ALIENS versus BOYKA (fan fiction) 2

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Seconda puntata della mia fan fiction per omaggiare l’uscita (eternamente posticipata) del terzo prodotto Millennium Films con protagonista il lottatore interpretato da Scott Adkins.
Per evitare di “bruciare” i colpi di scena, l’elenco di tutte le fonti che cito lo stilerò solo alla fine della storia.

ALIENS versus BOYKA

2

Dicembre 2230
A bordo della USS Verloc

Nella stiva dalla nave non si viaggiava comodi, ma i soldati neanche se ne accorgevano: non erano previste comodità per loro, né si erano mai sognati di chiederle.

USCM, United States Colonial Marines, ma gli Stati Uniti erano lontani e i soldati seguono da sempre un capo, non un logo sulla carta intestata. La Weyland-Yutani era in pratica il loro padrone e il generale Rykov il loro condottiero: chiamateli soldati, chiamateli marines, chiamateli mercenari, non ha importanza. Eseguono gli ordini del loro condottiero e tanto basta.

Boyka li chiamava schiavi, quelle rare volte che si era trovato a parlare di loro: le guardie del carcere le odiava, i soldati li disprezzava. Il che era peggio.

«Sarebbe questo il grande campione?»

Tutti erano seduti sulla panca che attraversava la stiva, assicurati da cinture di sicurezza. Boyka era distanziato dai soldati e con sua sorpresa non era ammanettato, il che voleva dire che il generale aveva molta fiducia in lui. O che era molto stupido.

«A guardarlo sembra più un barbone di strada», continuò il soldato.

Questo spostava l’ago della bilancia più sulla stupidità che sulla fiducia.

«Ci senti, barbone? Sei davvero così forte come dicono?»

Boyka guardava nel vuoto e si chiedeva da quale barzelletta fosse uscito quel soldatino di latta. Chissà se il generale si sarebbe offeso se glielo avesse rotto…

«Ti conviene piantarla, Dimitri» intervenne un altro soldato. «Dicono che sia il più bravo lottatore del suo carcere.»

I soldati sbottarono in una risata fragorosa. «Dell’universo», si percepì appena.

Il soldato in vena di scherzi fece segno ai compagni di abbassare la voce. «Hai detto qualcosa, barbone?»

Il lottatore non volse lo sguardo ma si limitò a precisare con voce calma. «Sono il più grande lottatore dell’universo, non solo del mio carcere.»

Il silenzio che seguì fu solo un’introduzione alla nuova risata scrosciante che esplose, con i soldati che si davano pacche sulle spalle. Dimitri si sganciò la cintura di sicurezza e in pochi passi fu subito addosso a Boyka. «Mettiamo le cose in chiaro, straccione», gli gridò in faccia sempre con il sorriso sulle labbra. «Noi Colonial Marines siamo i più forti dell’universo: tu sei solo un mulo che scalcia nella stalla.» Guardò il lottatore con un sorriso di scherno. «Di’ un po’, tu che parli di universo: hai mai visto qualcosa di diverso delle pareti della tua cella? Parli di qualcosa di cui non sai nulla.»

Boyka continuava a fissare il vuoto davanti a sé, così Dimitri dovette insistere. «Pensi di essere il primo “campione” che portiamo in giro? Sei solo un pezzo di carne sacrificabile, ti aspetta una morte orribile, sai? Mi sa che ti conveniva rimanere nel tuo buco di fogna a scontare la tua pena.» Dimitri avvicinò il volto per assicurarsi che il lottatore vedesse il suo sorriso crudele. «Perché poi sei finito in galera? Hai scippato una vecchietta?»

Finalmente Boyka mosse lentamente gli occhi a fissare il soldato. «Davvero vuoi conoscere la mia colpa?»

«Sentiamo, straccione: cos’hai fatto per meritare un carcere duro come Gorgon? Si dice che…»

Dimitri non finì la frase. Le gambe di Boyka scattarono in una spazzata ai piedi del soldato mentre con la mano destra lo afferrò al volto e lo sbatté velocemente a terra: Dimitri cadde rovinosamente senza accorgersi di nulla. Aveva ancora gli occhi sbarrati dalla sorpresa quando si ritrovò un piede di Boyka a serrargli il collo e a impedirgli di respirare. «Mi piace schiacciare le merde.»

~

Stazione orbitante del pianeta LV-1201

«Ci sei andato giù pesante.» Il generale Rykov non era affatto seccato nel pronunciare queste parole, semmai divertito dal fatto che uno dei suoi rudi mercenari fosse stato messo al suo posto da un carcerato senza alcun addestramento militare. «Dimitri è un idiota ma esegue gli ordini alla perfezione, quindi è un buon soldato.»

«È stato quindi un suo ordine quello di stuzzicarmi?» Boyka si guardava in giro, meravigliato dal camminare in una stazione orbitante quando nella sua intera vita – fino a poche ore prima – non aveva mai visto nulla al di fuori delle mura di Gorgon. in realtà ciò che veramente lo stupiva… è che non gliene fregava nulla.

«No, il mio ordine era di assicurarsi che non ti facessi male durante il viaggio.» Rykov scoppiò in una risata. «Avrei dovuto ordinare a te di non fare male ai miei uomini.»

«Non sarebbe servito», rispose Boyka. Il generale scherzava: lui no.

Il lottatore seguiva il generale rimanendo indietro di un passo: vecchia abitudine da carcerato. Rykov non sembrava badarci e con un gesto della mano invitò Boyka a guardare dalla grande vetrata a cui l’aveva portato.

«Quello è LV-1201», disse il generale con particolare enfasi, indicando il gigante roccioso che riempiva la vetrata. «Un pianeta brullo e arido, ma pieno di sorprese. Secoli fa aveva un clima diverso ed era popolato di mostruose creature.»

«Tutto questo fa parte del mio futuro?» Boyka non stava guardando il pianeta ma si limitava a fissare la nuca del generale: quella domanda indicava chiaramente che non gli interessava il giro turistico della zona.

Rykov si girò con un mezzo sorriso sulle labbra, a metà fra curiosità e stupore. «Sei un tipo che non perde tempo, vedo.»

«Non sono qui in vacanza. So che le promesse del torneo erano solo una bugia, ma se finora non mi avete ucciso vuol dire che avete dei piani per me, e voglio conoscerli. Dopo magari mi può anche raccontare la storia del pianeta.»

Il generale annuì. Quel lottatore non sembrava uno che parla molto, era da lodare che avesse fatto un discorso così lungo senza tentennare. «Dritto al punto: mi piaci, figliolo.»

«Non sono suo figlio», sibilò Boyka. «Mi creda, è meglio per lei che io non lo sia.»

~

Rykov portò il lottatore in un’altra ala della Stazione orbitante, stavolta senza finestroni, e approfittò della camminata per parlare: stavolta senza premesse o introduzioni.

«Il pianeta è sotto l’ala della Weyland-Yutani, ma in pratica è mio. Ho l’incarico di gestire un impianto sotterraneo ma una frana ha fatto crollare tutto… seppellendo un oggetto che mi serve.» Aprendo l’enorme portellone della sala il generale si voltò verso Boyka. «La tua missione è di recuperarmi quell’oggetto.»

Entrando nella gigantesca sala il lottatore rimaneva sempre un passo indietro. «Capisco l’idea di mandare un carcerato a morire in un buco sotto terra, in fondo sono assolutamente sacrificabile, ma che c’entra il torneo di lotta? Perché ha cercato un lottatore?»

Il generale continuava a camminare guardando avanti. «Ho già organizzato diverse spedizioni sotterranee, utilizzando minatori, soldati, mercenari e non so più che altro. Tutti fallimenti.» Rykov non lo disse, ma con “fallimenti” era plausibile pensare che tutta quella gente fosse morta nell’impresa. «L’ultima speranza è un animale più coriaceo degli animali che vivono là sotto.» Con una pausa teatrale il generale si voltò a guardare l’uomo che lo seguiva con sguardo affilato. «Perché quella struttura sotterranea è all’interno di un nido alieno.»

Boyka lo fissò serio ma il suo volto non tradì alcuna emozione. «Ripeto: che senso ha mandare un lottatore a morire dilaniato dagli alieni, o peggio ancora imbozzolato nel nido?» Il ciclo vitale di quelle creature era così terribile da essere guardato con rispetto dagli ospiti violenti dei carceri in giro per l’universo.

Forse il generale sperava in una reazione di paura, ma ormai era chiaro che non ne avrebbe ottenute. Si voltò e si avviò verso il centro della enorme sala. «La frana ha lasciato degli spazi troppo angusti per organizzare un assalto di Colonial Marines: dovrebbero procedere lentamente, al massimo due per volta, il che vorrebbe dire una bella scorpacciata per quelle bestiacce aliene. No, solamente un uomo in missione solitaria può raggiungere la mia struttura sotto terra, ma un uomo solo non ha alcuna possibilità contro frotte di mostri.»

Arrivato davanti ad una struttura senza insegne né scritte, quasi una scatola anonima in mezzo alla stanza, il generale si voltò e guardò estasiato Boyka. «Ecco perché dalla Compagnia mi sono fatto inviare questo giocattolo.»

Premette un qualche pulsante non visibile agli inesperti e la grande scatola cominciò ad aprirsi, anzi: la sua superficie sembrò scorrere su se stessa fino a scomparire al proprio interno, lasciando visibile una grande teca di vetro, con all’interno…

«Un’armatura!» sbottò il lottatore. «Tutta qua l’arma segreta?»

Rykov sorrise. «Da tempo la Weyland-Yutani per operazioni di “disinfestazione” utilizza un esoscheletro potenziato a comandi mentali, magari ne hai sentito parlare: è un carrozzone che chiamano Berserker. È una roba ingombrante e difficile da manovrare, e soprattutto frigge completamente il cervello del poveraccio che la deve guidare. Così la Divisione Armi sta studiando una versione più piccola e maneggevole: come questo prototipo.» E con la mano indicò l’armatura come un consumato venditore.

«Può bastare contro gli alieni? A prima vista mi pare di no.»

Rykov non badò al commento e proseguì. «Uno chassis di titanio ricoperto di protezioni di chitina. Sai cos’è la chitina?» Ricevette uno scrollamento di spalle. «È la materia che costituisce il corpo degli alieni: quest’armatura è immune al loro sangue acido perché è costruita con la loro stessa pelle. Un sofisticato meccanismo idraulico, compresso e nascosto dietro la schiena, permette ai muscoli artificiali dell’armatura di moltiplicare per dieci la forza umana.» Qualche secondo di silenzio per far assimilare l’informazione. «Con questa bellezza addosso, darai i colpi più potenti che un essere umano potrà mi sferrare.»

Finalmente la monoespressione di Boyka cominciò a contrarsi in un sorriso. «Sta dicendo… che devo prendere a calci quei mostri?»

Il generale lo guardava divertito. «Esattamente. Potrei mandare un mio soldato, esperto di campi di battaglia e addestrato a situazioni di forte stress, ma sarebbe tutto inutile: al massimo potrebbe sparare agli alieni e per esperienza questo non serve a molto, quando sono in tanti. Inoltre quest’armatura non può resistere a lungo se gli xenomorfi, con la loro forza mostruosa, cominciano a “giocarci”. No, mi serve un animale da combattimento, qualcuno che corra veloce in quel buco e sappia tenere a distanza quelle creature… prendendole a calci!»

Boyka aveva occhi solo per l’armatura, lì esposta aperta e scintillante: era l’oggetto più bello che avesse mai pensato di ammirare. «È un piano assurdo e suicida, sicuramente verrò smembrato e la Compagnia perderà il suo prezioso prototipo…»

«Ma…?» chiese sorridendo il generale.

«… Ma è qualcosa di troppo eccitante per rinunciare. Combattere contro degli alieni è una sfida che un lottatore non può lasciarsi sfuggire.»

«Sapevo che ti sarebbe piaciuta», gongolò Rykov azionando un’altra leva invisibile e facendo aprire lentamente la teca. «Perché non la provi e vediamo come ti sta?»

Per la prima volta nella sua vita… Boyka sorrise.

~

Quando l’ultima cinghia fu tirata e l’ultima serratura fu bloccata, Boyka si sentì goffo e un po’ ridicolo, a ritrovarsi strizzato in quel costume metallico. «Tranquillo, l’intero chassis ha sensori di adattamento che entro qualche secondo leggeranno il tuo corpo e vi si adatteranno.»

Già mentre il generale parlava, il lottatore sentì una sensazione piacevole per tutto il corpo: i sensori lo stavano “palpando” per capirlo. Nel giro di qualche istante Boyka si sentì bene come non lo era mai stato in vita sua. Era stato addestrato da suo padre ad essere consapevole di ogni muscolo, ad avere il totale controllo sul proprio corpo, ma ora quella sensazione era amplificata: in quel momento si sentiva davvero il più forte dell’universo. Anche perché ora lo era sul serio.

«Dalla tua faccia mi sembra di capire che ti ci trovi bene», disse divertito il generale. «Muoviti, fai come se ti stessi allenando, vediamo come l’armatura reagisce ai tuoi input.»

«A che?»

Rykov agitò una mano in aria. «Tu mena, e non preoccuparti.»

Boyka fece qualche passo tentennando, scoprendo poi che invece riusciva a muoversi con fluidità. Dopo un altro paio di passi iniziò ad agitare le mani, poi le braccia, poi a roteare il bacino. Era incredibile, quell’armatura reagiva al suo corpo come fosse una semplice tuta.

«Attento, che qui è pieno di macchinari costosissimi: vatti ad esercitare laggiù, su quella pedana.»

Boyka si mosse velocemente per provare come era la corsa: perfetta. «Attento generale, che non mi tolgo più di dosso questo capolavoro.»

L’entusiasmo del lottatore lo stava distraendo, così non si accorse del punto dove Rykov lo aveva fatto arrivare, né che ora il generale stava ticchettando qualcosa su una tastiera. «È quello che spero, figliolo.»

Il “figliolo” riportò il lottatore con i piedi per terra. Stava già per rispondere seccato quando si accorse di qualcosa che ormai non poteva più fermare: delle larghe vetrate si stavano alzando dal pavimento ed ormai lo avevano quasi del tutto imprigionato in una gabbia trasparente. «Che diavolo significa, questo?» gridò il lottatore, mettendosi d’istinto in posizione di guardia.

«Sangue freddo, ragazzo: questa è l’ultima prova per capire se l’armatura funziona.»

Neanche quando Boyka era ragazzo qualcuno aveva mai osato chiamarlo ragazzo. La rabbia stava montando e il lottatore stava per iniziare a prendere a pugni il vetro che lo circondava… quando sentì un inquietante sibilo provenire da una paratia che si stava alzando dietro di lui. Qualcosa stava per entrare nella sua gabbia…

«Reagire freddamente in una situazione di panico è la base per capire la pasta di un soldato: credo che per un lottatore valga la stessa regola.» La voce di Rykov risuonava nelle orecchie di Boyka, grazie alle casse presenti nel casco della sua armatura. «Ti presento il tuo nuovo avversario… e spero vivamente che non sia l’ultimo.»

Stagliandosi sul bianco delle pareti della sala, il corpo nero insettiforme dello xenomorfo sembrava anche più grande di quanto già non fosse. I suoi denti erano già snudati e pronti a colpire.

«Uno degli alieni che abbiamo catturato per studiarlo e svelarne i misteri.»

La creatura non perse tempo e scattò in avanti, pronto a mordere l’intruso.

«Linguafoeda acheronensis, è il nome latino che ho proposto per classificarlo, il nome scientifico.»

In un lampo il mostro aveva acquisito una velocità incredibile, ed era già su Boyka…

«Significa…»

Un pugno sferrato con velocità incredibile fece compiere alla testa dell’alieno un giro quasi completo, crollando a peso morto sul lottatore in armatura, che non mosse un solo passo.

«Significa…» ripeté inebetito il generale, con gli occhi fissi sullo spettacolo di Boyka che si scrostava di dosso la creatura senza vita.

«Avere un nome latino non mi impedirà di spaccargli il culo.»

(continua)

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