Intervista a Jenette Goldstein (1987)

Jenette Goldstein (© 1986 Twentieth Century Fox)

Jenette Goldstein
(© 1986 Twentieth Century Fox)

Riporto in italiano un articolo con intervista di Brian Lowry apparso sulla rivista “Starlog” n. 115 del febbraio 1987, da cui sono tratte anche le foto: il testo originale l’ho preso dal blog Strange Shaper.

Jenette Goldstein:
«Adiós, Aliens»

Da qualche parte, sotto il makeup, il sudore, la ferocia e il coraggio del soldato Vasquez, l’eroina di Aliens, c’è una donna gentile, minuta ed educata di nome Jenette Goldstein.

Photo by Bob Penn (© 1986 20th Century Fox)

Photo by Bob Penn
(© 1986 20th Century Fox)

Come donna ha davvero poco in comune con il suo personaggio, altrimenti il film avrebbe dovuto intitolarsi Beverly Hills Marine, visto da dove proviene l’attrice. Malgrado sia cresciuta così vicina al glamour di Hollywood, le trappole della notorietà le sono sempre state estranee: ama l’anonimato ed è ancora un po’ stranita dalla mole di lettere di fan che riceve, con ingaggi nei marine a proposte di matrimonio. Fino ad una bambina di sette anni che l’ha invitata a vivere a casa sua.

Goldstein ha cominciato a recitare alle superiori e poi, dopo il college a Santa Barbara, è entrata in un programma di studi di New York. Poi ha conosciuto e sposato un inglese e l’ha seguito a Londra, dove ha studiato in una scuola drammatica.

Tre anni e numerosi ruoli teatrali dopo, in piccole compagnie shakespeariane e in musical, partecipa ad un provino per un film dopo aver letto questo annuncio: «Attori americani per il film Aliens della 20th Century Fox». Il provino è a Beverly Hills, proprio a due passi dalla casa dov’è nata.

«Ho visto Alien ma non avevo idea che questo fosse il sequel, era passato così tanto tempo che non ci ho proprio pensato. Ho creduto invece che trattasse di “veri alieni”, capisci? Immigrati clandestini. E mi chiedevo perché mai cercassero attori americani. Mi sono immaginata che il film parlasse degli immigrati dalla Gran Bretagna.»
Non avendo un agente all’epoca, l’attrice si presentò da sola al provino. «Andai in tacchi alti, con molto trucco in faccia e i capelli cortissimi». Gli altri attori, avvertiti dagli agenti, si presentarono in divisa militare… al che la Goldstein capì il tipo di ruolo che prevedeva il provino.

Per salvare un po’ la situazione l’attrice ha detto al direttore del cast di aver fatto un po’ di bodybuilding, così le chiesero di tornare per un secondo provino. Questa volta si preparò a dovere, con pettinatura e stivali militareschi.
Sebbene la Goldstein non fosse vagliata per il ruolo di Vasquez, ai produttori – come poi agli spettatori – piacque ciò che videro. «Ero in ottima forma, mi ero allenata per anni in palestra. Prima di darmi il ruolo Jim Cameron mi ha chiesto quanto potessi aumentare la mia massa in quattro settimane. (Ride) Non ho mai provato, quindi mi limitai a mangiare un sacco: misi su più di quattro chili di grasso, ma continuai ad allenarmi.»

Prove d'uso dello smart-gun

Prove d’uso dello smart-gun

Lo stesso c’era da lavorare sull’aspetto della Goldstein, perché gli occhi azzurri e le lentiggini alla Huck Finn non combaciavano con il personaggio. «Al trucco ci volle un’ora. (Sospira) La truccatrice ha detto che ho le più grandi lentiggini che abbia mai visto. Faceva freddo sul set e noi eravamo sempre bagnati. Il finto sudore scioglieva il trucco così si cercava sempre un equilibrio tra l’apparire sudati e mostrare la mia pelle bianca.»
Hanno fornito all’attrice delle lenti a contatto scure e le hanno tagliato i capelli cortissimi. GCi sono andati giù pesanti, con le forbici, ma me l’aspettavo ed ero pronta.»

La preparazione fisica era però solo una parte della sfida. La Goldstein doveva appropriarsi della rabbia, del dialetto e della mentalità marziale di Vasquez.
Essendo cresciuta nella California del sud, fa notare l’attrice, aveva esperienza della sub-cultura chicana. «Sono andata a memoria, non avevo un dialect coach o il tempo e i soldi per volare a Los Angeles. Mi sono fatta spedire dai miei genitori del materiale dalle librerie di Los Angeles – interviste con membri di gang, quel genere di cose, roba introvabile a Londra.»

Photo by Bob Penn (© 1986 20th Century Fox)

Photo by Bob Penn (© 1986 20th Century Fox)

L’attrice alle prime armi cerca il proprio stile sul suo primo set cinematografico. «Non sapevo niente di film, né di cosa significasse per gli attori. Imparavo strada facendo, chiedendo aiuto agli altri attori sui termini: cos’era un two-shot? E un master? Sono stati tutti gentili con me.»

La sequenza temporale delle riprese è stata uno shock. L’entrata in scena dei marine, per esempio, con il loro risveglio dall’ipersonno e la colazione è stata girata alla fine della produzione. In quel modo il cast aveva avuto diversi mesi per socializzare e fraternizzare. Goldstein aveva già stretto amicizia con Mark Rolston, che interpretava Drake: sebbene la vita militare non le si confacesse si sentiva lo stesso a casa sua in quella compagnia quasi unicamente maschile. «Sono cresciuta con dei fratelli, così ci ero abituata.»

Photo by Bob Penn (© 1986 20th Century Fox)

Photo by Bob Penn (© 1986 20th Century Fox)

Come molti grandi film, Aliens mostra una ricca gamma di situazioni differenti. Il regista Cameron ha creato un dossier su ogni personaggio e gli attori hanno poi personalizzato le proprie uniformi nello spirito del proprio personaggio.
La Goldstein ha scritto la frase “Adiós” sul proprio fucile, pensando all’ultima parola che chi l’affronta possa udire. Sul retro della propria maglietta ha scritto semplicemente “Loco”.

Questo spiega perché Vasquez, per la gioia delle femministe, è di solito in avanscoperta, cioè nel ruolo più pericoloso di una squadra. «Era logico, chi mandi in avanscoperta? La persona più folle, quella a cui non importa di morire, altrimenti chi farebbe una cosa del genere? Non è mai menzionato nel film, ma nel background del personaggio lei e Drake sono stati reclutati da una prigione minorile, dov’erano stati condannati a vita. Perciò erano differenti dagli altri marine, che ricoprivano un impiego a tempo. Hudson doveva andare in congedo dai marine in quattro settimane, e questo lo faceva impazzire.»
Questo inoltre spiega il retro della divisa di Hudson, dov’è scritto “Materiale sotto pressione: non forare”.

Photo by Bob Penn (© 1986 20th Century Fox)

Photo by Bob Penn
(© 1986 20th Century Fox)

«Vasquez ed Hudson sono appaiati per tutto il film come l’uno il contrario dell’altra. Lui parla sempre, anche se non ha nulla di importante da dire, mentre lei non parla mai a meno che non sia importante. Questa è la particolarità di Vasquez: ha la scelta logica per ogni situazione, e questo piace ai superiori. Chi metti in una posizione suicida? Qualcuno a cui non può fregare di meno, al di là se sia uomo o donna.»

L’attrice minimizza l’emozione generata dai personaggi di donne forti generati da Aliens, due eroiche combattenti come Vasquez e Ripley (Sigourney Weaver). «Vasquez impugna un’arma perché è un soldato, è il suo lavoro: Ripley è costretta a impugnare un’arma. Il problema non sono le armi ma lo spirito delle persone che le usano. Alla fine, le armi servono a poco.»

Lo stesso la Goldstein ammira l’abilità di Cameron nel creare personaggi femminili, anche in ruoli minori. «Tutti i ruoli femminili sono buoni, soprattutto la ragazzina [Carrie Henn]. Le ragazzine di solito sono ritratte come idiote…»

 

Armata sul set, con Mark Rolston

Armata sul set, con Mark Rolston

La Goldstein ha speso molto del suo tempo girando con grossi “giocattoli”, cioè armi dal rumore incredibile e dal peso di svariati chili. I designer hanno creato lo smart-gun unendo un fucile anti-aereo – che di solito posa su cavalletto – all’unità mobile della steadicam di un cameraman. L’abilità dell’attrice di fluttuare l’arma è stata notata dalla critica che l’ha definita una “ballerina di flamenco”.
«Volevo mostrare Vasquez come se vivesse solamente quando portava un’arma. Diventa parte di lei. Ma quel fucile era davvero pesante e c’era solo un modo di poter camminare portandotelo dietro. (Ride) Ogni operatore di steadicam lo sa, devi camminare in quel modo o caschi in terra.»

Photo by Bob Penn (© 1986 20th Century Fox)

Photo by Bob Penn
(© 1986 20th Century Fox)

Il personaggio della Goldstein troneggia talmente nelle sue scene che è difficile immaginare quanto coraggio ci sia… in quel “contenitore” così piccolo. «Sono minuta, lo so. Non riesco a credere che la gente dica che ho perso peso, è solo che tutti gli altri sono alti: ero la più piccola di tutti, ad esclusione di Carrie Henn. A volte dicevano “Carrie, tesoro, vuoi salire su quella scatola?” così potevano inquadrare tutti. Poi dicevano “Oh, Jenette, vuoi salirci pure tu?” e tutti scoppiavano a ridere.»

Al di là dell’altezza, Vasquez emana potere – il prodotto di sei giorni a settimana che Goldstein ha passato sollevando pesi in vista del film. Prima, la donna era finita nel bodybuilding quasi per caso. «Frequentavo quattro classi di danza, a Londra. Erano nel West End, ed io vivevo nell’East End. Ogni giorno passavo davanti ad una palestra per uomini: è buona cosa tenersi in esercizio quando non lavori, ti serve per mantenere la disciplina. Avevo bisogno di qualcosa che, con il giusto impegno e fatica, mi desse dei risultati: e recitare non te li garantisce. È frustrante.»

«Mi è piaciuto sollevare pesi, non l’ho visto come uno strumento per ottenere qualche lavoro, sebbene i miei amici scherzano dicendo che potrei fare un film su una bodybuilder o qualcosa del genere. In realtà è come se l’avessi fatto.»

Photo by Bob Penn (© 1986 20th Century Fox)

Photo by Bob Penn (© 1986 20th Century Fox)

Mentre continua ad allenarsi, la Goldstein non ha intenzione di diventare la Rambo femminile: per quel che la riguarda, il gun play finisce qui. Sfortunatamente i produttori non sono riusciti a guardare oltre il suo ruolo in Aliens, malgrado il suo cognome chiaramente non ispanico. «All’inizio mi sono stati proposti ruoli ispanici e un sacco di fantascienza. Perché la tipa sa sparare, no?»
«Cerco qualcosa di differente. Non c’è ancora niente, sto aspettando un paio di cose in ballo e credimi: sono molto, molto differenti. Non credo che mi ritroverò nel cast come una marine messicana. La gente ha visto il mio lavoro, non me, ecco perché sto cercando di lasciarmelo alle spalle e farmi vedere per come sono.»

[Purtroppo, aggiungo io in chiusura, in 30 anni le cose non sono migliorate: la povera Jenette è riuscita ad avere un buon ruolo solo nel successivo Il buio si avvicina (1987), per poi rimanere un’attrice da piccoli ruoli e comparsate.]

"Starlog" 115 (febbraio 1987)

“Starlog” 115 (febbraio 1987)

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7 pensieri su “Intervista a Jenette Goldstein (1987)

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