Aliens su “Sorrisi e Canzoni” (1998)

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Per Natale mi sono regalato da eBay questo numero 10 del settimanale “Sorrisi e Canzoni TV“, con i programmi dall’8 al 14 marzo 1998.

All’interno è presente un servizio di tre pagine dedicato ad Alien. La clonazione (1997) e di due dedicate a Sigourney Weaver, con la firma di Rosa Baldocci: riporto il testo più sotto.
Come sempre, cliccate per ingrandire le immagini.

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Il cineracconto

Auriga – Navetta Ricerche Mediche – Esercito dei Sistemi Uniti. Nelle viscere dell’astronave, una forma umana prende vita sotto lo sguardo avido di un’équipe di medici. Il tenente Ripley torna alla vita a 200 anni dalla sua morte. È stata clonata da una goccia di sangue e porta tatuato sul braccio il numero otto: per sette volte gli scienziati hanno tentato l’esperimento fallendo. Nelle sue viscere si annida il feto di una regina madre aliena. Sarà estratta e allevata perché si riproduca. Ripley è mutata: il suo sangue è intriso del sangue del mostro, che corrode il metallo, la sua forza è smisurata, il suo sguardo ha in sé la fissità del rettile. A questo pulito la domanda è: da che parte si schiererà quando si troverà al fatale incontro con Alien? Rinnegherà il suo passato e ubbidirà al richiamo della nuova razza che contamina il suo essere? Il momento dello scontro è anche troppo vicino. Una banda di contrabbandieri dello spazio ha | trasportato su Auriga dodici corpi congelali. Nelle loro viscere vengono impiantati altrettanti Alien. Ma chi crede di poterli sottomettere ha fatto molto male i suoi conti. Ben presto si liberano uccidendo medici ed equipaggio. A Ripley e alla banda di contrabbandieri non rimane che ripiegare verso la loro navetta e abbandonare l’astronave destinata alla distruzione. Durante il percorso si susseguono le sorprese: i mostri sono abili nuotatori subacquei; la giovane contrabbandiera Call è un’androide votata alla missione di sterminare Alien; la regina madre, uscita dal ventre di Ripley, ne ha ereditato la capacità di partorire come un essere umano. La navetta salpa verso la Terra, l’astronave esplode, ma per Ripley non è ancora scoccala l’ora dell’ultimo scontro e dell’ultima rivelazione. Solo in questo momento dovrà definitivamente decidere da che parte stare.

Esce il quarto capitolo della saga di Alien

Il mostro nelle viscere

di Rosa Baldocci

La credevamo morta. Invece e risorta, clonata da un equipe di scienziati. Ma la Ripley di un tempo non è più la stessa: porta in sé le tracce dell’alieno. Tra sonno e veglia, parti sanguinosi e androidi, ecco costanti e varianti di un incubo oscuro lungo quattro film

Una donna e un mostro. Si cercano, si affrontano, si compenetrano fino alla morte. Oltre la morte. Da diciannove anni e quattro film. Ma senza fretta. Con la cadenza di un incubo che ci perseguita, il più infido dei mostri alieni ritorna. Facendo i conti: ogni sei-sette anni circa. Del ’79 è il primo claustrofobico «Alien» di Ridley Scott, dell’86 il raffinato «action-movie» di James Cameron «Aliens, scontro finale», del ’92 la cupa fantasia millenaristica di David Fincher «Alien 3», fino ad oggi con «Alien – La clonazione» del belga Jean-Pierre Jeunet, 135 miliardi di lire di budget, di cui circa 20 finiti direttamente nelle tasche dell’attrice protagonista Sigourney Weaver. La quale, si dice, non voleva saperne più dell’eroina del film. Ma avendo acquisito, già dal secondo episodio, il diritto di scelta sul regista e ampia libertà per il personaggio, alla fine ha acconsentito. In fondo Ripley le è rimasta attaccata sotto la pelle. È invecchiata con lei. Potremmo quasi dire che attraverso questi quattro film, così diversi per stile e regia, Ripley è l’elemento più stabile pur nella sua totale e continua metamorfosi. Ripley è sempre sola. Non è mai omogenea al gruppo. Ora nel quarto episodio, clonata e con le tracce nel sangue dell’alieno che portava in grembo alla fine del terzo film, è addirittura un ibrido, una nuova specie, silente e forse indistruttibile. Qui la solitudine si radicalizza definitivamente, fino a diventare una sottile minaccia: «Riesco a percepirlo, credimi. È dentro i miei occhi. Lo sento muovere», dice parlando del mostro. Ripley attrae e suscita inquietudine. Come il mostro con cui ormai ha una stretta parentela.

Come sei cambiato!

Alien che cresce dentro i corpi (metafora del cancro e dell’Aids) e li squarcia, Alien che uccide con quella doppia bocca metallica grondante umori vischiosi. Forse è proprio lui, il mostro, quello che è più cambiato in questi diciannove anni. Perché fa meno paura. Abita sempre i piani bassi dell’astronave e costringe Ripley a una discesa nelle viscere dell’inferno, ma è ormai uscito dal buio quasi totale in cui lo avevano imprigionato i registi dei primi film: Scott e in parte anche Cameron. Ridley Scott giocava la paura usando la tecnica del «fuori campo», sull’assenza del mostro, lo faceva vedere a pezzi, solo alla fine del film integralmente. Ora Alien lo vediamo nuotare, saltare in tutta la sua lunghezza e infine dare alla luce un’altra mostruosa creatura. Troppo vero, troppo definito nelle sue proporzioni per lasciare posto alla nostra fantasia terrorizzante.

Il nuovo incubo

Ogni film precedente scandiva poi il racconto su un tormentone narrativo di apertura e di chiusura: il sonno e la veglia. Ripley e l’equipaggio si svegliavano all’inizio del film da sonni interplanetari. Per tutto il tempo della veglia affrontavano il mostro. Si riaddormentavano poi alla fine per qualche altro centinaio di anni. Il tempo era senza confini, il riposo era un sonno senza sogni simile alla morte e la vita un breve incubo nero. Nell’ultima puntata Ripley si sveglia sì all’inizio del film, ma dalla morte. E alla fine è ben sveglia mentre guarda avvicinarsi la Terra. Qualcosa si è rotto nel ciclo sonno/veglia dei precedenti film. Clonata, Ripley non conosce più il tempo della morte. Ed è questo il nuovo incubo, più forte di qualsiasi devastante Alien: l’immortalità come dannazione.

Sigourney Weaver,
l’attrice considerata troppo alta per diventare una star

Ripley sotto la pelle

di Rosa Baldocci

«Alien» l’ha resa famosa, ma la sua carriera vanta film come «Gorilla nella nebbia» e «Tempesta di ghiaccio». Cerebrale e sofisticata, ha sempre saputo scegliere

Bella lo è di certo. Anzi bellissima. Sarà la sua altezza (1,82), sarà quella mascella quadrata e lo zigomo alto, o forse la sua aria sofisticata. Comunque sia, Sigourney piace molto. Da quando impersonò il tenente Ripley in «Alien» nel ’79. La parte era stata pensata per un uomo ma poi Ridley Scott scelse lei. La ragazza bazzicava, all’epoca, il teatro e aveva frequentato l’Università di Yale. «Ero molto snob», dice. «E se non avessi incontrato Scott avrei continuato a cercare qualche particina nei film di Woody Allen». Con lui aveva infatti esordito nel ’77 in «Io e Annie». D’altronde Sigourney «nasceva bene». Figlia di Sylvester Weaver, presidente della rete televisiva NBC, e dell’inglese Liz, attrice di professione, la ragazza respirava in casa un’aria di grande privilegio. In più, sin dall’età di 14 anni dava già segni di precoce determinazione. Aveva buttato dalla finestra il suo vero nome (Alessandra) e se ne era scelto un nuovo, prendendolo da uno dei personaggi del «Grande Gatsby» di Scott Fitzgerald. Sigourney, appunto, gli inizi comunque non furono facilissimi. «Troppo alta, troppo sofisticata, troppo tutta», si sentiva dire dai produttori. Quasi fosse una colpa a Hollywwod essere di buona famiglia e laureata a Yale. In realtà, ciò le conferiva il piglio perentorio di chi è abituata a comandare da generazioni: ciò che ha fatto la sua fortuna come tenente Ripley. Poi sono venuti film come «Ghostbusters» (’84), «Gorilla nella nebbia» (’88), «Una donna in carriera» (’88), il bellissimo «La morte e la fanciulla» di Polanski (’94) e l’ultimo «Tempesta di ghiaccio» di Ang Lee. Ma nessun personaggio le appartiene e la possiede come Ripley.

L’amazzone guerriera

In «Alien» di Ridley Scott, Ripley, ufficiale in terza su «Nostromo», esordisce con: «Perché non vai a farti fottere?», rivolgendosi a due maschi dell’equipaggio. Si distacca dal gruppo per la sua decisionalità e intelligenza. Unica superstite, affronta il mostro con il lanciafiamme in una mano e la gabbia del gatto Jones nell’altra. Prima in tuta, poi in canotta e mutandine. È la prima donna amazzone guerriera ad alto potenziale sexy. Famosa la frase finale: «L’ho fregato quel figlio di puttana».

Il soldato e la bambina

In «Aliens – Scontro finale» di Cameron, Ripley è degradata a operaia. Sarà reintegrata al suo grado se accetterà di tornare sul pianeta LV-426 contro Alien. Ripley accetta. Qui incontra la piccola Newt, unica sopravvissuta. Lotta per salvarla scendendo nel nido della regina madre aliena. Indossa tute, canotte, e anche una protesi robotica per lottare contro Alien. Ora lo sfida dicendo: «Fatti sotto». È la donna forte con una grande nostalgia per la maternità.

Madre del mostro

In «Alien 3» di Fincher, Ripley è rapata, sofferente e porta in sé il feto di una regina aliena. È sbarcata su Fury 161, carcere per assassini, uniti in una setta che ha fatto voto di celibato. Unica donna in un inferno di maschi. Fa l’amore per la prima e unica volta con il medico. Lotta contro il mostro ma non ha più la forza e l’innocenza dei due precedenti film. Si uccide buttandosi in un vasca di piombo fuso insieme al feto mostruoso. È la donna-madre sacerdotale pronta al sacrificio per salvare il mondo.

«Ora l’alieno sono io»

Clonata, ritorna in vita ma ha in sé le tracce di Alien: il suo sangue corrode i metalli, le sue ferite si rimarginano, la sua forza è smisurata. Il volto è diafano, il corpo lungo e affilato ha perso qualsiasi potenziale sexy. Anche la tuta di cuoio con rinforzi sulle spalle la rende diversa. Parla poco, ma quando prende la parola le sue battute sono di humour nero. «So che l’hai già incontrato. Come te la sei cavata?», le dice uno dell’equipaggio. «Sono morta», risponde Ripley. Fugge il mostro ma al contempo si lascia andare a qualche effusione. Ripley ormai è la donna di un’altra razza.

L.

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4 pensieri su “Aliens su “Sorrisi e Canzoni” (1998)

  1. «L’ho fregato quel figlio di puttana»: frase finale a rendere già implicito un seguito, perché da qualche quel figlio una mamma di facili costumi doveva pur averla, e infatti Cameron ce l’ha mostrata nella sua interezza 😉
    P.S. Risvegli da sonni di centinaia d’anni, eh? Niente da fare, anche quando sembra che si stia andando meglio del solito poi arriva la cazz… l’imprecisione, volevo dire l’imprecisione. E’ così difficile ricordarsi dei 57 anni di ipersonno (già considerato “insolitamente lungo” a quelle condizioni, altro che secoli!) spiattellati da un imbarazzato Burke in faccia a Ripley? Bah 😦

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      • “Ha mai visto Alien? E Aliens? E…”
        “Aspetti, aspetti… ma sì, non c’erano mica gli Jedi che cuocevano le uova con le spade laser? No, adesso ricordo: era dove teletrasportavano le uova con le orecchie a punta, vero?”
        “Perfetto, l’articolo è suo!”
        Più o meno, questi devono essere i criteri di selezione…

        Liked by 1 persona

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