Intervista a James Cameron (1986)

James Cameron (1986) da BFI

James Cameron (1986) da BFI

Nell’estate del 1986 Don Shay della rivista “Cinefex” ha intervistato il regista James Cameron, e il video dell’intervista è stato inserito come contenuto speciale del DVD Aliens: Special Edition del 2000.
L’edizione italiana non ha sottotitoli, quindi a meno di non essere bravi nell’americano parlato non si sa cosa dica James. Poi un mio amico andò a Parigi e tornò con un regalo davvero gradito: l’edizione francese di detto DVD, con i sottotitoli all’intervista. Tramite quelli, nell’ottobre 2003 ho ricreato in italiano l’intervista a Cameron.

Dopo 13 anni, ecco il frutto della mia follia aliena…

Intervista aliena
a James Cameron

James Cameron discute il suo approccio alla sceneggiatura e alla regia di “Aliens”.

Ci sono degli inconvenienti nello girare il seguito di un film, ma anche dei vantaggi. Uno dei vantaggi è che si possono riprendere degli elementi che il pubblico conosce già, introdurre dei capovolgimenti di situazione e poter sorprendere. Se lo si fa senza che il pubblico si senta… aggredito, allora quello che si realizza è eccitante. Questo significa anche che il regista si aspetta dal pubblico una certa conoscenza del soggetto.
Ho voluto provare, con Aliens, che il film scorre anche se non si è visto il precedente. Non si ha l’impressione che le scene nascano dal nulla, se non si è visto Alien, invece chi l’ha visto ritroverà alcuni elementi familiari.
Sono dell’idea che vedere un film sia un’esperienza attiva e non passiva. E questo, se lo si sa sfruttare, è uno dei principali vantaggi di un seguito.

Don Shay: Una delle più grandi difficoltà è stata quella di spiegare perché Ripley è costretta a riprendere servizio. Così avete aggirato il problema introducendo l’elemento militare: dovranno tornare per sterminare.

Dal punto di vista della storia, come poteva reagire il pubblico ad un personaggio che si espone di nuovo inutilmente al pericolo, mentre qualunque persona dotata di buon senso non tornerebbe mai ad affrontare un alieno se ne avesse la scelta? Così ho provato ad affrontare la questione da angolature diverse.
Da una parte a Ripley viene proposta una missione, ma non è una ragione sufficiente. Le viene assicurata la massima protezione, visto che i marine partono con lei, e così alla fine lei si sente relativamente al sicuro. Ma la vera ragione è interiore e psicologica. Ci dev’essere una motivazione che viene dal profondo, ed anche se il pubblico non la percepisce, non è d’accordo e pensa che non ci sia giustificazione, alla fine sente che c’è una motivazione dietro la decisione di Ripley. Si ritrova una certa sorta di combattività che è ben nota alle persone che sono uscite da situazioni di stress intenso.
Certa parte della psicologia umana è stata molto ben studiata. Quando si sfiora la morte, che sia un incidente d’auto o di combattimento, nel nostro spirito si fissa quel momento della nostra vita e lo si rivive costantemente. I soldati veterani del Vietnam conoscono bene quest’esperienza.

D.S.: Ron Cobb, uno dei principali scenografi del film, ha detto che è stato girato volutamente un film di guerra del tipo “Vietnam nello spazio”.

È uno degli elementi. Ma, a mio giudizio, la guerra in Vietnam ha molto della fantascienza poiché è stata la prima guerra tecnologicamente avanzata contro un nemico privo di quella tecnologia, e abbiamo perso, e questo mi sembra… molto strano. Tutto questo ha dimostrato che la tecnologia non è sufficiente ed ho ripreso questo tema nel film. Ci si chiede “Perché perdiamo?”.

D.S.: Uno dei problemi che hai incontrato con il progetto è stato che in “Alien” è stato impiegato molto tempo, fatica e denaro per creare… “un” alieno; tu invece hai fatto un film con un pianeta popolato da alieni. Sarà stato difficile trovare qualcuno che riuscisse a creare questa magia.

È vero, questo ha sollevato diversi problemi. Infatti i produttori erano molto scettici. Così ho giurato su una pila di Bibbie, per così dire, che non avremmo avuto bisogno di più di sei costumi, e così fu. Non ci sono mai più di sei creature contemporaneamente in ogni scena.
Una volta che il film fu montato, in effetti, sembra ce ne siano di più, perché escono da tutte le parti. Ma sono sempre le stesse sei creature!

D.S.: Un western di serie B con sei mucche, eh?

Infatti! Roger Corman ha detto di aver filmato la caduta dell’Impero Romano con cinque comparse ed un bosco! Io ci credo benissimo. Non ho visto il film, ma è il principio che conta. Il fatto è che bisogna saper sfruttare tutto il talento, il mio talento di regista e quello della mia équipe – il cameraman, il responsabile degli effetti speciali – perché quello che si vedrà sia il meglio possibile ed il più reale possibile.
Inoltre ho cercato di rendere gli alieni avvincenti dal punto di vista della dinamica. Abbiamo studiato diverse maniere di farli muovere, per esempio tenendoli sospesi con dei cavi e filmarli da differenti angolazioni, oppure riprendere le scene al contrario, per dar loro quei movimenti così strani. Con tutti questi accorgimenti quando vedete il risultato dite «Okay, sono degli alieni, non degli attori travestiti». Ho preferito puntare di più sull’azione che sui trucchi.

Non abbiamo rispettato perfettamente l’alieno creato in origine da H.R. Giger per Alien, la versione adulta a grandezza naturale da cui abbiamo fatto i modelli. Abbiamo puntato tutto sull’azione dell’alieno, che per me ha i movimenti di un insetto o di una lucertola, ritenendo questo più importante che la forma esteriore della creatura.
È un errore comune quello che fanno i truccatori e gli addetti agli effetti speciali in una situazione come questa. Si concentrano al massimo sui dettagli fisici, i particolari superficiali, e non si rendono conto che il pubblico si accorge che è tutto finto, che c’è un attore dentro il costume.
Vedendo il film ci si accorge che la creatura è semplice. Questo perché l’abbiamo liberata da tutto ciò che appesantiva il costume ed abbiamo scelto dei ginnasti ed acrobati per indossarlo, chiedendo loro di appendersi al soffitto con dei cavi e muoversi come una lucertola.
Dietro tutto c’è uno studio del movimento… del movimento “non-umano”. Ma oltre agli alieni che chiamiamo “guerrieri”, ne esiste un altro tipo, quello impersonificato dalla Regina Aliena. Questa è dotata di un profilo ed una figura completamente non-umana. Non si tratta di un costume unico, ed è per questo che non si vede mai chiaramente.

D.S.: La Regina è senza dubbio un’idea originale, permettendo al film di avere un altro elemento di novità. Immagino che il motivo principale sia stato di introdurre un elemento diverso rispetto al primo film: tutto il resto è preso infatti da lì.

La Regina ci ha dato la possibilità di lasciare un segno creativo nuovo rispetto al primo film, di esplorare un nuovo territorio e di creare un nuovo organismo. E quando si vede la Regina sul suo “trono biomeccanico”, circondata da uova, si capisce subito la sua funzione.
Avevo un’idea di come sarebbe dovuta essere la Regina, ispirata alla creazione di Giger. Volevo conservare il suo stile ma anche creare qualcosa di differente, dandole una sorta di grazia e femminilità che non hanno i guerrieri. Allora mi sono seduto e ho cominciato a disegnare diverse varianti. Il primo disegno che ho fatto è incredibilmente simile al risultato finale.

D.S.: Non so se è una coincidenza, ma sembra che “Aliens” inizi con un sogno per poi finire come un sogno. Ripley è terrorizzata dai sogni, appena ha la possibilità di ritornare sul pianeta. L’ultima domanda che fa Newt è «posso sognare adesso?». Il sogno è l’essenza dell’umanità, sei d’accordo?

Non so se si possa generalizzare, è una cosa così soggettiva. Molti sogni sono popolati da immagini, altri sono liberatori e fonte d’ispirazione per me per immagini, concetti e situazioni. Penso che quando sogniamo viviamo un’esperienza comune. È un modo per abbondare questo mondo ed esplorarne uno tutto nostro, e questo viene usato molto dai film, soprattutto quelli di fantascienza.
Un film come Aliens non è un lungo sogno, piuttosto un incubo. Penso che il film affronti molte paure primitive che fanno parte del subconscio universale: la paura degli spazi chiusi, del buio, dell’acqua, del fuoco e delle altezze.
C’è una sorta di tensione freudiana nella creatura e nella sua minaccia. È anche un modo, in Aliens particolarmente, di unificare il ruolo di Ripley con quello di Newt. Loro infatti condividono lo stesso incubo, e questo le unisce più di ogni altra cosa.

Riguardo ad Aliens, si vive la stessa esperienza che vivono i personaggi del film. È come attraversare un lungo tunnel buio dal quale uscire intatti alla fine. Quando si sognerà, saranno sogni privi di creature.
In effetti, Ripley è sopravvissuta sì la prima volta, ma non mentalmente. Alla fine del film, vi accorgerete che lei è sopravvissuta non solo fisicamente, ma anche a livello più profondo. La fine di questo film, quindi, la trovo più positiva.

Traduzione di Lucius Etruscus, nel bene e nel male!

– Ultimi post simili:

Annunci

6 pensieri su “Intervista a James Cameron (1986)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...