ALIENS versus BOYKA (fan fiction) 3

aliens_boyka

Terza puntata della mia fan fiction per omaggiare l’uscita (eternamente posticipata) del terzo prodotto Millennium Films con protagonista il lottatore interpretato da Scott Adkins.
Per evitare di “bruciare” i colpi di scena, l’elenco di tutte le fonti che cito lo stilerò solo alla fine della storia.

ALIENS versus BOYKA

3

Dicembre 2230
Pianeta LV-1201
Sito Zeta

Dopo trent’anni passati senza mai vedere nulla al di fuori del suo carcere, Boyka nel giro di un giorno aveva viaggiato nello spazio ed ora si trovava su un altro pianeta: non male per un galeotto.

Aveva scoperto che non soffriva durante gli sbalzi inevitabili dei viaggi spaziali, della perdita di gravità o di pressione: era come se il suo corpo se ne fregasse di dove si trovava. Era una macchina per combattere e solo di quello si preoccupava.

LV-1201 era davvero un postaccio, stando a quei pochi metri di superficie che aveva intravisto appena sceso dalla navetta. Il generale Rykov era rimasto sulla Stazione Orbitante ma in realtà era sempre con lui, collegato via radio alla sua armatura – o qualcosa del genere: Boyka non aveva prestato attenzione alle spiegazioni fornitegli – e quindi vedeva tutto ciò che il lottatore vedeva e poteva intervenire impartendo ordini o consigli. In pratica ora Boyka era l’estensione di Rykov.

Prima di lasciarsi i due si erano guardati negli occhi, rimanendo in silenzio per qualche secondo. Poi Boyka aveva dato voce al pensiero di entrambi. «Una volta che sarò sulla superficie, cosa mi impedisce di far fuori i tuoi uomini e andarmene per conto mio?»

Era un discorso onesto, da uomo a uomo, e infatti aveva usato il “tu”. Il generale lo apprezzò. «Sarebbe stato strano se non ti fossi posto questa domanda», rispose sorridendo, poi alzò una mano in aria. «Il mio computer da polso ha già caricato un software che mi permetterebbe di fermare immediatamente l’armatura, e nel caso di fare in modo che ti stritoli. Sarebbe però un dannato spreco: ho grandi progetti per te.»

«Progetti?»

Rykov annuì. «Potrei farti allenare i miei uomini, addestrarli al combattimento corpo a corpo, e se riuscissi ad avere più armature insieme tireremmo su un’élite di soldati invincibili…» Gli occhi del generale brillavano. «Pensa a quello che potremmo fare insieme, Yurj…»

Nessuno lo aveva mai chiamato per nome, per tutti era solamente Boyka: certe cose inteneriscono anche il cuore più duro. Ma Boyka non aveva cuore. «Cosa mi impedisce di strapparti il braccio così che non puoi usare quel computer da polso?»

Rykov rise di gusto. «Mi piace la tua schiettezza. Il computer da polso è collegato ai battiti del mio cuore: appena il segnale si interrompe… finisci stritolato.» Decise di fugare altre domande rimaste in sospeso. «Stai per scendere su un pianeta abitato solo da animali sconosciuti e xenomorfi incazzati: anche se riuscissi a liberarti dal mio controllo… dove andresti?» Diede una pacca sull’armatura. «Basta domande, ora: mettiti il cuore in pace e va’ a spaccare il culo a quei mostri.»

Boyka restituì la pacca sulla spalla… ma con i suoi muscoli rinforzati diede uno spintone che mandò il generale in terra. «Non è del mio cuore che devi preoccuparti.»

~

Durante la discesa verso il suolo Boyka si era esercitato ed ormai sentiva l’armatura come il proprio corpo, gli sembrava impossibile che non potesse resistere agli attacchi alieni, vista la sensazione di invincibilità che dava.

Atterrati, prima che il portellone si aprisse si accorse che tutti i soldati si infilavano dei caschi strani, con dei tubi che… L’intuizione lo colpì folgorandolo: erano dei respiratori. L’atmosfera del pianeta non era respirabile!

«Ehi, non dovrei averne uno anch’io?» chiese ad un soldato.

Questi si girò e Boyka riconobbe Dimitri, quello che aveva pestato sulla Verloc. «No», gli rispose il soldato. «Tu no!»

Il lottatore non fece in tempo a rispondere che il portellone si spalancò e i Colonial Marines cominciarono a scendere sulla superficie del pianeta. Era la prima volta nella sua vita che si ritrovava a preoccuparsi dell’aria che respirava, era una questione che dava ovviamente per scontata: perché nessuno lo aveva dotato di respiratore? Possibile fossero così distratti da non pensare che un galeotto come lui non era pratico di viaggi interplanetari?

Cominciò a rantolare e a spingersi indietro, cercando di allontanarsi velocemente dal portellone: era completamente nel panico ed era una sensazione a cui non era abituato.

«Idiota!» Dimitri si avvicinò a lui ridendo. «La tua armatura è già dotata di ossigeno.»

Il panico scomparì in un attimo per lasciar spazio alla vergogna: si era comportato come un bambino impaurito. Ma si rese conto che Dimitri non era lì per sfotterlo, anzi gli faceva segno di alzarsi e seguirlo. Boyka scattò in piedi per cercare di riacquistare dignità, e cercava di non guardare il soldato per non tradire vergogna.

«Questo è per avermi quasi soffocato», disse Dimitri. Boyka lo fulminò con gli occhi ma si rese conto che non lo aveva detto con malignità: il suo sembrava quasi un sorriso amichevole. «Qui tra i marines funziona così: tu dài uno schiaffo a me e alla prima occasione te lo restituisco.»

Funzionava così ovunque, non solo tra soldati. Boyka annuì. «Con questo siamo pari.» E si avviò verso l’uscita. «Ma alla prossima ti ammazzo.» La risata di Dimitri lo accompagnò.

~

Le porte massicce del Sito Zeta si aprirono con un rumore di metallo sfregante. Istintivamente Boyka si portò le mani alle orecchie, rendendosi poi conto che le aveva ben chiuse nel casco dell’armatura. «Puoi regolare il volume dei suoni che provengono dall’esterno» si sentì dire.

«Rykov?» chiese.

«No, sono la tua coscienza… Certo che sono Rykov! Te l’ho detto che sarei rimasto in contatto.»

«Non è piacevole.»

«Spero non ti offenderai nello scoprire che non mi interessa.»

Ora l’entrata del Sito Zeta era spalancata. A vederlo da fuori tutto sembrava tranne che un insediamento coloniale: sembrava più l’entrata di una miniera, ed in effetti Boyka già sapeva che avrebbe dovuto scendere al suo interno.

«Segui i miei uomini», disse la voce del generale all’interno del casco. «Ti porteranno all’ascensore.»

Il lottatore seguì i soldati che gli facevano dei gesti, entrando in quell’antro oscuro. La struttura era spartana, sembrava fosse stata concepita nella più assoluta funzionalità: non esisteva nulla di superfluo. «Sbrigati, non è una gita», gli gridavano i soldati, e in effetti a forza di guardarsi intorno si stava attardando.

Passarono per alcuni portelli e finalmente entrarono in un ampio salone che aveva al centro una pedana elevatrice. «Ecco l’ascensore per l’inferno», disse un soldato attivando un pannello di comandi lì vicino. «Va giù in discesa fino…» Non riuscì a finire la frase perché volò via. Afferrato con velocità fulminea dagli artigli di un alieno.

Ci volle qualche istante perché tutti si rendessero conto di cosa fosse successo, rimanendo immobili in silenzio. Il soldato era davanti ad un meccanismo e due enormi zampe di xenomorfo erano uscite dall’ombra e lo avevano afferrato alla testa, sollevandolo di netto e trascinandolo nell’oscurità così velocemente che probabilmente la vittima stessa non si era accorta di nulla. Quando però la sala comandi si riempì di grida umane disperate, non ci fu più tempo per lo shock.

«Contatto!» gridò furente Dimitri, aprendo il fuoco con il pulse rifle verso l’ombra in cui il suo compagno era stato inghiottito. Da quando gli xenomorfi erano diventati materia di studio, tutti gli addestratori militari iniziavano i loro corsi con un precetto che ogni soldato doveva assimilare sin da subito: se si finisce vittima di una creatura è inutile ogni tipo di salvataggio. Si aprirà il fuoco anche a rischio di uccidere la preda umana: meglio un soldato ucciso da fuoco amico che un alieno in vita.

Il rumore delle raffiche dell’arma di Dimitri esplose nella testa di Boyka: aveva dimenticato di abbassare il volume dei sensori audio del casco. Per farlo avrebbe dovuto fissare per tre secondi lo schermo del menu alla sua destra, così che il contatto visivo lo azionasse e gli mostrasse le opzioni dell’armatura, tra cui plausibilmente dovevano esserci quelle dell’audio. Ma era impossibile farlo in preda alle convulsioni che quel rumore assordante gli provocava. L’unica soluzione era…

«Dov’è? Dove cazzo è l’insetto?» gridava uno dei soldati.

«Boyka, tu hai l’armatura: va’ lì a stanarlo…» Dimitri cominciò a voltare la testa in ogni direzione. «Boyka… Boyka!»

«Cessate il fuoco!» gridò un altro, «Stiamo solo sprecando munizioni. Dov’è quel cazzone in armatura? Mandiamo lui a…»

«Non c’è», strillò Dimitri. «Il campione di Rykov ci ha appena mollati qui.»

«Cosa?»

Un sibilo alieno riempì la stanza. Poi un altro. E poi altri.

«Mio Dio…»

«Questa zona doveva essere sicura.»

«Quei mostri devono aver aperto una breccia.»

«Via di qui, via di qui!»

Le grida si susseguivano ansimanti e si sovrapponevano, ma i sibili e gli scricchiolii non lasciavano spazio a dubbi: erano circondati. I soldati arretrarono finché non videro un’ombra stagliarsi sulla porta: un drone, uno xenomorfo adulto che iniziava a snudare i denti affilati come rasoi.

«Merda…» fu tutto ciò che Dimitri, il più vicino, riuscì a dire.

Il sibilo dell’alieno crebbe d’intensità fino a diventare quasi un grido disumano, un innalzamento di tono… che rese ancora più stupefacente il crack che lo fece interrompere. Un rumore secco tipico di un esoscheletro d’insetto che viene schiacciato: i denti del mostro erano già pronti a scattare quando la sua lunga testa si ritrovò completamente girata, quasi a fissare chi da dietro lo aveva appena ucciso.

Mentre il corpo tremolante della creatura si afflosciava, Boyka si fregava le mani dell’armatura. «Scusate il ritardo: non trovavo il fottuto menu audio.»

I soldati lo fissarono allibiti mentre dopo qualche passo di rincorsa il lottatore saltò proprio mentre un alieno scattava dal buio: i muscoli potenziati e il peso dell’armatura lanciata in volo scaturirono così tanta potenza che un semplice calcio volante divenne una tecnica di annichilimento totale. Boyka e l’alieno si scontrarono in aria proprio mentre lo xenomorfo spalancava le fauci: il piede del lottatore penetrò nella bocca aliena come fosse burro, e la forza del salto spinse il suo intero corpo all’interno di quello della creatura, che si aprì in due prima di crollare a terra in una pozzanghera di sangue acido.

Sceso in posizione sicura, Boyka si voltò verso i soldati. «Vi conviene andarvene: tra poco scorrerà parecchio sangue acido.»

Dimitri annuì e fece segno agli altri di arretrare. «Usa la leva gialla per azionare l’ascensore. E…» Gli fece un saluto militare, «grazie per essere tornato.»

Un alieno sbucò alle spalle di Boyka afferrandogli le braccia con una morsa letale, ma il lottatore fece subito scattare indietro la testa: il retro del suo casco sfondò il lungo cranio chitinoso dell’alieno, che iniziò a barcollare. Un calcio alto sferrato all’indietro fece volar via la creatura con il petto sfondato.

«Grazie il cazzo», strillò Boyka alla volta di Dimitri. «Sei in debito, ora.»

Mentre i soldati correvano fuori dal Sito Zeta, richiudendo le pesanti porte, Boyka si voltò in cerca di altri avversari, cominciando a camminare per la sala con passo deciso. In un angolo buio vide l’alieno che aveva afferrato il soldato e ora stava facendo scempio del suo corpo. La creatura si voltò lentamente.

«Perché non te la prendi con qualcuno alla tua altezza?» gli chiese sprezzante Boyka.

In risposta l’alieno sibilò e si alzò lentamente.

«Vieni qui, bello: fammi vedere come ti muovi.»

«Piantala di pavoneggiarti e sbrigati ad ucciderlo!» tuonò la voce del generale nelle orecchie del lottatore.

«Questo è il mio campo, Rykov: qui comando io.»

«E che diavolo vorresti fare?»

«Studiare.» L’alieno si muoveva lentamente e con la sua testa senza occhi fissava Boyka che gli girava intorno. «Non si nasce campioni, lo si diventa. E lo si diventa studiando.» La voce del lottatore era calma e concentrata. «Studiare se stessi per capire i propri difetti e correggerli. Studiare gli avversari per stabilire la strategia di combattimento.»

«Ma quale strategia?» urlava il generale nell’altoparlante. «Devi colpirli in testa e fine. Il resto lo fa la tuta.»

«È da molto tempo che non combatti, eh Rykov?» Il “tu” tradiva costantemente una nota di disprezzo. «Puoi avere tutte le armi del mondo e perdere, se non sai come e quando usarle.»

L’alieno fece scattare la testa in avanti, emettendo un feroce sibilo, ma il suo corpo non si mosse. «Mi sta studiando anche lui», disse Boyka. «È abituato a vittime di carne, che probabilmente avverte tramite il battito cardiaco. La mia tuta mi isola, non sente il mio odore né il mio cuore, non avverte l’adrenalina della paura, e tutto questo lo confonde. Altrimenti mi avrebbe già attaccato.»

«Ma gli altri prima l’hanno fatto.»

«Sì, perché ero in mezzo ai soldati, circondato a corpi caldi. Ora probabilmente per lui sono un’ombra che si muove e basta.»

Il corpo dell’alieno fremeva, indeciso. «Quanto ancora devi “studiare”?» chiese sarcastico il generale.

I lenti movimenti di Boyka l’avevano portato vicino alla creatura, alla distanza giusta: con rapidità alzò il ginocchio destro e calò deciso il piede a colpire un ginocchio dell’alieno, sfracellandoglielo. «Sono all’esame finale.»

Urlando ed agitando le braccia, il mostro si gettò in terra e cominciò ad attaccare Boyka, che era però rapido ad indietreggiare. «Azzopparli non serve a niente: anche trascinandosi sulle braccia sono veloci a spostarsi.»

«Sarebbe questo il frutto del tuo studio?» chiese seccato Rykov. «Quando torni potrai fare richiesta di una cattedra di xenomorfologia, ma ora fa’ fuori quel mostro.»

Il lottatore caricò di nuovo la gamba e schiacciò la testa della creatura. «L’ho fatto solo perché non avevo più nulla da imparare: qui sotto decido io chi uccidere, quando e come.» Il silenzio fu la risposta migliore.

Si diresse con passo rapido alla pedana elevatrice e azionò la leva gialla, come gli aveva detto Dimitri. «Sai, Rykov», disse mentre la pedana iniziava la sua lunga discesa. «In questa missione potrei addirittura divertirmi…»

(continua)

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