a non offenderli o ferirli, anche involontariamente, dovevano subire i loro rimbrotti e le loro stupide leggi “civili” ogni ora della loro vita: quando entravano nel locale di Achab, era per allontanarsi da quel mondo. Nessun umano era il benvenuto, lì.

L’elettricità si poteva avvertire nel locale, finché una voce tuonò. «Machiko, amica mia, ti stavo aspettando.»

Achab andò incontro alla piccola donna e l’abbracciò sollevandola di alcuni metri da terra. Machiko era abituata a quella rozza manifestazione d’affetto e irrigidiva i muscoli per resistere a quell’abbraccio.

Quando la rimise a terra, Achab gongolava. «Avevo davvero bisogno di rivederti, come te la passi?» E d’un tratto si rese conto dello Yautja che era entrato con lei: si limitò a fissarlo con sguardo interrogativo.

«Ciao Achab, anch’io non vedevo l’ora di mollare quegli stupidi umani per venire qui.»

«Chi è lui?» Il tono di Achab era curioso: se fosse stato un uomo si sarebbe potuto dire che dalla sua voce traspariva gelosia, ma era ovviamente impossibile.

«Oh lui», disse gesticolando Machiko. «L’ho invitato io. Vedi, lui…»

«Ce l’hai la voce, ragazzo?» chiese Achab al nuovo venuto. «Puoi anche presentarti da solo.» Ad Achab non piacevano i volti nuovi, soprattutto nel locale dove metà delle attività che gestiva erano illegali.

Il Predator si guardava intorno, per nulla a suo agio, e parlò a voce bassa. «Io mi chiamo…»

«Me ne frego di come ti chiami», lo interruppe bruscamente Achab. «Voglio sapere come ti chiamano gli altri. Il nome che ti hanno dato i tuoi genitori ormai è sepolto insieme al tuo onore: ciò che qui conta è tutto ciò che rimane della nostra gloria. Il nostro nome di battaglia.»

«Achab…» cercò di intervenire Machiko, ma senza speranza. Era chiaro che il suo amico avesse bevuto e non volesse estranei in casa.

«Io non ho un nome da battaglia», disse lentamente lo Yautja.

«Cosa?» esclamò Achab con tono di voce più alto del dovuto. «Che cazzo vuol dire? Te ne danno uno subito dopo il rito del First Blood, o il tuo stupido clan aveva regole diverse?»

Machiko cercava di frapporsi fra i due, ma il giovane Yautja non gliene diede il tempo. «Guidavo l’astronave che portava me e i miei compagni al First Blood, ma subito dopo la partenza ho fatto un casino e la nave si è schiantata. Sono tutti morti fra le fiamme… sono tutti morti Unblooded… sono tutti morti senza un nome da battaglia da ricordare nelle canzoni.»

I due Predator si guardarono, finché Achab sibilò: «Cazzo, amico, oggi è la giornata dei brutti ricordi.» Gli assestò una potente manata sulla spalla: Machiko ringraziò che non la diede a lei, altrimenti l’avrebbe fatta volare per la stanza. «Non ci pensare, ragazzo, qui sei fra amici: qui siamo tutti pieni di merda, quindi nessuno ti giudica. Vieni, che ti offro da bere.»

«No!» scattò Machiko. «Ehm, cioè, sarebbe meglio di no…»

Achab la fissò. «Non dirmi che hai portato un alcolizzato nel mio bar», e sbottò in una sonora risata. «Sei troppo crudele, anche per uno Yautja!»

«Non ho portato un alcolizzato», si sbrigò a specificare la donna. «Ho portato un amico che ha bisogno di conforto. Voglio fargli conoscere altri che vivono la sua stessa condizione ma hanno trovato il sistema per non torturarsi. Ecco, guarda Achab», ed indicò il gestore del locale al suo amico Yautja, «non si è mai lasciato abbattere ed ora gestisce un’attività di successo. Non lo trovi un esempio illuminante?»

Achab scoppiò a ridere. «Momento sbagliato, Yautja sbagliato, Machiko: per come mi sento stasera mi sa che mi taglio la gola prima dell’alba.» Cominciò a tastarsi addosso. «Dove ho messo il foglio con su scritto il mio clan?»

Alcuni clienti intorno a lui sghignazzarono. «Scherza», disse Machiko al suo amico, mostrando un sorriso teso. «Vive una vita piena e soddisfacente… vero?»

«Puoi scommetterci la testa, amico», disse Achab ridendo alla volta del nuovo venuto. «Così perdi la scommessa, perdi la testa e anche il tuo nome riacquista un po’ d’onore. Machiko te l’ha detto di girare sempre con un appunto indosso con su scritto il nome del tuo clan?»

Il Predator annuì, a testa china.

Achab lo guardò. Era davvero una pessima serata. Allungò un braccio e prese il drink di uno dei suoi clienti. Lo bevve d’un fiato e mentre ancora inghiottiva fece calare il bicchiere sulla testa del nuovo venuto.

Mentre Machiko gridava e gli altri clienti trattenevano il fiato, il nuovo venuto fissò allibito Achab… ma non mosse un solo muscolo, anche se sentiva il sangue caldo scorrergli sul volto e ricoprirgli la testa.

Achab lo fissò e si ripulì la mano sporca di vetro e sangue sul petto. «Questo è il tuo First Blood, ragazzo, ed ora hai un nome di battaglia: Scar. Come la ferita che ti ho appena inferto.»

Il giovane Yautja lo fissò sgomento, poi parlò con voce calma. «E non potevi chiamarmi Scar e basta, senza ferirmi davvero?»

Achab scosse le spalle. «Sarebbe stato sarcastico: così invece è un nome vero.»

(continua)

– Altre puntate:

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4 pensieri su “PREDATOR SENZA GLORIA (fan fiction) 2

  1. Guarda un po’, e così abbiamo pure Scar 😉
    Ben tratteggiati nei loro dialoghi i Predator, mai dimentichi di quello che sono e che fanno anche se sottoposti alle limitanti leggi delle loro ex(?)prede umane (Machiko esclusa, ovviamente)…
    P.S. Mi chiedo cosa potrebbe mai succedere se in quel locale arrivasse il pronipote di un tale Dutch Schaefer 😉

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