Alien: Covenant su “Vanity Fair” (2017)

Quale rivista, in questo “maggio alieno”, non parla in qualche modo del mondo di Alien? Ecco dunque un servizio sulle due donne forti legate a questo ciclo, Katherine Waterston e Sigourney Weaver, sul numero 18 (10 maggio 2017) del settimanale “Vanity Fair Italia“.
Di seguito le pagine in questione e poi il testo completo.


Fuori i muscoli, ragazze

di Simona Siri

Una ha aperto la strada, l’altra riprende il testimone quasi quarant’anni dopo. Sigourney Weaver e Katherine Waterston interpretano i due volti (molto somiglianti) di Alien nel corso del tempo. Un tempo di conquiste per le donne. Ma la missione non si è ancora conclusa

Katherine Waterston

Lo aveva promesso cinque anni fa, quando uscì Prometheus: prima o poi, sarebbe tornato alle origini. Lo ha fatto, e l’11 maggio, 38 anni dopo il «prototipo», Ridley Scott presenta Alien: Covenant, trionfo di inseguimenti, budella, squartamenti. In mezzo a tanto sangue, la protagonista: Katherine Waterston.

37 anni, nata a Londra da genitori americani, .glia d’arte (il padre è Sam Waterston, il Jack McCoy di Law & Order), già vista in Vizio di forma e in Animali fantastici e dove trovarli, con caschetto corto e canottiera sudata assomiglia molto a Sigourney Weaver, il tenente Ripley del primo Alien.

La incontro a Los Angeles, dopo aver visto quindici minuti del film: «Ma davvero l’hanno proiettato dopo colazione? Povera lei! Io stessa non sono affatto sicura di essere pronta a vederlo tutto intero», mi saluta.

Pensato come sequel di Prometheus e come prequel del primo Alien, Covenant racconta la storia di una missione spaziale su un pianeta lontano dalla Terra, un potenziale nuovo paradiso. «La nave Covenant trasporta diverse coppie, che vengono addormentate con la promessa di svegliarsi in una nuova casa. Il mio personaggio, Daniels, fa parte del gruppo che ha organizzato la missione. È una donna molto brava nel suo lavoro, non cerca di avere più potere, ma le circostanze la porteranno a prendere il comando». Le circostanze sono l’entrata in scena del temibile Xenomorfo e la lotta che ne seguirà.

Si ricorda quando vide il primo Alien?

«Benissimo, perché avevo solo dieci anni ed ero molto impressionabile. Rimasi traumatizzata per mesi, tanto che aspettai altri dieci anni per rivederlo. Solo allora ho potuto apprezzare l’interpretazione di Sigourney Weaver: una vera forza della natura».

All’epoca Sigourney disse che non era preparata per una parte così, e di essersi scoperta forte man mano che le riprese andavano avanti. È successo anche a lei?

«Capisco quello che intende, perché ha a che fare con entrambi i nostri personaggi: Ripley e Daniels sono donne eroiche loro malgrado, trasformate in leader dagli eventi. Quanto a me, sono sempre stupita da ciò che i registi pensano sia in grado di fare. Per mia natura sono attratta dalle sfide, quindi mi butto, ma mi sembra strano che altri la pensino come me».

Come è stata scelta da Ridley Scott?

«Mi aveva vista in Vizio di forma e gli ero piaciuta. Il primo incontro è stato abbastanza assurdo: invece di essere io a cercare di impressionare lui, era lui a cercare di impressionare me».

Le ha dato qualche consiglio?

«No, ma prima di scritturarmi mi ha detto: “Mi piace lavorare con attori bravi che sappiano il fatto loro, perché sul set io ho altre mille cose cui pensare e non posso stare lì a tenervi la mano”. Così è stato: sul set è molto pragmatico, ma allo stesso tempo è un incredibile osservatore, attento a ogni minima sfumatura».

Fisicamente, si è dovuta allenare molto?

«Non troppo. Daniels è una scienziata, non è una sportiva, un fisico eccessivamente muscoloso non sarebbe stato appropriato. L’importante era avere l’energia necessaria per reggere tutte quelle ore sul set: Ridley ha 79 anni ma è molto più resistente di me. La mia principale preoccupazione era non trovarmi nella situazione di dover dire di no a lui».

Combattere gli alieni è un mestiere pericoloso?

«Può esserlo se non sei allenata. In effetti, la mia preparazione si è concentrata sull’evitare di farmi troppo male e proteggere le mie articolazioni».

Non ha usato una controfigura?

«Solo in alcune scene particolarmente pericolose, me l’ha imposta la produzione: se mi fossi fatta male, avrebbero dovuto sospendere le riprese. Ma mi sono divertita tantissimo, e sono orgogliosa dei lividi che mi sono fatta sul set».

La sua somiglianza con Sigourney Weaver è da tempo argomento di discussione.

«In realtà i capelli corti sono una necessità più che una scelta. Per Animali fantastici avevo fatto un taglio anni ’40 che non andava bene: l’unica soluzione a quel punto era tagliarli ancora più corti, visto che io detesto le parrucche. Certo il paragone per me è un onore, e capisco che la gente pensi a lei. Ma i due personaggi sono diversi, e la mia preoccupazione principale è stata raccontare la storia di Daniels».

Oltre a suo padre, anche i suoi fratelli e cognati fanno cinema. Quando ha deciso che sarebbe diventata attrice?

«A cinque anni lo avevo già deciso, ma l’ho tenuto segreto fino ai diciannove, perché sono testarda e volevo essere diversa dal resto della mia famiglia. Intendevo trovare un mio spazio, ed ero irritata dalla mia voglia di fare quello che facevano loro, così per molto tempo ho negato questo desiderio. Poi, un giorno, mi sono vista da vecchia, infelice perché non avevo seguito il mio vero obiettivo. Mi sono spaventata così tanto che il giorno dopo ho detto a mio padre che volevo fare l’attrice. Dirlo a lui ha reso reale il sogno».

Lui come ha reagito?

«Urlando di gioia. Forse lo sapeva, che quella era la mia strada».

Che cosa ha imparato crescendo circondata da attori?

«Che il successo è un mistero: ho tanti amici pieni di talento che nessuno ha mai sentito nominare. Ci vuole molta fortuna».

Nel suo curriculum non c’è neanche una piccola parte in Law & Order, dove suo padre ha fatto sedici stagioni.

«La verità è che ai provini ero un disastro totale: mi agitavo, sbagliavo, e nessuno mi prendeva. I provini sono una delle esperienze peggiori che possano capitare a un attore».

Da spettatrice, che film le piacciono?

«Un po’ di tutto, ma soprattutto film vecchi. Non amo le cose troppo di moda, quelle di cui tutti parlano».

Leggerà le recensioni?

«No. Quelle parole poi ti rimangono dentro, e a volte è difficile dimenticare ciò che scrivono di te».


Sigourney Weaver

Senza di lei non ci sarebbe stata l’Angelina Jolie di Tomb Raider, né la Jennifer Lawrence di Hunger Games. Protagonista nel 1979 del primo storico Alien, Sigourney Weaver rimane il modello di eroina al quale tutte le attrici si ispirano quando devono fare un film d’azione. Mentre sugli schermi arriva il prequel, Sigourney torna al cinema nel ruolo di una nonna, la madre di Felicity Jones in 7 minuti dopo la mezzanotte, che esce in Italia il 18 maggio. Tratto dall’omonimo libro di Patrick Ness, il film racconta la storia di Conor, un bambino figlio di una malata terminale di cancro (Felicity Jones, appunto), e del mostro che ogni sera va a fargli visita. Una favola per bambini ma anche per adulti, dove i temi trattati sono il dolore, la malattia, la perdita.

Con Alien lei ha aperto ad altre attrici la possibilità di diventare protagoniste di film d’azione.

«Non mi sono mai vista come una pioniera. Negli anni ’70 il movimento femminista era molto forte, le donne stavano scalando le posizioni di potere e io sentivo di far parte di quel movimento. Sfortunatamente il mondo poi si è un po’ fermato, e oggi siamo ancora qui a combattere per i diritti e per un’uguaglianza che allora sembrava conquistata».

È per questo che la sua Ripley è ancora così attuale?

«Sì. Siamo ancora in lotta. Prenda la questione degli stipendi: è assurdo che le donne guadagnino di meno. L’uguaglianza tra i sessi dovrebbe essere sancita dalla Costituzione».

È vero che sul set era così inesperta che Ridley Scott le diceva di non guardare dentro la cinepresa?

«Verissimo. E io gli rispondevo: ma se me la trovo sempre davanti alla faccia! Dove dovrei guardare?».

In 7 minuti dopo la mezzanotte invece è una nonna.

«E per giunta inglese, come mia madre. Ho cercato di fare l’accento britannico, ma senza imitarla. Mia madre era un’attrice di teatro, aveva studiato alla Royal Academy, parlava anche a casa con la voce impostata».

Che cosa l’ha spinta ad accettare questa piccola parte?

«Conoscevo il lavoro del regista, Juan Antonio Bayona, e volevo far parte del cast. Credo sia un film importante, fatto davvero con lo scopo di aiutare le famiglie ad affrontare la morte di una persona cara, il dolore, la malattia. L’importanza di una parte o il genere di un film non mi sono mai interessati. Invece, mi chiedo sempre: è un progetto di cui voglio far parte?».

Una cosa che colpisce del film è il racconto di come la malattia cambia non solo chi ne è colpito, ma anche chi gli sta vicino.

«È una scelta molto realistica perché la malattia è davvero così, può veramente spezzarti in due. Il mio personaggio è una donna che cerca fino all’ultimo di non far trapelare il dolore, di mantenersi forte, ma che poi deve cedere».

Nell’economia di una carriera, è più importante dire di sì al film giusto o di no a quello sbagliato?

«Credo sia ugualmente importante. Ho studiato letteratura a scuola, e credo che questo mi abbia dato un vantaggio enorme nella lettura delle sceneggiature. Non ho mai voluto fare la protagonista in un film brutto: nessun attore è così bravo da risultare interessante dentro una storia noiosa. Molto meglio far parte di un progetto che sarà ricordato».

Ha detto molti no?

«Moltissimi, e per ragioni diverse. È questione di chimica: se non la sento dall’inizio, preferisco rinunciare».

La sua prima apparizione al cinema è stata in Io e Annie. È vero che ricevette un compenso di cinquanta dollari?

«Non ricordo esattamente, ma era la paga minima dell’epoca secondo il sindacato attori. Ogni anno ricevo ancora 12 dollari per quel film. Grazie Woody!».

Ritornerebbe a interpretare Ripley in un nuovo Alien?

«Sì, mi piacerebbe chiudere il cerchio. Sapere che vaga nello spazio senza pace non mi fa stare per niente tranquilla».


Metallo freddo o sangue caldo?

di Simona Siri

Preparatevi al piccolo «festival» dedicato a Michael Fassbender che torna con due film: androide o arrogante discografico? A voi la scelta (aspettando James Bond)

Misterioso, di poche parole, carismatico. Ci aveva fatto un po’ patire la sua assenza ma ora Michael Fassbender è tornato, e le fan ringraziano. Non con uno, ma con ben due film, entrambi nei cinema il 10 maggio, come se fosse una specie di piccolo festival fassbenderiano. E siccome lui è camaleontico, i due ruoli – anzi: tre – non potrebbero essere più diversi. In Alien: Covenant di Ridley Scott riprende sia il ruolo che aveva già ricoperto in Prometheus, quello dell’androide David, e nello stesso tempo interpreta un nuovo robot, Walter. Siccome la storia si svolge dieci anni dopo quella del film precedente, Walter è come l’evoluzione ipertecnologica: più funzionale e obbediente ma molto meno umano (David in Prometheus non solo soffriva di gelosie e insicurezze, ma si faceva la messa in piega con i bigodini e aveva una stramba somiglianza con Bowie).

In Song to Song, diretto da Terrence Malick e ambientato durante il famoso South by Southwest Festival di Austin, in Texas, è il discografico Cook. Affascinante, arrogante, manipolatore, seduttivo oltre ogni limite, Fassbender è invischiato in un rapporto di odio e amore, di gelosia e rispetto con il musicista BV, interpretato da Ryan Gosling (e sì, c’è anche di mezzo una donna, Rooney Mara). Due ruoli opposti, quindi. Metallo freddo da una parte, sangue caldo dall’altra. In mezzo lui, bravo come sempre, capace dell’impossibile, per esempio rendere ironico un androide. E siccome questi sono gli ultimi due ruoli interpretati da Fassbender prima di prendersi una meritata pausa.

Che cosa gli riserverà il futuro non si sa: alcune voci dicono che potrebbe essere il nuovo James Bond, sostituto di Daniel Craig che però ha già fatto sapere di essere disponibile per un ultimo, definitivo capitolo della saga. A vederlo fare David con i bigodini e la manicure un sospetto era venuto: e se fosse giunta l’ora di un ruolo comico?


L.

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