ALIENS versus BOYKA 3: Dead Or Alive (fan fiction) 2

Seconda puntata della nuova fan fiction per omaggiare l’uscita (eternamente posticipata) del terzo prodotto Millennium Films con protagonista il lottatore interpretato da Scott Adkins.
Per evitare di “bruciare” i colpi di scena, l’elenco di tutte le fonti che cito lo stilerò solo alla fine della storia.

ALIENS versus BOYKA 3:
Dead Or Alive

2

Il buio avvolgeva tutto ma non era un problema: Dunja non aveva bisogno di vedere la propria pistola, le bastava sentire il suo peso tra le mani. Stringendola sapeva sempre dov’era e dove puntava.

Era solo una recluta quando Rykov le insegnò a sparare come un Colonial Marine. Il generale non era certo solito scendere tra la marmaglia ad elargire consigli o addirittura ad istruire soldati, ma Dunja proveniva dalla Casata Yutani, e questo cambiava tutto. Nessuno lo sapeva, solo Rykov era informato di quel particolare che, ai suoi occhi, rendeva quella ragazza smorfiosa e strafottente come un tesoro prezioso.

Come ogni donna, la recluta Dunja passava ogni istante della propria vita a dimostrare di essere brava quanto un uomo, se non di più, e questo la rendeva un pessimo soldato: in ogni prova non pensava al risultato, ma a raggiungerlo come l’avrebbe raggiunto un uomo. Fu Rykov a prenderla sotto la propria ala e ad insegnarle il grande segreto degli uomini: fregarsene. Poniti un obiettivo e va’ per la tua strada, le diceva il generale: chi non ti segue, peggio per lui.

Dunja voleva fare carriera nei Colonial Marines perché sentiva dentro di sé di essere una combattente. Questo però lo capì solo nel momento in cui Rykov le chiese quale fosse il suo obiettivo. Dentro di sé la donna sapeva benissimo che era entrata nell’esercito per fare uno sgarro alla sua Casata: una “nobile” finita a dividere gli spogliatoi con i rudi soldatacci, con quei Colonial Marines che avevano la fama di essere poco più che mercenari senza troppi scrupoli. Per orgoglio Dunja avrebbe portato fino in fondo quella che era a tutti gli effetti una ragazzata, una scelta sbagliata che non poteva finire bene. Poi però arrivò Rykov.

Nel buio Dunja si muoveva il meno possibile, tenendo gli occhi fissi davanti a sé: non aveva senso muoverli, visto che non vedeva nulla, ma tenendoli fissi poteva controllare più spazio grazie alla “coda dell’occhio”. E i ricordi andavano, volavano indietro nel tempo fino a trovarla eccellere nelle prove militari: non perché fosse una donna uguale o migliore degli uomini, ma perché Rykov aveva saputo tirarle fuori la vera grinta. Non l’orgoglio o la cocciutaggine, ma il talento.

Si rivide esercitarsi giorno e notte con la pistola d’ordinanza. I suoi commilitoni non avevano gradito che la donna fosse stata esentata da qualsiasi incombenza militare, che potesse esercitarsi senza sosta interrompendo gli allenamenti solo per i pasti: niente servizi di pulizia, per lei, niente lavori umili, ma neanche libera uscita. Rykov sin da subito voleva fare di lei la propria preferita, il proprio gioiello e la cosa non metteva certo in buona luce la donna agli occhi dei suoi commilitoni.

Dunja era lusingata e orgogliosa di questo interesse, e forse davvero non si rese mai conto che l’unico obiettivo del generale era tenersi stretto qualcuno con un debito di riconoscenza, qualcuno imparentato con una potente Casata. Era un assegno in bianco che Rykov si staccava da solo, anche se poi non era mai riuscito ad incassarlo.

Fissando il vuoto, Dunja ricordò il nero del sangue schizzato sulla visiera che nascondeva il volto di Rykov, ricordò la pressione che esercitò sul proprio coltello mentre la sua lama entrava nel collo del generale. Mentre teneva salda la propria pistola davanti a sé ricordò di come aveva ucciso l’unica figura paterna della sua vita, l’unico uomo che avesse creduto in lei fin dal principio. Ora sapeva che era un verme spregevole, che si era preso cura di lei solo per interesse, che non aveva esitato ad affibbiarle la responsabilità di un massacro compiuto da lui, ma tutto questo non contava. Era stato l’unico padre che aveva avuto… e gli aveva squarciato la gola. L’ultima volta che si era vista le dita sembrava avessero ancora un alone rosso.

Quando la figura di uno xenomorfo esplose fuori dal buio, quando il suo corpo piombò nel campo visivo sibilando e gridando, Dunja non esitò: era stato Rykov ad insegnarle come mantenere la concentrazione fisica anche quando la mente vagava, o cedeva. Mosse velocemente ma saldamente le mani che impugnavano la pistola e sparò due colpi in rapida sequenza, piazzando i proiettili entrambi su ciò che poteva definirsi “fronte” dell’alieno. Poi altri due colpi dritti al collo, mentre il mostro alzava la testa per la forza dell’impatto. Meglio andare sul sicuro.

L’essere crollò, ma il sibilo si continuava ad avvertire: ce n’era un altro. Dunja si voltò di 180 gradi inchinandosi leggermente. Se l’alieno avesse cercato di colpirla alla testa, avrebbe evitato il colpo: se invece mirava al corpo, inchinandosi la situazione sarebbe rimasta grave alla stessa maniera.

Due colpi in rapida sequenza al petto, per fermare l’avanzata del mostro, poi alzo del tiro e due colpi a formare sulla sua testa allungata due cavità oculari artificiali. L’essere si agitava ancora… ma il caricatore della pistola era ormai vuoto. Dunja roteò su se stessa e sferrò un calcio circolare alla testa del mostro: il danno provocato era pari a zero, ma lo xenomorfo rimase spaesato, continuando ad agitare coda e braccia per il dolore provocato dai proiettili. Era esattamente quell’attimo di indecisione che serviva a Dunja, per ricaricare e piazzare altri due proiettili nel collo dell’essere.

Stavolta occhi e orecchie mandarono una gran brutta notizia al cervello della soldatessa: due alieni stavano attaccando in coppia. Paradossalmente era un vantaggio, perché malgrado fossero due nemici… conosceva già la loro meta finale. Cioè lei.

Ne vide uno con la coda dell’occhio ed attese che con una spinta delle possenti zampe si scagliasse contro di lei: l’altro probabilmente stava facendo la stessa cosa fuori dal suo campo visivo. Un attimo prima che il mostro le fosse addosso, Dunja si lasciò cadere a corpo morto.

«E quello lo chiami “a corpo morto”?» Sentiva ancora nelle orecchie il generale Rykov che le gridava addosso: la giovane Dunja aveva scoperto che è tutt’altro che facile cadere in terra, malgrado ciò che si potrebbe pensare. «Non stai giocando con le tue amichette, marine: devi cadere come se un fottuto cecchino ti avesse appena spappolato quella cazzo di testa. Se ti accasci lentamente capirà che fai per finta, che non ti ha colpito veramente, e perderai l’effetto sorpresa.»

Dunja allora aveva mostrato tutto il suo carattere. «Andiamo, generale», sbottò stizzita, «è mai riuscita questa stronzata? Qualcuno lisciato da un cecchino si è mai lasciato cadere fingendosi morto e fregando chi ha sparato? Questa è roba da film…»

Il generale aveva estratto una pistola e le aveva sparato dritto in testa. Quando era rinvenuta, con un livido violaceo nel bel mezzo della fronte lasciato dal proiettile di gomma anti-sommossa, con un mal di testa di quelli da impazzire e con una rabbia mista a confusione, Dunja era stata trascinata dal generale davanti ad un monitor. Mentre ancora cercava di respirare in modo regolare, visto che il dolore alla fronte le mozzava il fiato, la donna vide un filmato dove c’era lei stessa… che cadeva a terra dopo che il generale le aveva sparato. «Ecco come devi cadere, marine. Come un cazzo di corpo morto.»

Dunja aggiunse quell’episodio al numero di eventi di cui vendicarsi con il generale, elenco lungo ma sbiadito, che infine si cancellò da solo. Malgrado le intenzioni fossero malvagie, Rykov l’aveva addestrata per sopravvivere, che è quanto di meglio si possa sperare da una figura paterna.

La donna cadde a terra in un lampo, come nel tempo aveva imparato a fare, proprio mentre i due alieni stavano per finirle addosso. Da sdraiata, non dovette far altro che puntare in alto la sua pistola e far fuori i restanti sei colpi della sua arma: testa, testa, collo del primo; testa, testa, collo del secondo. Due alieni a terra. Scatto di addominali, gambe in alto e Dunja rotolò all’indietro, ritrovandosi accovacciata: una manovra eseguita senza mani perché così aveva tempo di ricaricare. Puntò l’arma ma ai due mostri erano bastate quelle tre pallottole esplosive a testa.

Dunja rimase immobile ad aspettare, fissando il buio e controllando la respirazione: sotto attacco era facilissimo perdere fiato e ritrovarsi in carenza d’ossigeno. Ogni respiro doveva essere calibrato e controllato, e ad ogni pausa dal combattimento doveva buttare fuori il fiato: era inevitabile inspirare troppo durante uno scontro, quindi doveva buttare fuori l’aria in eccesso per non ritrovarsi senza fiato nello scontro successivo.

Respirazione, frequenza cardiaca, tutto doveva essere controllato perché tutto il corpo di un soldato contribuisce a tenerlo in vita. Questo le ripeteva Rykov ma la giovane recluta Dunja amava i muscoli e appena poteva scappava in palestra. Amava sedersi alle macchine dei pesi, sempre affollate di soldati a torso nudo a pomparsi i muscoli: si toglieva maglietta e reggiseno e si metteva a pompare i muscoli anche lei, deliziata degli sguardi furtivi degli altri commilitoni, che le ammiravano i seni sudati, non grandi ma sodi e ben fatti.

Amava l’eccitazione che si creava nell’aria e la sfida insita in quel gesto: ci provasse qualcuno ad allungare la mano o a tentare un approccio, l’avrebbe sistemato a dovere. E pompava i muscoli di braccia e gambe, passando poi ad ammirare nello specchio il suo petto nudo e sodo. Gli altri avevano capito il gioco e le stavano intorno ad ammirarsi i muscoli anche loro: era l’unico tipo di approccio che in quel momento Dunja accettava.

«È questo che vuoi?» le chiese un giorno il generale. «Farti le seghe allo specchio come una ragazzina? Non serve mica entrare nell’esercito per questo. I muscoli vanno bene per rimorchiare in spiaggia: tu devi pensare a cuore e polmoni. Frequenza cardiaca e respirazione ti salveranno la vita, non delle stupide braccia muscolose.» Dunja non fece in tempo a rispondere, perché d’un tratto non poteva più respirare.

Dopo averla legata ad una sedia, ora Rykov le stava tenendo la testa in una bacinella d’acqua. Dopo qualche secondo gliela sollevò e le gridò nelle orecchie: «Soffia sott’acqua, respira all’aria» E le ricacciò la testa nella bacinella. Dopo qualche altro secondo, le gridò «A cosa ti servono, ora, i muscoli sulle braccia?» E la immerse di nuovo. «Questo è solo un gioco, dolcezza», le disse una volta risollevata la testa. «Se ti volessi torturare ti terrei molto di più sott’acqua e non resisteresti, ma in fondo è solo un allenamento», e le rimise la testa a mollo, stavolta per più tempo.

Una volta svenuta, Rykov smise quella seduta di allenamento. La fece rinsavire con degli schiaffi e la fissò negli occhi. «Ora sei in libera uscita, ma domani, a questa stessa ora, ti ripresenterai qui e rifaremo questo allenamento. Sta a te decidere se passare il tuo tempo a pompare muscoli e mostrare le tette ai tuoi amici, oppure se esercitarti nella respirazione.» Dunja era sotto shock e non riusciva a rispondere, così andandosene Rykov ribadì: «Respira quando puoi, e butta fuori l’aria quando puoi. Sta a te stabilire quando prendere l’aria e quando darla via: non lasciare che i tuoi polmoni decidano per te. Perdi il ritmo o dimentica di gestirlo, e morirai.»

Senza una sola parola Dunja andò via e il giorno dopo si presentò all’allenamento, sedendosi con gesto di sfida davanti a Rykov. «Sono pronta», fu tutto ciò che disse. Il generale non la legò neppure, era chiaro che non ce n’era bisogno. Le immerse a testa nell’acqua più volte, senza una sola parola: la donna gorgogliò, gemette, vomitò e svenne. Ma era chiaro che aveva capito la tecnica, perché quando rinvenne non aveva alcun fiatone.

Nel buio Dunja aveva il pieno controllo di polmoni e cuore. Non doveva neanche pensarci: era ormai parte di lei e le veniva automatico. Quando un altro xenomorfo l’attaccò era più che pronta: era come se fosse il primo ad attaccarla. Schivò l’attacco ruotando il busto e piazzò due proiettili nella schiena dell’alieno, che si voltò di scatto facendo roteare la lunga coda affilata. Dunja si inchinò per evitare il colpo e dal basso piazzò due colpi sotto la testa dell’alieno, che cadde roteando per la spinta che la sua coda continuava a generare.

Ultimi quattro colpi. Apparve un alieno davanti a sé e tutto era perfetto: due colpi alla testa e due al collo e fine dei giochi. Anche perché l’essere stava fermo davanti a lei, scuotendo leggermente la lunga testa quasi a studiare la situazione. Dunja alzò le mani che impugnavano la pistola e mirò… ma rimase immobile. Perché quell’alieno non attaccava? Perché se ne rimaneva lì davanti a fare il bersaglio? E allora la donna capì…

«Devi sbagliare tutte le prove.» La voce di Rykov era così placida e tranquilla che Dunja pensò di aver frainteso, ma il generale fu ancora più specifico. «All’esame di domani dovrai comportarti come la classica donnicciola soldato: starnazzare in giro che vali quanto un uomo e poi sbagliare clamorosamente tutte le prove. Alla fine voglio vederti piangere e fare i capricci.»

Dunja lo fissava come in sogno: quell’ordine non poteva essere vero, tutta quella situazione non poteva essere che un brutto incubo. «Sono gli esami finali», disse quasi con un fil di voce. «Se non li passo dovrò abbandonare l’esercito.»

«E potrai entrare nel mio corpo scelto», disse il generale con un certo orgoglio. «Voglio solo il meglio per la mia squadra e tu sei il meglio di quest’anno di corso.»

«E allora?» gridò Dunja. «Perché devo perdere, se sono la migliore?»

Il generale la fissò con occhi duri. «Perché sei orgogliosa, e l’orgoglio uccide. Sei una soldatessa fenomenale, ma non posso permettere che tu metta a rischio la tua vita o quella dei tuoi commilitoni per orgoglio. Devi dimostrarmi che se serve sai inghiottire merda.»

«Io posso farlo!» gridò ancora la donna.

«Non me lo devi dire: me lo devi dimostrare. Voglio vederti umiliata davanti all’intera caserma, voglio che ridano tutti di te, della ragazzina che si credeva la preferita del generale invece all’atto pratico è solo una mocciosa piagnucolosa. Voglio che ti spezzi: solo allora saprò che sei forte. Perché vorrà dire che non ti spezzerai mai più.»

Dunja stava per dare di matto, e d’un tratto sentì le lacrime premergli negli occhi: era esattamente quello che non doveva fare. Stava per perdere tutto prima ancora di iniziare a giocare. Strinse i pugni e digrignò i denti fino a ricacciare indietro le lacrime. «Posso pensarci?»

Rykov si dimostrò deluso. «Certamente», disse seccato. «Domani puoi fare un esame impeccabile e prepararti a fare carriera fra i Colonial Marines. Ne hai la stoffa e sono più che sicuro che ci riuscirai. Anche se questo mi deluderà e mi farà pentire del tempo perso con te.» La fissò qualche secondo con uno sguardo durissimo. «Alla tua prima battaglia vorrai dimostrare quanto vali, quanto una donna sa essere brava come un uomo, e ti farai uccidere, o peggio farai uccidere chi ti è vicino.» Si alzò e se ne andò senza più guardarla. Dunja non lo vide più quel giorno, né lo rivide l’indomani, durante gli esami finali.

Rivide Rykov due giorni dopo, al suo quartier generale. Non erano più alla base militare e ora Rykov era il re assoluto. Per questo aveva ancora più valore il sorriso e l’affetto con cui accolse la donna. «Ho visto il filmato», disse. «Sei stata odiosa e imbarazzante, la classica recluta piagnucolona che sbaglia tutto e dà la colpa al sessismo dell’esercito. Dal filmato non si vede, ma si dice che ti abbiano visto pisciarti addosso.»

Il generale gongolava mentre Dunja lo fissava serissima. «Esagerano», disse con voce secca, «ma lo spirito era quello: mi sono resa ridicola oltre ogni sopportazione. Ho ricoperto di vergogna me stessa e la mia casata… e l’ho fatto per lei, generale.» I due si fissarono a lungo.

Rykov, con un sorriso estasiato, si alzò, girò intorno alla scrivania ed offrì una mano alla donna. «Benvenuta tra i migliori, Dunja: sei la soldatessa che cercavo. Sarà un onore averti a bordo.»

Tutto questo passò davanti agli occhi di Dunja, mentre l’alieno rimaneva immobile. Era ovvio che stava facendo da elemento di distrazione, era ovvio che uno xenomorfo silenzioso stava per attaccare Dunja alle spalle mentre lei mirava a quello fermo davanti alla sua pistola. Era tutto ovvio… ma lo stesso la donna sparò all’alieno fermo. Mentre quello cadeva, lo xenomorfo alle sue spalle la avvinghiò, stringendo con tutta la forza.

Una luce rossa iniziò a lampeggiare mentre un allarme insopportabile riempì la stanza di rumore. Le luci si accesero e gli xenomorfi scomparvero, lasciando spazio a dei soldati raggruppati in circolo.

«Peccato!» esclamò uno di loro. «Ti hanno fregato proprio alla fine.»

«Complimenti», disse invece un altro. «Non male quel trucco di buttarsi per terra.»

Dunja sorrise blandamente e si mostrò quasi vergognosa. «Che rabbia, non avevo proprio capito che quell’alieno stava facendo da esca.» Dei soldati si avvicinarono e le diedero pacche sulle spalle, consolandola e facendole complimenti.

Teoricamente stavano tutti dalla stessa parte. Teoricamente Dunja stava tornando a casa, in seno alla famiglia Yutani che aveva abbandonato tanti anni prima. Se fosse stata ancora la giovane recluta d’un tempo avrebbe fatto di tutto per dimostrare il proprio valore, per dimostrare a quei soldati – che poi avrebbero riferito alla Casata Yutani – che era una bravissima combattente, che non si lasciava certo fregare da una semplice esca in un gioco di “caccia all’alieno” in realtà virtuale, con una pistola-giocattolo settata per sparare a xenomorfi digitalizzati. Ma Dunja non era più quella giovane recluta: Rykov l’aveva spezzata.

Sbagliare volutamente tutte le prove davanti ai propri commilitoni, battere i piedi e piangere di fronte agli uomini che aveva stuzzicato mostrandosi a seno nudo era stato assurdamente difficile. Era stato doloroso, a pelle. Si era umiliata completamente, perdendo di vista tutti quelli con cui aveva condiviso un durissimo anno di corso. Ogni tanto le era venuto in mente che quelli avrebbero raccontato in giro la storia della ragazzina piagnucolosa che si credeva la preferita del generale, ma che invece alla prima prova si pisciava addosso: il dolore che provava durò a lungo, finché non si rese conto che dopo era diventata un soldato migliore. Rykov l’aveva spezzata ed ora… non aveva più nulla da dimostrare: aveva passato la più dura delle prove ed era rimasta in piedi, quindi ora sapeva quanto valeva. Che lo sapessero anche gli altri non aveva più alcuna importanza.

I soldati della Yutani con cui stava passando il tempo, mentre l’astronave li riportava a casa, non erano suoi amici, non li conosceva né li voleva conoscere. Stava andando verso l’ignoto, verso una nuova casa che poteva anche rifiutarla. Che poteva anche essere una trappola.

Se avesse superato brillantemente quel “gioco virtuale” con gli alieni, avrebbe svelato troppe carte del suo mazzo: molto meglio se si fosse mostrata una soldatessa mediocre, così da non risultare un pericolo per nessuno. Qualcuno le aveva detto che un combattente forte deve sempre mostrarsi debole, per far abbassare la guardia all’avversario.

Lei sapeva che poteva superare quel gioco virtuale, lei sapeva quanto valeva come soldato, quindi non le pesò minimamente fare volutamente una brutta figura davanti ad estranei. Rykov l’aveva spezzata proprio per quello: per non essere più spezzata.

«Magari Eve le darà qualche lezione privata», ghignarono due soldati fra loro, mentre tutti cominciavano a lasciare la sala: ormai era passato il momento della curiosità nei confronti di una soldatessa di sangue nobile che sa sparare agli xenomorfi.

«Chi è Eve?» chiese Dunja ai due marine.

I due risero. «Si vede che sei stata lontana tanto tempo: Eve è la Lazarus della Casata Yutani.» Davanti all’espressione interrogativa della donna uno dei marine cercò di essere più chiaro. «Tutte le casate hanno un capo della sicurezza di altissimo livello chiamato Lazarus, un soldato super-potenziato che ha come compito principale la protezione della Famiglia. Visto che a quanto pare tu hai sangue Yutani nelle vene, ora Eve dovrà occuparsi anche di te.»

Dunja scosse la testa, per nulla convinta. «Eve, eh?»

«Sì, ma è un diminutivo», precisò l’altro soldato. «Il nome completo è Forever.»

(continua)

– Altre puntate:

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2 pensieri su “ALIENS versus BOYKA 3: Dead Or Alive (fan fiction) 2

  1. Di certo Rykov è stato un eccellente maestro. Per Dunja, farle la pelle in fondo è anche stato un modo personale per ringraziarlo di tutto 😉
    P.S. Forever? Ah, quindi i due soldati dovevano essere il sergente Rucka e il caporale Lark… 😉

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    • Ahhhh felicissimo che tu abbia colto il gancio per il personaggio che voglio portare dentro la storia: capisci che l’occasione era troppo ghiotta! 😛 Dove questo mi porterà ancora è difficile dirlo, ma intanto me la godo ^_^

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