Alien Resurrection su “FilmTV” (1997)

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Era il dicembre di quasi vent’anni fa che il settimanale “Film TV” (Anno V, n. 50) usciva in edicola con Ripley 8 in copertina: si pubblicizzava l’imminente arrivo sugli schermi italiani di “Alien Resurrection” con un breve articolo che riporto più sotto.

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Ecco il testo dell’articolo:

Ripley è rinata

di Carlo Bizio

È uscito in America “Alien Resurrection”. Protagonista ancora Sigourney Weaver, questa volta “clonata”. Il film, sui nostri schermi a febbraio, è presentato in anteprima al pubblico del “Noir in Festival” di Courmayeur

È dal 1979 che ormai conviviamo con il terrore nello spazio, da quando il tenente Ellen Ripley dovette vedersela per la prima volta con l’orrendo mostro bavoso in “Alien” di Ridley Scott. Nel seguito “Aliens” (1986), diretto da James Cameron, Ripley tornava con intimi stile Calvin Klein sull’astronave Nostromo con spirito battagliero. In “Alien 3” (1992), regia di David Fincher, Ripley riemergeva dall’ibernazione con un embrione alieno dentro di sé, si rapava a zero i capelli e diventava una sorta di galeotta femminista prima di suicidarsi in modo plateale. Ora, nel quarto capitolo di questa fortunata serie, “Alien Resurrection”, diretto dal francese Jean-Pierre Jeunet (in Italia da fine febbraio), Ripley torna come clone dell’indomita eroina, la prima in un film d’azione nella storia del cinema. Quasi vent’anni dall’originale, quattro diversi registi, quattro epoche e costumi del consumo della fantascienza differenti, ma una sola attrice, sempre e solo lei, l’impareggiabile Sigourney Weaver, 48 anni, protagonista assoluta (nonostante Winona Ryder), nonché co-produttrice di questo “Alien” e filo conduttore di una serie che ha profondamente intaccato le regole del filone sci-fi e penetrato l’immaginario collettivo.

Girato interamente in studio alla 20th Century Fox di Los Angeles, costato 65 milioni di dollari, al debutto in questi giorni in America, “Alien Resurrection” si è avvalso del genio visivo del francese Jeunet, che insieme a Marc Caro ha diretto due film visionari come “Delicatessen” e “La città dei bambini perduti”. La sceneggiatura è di Joss Whedon, uno dei coautori di “Toy Story” e noto script doctor; il solo nome di Whedon già ci fa capire che la serie ha virato leggermente nella direzione del divertimento, dello humour, seppure dark. Jeunet è stato scelto dalla stessa Weaver, che per contratto si era assicurata tale autorità.

«Nonostante le difficoltà con la lingua, io mastico un po’ di francese, Jean-Pierre non parla una parola d’inglese, c’è stata fra di noi una sintonia favolosa in quanto a idee sul personaggio di Ripley e l’iconografia – spiega Sigourney Weaver. – Solo un francese poteva capire la qualità del rapporto che si è nel frattempo sviluppato fra Ripley e Alien: ovvero un rapporto di repulsione e attrazione insieme che sfocia addirittura nella sensualità. Ripley ha procreato un alieno, ed è oramai parte della famiglia, volente o nolente. C’è qualcosa di incestuoso fra lei e queste creature, di sottilmente erotico. E Jean-Pierre questo lo ha capito perfettamente».

Ripley dunque torna clonata da una goccia di sangue recuperata dopo il suo suicidio. Ci troviamo, 200 anni dopo, a bordo della Aurigas, una gigantesca astronave dove generali e medici di un governo interstellare stanno compiendo esperimenti di clonazione, innesto e intreccio fra alieni e umani. Ripley viene ricreata per riprodurre alieni, che verranno poi utilizzati per diversi scopi. Ma la Ripley “replicata” mantiene la memoria del passato e certe virtù sovrumane…

«Ero convinta che Ripley non sarebbe mai più tornata sullo schermo – ha proseguito la Weaver. – Ero stata io stessa a insistere che lei morisse nel terzo “Alien”. Poi qualcuno mi ha presentato questa magnifica idea. E la cosa che mi piace di più di questo film è che Ripley torna rinnovata. Non è quella di prima. È indomita e sensuale insieme, però non è costretta a fare sempre la cosa giusta, a distinguere il bene dal male. Questa Ripley è più ambigua, e ha un che di ironico che piacerà al pubblico, anche ai fan più agguerriti. E come attrice è bello liberare un personaggio da certe costrizioni caratteriali. Se avessi dovuto presentare la stessa Ripley dei film precedenti, questo film non l’avrei fatto».

L.

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