ALIENS versus BOYKA 2: Gynoid (fan fiction) 6

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Sesta puntata della nuova fan fiction per omaggiare l’uscita (eternamente posticipata) del terzo prodotto Millennium Films con protagonista il lottatore interpretato da Scott Adkins.
Per evitare di “bruciare” i colpi di scena, l’elenco di tutte le fonti che cito lo stilerò solo alla fine della storia.

ALIENS versus BOYKA 2: Gynoid

6

Avamposto di ricerca scientifica Adullam

La cena con Lichtner fu simile a quella del giorno prima: verbosa e noiosa. Il dottore amava mettere a dura prova l’attenzione di Dunja parlando senza interruzione dei propri progressi scientifici, delle proprie teorie, della propria visione del genoma umano, del comportamento e della vita in generale. Insomma, uno sproloquio indigesto. La donna annuiva ma non ce la faceva più ad avere stampato sul volto un falsissimo sorriso di circostanza, e a ripetere ogni tanto qualche frasetta che dimostrasse interesse. «Incredibile, non lo avrei immaginato.» «Ma dice sul serio?» «Sono senza parole…» E via di questo passo.

Boyka non era così educato né in fondo era oggetto di attenzioni da parte del dottore: si limitava a guardarsi distrattamente in giro e a mangiare il cibo insipido servito a tavola. Essere l’unico umano del posto doveva aver fatto dimenticare a Lichtner il gusto del mangiare: le pietanze sembravano non avere alcun sapore, sebbene visivamente fossero invitanti.

«Come va Eloise?» Tutto d’un tratto il dottore passò ad un argomento all’altro, tanto che Dunja si ritrovò ad annuire senza motivo: solo quando vide gli occhi del dottore diretti verso Bojka si rese conto che non stava più parlando con lei. E non poté reprimere un sospiro di sollievo.

Il lottatore si trovò spiazzato, non aspettandosi di venir interpellato. «Benissimo, è un’allieva strepitosa.» Iniziò balbettando ma prese subito confidenza. «Ha imparato in un giorno quello che io ho impiegato anni anche solo a capire.»

«Me ne compiaccio», gongolò Lichtner. «Nel DNA le ho inserito una grande capacità di apprendimento, ma certo c’è bisogno di qualcuno che le insegni e lei, Boyka, è sicuramente il migliore.»

«Senza dubbio», rispose tranquillamente il lottatore. «Però anch’io avrei bisogno di apprendere qualcosa, per insegnare meglio ad Eloise.»

Il dottore fu sinceramente colpito. «E cosa mai dovrebbe apprendere il migliore lottatore dell’universo? A quanto ho capito è così che lei si descrive…»

Boyka guardava seriamente il dottore e soprattutto ignorava le occhiatacce che Dunja gli mandava. Forse avrebbe dovuto parlarne prima con lei, ma l’attenzione ricevuta all’improvviso da Lichtner gli aveva fatto prendere la decisione di parlare. «Ho già affrontato degli xenomorfi, ma mai questi… come li ha definiti? Gino…»

«Sì, ginoidi, è un antico neologismo che significa “a forma di donna”.»

«Ecco, il problema è che non so quanto siano in grado di fare, e questo mi lascia indeciso su quanto posso spingere l’allenamento della lottatrice. Se penso a lei come una donna commetto un errore, perché è molto più di questo, e la alleno al di sotto delle sue potenzialità. Ma se penso a lei come uno xenomorfo… be’, magari esagero e pretendo da lei più di quello che è in grado di dare.»

Il dottore annuì e sembrò davvero colpito dal discorso. «È un’ottima questione, Boyka, ha fatto benissimo a sollevarla. Voglio che Eloise raggiunga il livello massimo della forza e bravura di cui è capace, per questo d’istinto le direi di non avere remore a portarla al limite, ma capisco il suo discorso.» Voltò leggermente la testa ed alzò un braccio in aria: una delle sue inseparabili guardie del corpo si avvicinò a lui. Lichtner tornò a guardare Boyka. «Lei è un lottatore fenomenale quindi è inutile stare a parlare di teoria: passerei dunque ai fatti…» Guardò la donna che gli si era avvicinata e la fissò con occhi d’un tratto serissimi. Con una mano indicò il lottatore e disse alla donna: «Uccidilo!»

La donna fece scattare la testa e fissò Boyka con occhi vuoti: quello che divenne minaccioso fu tutto il resto. Ogni muscolo del volto si contrasse fino a mostrare una dentatura umana che si stava velocemente trasformando in una serie di affilate sciabole. Il sibilo emesso da quella bocca non aveva nulla da invidiare al sibilo di un qualsiasi xenomorfo in procinto di colpire. Con una velocità disumana la donna scattò sulle gambe, evidentemente fortissime, e salì sul tavolo nella posizione accucciata tipica degli alieni in attacco.

Boyka non aveva ancora capito la frase del dottore che si vide la donna avventarglisi contro, ma non si scompose di certo: non era la prima volta che veniva aggredito durante un pasto. Afferrò d’istinto il piatto davanti a sé e si limitò ad alzarlo proprio quando la donna-alieno stava per raggiungerlo con un balzo: il piatto cozzò contro i denti e il rumore che si avvertì fu particolarmente sgradevole.

Spezzata la forza del balzo in avanti, mentre l’essere sputava via il piatto e si preparava ad aggredire di nuovo l’uomo, Boyka aveva adottato d’istinto la seconda mossa. Se qualcuno ti aggredisce nella mensa del carcere, ben sapendo che le guardie osservano e sono pronte ad intervenire, vuol dire che non ha nulla da perdere: sa che quell’aggressione finirà con una morte, quindi bisogna agire di conseguenza. Uccidere l’aggressore approfittando della confusione che ne nascerà. Quando la donna compì un nuovo balzo e finì addosso a Boyka, non si era resa conto di avere un coltello piantato nel collo. Un coltello con cui prima l’uomo stava mangiando.

Il lottatore cadde con la sedia all’indietro, ma non era per il peso della donna, o almeno non solo. Mai opporsi alla forza dell’avversario, è inutile e si spreca energia. Proprio mentre l’essere lo aggrediva il lottatore si era spinto indietro così da agevolare la caduta inevitabile, conservando però tutta l’energia che invece stava sprecando la donna-alieno, inconsapevole di star anche perdendo sangue dal collo. Il dottore era stato così magnanimo da rendere il sangue più umano e quindi non acido, constatò Boyka.

Appena la sedia toccò terra il lottatore scalciò in alto la donna che si ritrovò a rotolare via. Con una contrazione degli addominali e un leggero arco delle gambe Boyka si ritrovò in piedi in un attimo. «La richiami!» gridò alla volta del dottore. «Ormai ho vinto…»

«Io la vedo ancora muoversi», rispose calmo Lichtner, indicando dietro le spalle del lottatore. Boyka si voltò e vide un’altra carica della donna-alieno: se il dottore non la richiamava, non rimaneva altro che sistemare la questione.

Sibilando a bocca spalacanta come un alieno, la donna si lanciò di nuovo in avanti: doveva avere gambe potentissime per raggiungere quella velocità e quell’altezza. Ma ora erano evidenti le sue mani… che non avevano più molto di umano. Artigli affilati erano fuoriusciti dalle dita, mentre le mani si contraevano in un fascio di nervi: sarebbe bastata una sola mano ad uccidere un uomo, ed erano due le mani che si fiondavano alla volta di Boyka.

Il lottatore aspettò che la parabola del salto della donna arrivasse a compimento, poi fece scattare la gamba destra a compire una spazzata, rimanendo rigidamente serrata. Colpì in pieno volto la donna, facendo sì che la sua forza la spingesse a cadere rovinosamente in terra. Rialzatasi di scatto, la donna si avventò contro l’uomo che le afferrò subito i polsi.

Dunja era paralizzata, tutto stava avvenendo troppo in fretta perché potesse capire la reale entità di ciò che stava vedendo, ma quando finalmente ritrovò il controllo di se stessa… si astenne dal dire qualcosa di inutile. Il dottore non avrebbe richiamato il suo mostro ma soprattutto Dunja capì cosa stava facendo Boyka: stava studiando il suo nemico. Si era assicurato una posizione di vantaggio colpendo subito alla gola la creatura, ed ora stava eseguendo tecniche non risolutive per il semplice motivo che voleva mettere alla prova la donna-alieno: voleva capire di cosa potesse essere capace.

Mentre la creatura sibilava, Boyka si rese conto che non poteva arginarne la forza, che tenerla per i polsi così da evitare i suoi artigli non era una soluzione di lunga durata. L’essere era troppo forte e quella posizione troppo debole: stava contrastando la forza con la forza, e questo è sempre uno svantaggio.

Cominciò ad arretrare lasciando che la donna aumentasse la spinta, e i due fecero alcuni metri prima che l’uomo si facesse cadere in terra, raggomitolandosi così da ritrovarsi le gambe sotto la pancia della creatura: una spinta e la donna-alieno volò di nuovo lontano.

Scattato ancora in piedi, Boyka guardò il dottore. «Mi pare di capire che dovrò ucciderla per fermarla.»

Lichtner sorrise. «Ha chiesto di apprendere… Sta apprendendo, no?»

La donna tornava all’attacco con ogni artiglio luccicante di saliva e sangue. Il proprio sangue. Come poteva avere ancora tutta quella forza con un coltello piantato nel collo?

Gli attacchi continuavano ad essere frontali, tutta la scienza di Lichtner non era stata in grado di fornire della strategia al comportamento alieno. Boyka si limitò a spostarsi leggermente, sottraendosi alla portata degli artigli, e sferrò un pugno preciso sul collo. Dall’altro lato di dov’era piantato il coltello.

Il sibilo della donna si trasformò in un rantolo e la sua forza sembrò scemare. Non cadde ma si limitò a voltarsi lentamente a fissare Boyka, sempre con occhi vuoti: probabilmente stava rantolando dal dolore, sebbene le espressioni aliene si confondessero con l’aspetto umano.

Boyka fissò la donna immobile. «Niente di personale, sorella.» Roteò il busto su se stesso così velocemente che la donna-alieno probabilmente non capì che fu il piede dell’uomo, dopo una roteazione del corpo che gli aveva donato grande potenza, a colpirla. Spezzandole il collo già martoriato.

L’essere rimase immobile, perché la violenta forza del calcio di Boyka aveva colpito solo la testa: mai disperdere la forza, perché se focalizzata in un punto solo può fare la differenza tra la vita e la morte.

Mentre la donna con la testa in una posizione innaturale lentamente si accasciava a terra, Boyka si risistemava la divisa davanti agli occhi stupiti di Lichtner. «Credevo che lei fosse un pallone gonfiato, Boyka, ma devo farle le mie scuse: l’alta opinione che ha di se stesso forse non è immeritata.»

Il lottatore lo fissò duramente. «Tolga quel “forse”.»

~

La semioscurità avvolgeva il corpo nudo di Eloise, che non aveva alcuna nozione di tempo o di differenze di luce tra il giorno e la notte. Tutto ciò che sapeva era che ad intervalli regolari venivano a darle da mangiare: quello era l’unico segno dello scorrere del tempo.

Ma stasera c’era qualcosa di diverso nell’aria. Qualcosa di potente.

Senza sapere bene perché, scese dal posto sopraelevato in cui era solita stare: era inquieta, ma non sapeva perché. Il dottore le aveva parlato di umani e di xenomorfi, e che lei era una fusione tra queste due entità, ma erano tutte vuote chiacchiere alla fin fine. Eloise non sapeva nulla né dell’una né dell’altra creatura. Sapeva che il dottore era un umano e quindi odiava gli umani, rifiutando ogni minima parte del proprio corpo fatto a loro somiglianza, ma ora aveva conosciuto Boyka e lui non l’odiava. Degli xenomorfi non sapeva niente, e si sentiva confusa.

Da quando aveva memoria la confusione e la paura facevano parte del suo essere, in ogni istante, e l’unico momento in cui era stata bene era stato proprio quel giorno di allenamento con quell’umano così diverso dal dottore. Ma ora…

Eloise contrasse i muscoli… perché?

Si accucciò a terra, sibilò con la bocca mentre sentiva il proprio intero corpo contrarsi in ogni parte: sentiva la furia, una forza antica impadronirsi di lei. Era una sensazione terribile che la riempiva di paura… ma era anche inebriante.

Cominciò a trotterellare di qua e di là, impaurita, poi si ricordò le parole di Boyka: sul campo di battaglia è vietato ogni movimento inutile. Si fermò, piantò i piedi saldamente a terra: distanziati e con le punte leggermente inclinate l’una verso l’altra. Una posizione che dava grande solidità con un minimo sforzo. Si alzò eretta con ogni muscolo teso: qualunque fosse il pericolo era pronta ad affrontarlo.

Fissava il vuoto quando si rese conto che non esisteva alcun pericolo nella stanza… Quando si rese conto che era tutto dentro di lei: quello che sentiva era la furia di una sua sorella aliena, una delle altre versioni di lei che ogni giorno le portava da mangiare senza mai dire alcuna parola né comunicare in altro modo. Erano tutte collegate, anche se diverse, ed ora stava provando dentro di sé le emozioni intense di un’altra.

Era un’occasione unica e doveva sfruttarla: provava la furia per la prima volta nella sua vita e poteva approfittare di una situazione priva di pericoli. Si guardò le braccia e le gambe: era pronta ad esplodere ma segregata in una stanza vuota: che fare?

Boyka era stato chiaro: combattere significa imbrigliare la forza interiore, prenderne il controllo invece che lasciarsene controllare. Eloise alzò i pugni contratti e cominciò a colpire l’aria, sempre più forte, sempre più forte, con tecniche sempre più rapide e precise, poi iniziò ad avanzare passo dopo passo, sempre mantenendo posizioni stabili, poi iniziò a sferrare calci, frontali, laterali, a spazzata alta e a spazzata bassa, poi ad unire tecniche di pugno e di calcio, ruotando il busto per controllare la forza. Un turbine rutilante di potenza che d’un tratto divenne puro piacere: il suo corpo iniziava a controllare quella furia antica e a renderla potenza al proprio servizio.

Ora Eloise, mentre eseguiva le tecniche, sorrideva.

~

«Si può sapere che cosa pensavi di ottenere?»

Il tono di Dunja era furente ma sempre a voce bassa. Rientrati nella loro camera dopo la cena movimentata non voleva gridare e dare l’impressione che un suo uomo avesse preso un’iniziativa discutibile, e che quindi avesse appena dimostrato di essere fuori controllo. Però era esattamente ciò che era avvenuto.

«Era solo una donna-alieno», rispose pacato Boyka senza guardare il maggiore. «Se ne costruirà subito un’altra, non è un gran danno. E poi l’hai sentito, per due volte gli ho dato la possibilità di richiamarla, ma il dottore voleva il sangue.»

«Voleva vedere quanto sei forte e ora lo sa: una volta non mi hai detto che non bisogna mai mostrarsi forti ma fingersi sempre deboli?»

Boyka si stava sfilando lentamente l’uniforme: raffreddandosi i muscoli cominciavano a fargli male e aveva bisogno di una doccia calda. «Io volevo fare un incontro tranquillo con una delle sue guardie del corpo, invece quel pazzo ha organizzato un gioco al massacro: non lo avevo preventivato.»

«Magari se ne avessi parlato prima, con me…»

Boyka sbuffò, girandosi verso Dunja e togliendosi la camicia. «Come tu hai parlato prima con me del tuo misterioso piano?» E l’uomo fissò la donna con sguardo di sfida mentre finiva di denudarsi.

Dunja mantenne lo sguardo, impassibile. «Io sono il capo, in questa missione, quindi non sono tenuta a rivelarti nulla prima che ce ne sia bisogno. Tu invece…»

«Sì, sì, lo so», bofonchiò l’uomo dirigendosi alla doccia. «Io sono il tuo burattino e devo eseguire i tuoi ordini.» L’ultima frase la disse cantilenando, chiudendosi poi nel bagno.

«È esattamente quello che devi fare!» Dunja ce la stava mettendo tutta per non gridare, così riuscì a sentire il rumore di qualcuno che bussava alla porta. D’istinto cercò la sua pistola, ma a cosa sarebbe servito? Erano soli in un pianeta ostile, una pistola non sarebbe servita a molto.

Lentamente andò alla porta e la aprì tenendo dietro la schiena la pistola carica. «Sì?» chiese prima ancora di sapere chi fosse a bussare.

«Sono Olimpia», disse la donna sorridente. «Il dottore mi ha mandato a prendermi cura di Boyka: dice che dopo il combattimento di stasera ha bisogno di un massaggio: io sono molto brava nei massaggi.»

Dunja la fissò a lungo, allibita. «Ringrazi il dottore per il pensiero ma Boyka sta benissimo, non ha bisogno di…»

La ragazza sintetica si fiondò nella stanza, decisa ma attenta a non ferire la donna. «Non posso disobbedire ad un ordine del dottore, vedrà che non la disturberò.» E richiuse subito la porta dietro di sé.

Il maggiore era furente. «Ho detto che…»

«Non gridare, Dunja, sono io… Lazarus.»

Il silenzio crollò tra le due, e solo dopo qualche secondo il maggiore riuscì a riprendere la parola. «Io… non so cosa voglia dire…»

Olimpia sorrise. «Non serve fare finta di niente, lo so che ti aspettavi qualcun altro ma sono io che ti ho contattata: sono io quel Lazarus con cui hai preso accordi.»

Dunja era confusa: doveva fidarsi di questo essere, di questo robot… di questa macchina? «Io…» continuava a balbettare.

«Non potevo dirti che ero una persona artificiale, non mi avresti mai dato fiducia, e così visto che comunicavamo solo tramite messaggi scritti ho inventato una nuova identità. Fammi una domanda, chiedimi qualcosa che solo Lazarus potrebbe sapere.»

Dunja la fissava immobile. «Non so chi sia questo Lazarus di cui parli, ma parlando per ipotesi… Se tu avessi preso il suo posto ti sarebbe facile spacciarti per lui. Ripeto, non so cosa voglia dire questa faccenda ma credo che nel caso non potrei proprio fidarmi di te.»

Olimpia sorrise in modo triste. «Ti prego, Dunja, non abbiamo molto tempo, dobbiamo…»

D’un tratto l’attenzione delle due donne si spostò: Boyka era appena uscito dalla doccia. «Che succede?» chiese asciugandosi il petto.

Olimpia scattò verso di lui, tornando a parlare con un tono di voce neutro. «Il dottore si complimenta con il suo stile di combattimento e mi manda a massaggiarle i muscoli per farle recuperare le forze.» Agguantò un braccio del lottatore e lo trascinò verso il letto.

«Ma che…?» Boyka si ritrovò a faccia in giù sulle lenzuola, mentre Olimpia cominciava a massaggiargli i muscoli, bloccandogli di volta in volta gambe e braccia. «Aspetta, ma se io non voglio essere massaggiato?»

«Gli ordini del dottore non si discutono, si eseguono», ripeté in tono neutro la donna artificiale, impegnandosi a tenere fermo sul letto il corpo del lottatore. «Come per esempio quando si studia un piano con una donna e quella poi decide di aggiungere un passeggero, che definisce “l’uomo della sua vita”.»

«Okay, mi hai convinto!» cominciò a gridare Duja, agitando le braccia alla volta di Olimpia. «Sei Lazarus, ho capito, puoi anche smettere di accartocciare Boyka.»

La donna lasciò il lottatore e scese dal letto. «Sono felice di averti convinto: il nostro piano dovrà entrare in vigore molto prima del previsto.»

«Qualcuno mi dice che diavolo succede?» bofonchiò Boyka alzandosi in piedi e fissando le due donne.

Olimpia lo guardò e poi tornò a rivolgersi a Dunja. «Com’è diverso dal dottore. Sono tutti così gli uomini della Terra?»

Il maggiore sorrise. «No, non tutti. Ma ora parlami del piano: perché dobbiamo anticiparlo?»

«Perché il dottore è così contento dei grandi progressi che fa Eloise nel combattere che vuole partire subito: non vuole più aspettare il prossimo torneo ma partecipare a quello che sta per iniziare in questi giorni.»

«In questi giorni?» ripeté allibita Dunja. «Così presto?»

Olimpia annuì. «Vuole partire domani stesso, convinto che la usa ginoide abbia appreso più di quanto il tuo lottatore creda di averle insegnato.»

«Ma tu non sei la schiava del dottore?» Entrambe le donne si girarono verso Boyka, stupite da quelle parole.

«Sì, il dottore crede in effetti che io sia sua schiava», rispose pacatamente Olimpia, mentre Dunja fulminava con lo sguardo il lottatore. «In realtà è stata una mia scelta, fingermi tale.»

«I robot sono capaci di fingere?» chiese Boyka.

«E gli uomini dovrebbero rimanere così nudi davanti a due donne?»

I due si guardarono, finché l’uomo sorrise e recuperò l’asciugamano che gli era caduto. «Non sembri proprio un robot.»

«E tu non sembri proprio un lottatore così forte: ti ho sbattuto sul letto usando solo il 20% della mia forza.»

La donna aveva detto sorridendo quelle parole, ma il lottatore le prese molto sul serio. «Solo perché te l’ho lasciato fare.»

«Possiamo tornare al piano?» intervenne il maggiore. «Quindi dobbiamo anticipare tutto a domani?»

Olimpia annuì. «Il dottore è convinto di non aver più bisogno di voi, di avere già ottenuto tutto ciò che potevate offrirgli. Originariamente aveva pensato di uccidervi ma oggi ha visto che il tuo lottatore è un osso duro: può darsi che decida di mandarvi via, così da evitare altri problemi, ma c’è il discorso dei fucili…»

«Le casse che ha fatto recapitare ai miei soldati e che ora sono sulla mia nave? Sì, sono i suoi fucili ma le munizioni me le darà solamente alla fine dell’allenamento di Boyka…»

«Non c’erano fucili in quelle casse, Dunja: c’erano uova aliene. Quando i tuoi uomini le apriranno saranno aggrediti e imbozzolati.»

Il maggiore scattò in avanti ed afferrò per le spalle Olimpia, avvertendo la forza fisica della ginoide. «Maledetto! Devo fare qualcosa, devo avvertirli!»

«Ora non puoi, il dottore ha schermato le comunicazioni. Dovrai aspettare fino a domani: c’è da sperare che a nessuno dei tuoi soldati venga in mente di aprire quelle casse.»

Dunja aveva il volto contratto dalla rabbia e dalla frustrazione. Si prese il volto tra le mani: avrebbe voluto urlare ma non voleva dare questa soddisfazione a Lichtner. Prese un lungo sospiro e poi guardò la donna artificiale. «Devi portarmi alle armi del dottore: voglio uno di quei fucili carico tra le mie mani, per domani.»

Olimpia scosse la testa. «Non è facile, le sue creature custodiscono l’armeria.»

«Tu sei una di loro: sono sicura che potrai entrare.»

L’espressione di Olimpia fece capire che non amava essere accomunata con loro. «L’unico modo che ho di entrare è prenderli alla sprovvista facendomi strada con la forza: capisci però che posso farlo solo dopo che il piano sarà iniziato.»

«E come possiamo far iniziare il piano senza armi?»

«Avete me.»

Le due donne si girarono. «Tu… saresti un’arma?» chiese Olimpia con un sorriso di sufficienza. «Ti devo ricordare quanto tempo hai impiegato ad avere la meglio su quella donna? Immagina se dieci di loro ti aggredissero, tutte insieme.»

Boyka era appoggiato ad una parete, a braccia conserte e con solo l’asciugamano lungo i fianchi. «Ho tirato per le lunghe perché volevo capire come “ragionano” quegli esseri, e per trovare conferma di una mia teoria: il dottore ha commesso un errore gravissimo e noi possiamo sfruttarlo. Io posso sfruttarlo.»

Olimpia guardò Dunja. «Il tuo uomo vaneggia.» Poi si voltò verso il lottatore. «Il dottor Lichtner ha manipolato la vita creando degli esseri perfetti e tu pensi che abbia sbagliato qualcosa?»

Il lottatore continuò come se non avesse sentito. «Ha preso una perfetta macchina da guerra come lo xenomorfo e l’ha trasformato nella creatura più debole dell’universo: l’uomo. O, in questo caso, la donna. Così facendo ha annullato ogni punto di forza degli alieni, compreso il sangue acido: combattere con quella donna mi ha fatto capire quanto siano fragili quegli esseri… se si trovano davanti un lottatore del mio livello.»

Le due donne si guardarono. «Ha un’opinione un po’ alta di sé», disse Dunja.

«Se vi serve tempo per il vostro misterioso piano», continuò Boyka, «io posso affrontare quelle gino-cose senza problemi. Anche tutte assieme.»

Olimpia guardava stupita l’uomo. Poi tornò a rivolgersi al maggiore. «È sempre così esageratamente sicuro di sé?»

Dunja agitò le mani. «Pensiamo invece a come raggiungere i fucili.»

Boyka si avvicinò lentamente ad Olimpia, sempre a braccia conserte, però parlò rivolgendosi a Dunja. «Come mai ci stiamo fidando di questa qui? Ancora non l’ho capito.»

Il maggiore sospirò. «Tempo fa sono stata contattata da un certo Lazarus, che a quanto pare era lei sotto falso nome. Ha chiesto aiuto per sventare un attentato alla Casata ma doveva essere una missione segreta: per questo ho detto ai miei uomini che venivamo qui per comprare armi.»

Il lottatore si voltò a guardarla fissa. «Cos’è la Casata?»

Dunja sussultò. «Volevo dire la Yutani. La Casata Yutani. È lei che domina il torneo DOA e offre alla Weyland la possibilità di essere leader del mercato.»

«Sei una di loro, vero? Per questo l’hai chiamata semplicemente Casata.»

La domanda era semplice e diretta, ma rimase nell’aria pesante come un macigno.

«Sei una Yutani?» chiese Olimpia al maggiore.

«Sono stata diseredata da ragazza», rispose la donna con sguardo grave. «Da allora non ho più alcun rapporto con loro… ma se vengo a sapere di un pericolo che li minaccia non posso semplicemente ignorarlo.»

«Quante altre cose non mi hai detto?» chiese Boyka seccato, allargando le braccia in un gesto di sconforto. «Come posso esserti utile se fai tutto senza dirmi niente?»

Dunja annuì con il capo. «Va bene, ora sei parte del piano.»

E iniziarono ad elaborare una strategia d’azione.

~

Quando la donna entrò a portarle il pasto Eloise in un lampo le fu accanto. «Cos’è successo stasera? Una sorella ha combattuto?»

La donna-alieno la fissò in silenzio poi si girò per andarsene, ma Eloise glielo impedì bloccandola fulmineamente con la mano: la sua presa avrebbe stritolato una spalla di donna, ma di fronte aveva un essere forte quanto lei.

La donna-alieno si voltò con sguardo interrogativo ed Eloise ripeté la domanda, in tono gentile. «Cos’è successo stasera? Ho sentito una forza dentro che non avevo mai provato…» Non ricevette alcuna risposta se non uno sguardo vacuo, al che si rese conto che l’unico modo per comunicare con le sue sorelle sarebbe stato con la mente… ma non ne era capace. Oppure nessuno glielo aveva mai insegnato: il dottore aveva sempre voluto che lei si esprimesse nel linguaggio degli umani, perché avrebbe dovuto compiere missioni in mezzo a loro.

Eloise capì che era inutile cercare di comunicare con quella creatura a forma di donna, così si limitò a studiarla dall’alto in basso, sempre tenendola ferma con la mano. Quando l’altra tentò di forzare la presa per liberarsene, Eloise lentamente le passò il bracco libero intorno al collo, e sempre con lentezza silenziosa strinse finché non sentì il crack del collo che si spezzava: la creatura a forma di donna si accasciò a terra senza alcuna reazione, continuando ad avere lo stesso sguardo vacuo.

«Esseri inutili», sibilò Eloise. «Altro che sorella… mi sa che sono la vostra regina…»

(continua)

– Altre puntate:

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