ALIENS versus BOYKA (fan fiction) 5

aliens_boyka

Quinta puntata della mia fan fiction per omaggiare l’uscita (eternamente posticipata) del terzo prodotto Millennium Films con protagonista il lottatore interpretato da Scott Adkins.
Per evitare di “bruciare” i colpi di scena, l’elenco di tutte le fonti che cito lo stilerò solo alla fine della storia.

ALIENS versus BOYKA

5

Dicembre 2230
Pianeta LV-1201
Interno del Sito Zeta

L’uomo e la donna si guardavano come se fossero due razze aliene allibite nello studiarsi a vicenda.

Boyka aveva trovato strano che lo xenomorfo rimasto in vita si fosse fermato e non lo avesse attaccato, ma quel curioso fenomeno era già dimenticato: l’attenzione ora ricadeva completamente sulla donna davanti a lui. Va bene che sin dall’inizio il lottatore aveva messo in conto di fare gli incontri più strani nel cuore di una montagna piena di alieni… ma quello era davvero qualcosa che superava ogni immaginazione.

«Si può sapere da dove arrivi?» chiese la donna con tono aspro mentre impugnava tra le mani una qualche sorta di arma, brandendola in avanti con modo minaccioso. «Identìficati.»

Una soldatessa, pensò Boyka: chi altri chiede ad uno sconosciuto di “identificarsi”? «Mi stai minacciando con un bastone?» chiese il lottatore, ignorando la domanda. «Hai visto l’armatura che ho indosso? Pensi di farmi male con quello

«Sì, l’ho vista l’armatura», rispose sprezzante la donna, «e questo vuol dire che ti ha mandato quel verme di Rykov, ma… non è proprio da lui.»

«Conosci quel simpaticone? Ehi, Rykov, qui c’è una tua fan.» L’interfono dell’armatura rimaneva muto.

«Incredibile, ti ha proprio mandato il generale. È inutile che gli parli, qui ogni onda radio o collegamento è interrotto.»

«Qui dove? Dove siamo? Come mai sai tutte queste cose? E chi sei?» D’un tratto Boyka agitò le mani in aria. «Ah, ma che mi frega, mi prendo quello e me ne vado.» L’uomo indicò un punto al centro dell’ampia sala. «Quel soprammobile è la mia missione: starà bene sul camino del generale.»

Boyka aveva indicato l’oggetto visto in foto che ora fluttuava al centro di un raggio che lo poneva a mezz’aria, al centro esatto dell’ampia sala. Il lottatore neanche per un attimo si chiese il motivo di quella strana struttura: non era lì per farsi domande né tanto meno per trovare risposte.

«Ah, ora sì che riconosco il generale», disse quasi divertita la donna. «Sei qui per l’Artefatto, non per me.» La donna cambiò posizione fino a scimmiottare una posa militare. «Maggiore Dunja degli United States Colonial Marines, ero la pupilla del generale Rykov finché non mi ha mandata in questo inferno a recuperare l’Artefatto. Era una missione segreta di massima importanza che mi avrebbe garantito la promozione, invece ora sono bloccata qui.» Indicò svogliatamente l’oggetto fluttuante. «L’Artefatto è l’unica cosa che mi mantenga in vita, quindi prima di portarlo via dovremo metterci d’accordo.»

Boyka sorrise. «Che brav’uomo, il generale. Prima manda la sua “pupilla” poi un galeotto subito dopo di lei: visto che non mi ha parlato di te, è chiaro che gli sei rimasta nel cuore.»

Dunja storse la bocca in un sorriso amaro. «Non avendo più mie notizie deve avermi creduto morta, e in effetti avrei dovuto esserlo. È stato un miracolo arrivare quaggiù, ma tornare indietro con l’Artefatto, come vuole Rykov, è impossibile.»

«Si può sapere cos’è questo “Artefatto”, come lo chiami? Perché è così importante da mandarci così tanta gente a morire?» Anche in Boyka, ogni tanto, si faceva strada un barlume di curiosità.

La donna si pulì la visiera della maschera per l’ossigeno. «Dunque non ti ha detto niente, non so se è un segno buono o cattivo. Comunque…» Iniziò a girare in tondo agitando lentamente le mani, quasi a tenere una lezione ad un pubblico invisibile. «Un’antica e misteriosa civiltà ha imbrigliato una forza sconosciuta in un oggetto, che noi chiamiamo “Artefatto”, in grado di irraggiare una specie di aurea psico-chimica che inibisce gli xenomorfi e li tiene a debita distanza.»

«Ecco perché il mostro si è fermato, quando sono arrivato nei pressi di questa sala.»

Dunja si immobilizzò e guardò l’uomo incuriosita. «Di solito quando snocciolo questa chiacchierata perdono tutti attenzione alla prima parola…»

Boyka fissava l’oggetto in aria. «Quando cresci in un carcere pieno di gente che vuole bere il tuo sangue, presti la massima attenzione a ogni parola.»

«Quindi… non stavi scherzando: sei davvero un galeotto?» Dunja cominciò a gesticolare. «Prima manda me, un maggiore dell’esercito dall’addestramento di alto profilo, la migliore dei mercenari al suo servizio, e poi manda uno scarto umano? Perché allora non ha mandato subito te, invece di sacrificare me

«Perché gli scarti vengono chiamati a risolvere i problemi solo dopo che i migliori hanno fallito.»

Dunja agitò un dito alla volta dell’uomo, che continuava a non guardarla. «Io non ho fallito, sono riuscita a spingermi fin quaggiù superando gli attacchi di xenomorfi che…»

«Sì, sì, ho capito, ma ora immagino che se porto via l’Artefatto da quel raggio di luce perde ogni effetto, e un esercito di mostri invade questa bella sala. Mi sbaglio?»

«No, non sbagli», borbottò la donna con il dito rimasto a mezz’aria. «E il problema non è tanto l’esercito di mostri… Cioè sì, è un bel problema, ma non è l’unico. Da giorni mangio le schifose scorte alimentari lasciate dai minatori della Compagnia e studio la sala, centimetro per centimetro, in cerca di una soluzione per…»

«Da giorni? Cristo, ma da quant’è che sei qui?»

La donna si irrigidì, anche a colpa dello sguardo irridente dell’uomo. «Pensi che sia colpa mia? Non è che mi si è incastrato un tacco nella grata di un tombino. E poi gradirei che ti rivolgessi a me con il mio grado: l’essere un avanzo di galera non ti esime dal rispetto che…»

«Basta con le cazzate, Dunja», disse Boyka calcando l’accento sul nome, detto al posto del grado, «e dimmi cos’hai scoperto in questa tua lunga analisi della zona.»

La donna sbuffò. «Ho trovato una parete abbastanza fragile da poter abbattere con gli strumenti di fortuna che ho assemblato, tipo questo piccone che ho in mano. E a proposito, non mi hai detto il tuo nome: visto che ci stiamo divertendo a chiamarci in modo informale, mi piacerebbe saperlo.»

«Chiamami Boyka, non ci tengo al mio grado», rispose l’uomo con un mezzo sorriso.

«Ah, non ci tieni?» Dunja congiunse le braccia, stizzita. «Perché avresti anche un grado…»

«Sì», rispose l’uomo divertito. «Sono il più grande lottatore dell’universo. Ma non ci bado, chiamami solo Boyka.»

«Dovevo immaginarmelo», bofonchiò la donna. «Comunque ho iniziato ad abbattere la parete sperando in una scorciatoia verso l’uscita o qualsiasi altra cosa che potesse aiutarmi, invece ho solo scoperto in quale altro modo ero fottuta.»

«E sarebbe?»

«Vieni, ti ci porto così ti rendi conto.» Dunja iniziò ad attraversare la grande sala, seguita da Boyka. «A proposito, se Rykov ti ha permesso di utilizzare la sua preziosa armatura Berserker doveva avere grande fiducia in te: fiducia che ovviamente non ha riposto in me.»

«Vedi che neanche tu usi il grado? Perché non chiami Rykov “generale”?»

«Perché quella merda d’uomo mi ha mandato a morire qua sotto, quindi mi permetto di essere indisciplinata nei suoi confronti.»

Boyka sghignazzò. «Dice che un soldato addestrato non potrebbe resistere agli attacchi degli alieni, visto che l’armatura non può nulla contro la loro forza. Io invece neutralizzo velocemente la minaccia così posso usare al meglio l’armatura.»

Dunja si voltò, mentre camminava. «Parli bene per essere cresciuto in galera.»

«Rimarresti stupita di quanti uomini di lettere la Weyland-Yutani ha mandato in galera, inventando accuse per giustificare il carcere duro. Giornalisti e scrittori che hanno osato pubblicare testi di denuncia invece che di adorazione a comando, gente che ha messo in gioco la vita per far conoscere la verità: ho più stima di loro che dei soldati che “combattono per la libertà”.» Dunja si voltò a fulminarlo con un’occhiataccia, ma lui fece finta di non accorgersene. «Io li proteggevo e loro mi davano lezioni. Mi piaceva, in mezzo all’odio e alla violenza era una bella distrazione e mi aiutavano a capire tante cose. Mi erano simpatici, e loro erano contenti che una bestia come me li proteggesse da altre bestie.»

«Bene, dottor Boyka», lo prese in giro la donna, quando furono arrivati dall’altra parte della sala. «Questa è la parete di cui ti parlavo, ed il motivo per cui non puoi portare via l’Artefatto: se tu lo facessi, infatti, interromperesti la forza che tiene a bada… lei

L’uomo si sporse fino a guardare attraverso la breccia sulla parete: dall’altra parte vide degli arti immobili di xenomorfo. «Ci sono degli alieni, sai che novità? E come sai che uno di loro è femmina?»

Dunja scosse la testa. «Non sono “alieni”… è un solo alieno. La Regina madre…»

Solo allora Boyka mise a fuoco le immagini di arti che vedeva e si rese conto che formavano un unico, gigantesco corpo, decisamente più grande di tutte le creature che aveva incontrato finora. «Ci mancava solo la Regina, ora siamo al completo», sibilò l’uomo. «Dici che è rimasta bloccata qua dentro dalla forza dell’Artefatto?»

Dunja agitò le spalle. «Non posso esserne certa, non sappiamo molto di questa sala e della civiltà che l’ha costruita, chissà quando. Ma sono abbastanza sicura che appena disattivato l’Artefatto quella “signora” si sveglierà… e ci metterà un secondo a distruggere la parete ed entrare in questa sala, richiamando in aiuto ogni mostro esistente in questa montagna.

Boyka non ce la faceva a distogliere lo sguardo. Aveva rispetto per la forza e la potenza, e la Regina era quanto di più forte e potente esistesse nell’universo… Forse addirittura più di lui! «Una creatura così grande non può essere veloce, e poi è impossibile che passi per il tunnel che porta all’uscita. Ora che la “signora” si sveglia e inizia a muoversi noi saremo già sulla via del ritorno.»

«Certo, e gli alieni faranno l’inchino vedendoci passare. Devi essere pazzo, già ci saranno frotte di mostri pronti ad attaccarci, figurati quanti ne arriveranno quando la Regina ordinerà ad ogni suo “figlio” di darci addosso. Non resisteremmo un solo minuto.»

Boyka finalmente si scosse e dalla breccia spostò lo sguardo sulla donna. «Sicuramente io resisterò più di qualche minuto.»

Dunja si pulì di nuovo la visiera per fissare l’uomo negli occhi. «Mi stai dicendo che te ne freghi, che ti prenderai l’Artefatto e fuggirai lasciandomi qui a morire? Sono questi i valori che ti hanno insegnato quegli scrittori così saggi?»

I due si guardarono per secondi che sembrarono un’eternità. «Tu sei già morta, Dunja», riprese Boyka con un tono di voce confidenziale. «Lo sei da giorni, e anch’io sono morto, perché non mi faccio illusioni: appena consegnato quel soprammobile a Rykov lui mi farà fuori. Non può lasciare in libertà una bestia forte come me. Ma di questo mi occuperò a tempo debito: non sono uno che fa piani a lunga scadenza.»

«Dovresti, invece, ed è proprio ora il momento di iniziare a farne.» Dunja indicò l’Artefatto senza distogliere gli occhi da Boyka. «Hai in mano tutto ciò che Rykov desidera, uno strumento per controllare gli alieni per il quale sarebbe disposto a fare qualsiasi cosa: devi giocartela bene, questa carta, non darla via sperando che poi succeda qualcosa che ti salvi.»

«Se non esco di qui con quell’oggetto sono destinato a fare la tua stessa fine: Rykov mi dimenticherà in un attimo. Al massimo si dispererà per l’armatura che ha perso, ma continuerà a cercare altri volontari da mandare al massacro.»

«E se lo portassi fuori io, l’Artefatto?» Un altro lungo silenzio passò tra i due. «Tu hai l’armatura, io no; tu sei un lottatore fenomenale, a quanto mi dici, io no; tu puoi resistere a lungo agli attacchi alieni, io no. La soluzione è ovvia: mentre tu tieni a bada gli alieni, qui, io corro per il tunnel con l’Artefatto.»

«È davvero una splendida idea», disse sorridendo l’uomo. «In fondo è proprio così che sono sopravvissuto in carcere: fidandomi degli estranei e affidando la mia vita nelle loro mani. Non si può davvero sbagliare.»

«Di cosa hai paura? Siamo su un planetoide disabitato, dove vuoi che vada? E poi mica devi starci un’ora, qui sotto con gli alieni: dammi cinque minuti di vantaggio, dieci al massimo, e poi mi vieni dietro. Nessuno ci sta aspettando all’uscita, dovranno mandare una scialuppa dalla Verloc per recuperarci e quindi avrai tutto il tempo di raggiungermi.»

«Un piano perfetto, ma io ne ho un altro migliore: cominciamo a correre insieme per quel tunnel, con l’Artefatto in spalla, e il primo che arriva vivo in superficie ha vinto. Che ne dici?»

«È così che sei sopravvissuto in carcere? Lasciando i tuoi compagni indietro a morire?»

Per qualche strano motivo, la frase colpì duramente Boyka. «Tu non sei un mio compagno», bofonchiò.

«Pensi davvero che Rykov ti accoglierà a braccia aperte?» continuò la donna. «Pensi davvero che ti farà salire sulla sua astronave prima di pugnalarti alle spalle? Manderà i suoi uomini a recuperare l’Artefatto e ti farà uccidere qui, su questo schifo di pianeta: non può rischiare a farti salire sulla Verloc, forte come sei.» Visto il silenzio di Boyka, Dunja continuò. «Se invece ci presentiamo insieme sarà diverso, sono ancora un maggiore dell’esercito e gli uomini di Rykov mi ascoltano. Più di una volta il generale se l’è presa per il mio ascendente sui suoi soldati: a me daranno retta quando dirò loro di farti salire a bordo. E insieme spodesteremo quel verme di Rykov.»

Boyka sbuffò. «Hai delle aspirazioni niente male, per essere un topolino in trappola.»

«Pensaci, è l’unica soluzione. È come quel problema di logica in cui devi portare in barca tre animali che si mangiano a vicenda da una riva all’altra, ma non potendo mai portarne più di due, così da essere costretto a scegliere con cura i tuoi passaggi. Ti ricordi? Hai un lupo, una gallina e…»

«Sì, una volta mi hanno parlato di quella roba», tagliò corto Boyka, «ma ho risolto subito il problema, senza tante chiacchiere.»

«Ah, e come l’avresti risolto?»

L’uomo scosse le spalle. «Semplice: prendi la gallina e le tiri il collo, poi fai vedere il cadavere agli altri animali e dici “Qualcun altro di voi vuole darmi problemi?”»

Dunja lo fissò allibita, notando che non c’era vena di umorismo nelle sue parole. «Capisco perché Rykov ti ha dato fiducia… E sarei io… insomma, sarei io la gallina a cui tirare il collo, per risolvere velocemente il problema?»

Boyka la fissò a lungo, in silenzio. «Sai, in carcere a noi campioni era concesso ogni lusso, comprese le donne. A volte erano delle tossiche inutili, ma capitava qualche donna lucida con cui mi piaceva stare, e ho notato che spesso mantenevano ciò che promettevano. Non proprio sempre, ma un numero accettabile di volte, soprattutto quando avevano paura delle ripercussioni. Io non posso minacciarti, visto che se mi sbaglio morirò sbranato dagli alieni, ma ti chiedo comunque di promettere: prometti che quando arriverà la scialuppa convincerai i tuoi uomini a prendermi a bordo? Prima di rispondere, ricorda che mentre la navetta atterrerà ti terrò al mio fianco, e ci metterei un secondo a spezzarti il collo.»

Il volto di Dunja si illuminò. Si mise una mano sul cuore e alzò l’altra. «Parola di mercenaria.» Risero entrambi. «Quindi ti va bene il mio piano?»

«Quasi. Ho pensato ad una specie di variante che potrebbe funzionare molto meglio.» Boyka si avvicinò alla parete e cominciò a prenderla a pugni: enormi sbuffi seguivano le macerie mentre cadevano.

«Ma che fai, sei impazzito?» gridò Dunja.

«Faccio prima io con i miei pugni che tu con il tuo ridicolo piccone.»

«Perché vuoi aprire la strada alla Regina? Così sarà più veloce al suo risveglio.»

Boyka si voltò a guardare la donna. «Ecco il mio piano. Tu prendi l’Artefatto, ogni arma con cui sei arrivata e corri come un lampo su per il tunnel, sparando a tutto ciò che si muove. Io invece qui metto in atto la prima regola del carcerato.» E diede un altro pugno alla parete.

Dunja lo fissava come si fissa un folle. «E quale sarebbe questa prima regola?»

Boyka non si voltò, e le rispose fissando la Regina immobile al di là della parete. «Appena arrivi in un ambiente ostile… vai a pestare il più forte, e gli altri ti lasceranno stare.»

(continua)

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