ALIENS versus BOYKA (fan fiction) 6

aliens_boyka

Nuova puntata della mia fan fiction per omaggiare l’uscita (eternamente posticipata) del terzo prodotto Millennium Films con protagonista il lottatore interpretato da Scott Adkins.
Per evitare di “bruciare” i colpi di scena, l’elenco di tutte le fonti che cito lo stilerò solo alla fine della storia.

ALIENS versus BOYKA

6

Dicembre 2230
Pianeta LV-1201
Interno del Sito Zeta

La misurazione del tempo perde importanza quando ci si trova nelle viscere di una montagna, dove l’illuminazione è sempre uguale e non esiste il giorno e la notte. Boyka non aveva idea del tempo che stava passando lì sotto, e la cosa lo preoccupava: era fondamentale uscire il prima possibile dalla sala e riprendere contatto con Rykov, prima che il generale si stancasse di aspettare e dichiarasse fallito quell’ennesimo tentativo, andandosene dall’orbita del pianeta.

Considerare di vitale importanza la tempistica in un luogo dove il tempo non aveva alcuna importanza era solo uno dei fattori destabilizzanti della situazione. E ammirare da vicino la sublime potenza distruttrice della Regina Aliena non aiutava affatto.

Aveva completamente distrutto la parete intorno al gigantesco xenomorfo ed ora stava passando una catena intorno al suo collo. Il magazzino dei minatori della Compagnia si era rivelato più utile del previsto e la robusta catena creava un “guinzaglio” più che efficace… per qualsiasi creatura che non fosse una forza della natura come la Regina Aliena.

Boyka non si faceva illusioni, il suo era un piano assurdo ma non aveva molte scelte. E poi a lui servivano solo pochi minuti, il tempo necessario alla Regina per chiamare a sé tutti i suoi “sudditi”, così da distrarli dalla corsa di Dunja verso la superficie.

Il lottatore girò leggermente la testa e fissò la donna con la coda dell’occhio: era insopportabile fidarsi di uno sconosciuto. Figuriamoci di una donna…

~

Dunja era addestrata alle situazioni di stress e durante quei terribili giorni non aveva mai ceduto, la sua divisa lo testimoniava: anche solo sbottonarsi il colletto sarebbe stato un gesto di rilassamento che non poteva concedersi, perché avrebbe aperto la via ad altri gesti simili e a forza di rilassarsi sarebbe arrivata la disperazione. No, Dunja aveva tenuto duro ed ora era più pronta che mai: in un modo o nell’altro quella situazione stava per concludersi.

Fece velocemente l’inventario delle munizioni e la situazione era buona. L’Artefatto aveva tenuto lontani gli alieni e quindi non aveva sprecato colpi da quando era entrata nella sala. Riempì ogni caricatore fino al massimo e si assicurò di avere il colpo in canna: una canna tenuta perfettamente pulita anche durante quei giorni sotto la montagna. Perché un soldato è sempre un soldato, anche nelle situazioni più assurde.

Raccolse le cartucce che le erano rimaste infilandosele nelle tasche: una volta messosi l’Artefatto in spalla avrebbe avuto le mani libere, così da poter ricaricare velocemente il pulse rifle con cui era scesa, sia con i caricatori che all’occorrenza con proiettili sfusi. Altrettanto importanti erano le due granate che si assicurò con delicatezza ai fianchi. Il coltello invece sarebbe stato del tutto inutile ma lo stesso lo assicurò alla cintura, insieme alla pistola d’ordinanza, quasi fossero amuleti che la facevano sentire tranquilla.

Tracolla assicurata dietro la schiena, colpo in canna, sicura tolta e il pulse rifle impostato su “fottuto inferno”, cioè raffica ammazza-tutti. Qualcosa di sconsigliabile, visto che dopo qualche secondo l’arma diventa incandescente e rischia di esplodere, ma in una montagna piena di mostri “qualche secondo” può essere la differenza tra la vita e la morte.

Davanti a sé ora Dunja aveva l’ultimo “ferro del mestiere”: una siringa contenente lo XenoZip, il mix metamfetaminico creato dalla Weyland-Yutani per dare sprint alle imprese di un soldato, che garantiva resistenza alla fatica, innalzamento della soglia del dolore, euforia e abbandono di ogni inibizione. Esattamente quello che serviva per lanciarsi in una missione così fottutamente assurda.

La donna prese la siringa e se la assicurò in una piccola tasca sul petto, dove fosse comodo prenderla poco prima di cominciare la corsa verso l’uscita. Un’uscita che non rappresentava necessariamente la sopravvivenza.

~

Boyka assicurò l’ultimo lembo di catena attorno alla Regina.

«Dici che reggerà?» si sentì chiedere da Dunja.

La fulminò con gli occhi. «Non c’è altro che possiamo fare, quindi mi sembra una domanda inutile.»

Con pochi agili balzi il lottatore scalò la catena fino a sedersi sulla schiena della Regina: con raccapriccio si rese conto che il corpo della creatura era tutt’altro che rigido: era un essere vivente tenuto in una qualche sorta di stasi dall’Artefatto, e chissà che non fosse perfettamente conscio della presenza dell’uomo. Boyka si incastrò dietro l’enorme testa allungata dello xenomorfo e afferrò saldamente le catene che aveva intrecciato, in modo che stringessero sul collo della creatura: provocando dolore nel suo punto debole, sperava di poterla gestire. O per lo meno limitare per qualche minuto la sua forza titanica.

Una volta sistemato, Boyka guardò Dunja. «Io ci sono. Ora tocca a te.»

La donna rispose al suo sguardo annuendo. «Comunque vada, ti sono grata per non avermi lasciato qui a morire.» Il tono di voce era neutro, quasi asettico: non era qualcosa che Dunja fosse abituata a dire.

Boyka digrignò i denti. «Pensa invece a correre veloce e a far scendere la navetta: sarà lì che dimostrerai la tua gratitudine.»

~

La donna si avvicinò alla base dell’Artefatto e premette la sequenza di pulsanti per disattivare il raggio di stasi, come Rykov le aveva insegnato. In un lampo l’Artefatto cadde giù e finì tra le sue mani: velocemente lo imbrigliò nelle corde che aveva preparato e se lo assicurò dietro la schiena. Quasi fosse una continuazione dello stesso gesto, la donna estrasse la siringa e si iniettò la speciale metamfetamina della Compagnia. Il tempo di far cadere a terra la siringa vuota e di imbracciare il pulse rifle… e già sentiva che quella folle impresa era dannatamente fattibile. Miracoli della chimica…

~

Dunja era già scomparsa nel tunnel, diretta verso l’uscita a gran velocità, quando Boyka si rese conto di quel che aveva visto. «Perfetto, sono nelle mani di una drogata.»

Non finì di sibilare la frase che avvertì chiaramente una potente scossa sotto di sé: anche attraverso l’armatura poteva avvertire l’enorme xenomorfo rianimarsi, poteva sentire la potente forza vitale dell’essere tornare a scorrere nelle sue carni chitinose. Era come assistere in diretta alla nascita di un terremoto, come essere partecipe della roccia che prende vita.

Appena sentì che la Regina iniziava a scuotere lentamente la testa, Boyka tirò forte le catene che stringeva tra le mani: la risposta fu un grido strozzato che nacque come un rantolo nella gola dello xenomorfo e salì d’intensità fino quasi a stordire l’uomo. Era un grido di sorpresa misto a dolore e disperazione, ma c’era da scommettere che quello fosse solo un lamento: il vero “messaggio” l’uomo non l’avrebbe mai potuto sentire.

Non passò che qualche secondo prima che degli xenomorfi iniziarono a riversarsi nella sala, quasi titubanti ma ben decisi a correre in aiuto della loro Regina. Da lassù sembravano piccoli, a Boyka, ma sapeva che ognuno di loro era un pericolo mortale… e ne stavano arrivando a frotte.

La Regina iniziò a muoversi facendo forza sulle catene che la imbrigliavano, e sembrò subito chiaro che queste non avrebbero retto a lungo. Boyka diede un altro strattone provocando un altro grido di dolore ma non si faceva illusioni: stava prendendo tempo davanti all’inevitabile.

Un alieno si arrampicò velocemente sul corpo della Regina e il lottatore lo scalciò via facilmente, facendolo ricadere: sarebbe stato così facile anche con gli altri? Già subito due creature salirono insieme ai due lati: Boyka invece di affrontarle strattonò la Regina tanto che fu questa stessa, balzando verso l’alto dal dolore, a far cadere i due alieni.

Un rumore inequivocabile sancì la fine dei giochi: un anello della catena aveva ceduto alla possente forza dell’enorme creatura, la quale ora iniziava ad agitarsi liberandosi. Almeno cinque xenomorfi nel frattempo si stavano arrampicando e la velocità dei loro tentativi non lasciava spazio a speranze: il piano era già nella fase finale, e le speranze iniziali erano state decisamente ottimistiche. Non aveva un orologio sott’occhio, ma Boyka dubitava fossero passati due minuti: figuriamoci cinque o addirittura dieci.

Lasciate andare le catene, ormai inutili, il lottatore afferrò l’enorme cresta che fuoriusciva dalla nuca della Regina. «È il momento di instaurare la repubblica!» sibilò, prima di strattonare la testa della creatura con tutta la forza che aveva… spezzandogliela a metà.

~

Non sapeva da quanto correva, ma non aveva importanza: non era una gara, era solo sopravvivenza.

Dunja non provava la minima paura né aveva il fiatone, malgrado stesse correndo come mai prima d’ora aveva fatto, come anzi mai avrebbe pensato di poter fare. Si potevano dire tante cose della Weyland-Yutani, ma era dannatamente brava a sintetizzare droghe da combattimento. Lo XenoZip aveva rischiato di diventare una piaga sociale, visto che bastava una dose a fare di un teppista un nemico pubblico, ma nelle mani giuste era un’arma fenomenale. Paradossalmente un’arma creata sintetizzando la pappa reale della Regina Aliena… proprio quella da cui Dunja stava fuggendo.

Dunja sghignazzò e poi si rese conto che quella strana euforia rischiava di farle perdere la concentrazione: il dolore e la fatica servono a capire quando si arriva al limite, ma lei non provando nessuno dei due rischiava di esplodere. Rischiava di raggiungere l’uscita ma di morire d’infarto un attimo dopo.

Cercò di ritrovare la concentrazione ma qualcosa la distrasse, pur se continuava a correre. Un rumore strano e di intensità crescente la spinse a girare leggermente la testa all’indietro… e nessuna droga sintetica le avrebbe potuto impedire di provare un brivido di terrore.

Perché vide Boyka che correva verso di lei… inseguito da un esercito di alieni.

~

Lo scontro non fu indolore, ma per fortuna la droga non fece sentire nulla alla donna, che venne raggiunta da Boyka e dalla sua armatura che gli permetteva di correre più veloce di lei. Ma in realtà l’uomo non la “raggiunse”: la travolse nella sua corsa, afferrandola e sollevandola da terra. Solo quando lo XenoZip si sarebbe disciolto la donna avrebbe avvertito il dolore di quello scontro.

«Che cazzo fai?» gridò Dunja stordita.

«Cambio di piano», gridò Boyka per superare l’osceno concerto di sibili acuti emessi dagli xenomorfi. «Accetto nuove idee.»

Mentre pendeva dalla spalla di Boyka, gli occhi della donna, appannati dalla droga, videro l’orda aliena che li inseguiva avvicinarsi a gran velocità, ma lo stesso non arrivò alcuna paura.

«Tu continua a correre», disse lei con voce neutra, «al resto penso io.»

Dunja allargò le gambe e con rapidi gesti si avvinghiò alla vita dell’armatura, guardando le spalle di Boyka. Afferrò una delle granate che portava in vita e sganciò la sicura. «Venite da mamma, stronzi…» bisbigliò, contando mentalmente. Quando lasciò andare delicatamente la granata, questa esplose solo un paio di secondi dopo, quasi al centro dello spazio fra loro e gli alieni: come immaginato, la montagna tremò mentre pesanti detriti cadevano sull’avanzata delle creature.

«Questo per sfoltire un po’», disse la donna, che poi afferrò il pulse rifle assicurato alla tracolla e cominciò a mirare con calma man mano che dalla polvere e dai detriti fuoriuscivano alieni. Raffiche brevissime per non far surriscaldare l’arma. «Avvertimi quando siamo vicini all’ascensore, che uso la seconda granata.»

«Non rischi che ti arrivino schizzi di sangue acido?»

La donna rispose con il suo tono privo di emozione. «Per questo getto la granata davanti agli alieni e non addosso a loro, così l’esplosione fa schizzare il sangue all’indietro.»

«Bel trucco.»

«La frana deve aver ostruito un po’ il tunnel e bloccato molte creature, però prima dell’ascensore è meglio gettare l’altra granata e chiudere di più il passaggio.»

«Ma… Dunja! Sei tu?»

Si erano entrambi dimenticati di Rykov e vennero colti di sorpresa dal sentire la sua voce. Disattivato l’Artefatto il segnale era tornato a funzionare, e visto che la donna non si era mai tolta l’auricolare sia lei che Boyka sentirono all’unisono la voce del generale. «Avete recuperato l’Artefatto?» stava chiedendo ora la voce.

«Sì, sono ancora viva e sto bene: grazie per averlo chiesto», gridò Dunja mentre con la sinistra afferrava dalla cintura un caricatore e lo inseriva velocemente nel pulse rifle. Un alieno particolarmente veloce stava per raggiungerli e lei fece appena in tempo a falciarlo con una raffica.

«Non è il momento delle spiegazioni», gridò Boyka per sovrastare il rumore d’inferno che avvolgeva il tunnel. «Stiamo salendo con il tuo soprammobile: comincia a mandar giù qualcuno a prenderci.»

Il lottatore non aveva in corpo una dose di XenoZip e sebbene l’armatura aiutasse molto iniziava a sentire la stanchezza. Portare in braccio la donna avvinghiata, che sparava agli alieni alle sue spalle, era facile con i muscoli d’acciaio dell’armatura ma lo stesso il peso cominciava a stancare i muscoli veri. Per fortuna riconobbe la strada e questo gli fu di conforto: sorpassare velocemente i cadaveri degli alieni uccisi all’andata lo rincuorò decisamente.

«Ci siamo», gridò. «Fai quello che devi fare.»

Dunja senza rispondere afferrò la sua ultima granata e ripeté la tecnica di prima, provocando un’altra frana ed ostruendo ancora di più il passaggio alle frotte di alieni.

«Perché non ci abbiamo pensato prima?» gridò. «Doveva essere questo il nostro piano sin dall’inizio. Ad averlo saputo che potevi portarmi in braccio per tutta questa strada…»

«L’ho scoperto anch’io strada facendo, e sì che sei una falsa magra.»

Dunja smise di sparare e con un colpo di reni si posizionò davanti la visiera di Boyka. «Ripetilo, se hai il coraggio.» Nessuna droga sintetica immunizza una donna dalla vanità…

~

Arrivati sulla pedana elevatrice uno strano silenzio aleggiava nell’aria. Dopo la seconda esplosione solo un paio di creature erano fuoriuscite dai detriti e Dunja le aveva subito inondate di proiettili ad espansione. Li aveva scelti apposta, quei proiettili, perché esplodendo all’interno dei corpi riducono al minimo gli schizzi di sangue acido.

Saliti sulla pedana, Boyka sciolse le gambe della donna per togliersela di dosso, e subito azionò il meccanismo di salita mentre Dunja teneva sotto mira il tunnel. Quando iniziò la salita, degli alieni si sentiva qualche eco lontana ma niente di più.

«Non ci credo che siamo arrivati fin qui», sibilò il lottatore.

La donna, per nulla stanca e con gli occhi ancora appannati dalla droga, lo guardò sorridente. «Una volta un tizio venne fatto scendere in un alveare alieno, e sai cosa disse man mano che superava i livelli verso l’inferno?»

Boyka abbozzò un sorriso. «Fin qui tutto bene…»

Dunja rise di gusto. «Vale anche per chi risale, da quell’inferno.»

(continua e finisce la prossima puntata)

– Altre puntate:

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6 pensieri su “ALIENS versus BOYKA (fan fiction) 6

  1. Yuri Boyka facts:
    Yuri Boyka può sconfiggere un intero fottutissimo alveare dandogli la schiena, di corsa e con una marine falsa magra alla vita. Neutralizzando pure l’acido molecolare con le gocce del suo sudore 😉

    Liked by 1 persona

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